Storie di vita – PASQUA armena (MEDZ ZADIG) dal libro “Senza Patria”

La Pasqua è chiamata Medz Zadig, la grande festa. Per la chiesa armena è più importante del Natale. In effetti quest’ultimo viene chiamato anche Bzdigh Zadig, la piccola festa.

Il maestro di religione spiegava che la nascita di Gesù è una grande gioia per noi cristiani, ma la risurrezione, con la salvezza dell’umanità, è cosa immensamente più importante.

Fortunatamente la ricorrenza della Pasqua è uguale per quasi tutti i cristiani perché segue le indicazioni astronomiche e non le nozioni derivate dagli antichi testi, discordanti tra loro.

Il giorno di Pasqua gli armeni rivolgendosi l’uno all’altro dichiarano: Kristos harav i merelotz (Cristo è risorto dai morti) e come risposta ricevono orhneal è harutyun Kristosi ( sia benedetta la resurrezione di Cristo).
Questa festa portava grande gioia nelle famiglie armene. Si preparavano le uova variopinte e i biscotti pasquali dolci e salati. Tutto sembrava più colorato e più brillante, anche perché arrivava la primavera. foto pane

Qualche giorno prima di Pasqua, insieme ai miei genitori e alle due nonne, uscivamo a fare “tour de ville ”, che consisteva in una escursione con l’auto nella periferia di Aleppo. Appena fuori dalla città non c’erano costruzioni, solo campi fioriti a perdita d’occhio; una splendida sensazione di essere tutt’uno con la natura. Emozioni che da adulto ricercavo invano in Lombardia, terra troppo densa di costruzioni.

La gita attorno alla città aveva un scopo ben preciso: si raccoglievano arbusti e fiori da far bollire con le uova di Pasqua per colorarle. Non era semplice, ci voleva l’esperienza delle nonne: loro sapevano scegliere quelli giusti. Si trattava di una tradizione popolare armena acquisita da bambine sulle colline della vecchia patria. Non trasmettevano tali nozioni alla nuova generazione: gli anziani consideravano inutile farlo poiché quei prati non erano quelli della patria. I giovani erano destinati prima o poi a emigrare.
A quel tempo però non ero turbato da questi pensieri, correvo felice tra i cespugli, osservavo le due nonne, che avevano conoscenze diverse l’una dall’altra, in quanto provenivano da zone differenti dell’Armenia.

Il giorno di Pasqua, come tutti i bambini armeni, non riuscivo mai ad assaporare il pranzo poiché durante la mattinata avevo già mangiato numerose uova e biscotti salati, non per golosità, ma come conseguenza di un gioco. Tutti i ragazzi cristiani del quartiere infatti si riunivano in un piccolo parco davanti casa portando con sé numerose
uova colorate e lì cominciava la gara.

 foto pasqua-armena-bambini

Si teneva un uovo sodo chiuso nel pugno, scoprendo a malapena l’estremità più acuta tra indice e pollice. L’avversario lo colpiva con il suo uovo, sempre con la punta più acuta: senza eccezione, uno solo dei due si rompeva. Il perdente aveva ancora una piccola possibilità: tentare di farlo con l’altra estremità, quella più ottusa. Era raro che recuperasse, ma qualche volta accadeva. Chi riusciva a rompere tutti e due i lati dell’uovo dell’avversario, se lo aggiudicava; poi si procedeva con lo stesso rivale oppure con un altro. Vincendo si aveva un mucchio di uova da mangiare. Se però perdevi, dovevi tornare a casa a prenderne altre e ricominciare a giocare, ma senza esagerare, per non correre il rischio di finire tutte le uova di Pasqua della casa.

Varuj, il cugino minore, che nell’estate del 1957 aveva rovinato il mio primo incontro amoroso con Anì, era sempre in cerca di guai. Aveva escogitato un trucco per non perdere mai. Aveva recuperato dalla scatola di cucito di sua mamma “l’uovo di legno” che si usava per il rammendo, dipingendolo di rosso e facendolo così diventare il suo uovo di battaglia che non si rompeva mai. Anch’io ignoravo il trucco che aveva funzionato per tutta la mattina di quella domenica di Pasqua del 1959. Varuj a ogni vincita saltellava esaltato, aveva le tasche e le mani piene delle uova vinte: non poteva certo mangiarle tutte!

Impacciato per il carico eccessivo, si lasciò scivolare dalle mani l’uovo di legno, che rimbalzò intatto per terra, dimostrando così la sua natura e l’inganno. Varuj fu molto veloce: recuperò l’uovo di legno con un balzo e scappò via. Essendo io il cugino maggiore e garante del buon nome della famiglia, trattai con i perdenti furiosi, dando loro tutte le uova in mio possesso. Fu l’ultima volta, quella Pasqua del 1959, che partecipai al gioco fuori casa.
Un’altra caratteristica della Pasqua erano i biscotti salati, piccole ciambelle il cui diametro non superava i cinque centimetri. Venivano fatti in casa, ma portati a cuocere nel forno del quartiere. Generalmente non bastavano i vassoi di casa, pertanto si prendevano in prestito le teglie di ferro del fornaio.
Da grande, durante la mia vita da occidentale in Italia, tentai invano di riprodurre tali ciambelle. Non era possibile: non si trovava l’ingrediente base che dava l’aroma caratteristico a quei biscotti, un particolare burro, sottoprodotto dell’elaborazione casalinga del formaggio. Non solo in occidente, ma neppure ad Aleppo era ormai possibile procurarselo.

