Sport & Work n.65 – 2/2016 – anno 3 – Etica Tom Tom: ddl Cirinnà, unioni civili, stepchild adoption e diritto dei bambini

Quando con la Redazione di Sport & Work abbiamo scelto il titolo della rubrica in cui dovevano essere compresi i miei articoli, abbiamo pensato di dare un immagine chiara dell’obiettivo che questi scritti si ponevano e non a caso la scelta cadde sul nome “Etica Tom Tom” proprio per indicare che se si vuole trovare una meta da raggiungere con un percorso chiaro e guidato in maniera trasparente, sia grafica che vocale, si imposta il navigatore e ci si lascia accompagnare. Ovviamente ciò non significa che non si debba avere il senso critico sul discernimento da adottare in merito alle indicazioni ricevute, qualora si sia in possesso di conoscenze oggettive in netto contrasto con quanto il navigatore suggerisce.

Ecco Etica Tom Tom oggi mi appare veramente “azzeccato” con quanto sto per scrivere.

PRINCIPIO DI CREATURALITA’
La nostra epoca purtroppo o per fortuna sta vedendo cambiamenti inimmaginabili nelle strutture socio-politico-economiche e questo è qualcosa di naturale nella vita dell’uomo la cui intelligenza lo porta a proporsi come “deus ex machina” e cioè padrone della propria vita, padrone del proprio tempo, padrone delle proprie capacità padrone e dominatore della natura.

Questa sensazione che potremmo definire come sindrome di onnipotenza, va a cozzare a mio avviso contro un principio che non vedo menzionato né sui mass-media, né tantomeno nelle scuole o negli ambienti formativi rivolti soprattutto alla visione tecnologica e alla visione scientifica quando non fantascientifica. Ma il principio è là e resta fermo intoccabile, inequivocabile ed inafferrabile ed è il principio di creaturalità.

DDL CIRINNA’
Ebbene oggi prendendo spunto dal ddl Cirinnà, che a mio avviso non è degno neanche di essere commentato per la sua ignorante pretesa di regolamentare qualcosa che non appartiene all’uomo, inventando situazioni di fatto, ma sostanzialmente e naturalmente inesistenti come le cosiddette “unioni civili” o quella che in base all’art. 5 viene chiamata “step-child adoption” con il commiserevole gergo renziano, ambiguo ed ingannatore, già usato per altre leggi come quella sul lavoro.

Non vorrei però che questa mia affermazione fosse ritenuta offensiva, perché la ritengo motivata nei fatti: 1) commiserevole perché la ricchezza della lingua italiana non ha bisogno di “anglicismi” anche grammaticamente errati per esprimere un concetto, tra l’altro molto semplice, in quanto nella lingua inglese un nome aggettivato deve essere espresso sempre al singolare; 2) ambiguo ed ingannatore in quanto lo si definisce “lavoro a tutele crescenti” quando in realtà l’espressione giusta sarebbe stata “ lavoro precarizzato a tutele discrezionali”. Chiarita la natura di questa mia affermazione non intendo soffermarmi oltre su questo argomento di cui ho già parlato sul mio blog http://agenda-etica.blogspot.it/2015/04/i-dati-la-manipolazione-del-jobs-act-e_20.html .

UNA RIFLESSIONE DA CONDIVIDERE
Tornando all’argomento in parola articolato nel testo del ddl Cirinnà, chiarisco subito che non intendo fare valutazioni sul contenuto in quanto come ho detto è irrilevante ai fini del mio discorso, ciò che farò invece è una riflessione da condividere insieme sull’illazione e la pretesa di salvaguardia del diritto.

Mi limiterò semplicemente a richiamare al senso della realtà, dicendo che il diritto è una cosa mentre il desiderio di coronare un proprio obiettivo è tutt’altra cosa. Quindi il fatto che nel mondo non solo umano ma anche animale e vegetale le persone nascano da un padre e da una madre, cioè da una unione naturale di due sessi e realtà differenti, non si può stravolgere con un testo di legge che sarà imposto da una maggioranza partitica, tra l’altro politicamente incompetente in termini di bene comune, se non facendo pagare prezzi altissimi ai più deboli i quali non sono neanche minimamente considerati nel contesto. Eppure il diritto vero è il loro.

