Sport & Work n.149 – 21/2019 – anno 6 Situazione Donna: la violenza e l’abuso non è più accettabile, senza condizioni! L’informazione ci può aiutare

Qualcuno dice che la violenza sulle donne è “democratica”, trasversale. Che l’unico elemento che accomuna tutte le donne che hanno subito abusi è il dolore, la paura. Quella che spesso decreta la morte delle vittime, incapaci di reagire alla violenza perché isolate, costrette a vivere in un vortice di terrore che trascina in fondo al pozzo più buio.
I dati presentati dalla Polizia di Stato in occasione della campagna “Questo non è amore”, studiata per superare gli stereotipi e i pregiudizi e diffondere una nuova cultura di genere in aiuto delle vittime, sono agghiaccianti. Il capo della Polizia Franco Gabrielli ha scritto che una donna, vittima di violenza di genere, si aspetta “sicuramente protezione e indagini che portino presto ad aver giustizia, ma non solo.

Una donna che è vittima di violenza si sente sola, prova vergogna, ha paura di ritorsioni per se stessa e per i propri figli, si crede colpevole, teme di non essere creduta, di essere giudicata. Il poliziotto a cui chiede aiuto deve saper rispondere a questo dolore, consapevole che il più delle volte l’aggressore è una persona a cui la donna è legata da vincoli affettivi”.

Proprio da questo bisogna partire per continuare una battaglia che deve andare oltre ai post sui social in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne (25 novembre), oltre le panchine rosse e gli slogan da usare una volta l’anno. Una battaglia che inizia dal tendere la mano alle donne, incoraggiandole a denunciare l’orco che spesso, anzi, quasi sempre, ha le chiavi di casa (82% dei casi): marito, convivente, compagno, ma anche fratelli, padri e figli. Dati agghiaccianti, si diceva, a partire da quello delle donne che si sono rivolte alla Polizia negli ultimi anni: 80mila. Sono 88 le vittime ogni giorno: una ogni 15 minuti.
Numeri tanto spaventosi che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha parlato della violenza sulle donne come “un’emergenza pubblica”. La pensa così anche il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese che ha invitato le donne al gesto di coraggio più grande: denunciare. Anche quando non è facile, anche quando la paura paralizza. Perché se è vero che anche chi ha denunciato è rimasta ferita mortalmente, è vero anche che le donne hanno come unico strumento quello della denuncia per tutelarsi.

Il cambiamento deve essere totale: a partire da corsi di formazione per le forze dell’ordine che devono, doverosamente, essere chiamati a una sensibilità massima nell’affrontare casi delicatissimi. Passando per un sistema giudiziario che dovrebbe peggiorare le condizioni di stalker e uomini violenti, con maggiore controllo e di conseguenza tutela per le donne. Un lavoro che deve essere di squadra, in sinergia con le operatrici dei centri antiviolenza, il primo punto di riferimento per le vittime.
Perché trovarsi di fronte persone che non trasmettono fiducia e speranza in una reale via di uscita può gettare le donne in un assordante silenzio che può diventare drammaticamente eterno. Restituire fiducia alle donne è l’obiettivo da cui bisogna partire. Doveroso ricordare le vittime, morte per quella terribile parola che le annovera tra i “femminicidi”.

Ma più importante salvare la vita a chi corre un potenziale pericolo. Per questo, ben vengano le panchine rosse, i murales (come a Buccinasco(Mi), dove, in più, un corteo di soli uomini ha voluto dire no alla violenza sulle donne), ma utile allo stesso modo informare. Dire che eiste un:

Numero antiviolenza (1522)

che ci sono i centralini locali, volontarie che si mettono a disposizione per ascoltare. Dire a queste donne che vivono nell’oppressione psicologica e piene di lividi (fuori e dentro) che è il timore a ucciderle, che pensare ai propri figli significa liberarli, non farli vivere dentro mura di terrore, non farli vivere senza una mamma.
Dire loro che denunciare, chiedere aiuto, è probabilmente la scelta più difficile che dovranno affrontare.
Ma sarà una scelta di vita.

Norma Dorati

 

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