In quegli anni, ad Aleppo esisteva un solo tipo di formaggio, si chiamava appunto “formaggio”. Era fresco e senza sale; pur essendo fresco, era di consistenza dura. Veniva prodotto una sola volta all’anno, in primavera, quando partorivano le pecore. I pastori, prima di portare i panetti in città, li pressavano avvolti uno per uno in sacchetti di garza, per togliere il più possibile il siero.

A casa mia, come anche nelle altre famiglie armene, si comperava il formaggio una sola volta all’anno, generalmente la settimana prima di Pasqua. Si dedicava una giornata intera a trasformare le decine di chili di formaggio grezzo in “tel-banir” (formaggio a filo). Ricordo la catena di montaggio a casa mia durante quel giorno; era formata da tre donne: mia madre, la donna di servizio Amina e la signora Sirun. Quest’ultima era una conoscente armena, piuttosto povera, che in cambio del suo lavoro riceveva qualche chilo del prodotto finale. Amina tagliava in sottili fette il formaggio e ne versava una certa quantità in una casseruola di rame stagnato, messa sul fuoco. L’impasto gradualmente si ammorbidiva mentre veniva continuamente mescolato dalla signora Sirun con un cucchiaio di legno. Quando giungeva al giusto punto di consistenza, lo si versava in un setaccio appoggiato su un tegame, facendo colare il grasso nel contenitore sottostante.

A questo punto interveniva la signora di casa, mia madre, che, dopo aver immerso le mani in acqua fredda, prendeva l’impasto, stirava quella massa molle e bollente, allontanando le due mani, poi riuniva i due capi, per poi riallontanarle di nuovo, e così via, sino che assumeva la forma di un fascio di sottili spaghetti.

Poi, prima che tutto diventasse troppo freddo e perdesse elasticità, annodava il fascio su se stesso, lo cospargeva di semi di papavero e infine lo posizionava in un grosso vaso di vetro pieno di acqua salata. Tutto ciò per fare un solo pezzo di “tel-banir”. Se ne realizzavano in quell’unico giorno almeno un centinaio! Il grasso del formaggio colato dal setaccio veniva conservato al fresco per essere utilizzato per l’impasto delle ciambelle salate di Pasqua, che era da lì a pochi giorni.

Finito quel mondo, finiti anche i biscotti salati di Pasqua.

Il giorno dopo Pasqua (Pasquetta) era dedicato ai defunti. Non era una giornata infausta, anzi era una scampagnata allegra. Tutta la famiglia Balaban, con tre carrozze a noleggio e, più recentemente, con le automobili private, si recava al camposanto degli Armeni. Era un ampio spazio, fuori città, circondato da mura e custodito da un guardiano. Ogni famiglia aveva la sua area. Le tombe non erano molte, perché in quel cimitero c’erano soltanto i defunti della diaspora, dopo la prima guerra mondiale. Quelli precedenti erano dispersi nei cimiteri abbandonati della vecchia patria, dove pascolavano oramai le capre dei pastori turchi e curdi. Noi avevamo solo due tombe, quelle dei miei bisnonni.

Gli Armeni Apostolici non hanno uno spiccato culto dei morti. Le tombe erano fatte da una grossa pietra lunga due metri, larga uno, che sporgeva circa mezzo metro dal terreno erboso. Tutto ciò che si vedeva erano queste grosse pietre circondate dal prato verde, non eccessivamente curato: l’erba era alta e piena di fiori primaverili. Si notava un certo silenzio rispettoso vicino alle tombe recenti, dove i parenti erano in preghiera con la testa bassa e le mani incrociate sul grembo. Non era il caso della famiglia Balaban: era passato qualche decennio dall’ultimo decesso. I pronipoti saltellavano su e giù sulla tomba del bisnonno. Si riteneva infatti che ciò facesse piacere allo spirito del bisnonno che guardava dall’alto i suoi nipoti festeggiare attorno ai suoi resti terreni. Stendevamo anche una tovaglia sulla pietra tombale, dove mangiavamo uova e biscotti di Pasqua, ma non si beveva vino: non bisognava banchettare! In tutte le cose, la parola d’ordine era il buonsenso, la capacità di individuare la via di mezzo. L’esagerazione veniva considerata infantile e segno di superficialità

 Cesar Balaban

Cesar Balaban, nativo di Aleppo ( Siria) da una famiglia di origine armena sopravvissuta al genocidio del 1915. Cresciuto tra culture diverse, armena per la famiglia, araba per nascita e quella americana per la scuola frequentata, si è trasferito in Italia nel 1969 con l’intento di andare negli Stati Uniti. Decide di fermarsi e frequentare gli studi di medicina a Parma e Milano, diventando chirurgo, professione esercitata negli ospedali pubblici fino al 2009. Essendo sposato con una italiana, dopo questo lungo periodo di permanenza ,considera l’Italia la sua quarta radice culturale.

 

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