Il diritto dei bambini a nascere, vivere e crescere in una famiglia provvista di un papà e di una mamma che pur se adottivi siano naturalmente corrispondenti al modello naturale, questo non viene assolutamente considerato dall’egoismo di una sedicente minoranza vessata nel propri diritto ad essere coppia e a essere considerata una famiglia.

IL GIUDIZIO ETICO
Qui subentra proprio il giudizio etico di fondo su cosa significhi famiglia, su cosa significhi unione e su cosa significhi tutto ciò che ne discende in termini di procreazione, crescita educazione ed equilibri psico-sociali.

L’etica e quindi la conoscenza del bene distinto, ma contenuto nell’azione atta a riprodurlo, in questo caso non esiste. Esiste soltanto una pretesa di veder riconosciuto un diritto che oltre ad essere inesistente è preteso.

Infatti tornando al principio di creaturalità più sopra enunciato, noi non siamo padroni della nostra vita, né tantomeno in termini di certezza di poter generare dei figli o trovare la persona con cui strutturare la nostra vita.

Tutto ciò è un dono sul quale noi esseri umani non abbiamo né potere di disporre e né tantomeno il potere di definire. Ci dobbiamo sempre e comunque arrendere di fronte all’evidenza del principio di creaturalità per cui non sappiamo neanche quanto durerà la nostra vita e di che morte moriremo oppure a quale malattia andremo incontro.

Dunque dire che ognuno sia libero di amare e fare sesso con chi vuole, come fatto esclusivamente privato con cui ciascuno poi è chiamato personalmente a fare i conti, non può trasformare in diritti i desideri, seppur legittimi, attraverso la votazione di una legge.

DIRITTO SOGGETTIVO E DESIDERIO LEGITTIMO
Qui non si tratta di una presa di posizione soggettiva, come può esserlo la visione del divorzio o dell’aborto che agiscono pur se in maniera aberrante, su realtà oggettivamente naturali; qui si tratta di stravolgere la natura creando categorie inesistenti di diritti e situazioni il cui risultato non può essere ritenuto il principio fondativo di una civiltà, bensì un veicolo di perniciosa confusione tra desideri legittimi e diritto soggettivo.

La differenza si capisce immediatamente se la spieghiamo nel modo seguente:

1) il diritto soggettivo si configura come quella posizione giuridica soggettiva di vantaggio che l’ordinamento giuridico conferisce ad un soggetto,(status) riconoscendogli determinate utilità in ordine ad un certo bene, nonché la tutela degli interessi afferenti al bene stesso in modo pieno ed immediato;

2) il desiderio legittimo, può essere definito come la posizione giuridica soggettiva riconosciuta ai privati grazie alle quale essi possono tutelare un bene pertinente alla loro sfera di interessi. Per essere più chiari possiamo assimilarlo per comodità interpretativa e in analogia, all’interesse legittimo, e all’interno di questo, a quella categoria particolare che la giurisprudenza definisce interessi diffusi (o adespoti) quelli cioè comuni a tutti gli individui di una formazione sociale non organizzata e non individuabile autonomamente vale a dire che si tratta, di interessi relativi a beni insuscettibili di appropriazione individuale (es. ambiente, salute, qualità della vita) e, per questo, definiti «adespoti», cioè senza portatori, privi di titolari.

Questa mia interpretazione è ovviamente prettamente soggettiva in quanto in realtà il desiderio legittimo non è assolutamente, contemplato dal diritto così come la nostra nozione di interesse legittimo non viene riconosciuta dalla legislazione europea e non viene identificato dalla norma costituzionale. La differenza si sostanzia in una netta distinzione tra uno status ed una posizione giuridica.

BENE COMUNE E AGIRE POLITICO
Su questa base va da se che se pretendiamo che le istituzioni pubbliche debbano sostenere appoggiare e riconoscere chi si mette al servizio della vita e fare uno sforzo collettivo riconoscendo quello che è oggettivamente un bene comune: mettere al mondo delle persone e cercare di farle crescere nell’ambiente migliore per loro, non si può pretendere di travisare la realtà facendo gli interessi di una minuscola, piccolissima lobby anche se detiene però le redini dell’informazione e dell’intrattenimento televisivo.

