Sport & Work n.82 -19/2016 -anno 3- Meritocrazia in termini etici rivolta al bene in comune” – seconda parte

LA COSCIENZA

Subentra così un altro elemento di sintesi che è la coscienza, la sola in grado di sintetizzare conoscenza e consapevolezza della dimensione umana. La coscienza dell’uomo infatti non richiede giudizi esterni, ma solo giudizi autonomi che è in grado di formulare se si tratta di coscienza avvertita, vale a dire che ha ricercato e compreso la verità dei propri caratteri di umanità.

Tale coscienza umana dunque non ha bisogno che di essere presente a se stessa. Se è così, se esiste questa coscienza, l’uomo per rispetto a se stesso resterà fedele ai caratteri della propria umanità e non arriverebbe mai a tradirli perché intimamente connessi con la propria natura. Molte volte però l’uomo non conosce questa coscienza, non conosce i caratteri della propria umanità, né la natura costitutiva della propria dignità e pertanto si macchia di azioni e misfatti che vanno contro la propria dignità. Non la perde, ma la contrasta fino a divenirne indegno, divenire cioè non meritevole della dimensione umana che possiede.

LIBERTA’ COME ESPERIENZA MORALE

Tornando alla libertà possiamo dire che in termini personali e sociali si sostanzia nell’esperienza morale, nel senso che la libertà conferisce significato all’esistenza ed è ciò che specifica e contraddistingue l’agire dell’uomo facendolo, per ciò stesso, agire morale. La libertà in questo senso è dunque la capacità di disporre di se stesso e quindi autodeterminarsi.

L’esperienza morale si presenta perciò come una esperienza di valore ed è innanzitutto contraddistinta dall’intuizione profonda del valore dell’uomo concreto e auto-proporzionato nella sua dimensione ontologica, come persona agente in conformità o meno alla sua dignità  insediata nella sua personalità unica ed irripetibile, secondo una minore o maggiore fedeltà al senso autentico della sua esistenza.

Ecco perché possiamo dire che la libertà umana autentica non sta perciò tanto nella possibilità di scegliere quanto piuttosto nello scegliere ciò che corrisponde ad una autentica crescita della persona secondo le sue potenzialità e la sua irripetibile vocazione allo sviluppo. Nella enciclica Populorum Progressio al punto 15 se ne dà una puntuale spiegazione.

L’essere umano quindi è libero o condizionato, ma se è schiavo non può esercitare in maniera attiva i caratteri della propria umanità.

LA SOFFERENZA

Passiamo ora al secondo  vincolo: la sofferenza.

La creatura umana, così come è soggetta alla libertà e quindi alla necessità di scegliere in ogni momento della propria esistenza, è altrettanto soggetta a questa inspiegabile contingenza: la sofferenza.  La sofferenza non solo fisica, ma anche morale, intellettuale, spirituale.

La sofferenza umana è un’energia di cui non conosciamo la portata e che comunque esiste e ci accompagna durante tutto l’arco della vita, sia nei rapporti con se stessi che nei rapporti con gli altri a cominciare a volte proprio dai legami familiari. Non credo che ci sia bisogno di dire di più su questo argomento se non che a volte la sofferenza ci viene da uno status interiore che non sappiamo spiegarci proprio come un dolore psicosomatico.

ISTIGAZIONE AL MALE

Infine il terzo vincolo: l’istigazione al male.

Per spiegare questo concetto mi servo di una citazione presa da S. Giovanni Paolo II che nel suo libro “Varcare la soglia della speranza” domandandosi da dove venisse il male, la risposta che aveva trovato era “ il male viene dalla decisione dell’uomo di fare il bene a modo suo”.

Credo infatti che questa possa essere una buona spiegazione, in quanto se togliamo le azioni ingiuste dell’uomo, le sue decisioni insensate, le sue ambizioni disumane, nel creato non esisterebbe il male perché l’armonia della creazione basata su leggi sempre ricorrenti, basate su principi  che governano strutture ed istinti, viene interrotta e rovinata quando l’uomo decide di fare il bene a modo proprio, senza rispettare i limiti ed i vincoli che la natura gli pone, a motivo del proprio egoismo.

