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Sport & Work n. 34 – AUTUNNO, tempo di diete (Prima parte)

Le vacanze estive, spesso, oltre al ricordo di momenti piacevoli perchè rilassanti, possono lasciare a molte persone l’eredità di alcuni chili di troppo, soprattutto se non si sono riuscite ad approfittare delle ferie per dedicarsi a qualche sana attività fisica.

Così accade che il ritorno al lavoro, o sui banchi di scuola per i più giovani, già vissuto psicologicamente con difficoltà per ovvi motivi, risulta magari ancora più complicato da affrontare proprio per quel fardello di peso in più che rende meno agevole la ripresa anche sotto il profilo prettamente motorio.

In soccorso allora di quanti avessero deciso di modificare la propria alimentazione con determinazione ma senza ricorrere ad un consulto specialistico, ho pensato allora di passare in rassegna alcune tra le principali proposte di diete che si possono trovare online o sulla carta stampata, tipicamente in questo periodo, per aiutare a capire come valutarle e… comportarsi di conseguenza.
LA DIETA ACIDO-BASE

Concepita qualche anno fa da Robert Young, un microbiologo-nutrizionista-naturopata statunitense, si pone come obiettivo quello di riuscire a mantenere il pH alcalino del sangue (intorno al valore di 7.40), nel convincimento che una eccessiva acidificazione ematica sia la causa principale di moltissime patologie.
Questo lo ha portato a dividere gli alimenti in due macrocategorie: alcalinizzanti (pomodori, cavoli, broccoli, miele, frutta dolce, ecc) e acidificanti (uova, carne, cereali, bietole, melanzane, legumi secchi, riso, latticini ma non lo yogurt, arachidi, noci, cioccolato, etc), con la raccomandazione di assumerne in diverse proporzioni, vale a dire soltanto il 30% per questi ultimi e ben il 70% degli altri.
Va osservato però che non solo mancano prove certe che una relativa acidificazione del sangue sia così dannosa, ma esistono pure molti dubbi in merito al fatto che basti scegliere un certo tipo di alimentazione per riuscire a modificare il pH ematico, normalmente controllato da sofisticati meccanismi naturali; a queste perplessità, si aggiungono la drastica riduzione di frutta, carboidrati e pesce che contempla questa dieta, col rischio probabile di andare incontro a carenze nutrizionali pesanti (acidi grassi essenziali omega 3 e omega 6, vitamine e sali minerali) se la si segue per un lungo periodo. foto mela bilanciaLA DIETA SCARSDALE

Concepita da un cardiologo americano, Herman Tarnower, circa quarant’anni fa, prevede un severo regime ipocalorico (introito consentito tra 850 e 1200 kcal al giorno) con il 43% di proteine, 34.5% di carboidrati e 22.5% di grassi.
La fase iniziale, definita d’urto, bandisce cereali e legumi, prevedendo un rispetto rigoroso per quanto riguarda le tipologie dei cibi concessi, con precisi abbinamenti tra essi; successivamente invece, durante il periodo di “stabilizzazione” il menù semplicemente propone una lista di alimenti giudicati idonei.
Va notato però che non vengono fornite mai indicazioni sulla consistenza delle porzioni, e quindi i soggetti che tendono a mangiare sino alla sazietà rischiano facilmente di superare il tetto calorico prestabilito, con l’aggravante di un carico proteico esorbitante; suscita perplessità anche l’assenza della benchè minima distinzione in funzione di età, sesso e peso delle persone.
In un individuo che goda di buona salute, la dieta Scarsdale può essere considerata accettabile per un periodo di massimo quattro settimane, mentre prolungarla troppo o ripeterla frequentemente sottopone fegato e apparato renale a uno sconsiderato superlavoro, nonchè al rischio di carenze nutritive importanti (acidi grassi essenziali, vitamine liposolubili e sali minerali).
LA DIETA DELL’ INDICE GLICEMICO

In base a quanto stabilito negli anni ’70 dal diabetologo californiano P.A. Crapo, e successivamente ripreso da David Jenkins, l’ indice glicemico (IG) misura la capacità di un determinato cibo di far aumentare il livello di glicemia a digestione avvenuta.
In base a questa caratteristica, gli alimenti sono pertanto catalogabili in 3 distinte categorie, cioè quelli con IG basso (inferiore a 35) , medio (compreso tra 35 e 50) e elevato (maggiore di 50): per un cibo, tanto più è alto questo indice, creato utilizzando come standard di riferimento pari a 100 il glucosio puro, tanto più rilevanti sono i picchi di glicemia scatenati dalla sua ingestione.
Esistono diversi studi che sembrerebbero confermare i benefici di una dieta a basso IG, che si pensa possa contribuire a prevenire non soltanto il diabete mellito, ma anche l’obesità, diverse patologie a carico dell’apparato cardiocircolatorio, nonché le neoplasie del colon e mammarie.
Passando però dai principi teorici all’applicazione pratica di questi concetti, sorgono oggettive difficoltà legate al fatto che l’indice glicemico di un cibo viene purtroppo influenzato da svariati fattori (modalità di cottura, tipo di lavorazione e raffinazione della materia prima, l’abbinamento con altri nutrienti, ecc…)
Questo tipo di programma nutrizionistico in assoluto vanta di positivo l’invito ad aumentare il consumo di cibi integrali, garantendo un valido apporto in fibre; però bisogna anche prestare attenzione a non farsi semplicisticamente trarre in inganno dalle tabelle che includono cibi (ad esempio salumi e formaggi) ad IG pari a 0 perchè privi di carboidrati, ma ovviamente tutt’altro che dietetici, e pertanto da assumere ugualmente in modo controllato.
LA DIETA MONTIGNAC

E’ abbastanza simile alla precedente, in quanto basata sull’assunzione di prodotti ad elevato contenuto di fibra alimentare, come cibi integrali, verdure, legumi nonché sulla contemporanea, drastica limitazione del consumo foto montignacdi zuccheri semplici (bibite dolci, pane bianco, mais, ecc) con lo scopo dichiarato, più che di far dimagrire, di mantenere sotto controllo l’indice glicemico.
Nel complesso ricalca abbastanza i canoni della dieta mediterranea, con una proposta di scelta dei cibi condivisibile; però, anche se prevede fasi distinte (inizialmente di dimagrimento, indi di stabilizzazione e prevenzione) non fissa dei limiti ai quantitativi degli alimenti che consiglia, e quindi si rischia di superare abbondantemente i propri fabbisogni, cosa ovviamente d’ostacolo alla scomparsa dei chili in eccesso.
Insomma, si potrebbe dire che il metodo Montignac tende ad insegnare cosa mangiare, ma non quanto mangiarne.

Fine prima parte – (continua)
Carlo Napolitano


Carlo Napolitano,
medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina 2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.
Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:
2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.
2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga
2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

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