Un uomo solo al comando e la resistenza al cambiamento

Sul responso al referendum sociologi e politologi si stanno scatenando sulle ipotesi che hanno condotto il 60% degli italiani votanti a respingere le riforme proposte da Renzi, sostenute da molte entità imprenditoriali come ricordava Tosi pochi giorni prima del voto.

Lasciamo il campo del confronto politico agli esperti e guardiamo all’evento nell’ottica manageriale che ci è più famigliare.

L’intera vicenda è contrassegnata, come del resto sottolineano diversi osservatori, fa una personalizzazione spinta delle proposte di rinnovamento della “macchina politica”, fatto che ha finito per individualizzare la conduzione di un processo e di un percorso che avrebbe potuto e dovuto interessare tutti gli italiani nella prospettiva di un futuro migliore.

Le conoscenze e le esperienze di Management insegnano che un vasto processo di riorganizzazione può essere effettuato con successo quando si ha una visione chiara di ciò che si vuole realizzare e quando si coinvolge una parte significativa di persone disposte all’innovazione.

Sappiamo per certo che in molte realtà aziendali i processi di rinnovamento riescono o falliscono quando si aggrega (o meno) una squadra forte e decisa e si ha il potere per incidere sulle decisioni (talvolta impopolari) che occorre intraprendere per far sì che le cose cambino.

Se non c’è un potere sufficiente e se non c’è un team importante, accanto all’idea di futuro, non si riesce a smuovere l’inerzia e la resistenza tipiche di ogni ambito organizzato, consolidato, cristallizzato.

Ogni Manager e ogni Imprenditore sa bene quanto sia dura la resistenza al cambiamento che si incontra quando si vuole o quando si deve cambiare per sopravvivere aziendalmente o per riprendere a crescere o svilupparsi.

La resistenza al cambiamento è una variabile determinante di qualsiasi processo di cambiamento.

Ora, a livello nazionale, è evidente che la pretesa di cambiare norme costituzionali, modi di organizzarsi, di essere e di fare politica, di condurre le istituzioni su criteri efficientisti anziché lobbistici (per non dire peggio) è decisamente uno sforzo immane, destinato al fallimento se intrapreso (o imposto) da un solo uomo (con un seguito debole e poco convinto).

Il fatto che le riforme fossero state raffazzonate (critici di ogni corrente di pensiero hanno evidenziato i limiti intrinseci alla proposta) sicuramente ha inficiato la volontà democratica degli italiani che hanno votato. Tuttavia appare chiaro che il voto sia stato espresso non tanto sul contenuto in senso stretto (molta oscurità su ciò che effettivamente si sarebbe andato a cambiare), quanto piuttosto sull’uomo che l’ha proposto e sull’idea di cambiamento che in ogni caso porgeva.

Una visione di futuro così importante avrebbe dovuto raccogliere ben altri consensi per avere possibilità di successo ed essere frutto di una costruzione comune, fatto che è totalmente mancato (come spesso accade nelle Aziende quando si impone un cambiamento a cui non ha partecipato il popolo aziendale).

Avrebbe dovuto anche essere portato avanti da una squadra affidabile e credibile che portasse un livello di credibilità alto, fatto che è anche qui totalmente mancato (nelle Aziende quando un Team forte guida la riorganizzazione e il personale viene coinvolto, poi le cose accadono e si vincono le resistenze al cambiamento).

Quando si gioca da soli si finisce per catalizzare ogni sorta di aspetto negativo e si innescano “paure” che alla fine scatenano opposizioni aggressive o difensive, innalzando la soglia della resistenza al cambiamento.

Se poi “l’uomo solo al comando” ci mette del suo con l’eccesso di protagonismo e presenzialismo, con l’ironia e la saccenza, con l’arroganza verso tutto e tutti, si può ben comprendere come questi atteggiamenti abbiano innescato contrapposizioni interne al suo stesso movimento e molto di più su chi avrebbe potuto seguirlo nell’unica cosa che contava: dare uno scossone a un sistema elefantiaco, obsoleto e inadeguato, su cui tutti (e davvero tutti) auspicano un cambiamento epocale (burocrazia e inefficienza stanno ingessando l’Italia sia nella crisi che nell’influenza europea).

Dobbiamo essere migliori non c’è dubbio, dobbiamo essere più giusti non c’è dubbio (forchetta ricchi/ poveri che si allarga sempre più), dobbiamo essere più uniti (2 o 3 Italie non ce le possiamo permettere), dobbiamo creare le condizioni per trasformare il grande potenziale del nostro Paese in risultati economici, sociali, etici che sono alla nostra portata.

Per fare questo occorre cambiare e naturalmente superare le resistenze al cambiamento di chi ha interesse a mantenere lo status quo, ciò che può essere realizzato solo da grandi uomini e da grandi squadre illuminate.
Giorgio Cozzi

 

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo

– CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl

– Partner Italiano di Extended Disc (Piattaforma evoluta di Analisi dei Comportamenti

– ex Presidente di ASSORES (Associazione fra Società di Selezione)

– Membro attivo di CRESCITA (Associazione fra Società di Ricerca e Selezione del Personale

– Autore di Turbomanagement – Sperlimg & Kupfer (con Bucci e Sprega)

– Autore di Turbomanagement 2 – Franco Angeli Editore

– Autore di Cambia, Adesso! – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

– Autore di Le parole segrete della vendita – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari

– Trainer e Coach

– Esperto di BBS (Behavior Based Safety)

– Ha lavorato in Azienda presso Banca Popolare di Novara – Cotonificio Cantoni – Plasmon

– Ha lavorato vent’anni in un Gruppo Internazionale di Training (Tack International)

– Ha partecipato a Convegni Internazionali e Nazionali sul mondo del lavoro

 

(Presidente di AISM, Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica, autore di libri sulla Parapsicologia).

 

 

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