L’uomo infatti può perfezionare i processi tecnologici, può trasformare gli elementi aggregandoli o smistandoli, può comprendere la struttura della materia, ma non è in grado di crearla. L’uomo può scoprire leggi, teoremi, principi, ma non può creare nulla di suo. L’uomo infatti muovendosi per intelletto e non per istinto, ha in sé quello che B.J. Lonergan chiama “insight” vale a dire la scintilla che gli permette di accedere alla conoscenza attraverso i propri atti, ma se questi atti sono rivolti al bene comune, l’uomo crea sviluppo, se sono rivolti invece al suo tornaconto personale, creano solo del male.

IL SENTIMENTO

Possiamo allora concludere con il quarto elemento che mi sono permesso di rilevare ed aggiungere:

il sentimento.

L’uomo pur credendosi un essere razionale, in realtà è capace di emozioni indicibili, di sentimenti sorprendenti e dunque totalmente ingestibili. Attenzione però che queste emozioni o questi sentimenti non sono solo buoni, ma a volte anche malvagi ed inconsulti, quindi non esiste solo l’amore, ma esiste anche l’odio, non esiste solo la pace ma anche la guerra.

Le emozioni mi sentirei di dire che sono gli agenti che guidano poi la razionalità, vale a dire che la orientano, che la indirizzano verso quel risultato a cui l’azione umana tende sia nel bene che nel male.

Credo a questo punto che parlare di meritocrazia contrapponendola tout-court a clientelismo o nepotismo, non abbia più molto senso, perché la meritocrazia come il nepotismo è un mezzo per raggiungere un risultato e tale risultato è da considerare sempre di ordine economico, sia sotto il profilo delle competenze, sia sotto il profilo delle scelte.

Valga un esempio per tutti che differenza c’è fra una cooptazione in cui chi propone garantisce la migliore e più appropriata scelta, anche se trattasi del proprio figlio, ed un concorso in cui il vincitore viene giudicato dalla giuria il migliore? Si tratta sempre di giudizi umani che non hanno senso compiuto se non esiste come presupposto la promozione del bene comune.

Che differenza c’è tra una scelta nepotistica di un incompetente  e la scelta meritocratica, in senso positivo, di un competente? Che la seconda mira al bene comune, ma se anche la prima mirasse al bene comune la scelta nepotistica non avverrebbe.

STRUTTURE DI PECCATO

Una delle cause che nel nostro contesto socio-politico ed economico ci fa invocare la meritocrazia è la costruzione delle cosiddette “strutture di peccato” che sempre S. Giovanni Paolo II  riporta ai punti 36 e 37  della sua enciclica “Sollicitudo Rei Socialis” del  dicembre 1987.

Tali strutture  originate da un lato dall’interdipendenza e dall’altra dal peccato personale, si costruiscono su due atteggiamenti prettamente umani:  la “Brama di profitto” e la “Sete di potere” quando questi due atteggiamenti messi in campo come ricerca del profitto per il potere e ricerca del potere per il profitto, quando lo sono “ad ogni costo” ecco che generano le cosiddette “strutture di peccato”.

Per concludere direi dunque che non nella meritocrazia sta la soluzione del problema, bensì nella meritocrazia rivolta al bene comune. Allora non ci sarebbe problema  che il figlio del professore faccia il professore o che il figlio del politico faccia il politico o che un dirigente venga cooptato.

Il problema è che si parla soltanto di meritocrazia senza assolutamente riferirsi al bene comune e chi ne parla di solito, almeno nella nostra realtà politica è proprio chi non la pratica, ma non perché faccia del clientelismo o del nepotismo, ma semplicemente perché non sa neanche lontanamente che cosa sia il bene comune propriamente inteso.

QUALE SOLUZIONE?

Allora quale potrebbe essere la soluzione?

La soluzione è sempre politica, vale a dire che la finalità della politica è il bene comune ed il bene comune, quello propriamente inteso, si sostanzia nelle parole espresse dalla Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” al punto 26, che non vorrei qui citare per motivi religiosi, ma semplicemente perché è l’unica costituzione al mondo che ne esprime compiutamente il concetto e cioè ” l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.