La politica prima di decidersi deve interrogarsi profondamente sul significato della norma che sta tentando di introdurre e che dal momento della sua emanazione indirizza la mentalità e cambia la cultura e le abitudini della gente.

Tale legge tende a cambiare la storia del nostro paese, e non credo di esagerare se dico che la storia ce ne chiederà conto soprattutto per quanto concerne il futuro delle nuove generazioni a cui lasceremo in eredità un mondo confuso e contro-natura.

Il disconoscimento dell’unicità dell’istituto matrimoniale come unione di un uomo e di una donna, porterà inevitabilmente ad una confusione tale che potrà essere riferito ad ogni forma di legame affettivo stabile arrivando perciò, anche se ciò può sembrare assurdo, alla legittimazione di altre prassi attualmente impensabili quali la poligamia, poliandria, unioni di scambio e di gruppo con conseguenze inenarrabili per il futuro della nostra società.

Per dire ciò basta analizzare tre punti il primo relativo al significato delle unioni civili, il secondo concernente i diritti degli omosessuali ed il terzo il diritto dei fanciulli.

UNIONI CIVILI
Riguardo alle cosiddette unioni civili nessuno pretende di metterle in discussione se si tratta di unione di fatto tra due esseri che creano una unione considerata naturale, vale a dire che non stravolge ciò che il concetto di unione significa e cioè quello di sintesi finalizzata alla creazione di una cellula sociale che si chiama famiglia e che garantisce il proseguimento e lo sviluppo della comunità degli uomini.

Unione che sia di fatto o di diritto non cambia il suo significato se rispetta i canoni naturali che la definiscono. Il riconoscimento dei diritti delle unioni di fatto che creano una famiglia, anche se non più considerata in termini tradizionali dato che ormai la famiglia può essere considerata di diversi tipi, dalla monoparentale a quella allargata a quella plurima ecc., ma pur sempre centrata sull’unione di un uomo e di una donna cioè di due esseri di genere naturale differente.

Certo la domanda che sorge spontanea per le coppie di fatto è che se esiste un impedimento giuridico, tale status può essere compreso e la norma possiede un senso, ma qualora i due vogliono vivere la loro unione, come diverse coppie fanno, al di fuori di legami giuridici, perché imporre loro la tutela di diritti, dato che antepongono il diritto dei propri figli alla loro visione soggettiva della propria unione? Se la legge verrà approvata vedremo come reagiranno.

DIRITTI DEGLI OMOSESSUALI
Riguardo al diritto degli omosessuali ad ottenere un riconoscimento dei propri diritti individuali, anche di reciproco sostegno e convivenza, non deve essere confuso con ciò che si definisce unione, in quanto il loro status non può rappresentare la sintesi procreativa in cui si configura il concetto di famiglia.

Ognuno ha il diritto a stare insieme a chi vuole, di contribuire reciprocamente alla conduzione di una vita in comune, di assumersi obblighi di mutua assistenza e di contribuzione ai bisogni comuni , così come ad usufruire nel quadro della mutua assistenza di alcuni diritti relativi al passaggio di diritti in caso di premorienza del componente del nucleo, come la contrattualistica, la reversibilità pensionistica e il diritto successorio.

Tutto ciò è diritto sacrosanto ed inviolabile di qualsiasi cittadino, ma non per questo deve sorgere il diritto di famiglia e tantomeno l’assimilazione di tale situazione di reciproca e mutua assistenza al concetto di unione matrimoniale, come la legge vuole portare avanti.

Se possiamo affermare che l’omosessualità è una tendenza sessuale del tutto legittima, i cui legami affettivi stabili possono e debbono essere tutelati da istituti giuridici, non possiamo però tralasciare di affermare che questi istituti debbano comunque essere perfettamente e assolutamente distinti dal matrimonio. Sappiamo bene infatti che il matrimonio nella realtà della famiglia è innanzitutto una istituzione naturale e poi una prassi giuridicamente sancita, qui invece si vuole sancire giuridicamente una istituzione inesistente. Oltretutto c’è il problema del cosiddetto “gender” vale a dire che tali patti di mutua assistenza mentre da un lato possono essere stipulati in maniera chiara tra persone, a prescindere dal loro gender, se parliamo di istituzione matrimoniale, finalizzata alla famiglia, creiamo una confusione, come già quella che si propone con l’insegnamento del “gender” nelle scuole.

