Sport & Work n.81-18/2016-anno 3- Etica Tom Tom: Meritocrazia in termini etici rivolta al bene comune – parte prima

A molti di noi sarà capitato di trovarsi di fronte a situazioni di  manifesto “nepotismo” da restarne non solo indignati, ma proprio sconvolti. Ciò poi,  non è vero solo per la politica, ma lo è ormai per qualsiasi settore in cui gli esseri umani vengono a trovarsi in un contesto sociale. In un contesto cioè,  dove il legame che unisce le persone è una struttura vale a dire un’organizzazione in cui le mansioni, le funzioni, i compiti o le cosiddette cariche vengono assegnate in corrispondenza della  mansione più o meno importante, attraverso una procedura di scelta o di selezione.

Preso atto di questa situazione, ecco che ci viene spontaneo aderire  a quel risentimento legittimo suscitato dalla percezione dell’ingiustizia manifesta e ci chiediamo perché non ci sia posto per la meritocrazia in questa nostra  realtà sociale oppure, perché di fronte a situazioni di manifesta incompetenza nessuno dei responsabili rileva le incapacità e tutto continua a procedere come sempre, come se nulla fosse.

O ancor di più, perché non si fa nulla di fronte alla tracotanza di certi “onnipotenti” messi in posti di comando non certo per le loro competenze e…..  per giunta con stipendi stratosferici??

Forse qualcuno ricorderà che l’ex presidente dell’INPS era arrivato a cumulare 26 incarichi?

LA MERITOCRAZIA……UN FAUX AMI

Purtroppo il “nepotismo”, che di solito fa rima e coppia con il “clientelismo” esclude quello che noi siamo soliti chiamare in termini positivi “meritocrazia”.  Ma si faccia ben attenzione che tale termine quando è nato non era rappresentativo di ciò che invece il senso comune attuale crede ormai che rappresenti e cioè il sistema di valutazione e valorizzazione degli individui, basato esclusivamente sul riconoscimento del loro merito: caratteristico della società liberista. Si tratta infatti di un “faux ami”, come dicono i francesi, vale a dire una “parola tranello”.

La spiegazione che forse non tutti conoscono è che tale termine pur se affine per assonanza etimologica, a  monarchia, oligarchia, democrazia, non ha nulla a che vedere con la cultura greca, che non ne aveva bisogno perché aveva altri principi di riferimento, ma “meritocrazia” è una parola che potremmo dire neologismo, apparso  per la prima volta nell’opera Rise of the Meritocracy (1958) del sociologo inglese Michael Young.

Questo autore lo aveva introdotto in senso dispregiativo per tratteggiare lo scenario di un futuro inimmaginabile indesiderabile e spaventoso in cui la posizione sociale di un individuo veniva determinata dal suo sviluppo cognitivo unitamente alla sua capacità di lavorare.  Tale sistema generando un’oppressione così forte nella società immaginata finisce per far scoppiare una rivoluzione cui le masse rovesciano i governanti, divenuti arroganti e distanti dai sentimenti del popolo.

Purtroppo non è facile districarsi sulla bontà o meno del termine, ciò che dobbiamo tenere bene in conto invece è la conoscenza delle caratteristiche dello stesso, i suoi principi di riferimento, il suo uso e la sua validità ontologica nell’organizzazione sociale.

Meritocrazia per noi è il contrario di nepotismo, come dicevamo e sappiamo che quest’ultimo  vige in politica da sempre, come sistema introdotto dalla storia del papato, che nelle vicende politiche del Rinascimento tendeva a favorire i parenti e gli amici attraverso l’abuso della propria autorità e di solito in cambio di consensi o di favori passati o attesi. Da allora ciò continua  anche nei nostri tempi ultramoderni e in tutti i Paesi, nessuno escluso: la politica non se ne è mai separata continuando come d’abitudine a far si che il più potente cerchi di favorire amici, parenti e conoscenti, perlopiù, nell’assegnazione di cariche. Il leit motif che in politica il nepotismo sia  prassi comune è entrato a far parte degli attuali usi e costumi nonché del nostro vissuto quotidiano, senza fare nomi sappiamo che alcuni esponenti dei nostri partiti o delle nostre istituzioni, sono figli, nipoti, parenti o amici di quelli che li hanno preceduti e che per loro influenza, magari solo elettorale, sono stati inseriti sulle varie poltrone.

Ciò però non accade solo nella politica, accade nella Sanità, nella Pubblica Amministrazione, nelle Banche, nei Tribunali, nelle Università nello Sport, nei Gruppi culturali, nella Televisione, nei Giornali insomma, non vi è settore che non subisca questa insanabile piaga.