In termini più semplici il bene comune  è l’immagine della famiglia, quella però dove gli affetti sono autentici e che misura il proprio bene sulla condizione del più debole, del più povero e del più sofferente. Infatti in una famiglia dove gli affetti sono veri e sinceri tutti i componenti “si fanno in quattro” per aiutare chi sta male e in difficoltà, perché sanno bene tutti i componenti, che la sua sofferenza è anche la loro sofferenza e quindi fanno del tutto per alleviarla.

Ecco perché il bene comune non ha niente a che vedere con il benessere comune che è addizionale e se esiste uno zero nell’addizione la somma resta comunque; mentre il bene comune si rappresenta invece come una moltiplicazione dove anche la presenza di un solo zero annulla tutto il bene che gli altri possono avere.

La soluzione allora è ritrovare questo obiettivo di promozione del bene comune, ma è possibile solo nella misura in cui ci sia una volontà di sviluppo; nella misura in cui si faccia un piano che vada ad incidere sulla cultura di umanità ormai da tutti abbandonata e sostituita con la cultura del tornaconto personale, con la convenienza del perbenismo interessato, con l’ipocrisia della politica che non ha alcun interesse ad investire sull’uomo per un ambizioso progetto sociale, ma solo quello della poltrona basata sulle “partite di giro”  e su scelte elettorali.

Il bene comune passa attraverso la cultura derivante dall’esempio familiare, dall’insegnamento della morale fin dalla scuola materna, dall’insegnamento delle lingue in una prospettiva multiculturale, dall’insegnamento dell’accoglienza e della solidarietà, dall’insegnamento del valore dei caratteri di diversità che sono la ricchezza dello sviluppo, dall’insegnamento e dalla riscoperta della pratica delle virtù, dall’insegnamento della nobiltà d’animo, dalla promozione di un modello sociale tendente all’uomo ed alla sua umanizzazione e non già all’accumulazione di capitali costi quel che costi, sia in termini di sofferenza che di vite umane.

Occorre insegnare  ai bambini che l’uomo pur se è debole possiede in sé la capacità umana di resistere a qualsiasi influsso, positivo e negativo. Questa capacità che si chiama “ostinazione”; rappresenta la nostra dotazione di volontà libera e autonoma che pur se è vero che in certi momenti ci fa impuntare come un mulo, con una acerrima caparbietà, è però una realtà che comunque dobbiamo saper apprezzare e sfruttare per la sua ambivalenza.

Infatti se da un lato essa esprime quella  virtù di tenacia positiva nella coerenza con le proprie idee, secondo le proprie convinzioni o con i propri principi, rappresentando concretamente la tradizionale perseveranza che è la fedeltà a se stessi  che arriva in certi casi a raggiungere persino l’estrema decisione del martirio o dell’atto di eroismo. Dall’altro lato però, rappresenta anche l’irremovibilità del male, l’accanimento nel vizio, la caparbietà ottusa, il puntiglio stupido che a volte può nascondersi sotto il cosiddetto senso del dovere, responsabilità gerarchica e via dicendo.

Quante volte nel mondo del lavoro, si sacrificano relazioni umane sull’altare del dovere, della puntigliosa qualità del risultato, del sistema gerarchico e via dicendo: il rapporto socio-economico diventa sempre più indicatore attento del secondo che non del primo.

Anche qui, come ovviare al trade-off meritocrazia-nepotismo-clientelismo? La soluzione sta nella cosiddetta certificazione etica, vale a dire in quel sistema che privilegiando i rapporti socio-economici li inquadra in una corretta configurazione umana, promovendo la cosiddetta coscientizzazione in termini di libertà e di azione esattamente corrispondenti alla dignità, non solo personale, ma anche del gruppo sociale o economico a cui si appartiene.

Il modello di riferimento è molto semplice perché i caratteri di questa certificazione, di cui ho più volte parlato, sono comprensibili da tutti…gli uomini di buona volontà… e sono: 1) la competenza professionale; 2) la conoscenza dei limiti etici della professione; 3) la trasparenza; 4) la censura sociale.   Se questo modello venisse applicato in tutti i settori sia privati che pubblici si creerebbe una nuova strategia di sviluppo concretamente mirata al bene comune.

Detto questo credetemi……parlare di meritocrazia, come non serviva per gli antichi greci non servirebbe neanche a noi !

 

Romeo Ciminello

 

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo  dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd );  docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer  Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico  Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

 

 

 

 

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