I nostri figli alla fine non sapranno più, nonostante che la natura sia esplicita nelle sue manifestazioni esteriori riguardanti le differenze di sesso, tranne che in ristrette eccezioni, con chi avranno a che fare e su che tipo di relazione dovranno intavolare con le “supposte” persone di genere differente.

Tutto ciò semplicemente perché “parlamenti illuminati” hanno saputo e tenteranno di individuare ancora, con norme cervellotiche, altre forme di gender, per le quali oggi oltre al genere maschile e femminile se ne contano addirittura almeno altre 6. Infatti se all’inizio c’era il GLB (gay, lesbiche, bisessuali), a cui poi si sono aggiunte progressivamente la T di transessuale, la Q di queer e la I di intrasexual, oggi siamo giunti alla formula comunemente conosciuta come LGBTQI.

SCARDINARE UN SISTEMA
Per dare una immagine di ciò che questo genere di leggi ed interpretazioni comporta, possiamo dire che per mezzo di questa relativizzazione si sta scardinando un sistema oggettivo che è nato con il genere umano di essere maschile e femminile volto all’unione coniugale per mezzo di organi atti a permettere la prosecuzione della specie e con ciò di creare famiglie, trasformandolo in un sistema soggettivo in cui la realtà viene sostituita dalla sensazione, dall’emozione dal “così è se vi pare” di pirandelliana memoria. In mezzo secolo di storia si sono annullati i principi che hanno retto l’umanità da quando essa è nata nella convinzione che l’uomo sia padrone lui di stabilire chi è, senza realizzare che la vita gli è stata donata, che la sessualità gli è stata donata e che la sua personalità è la sede della sua dignità e quindi della sua coscienza morale.

Quest’ultima lo incita a fare il bene, ma l’uomo nella sua immensa libertà sceglie a volte non ciò che è giusto e buono per lui, ma ciò che invece gli sembra o ritiene possa soddisfare i suoi desideri. Questo lo possiamo vedere attraverso l’assunzione di stupefacenti o la prostituzione finalizzata all’affermazione mediatica o all’arricchimento, ma ancor più per rimanere nel tema, alle scelte contro natura dell’inseminazione artificiale, dell’utero in affitto o della prefabbricazione attraverso scelte genetiche, del figlio che si desidera, acquistandolo senza sopportare la gravidanza, ma semplicemente pagando i professionisti dell’ingegneria genetica che si offrono come “broker nel mercato della vita”.

DIRITTI DEL FANCIULLO
Finisco questo discorso con la parte più importante relativa al disegno di legge. Il diritti del fanciullo. Infatti tale legge introduce quello che già in altri ambienti si sta cercando di fare e cioè di normalizzare il rapporto genitore figlio non più basato sulla paternità e sulla maternità, bensì sulla genitorialità. Vale a dire sostituendo la relazione naturale di uno status, con una situazione giuridica detta appunto genitorialità.

Ma negare a un bambino il diritto ad avere una madre e un padre, sostituendoli con il “genitore 1″ e “genitore 2″, è una forma estrema di violenza su un soggetto debole e indifeso. Anche se nella convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza non è chiaramente indicato, per onestà intellettuale e soprattutto per rispetto dell’etica va detto che ogni bambino ha il diritto di avere un padre ed una madre naturali. Ma questo non è sufficiente al rispetto del suo diritto all’identità, vale a dire che egli ha diritto di sapere esattamente chi sono suo padre e sua madre.

Ha diritto di conoscere esattamente le sue radici familiari. Ha diritto a vivere in una famiglia in cui le figure dei genitori presentino distinte caratteristiche maschili e femminili che gli permettano di confrontarsi con la normalità del mondo circostante.

Ha il diritto di vivere e di essere educato dai propri genitori di cui riconosce immediatamente i caratteri fisici materni e paterni senza ambiguità che possano traumatizzarlo. Ha il diritto di essere adottato da un nucleo familiare in cui esista una netta distinzione tra le figure che dovrà chiamare papà e mamma.