Questo discorso però non ci deve far deviare dalla realtà: gli uomini non sono tutti eguali. Non sono tutti efficienti ed in grado di svolgere e completare i lavori nel medesimo modo. Ognuno ha i suoi tempi e purtroppo la cosiddetta meritocrazia non ne tiene conto.

Abbiamo un mondo omologato sulla produttività economica per cui le differenze di talenti tra gli uomini non valgono: tutti devono raggiungere i medesimi risultati…….si parla infatti di pari opportunità. Però non dimentichiamo che ci sono diverse abilità e non soltanto per i menomati fisici o mentali, ma per ciascuno di noi; quindi c’è chi arriva ad ottenere un risultato nell’immediato e chi ci riesce dopo un periodo di tempo più lungo e chi invece non ci riesce affatto,  perché non è dotato come gli altri, ma magari ha qualcosa in più che gli altri non hanno che purtroppo però per quel livello di giudizio non conta. A mio avviso infatti occorrerebbe introdurre un nuovo concetto: pari presupposti.  Un esempio può spiegare meglio. Va da sé che due atleti devono avere entrambi la pari opportunità di raggiungere il traguardo, entrambe sono ammessi alla gara, però uno di essi ha una malformazione ad un piede, secondo voi se partono dallo stesso punto chi arriverà primo al traguardo? Ecco perché allora si deve introdurre il concetto di pari presupposti, vale a dire che all’atleta menomato deve essere dato un vantaggio per poter concorrere con pari aspettative di successo.

A volte le capacità, il merito, dipendono da elementi esteriori che permettono di promuovere determinate potenzialità in chi ha i mezzi lasciando indietro chi invece non li ha.

Allora bisogna fare attenzione quando si parla di meritocrazia, perché si finirebbe per creare ciò che il termine inventato da Michael Young significa.

I GENI E LA SOCIETA’ DI MASSA

I geni ci sono, ma c’è anche la media, c’è anche la mediocrità c’è anche la incapacità di raggiungere certi traguardi, però la nostra società usa dei metodi mirati alla definizione del cosiddetto QI (quoziente di intelligenza). Per questo nella scuola c’è il metodo di valutazione INVALSI, nell’Università i test di accesso, nel lavoro i testi di attitudine, skill e competenza, le valutazioni EQF europee……..Il voler raggiungere a tutti i costi l’ottimo da parte della nostra società, senza tener conto che si tratta di una eccezione,  porta non solo all’esclusione di molti, ma ancor più alla robotizzazione dell’essere umano, ne sanno qualcosa i giapponesi con i loro sistemi di istruzione compulsivi e ed esclusivi.

In tale contesto occorre fare molta attenzione al concetto di classe, al concetto di élite che si contrappongono al concetto di “società di massa” che per dirla con Domenico De Masi nel suo bel libro Mappa Mundi dice che “Horkheimer e Adorno sgombrano subito il campo «Gli orrori che incombono sul nostro mondo non sono opera delle masse, ma di tutto quello e di tutti coloro che delle masse si servono, dopo averle innanzitutto create…..la massa è un prodotto sociale che dà agli individui un illusorio senso di prossimità e di unione, ma proprio questa illusione presuppone l’atomizzazione, l’alienazione e l’impotenza dei singoli».

Mette poi in evidenza che “nella società di massa, (per capirci quella formata dalla media delle intelligenze e delle competenze approssimative,) si crea una progressiva perdita di autonomia da parte delle non-élite, ossia della stragrande maggioranza delle persone, e l’affermazione progressiva di élite costituite da cerchie sempre più limitate, che però dispongono di quei mezzi e di quegli ausili tecnologici che le pongono in grado di manipolare le masse e mobilitarle fino al punto di trasformare la società negli «Stati-guarnigione» descritti da Lasswell”. Il merito dunque è importante, ma deve anche essere promosso in maniera equa e solidale.

Quando parliamo di  meritocrazia dunque cerchiamo di capirne il corretto significato in relazione alle diverse attitudini e potenzialità date all’uomo dalla sua natura e dalle sue condizioni di nascita, di censo, di clima, di situazione geografica, di realtà politica e sociale. Altrimenti andremo sempre più verso una cumulazione di cariche, di funzioni e di potere in mano ai cosiddetti “più bravi”.

GUIDELINES ETICHE

Dopo questa breve introduzione che mi ha permesso di inquadrare il fenomeno, vorrei sempre per dovere di lealtà, dare le guidelines etiche al lettore, approfondendo perciò alcuni elementi importanti concernenti i perché di questi comportamenti, quali ne siano le cause e  quando e perché tali prassi siano da ritenersi perniciose ed ingiuste sia nei confronti dei singoli che nei confronti del bene comune propriamente inteso.

Alla base di tutto ovviamente c’è una mancanza di etica! Mi pare chiaro. Se ci fosse una linearità comportamentale  ed il  rispetto per le diversità di ogni persona,  che mirando al bene comune avesse come obiettivo di mettere il migliore della categoria nella sua giusta collocazione, potremmo dire “l’uomo giusto al posto giusto”, noi  non staremmo qui a parlare ed avremmo un mondo se non perfetto, almeno coerente sotto il profilo umano. Invece non è così.

 Allora poiché non possiamo lasciare in sospeso il giudizio di legittimità e di merito su questa realtà che ci coinvolge così da vicino e così fortemente, proporrei di fare una disamina innanzitutto della mentalità che sottende alla diffusione del fenomeno; poi cercherei di comprenderne le cause e capire se poi la meritocrazia che invochiamo potrebbe risolvere i nostri problemi.

CAUSE DEL NEPOTISMO

Partirei dunque dalle cause che scatenano il cosiddetto clientelismo o nepotismo. Sono cause prettamente legate ai nostri limiti umani e storici. Infatti l’uomo è di per sé una creatura imperfetta perché soggetta come ho più volte sottolineato a tre grandi vincoli, il primo dei quali è la libertà, il secondo è la sofferenza il terzo è l’istigazione al male. Ma esiste ancora un altro vincolo che di solito non mettiamo in conto, ma che risulta essere anch’esso vincolante: il sentimento.

Quindi partendo da questo quadro della natura umana approfondiamone i concetti.

LA LIBERTA’

Riguardo alla libertà possiamo dire che è la più rilevante essenza costitutiva dell’essere umano. L’uomo infatti è tale in quanto è un essere libero, se non lo fosse sarebbe non un uomo bensì uno schiavo. Quindi l’uomo fonda la propria essenza sulla libertà perché questa rappresenta la misura della sua dignità. Vale a dire che la dignità dell’essere umano viene misurata proprio dal livello di libertà posseduto.

LA DIGNITA’

Questo discorso potrebbe sembrare un pochino complicato laddove non si conosca  a fondo e chiaramente la definizione del concetto di dignità che pur se usato generalmente da tutti, non tutti però è detto che siano  in grado di comprenderne in maniera concettualmente autentica il senso. Questo si spiega con il fatto che pure i dizionari non sanno dare una spiegazione effettiva della sua, come dicono, “quintessenza” dell’essere umano,  perché si limitano ad una espressione lessicale superficiale che non configura nei termini profondi e concreti il significato di questa “quintessenza costitutiva dell’essere umano”. Infatti la migliore definizione che mi è parso di trovare, anche se non completa, ma almeno molto approssimata è quella del dizionario Treccani che dice:  dignità s. f. [dal lat. dignĭtasatis, der. di dignus «degno»; nel sign. 3, il termine ricalca il gr. ἀξίωμα, che aveva entrambi i sign., di «dignità» e di «assioma»]. – 1. a. Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso…” ( http://www.treccani.it/vocabolario/dignita/).

Ecco io mi interrogherei su che cosa vogliono dire queste parole che  per quanto molto bene articolate in realtà non definiscono il concetto che le sottende. Allora per tagliare la testa al toro vorrei dare la vera ed esatta definizione di dignità quale concetto autentico di questo elemento costitutivo dell’essere umano.

DEFINIZIONE DI DIGNITA’

La dignità è la piena conoscenza della dimensione della propria umanità, vale a dire piena consapevolezza di tutti quei caratteri rappresentativi dell’essere umano, in termini di diritti e doveri che lo differenziano dall’essere animale. Tra tutti i caratteri che potrebbero essere enumerati ce ne sono due che misurano questa dignità: la libertà e l’attività umana, cioè il lavoro, ma non come prestazione, bensì come attività creativa rivolta al bene comune.

Ecco allora delinearsi il fondamento su cui si struttura la dignità, che ciascun essere umano possiede e che nessuno potrà negargli o togliergli semplicemente perché è uomo. Ma anche qui c’è bisogno di una spiegazione in quanto molti ritengono che l’esistenza della dignità dipenda dalla bontà delle azioni che uno compie. No, la dignità è un dato di fatto appartenente  costituzionalmente all’uomo e dalla quale egli si può solo discostare o può abbassarne il livello attraverso l’errata visione o il cattivo uso dei due misuratori citati: libertà e creatività.
Romeo Ciminello

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo  dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd );  docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer  Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico  Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

 

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