Ha il diritto in caso di nascita da una relazione non matrimoniale, di essere eventualmente adottato da un convivente di sesso diverso da quello del genitore, alfine di avere un corretto modello parentale. Il bambino anche se nato da inseminazione artificiale da una donna omosessuale non può essere adottato dalla convivente dello stesso sesso della madre, ma deve sapere per quanto possibile chi è il padre, senza anormali sostituzioni di figure parentali. Il bambino nato da “utero in affitto” infine, deve conoscere le proprie radici sia biologiche che di gestazione.

CONCLUSIONE
Da quanto esposto appare evidente che il testo di legge debba essere cassato perché non tutela i diritti autentici, come una legge dovrebbe fare, ma assicura una condizione giuridicamente sancita ad una serie di situazioni la cui congruenza naturale risulta manifestamente illogica.

Quindi al di là di ogni polemica, va detto che l’enunciato del disegno di legge Cirinnà non appare rispettoso di un agire etico tendente alla salvaguardia di diritti soggettivi, quanto più invece tendente ad una manovra di consenso elettorale che punta esclusivamente a generare conflitti tra coloro che credono all’esistenza di principi inderogabili che non possono essere assolutamente manipolati né legalmente sanciti in quanto anteriori alla legge e coloro invece che ritengono che non esistendo principi etici universalmente riconosciuti sulla realtà della vita umana, relativizzano ogni valore secondo le proprie necessità, umori e vedute sancendo l’esistenza di un’unica etica quella della situazione e soprattutto della ..loro situazione e il ddl Cirinnà ne rappresenta la dimostrazione.
Romeo Ciminello

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd ); docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

Un commento

  1. Anna Marani

    In tempo di guerra, una signora che ho avuto l’onore di conoscere ha tirato su, insieme a sua cognata o sorella, non mi ricordo, uno stuolo di nipoti rimasti orfani, cresciuti dunque con una genitrice 1 e con una genitrice 2 e in assenza di figure genitoriali maschili, perché le due erano una nubile e una vedova.
    Le due donne erano amiche, si volevano bene, anche molto, e hanno fatto il possibile e forse anche l’impossibile per tutti quei ragazzi, ora anziani, qualcuno non più in vita. Tutti sono cresciuti senza traumi (tranne quello di aver conosciuto la guerra, di cui le due non avevano certo colpa) e hanno avuto delle vite diciamo “normali”.
    Personalmente sono convinta che, in presenza di affetto, dialogo e onestà, qualsiasi nucleo familiare possa essere contemplato come tale.
    Inoltre, se anche in Italia i bambini destinati all’adozione sono fortunatamente pochi o zero, mi risulta che all’estero ci siano istituti in cui i bambini permangono fino a un’età media di quattro, sette anni. Per quelli più grandi (e ce ne sono), la possibilità di essere adottati si fa molto scarsa, di conseguenza sfuma anche l’opportunità di avere, altrove, una vita migliore; di farsi un’istruzione degna di questo nome; di ricevere affetto, magari pure da una coppia di mamme o da una coppia di papà.
    Credo che si continui a intravedere, nelle coppie non eterosessuali, una perversione che forse è solo nella testa di chi giudica, perché la deviazione mentale è ben altra e, forse, tutti i “femminicidi” quotidianamente perpetrati dimostrano che non sempre l’unione uomo-donna e la famiglia tradizionale funzionano. Anzi. Persino i bambini in stato di adottabilità lo dimostrano, in quanto messi al mondo dall’unione di un uomo e di una donna.
    Quando un rapporto è complice, solido, consolidato e magari pure certificato alla pari di un matrimonio tradizionale, credo che l’adozione dovrebbe essere possibile se la coppia dimostra di essere sana di mente, affidabile e capace di offrire un ambiente familiare affettuoso e decoroso.
    Penso che per un bimbo sia meglio un affetto non convenzionale piuttosto che nessun affetto.
    Infine, pratiche come la fecondazione assistita o la gestazione per conto di altri (nel cui merito preferisco non entrare, anche perché le ragioni per cui vi si ricorre sono personali, profonde, e si tratta di scelte quasi sempre molto sofferte) sono state, finora – e ci tengo a ricordarlo – prerogativa di coppie prevalentemente eterosessuali. Contro natura, forse, ma non sta a noi mortali giudicare la sacralità della vita, in qualsiasi modo la si procuri.

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