Sport & Work n.143 – 15/2019 – anno 6 Cosa vuol dire “prima gli azionisti”?

Certamente non sarà sfuggita la notizia, riportata anche dai giornali italiani, riguardante la dichiarazione congiunta di quasi 200 grandi aziende americane sulla loro volontà di porre maggiore attenzione ai clienti, dipendenti, fornitori e le comunità in cui operano rispetto alla priorità assoluta, finora perseguita, degli interessi degli azionisti. E’ stata salutata come l’inizio di una nuova era, ma sarà davvero la fine della “dittatura del profitto” che tanti danni ha generato nell’economia e nella società non solo americana ma mondiale?

La prima nota stonata emerge proprio guardando la lista dei firmatari. Gli amministratori delegati, o Chief Executive Officer (CEO), delle grandi aziende sono scelti dagli azionisti, pagati in azioni, per allineare i loro interessi a questi ultimi, selezionati e proposti da head hunter remunerati dall’azienda stessa, proprietà degli azionisti. Dunque a tutti gli effetti sono dei dipendenti, ovvero dipendono dagli shareholder, con il grado di autonomia che questi decidono di concedergli.

Con quale autorità, e di conseguenza con che efficacia, stabiliscono di cambiare le priorità che gli sono state date dai loro datori di lavoro? Oppure, come qualcuno sospetta, la dichiarazione è stata ispirata proprio dai loro capi in un iniziale tentativo di sanare una frattura sempre più percepita tra la finanza e il resto della società?  Quale è la personale convenienza dei Ceo visto l’enorme ammontare di compensi percepiti al di fuori dello stipendio standard, già generosissimo, come una recente indagine del Wall Street Journal dimostra? (A titolo di esempio, solo il Ceo di Oracle nei passati tre anni ha percepito stock option per un valore nominale di 190 milioni di dollari che, grazie alle performance azionarie pilotate dalla strategia aziendale “prima gli azionisti”, si sono trasformati in 534,6 milioni di dollari realizzabili!)

Seconda nota. Nella dichiarazione si legge che “mentre ciascuna delle nostre aziende è al servizio dei propri ‘corporate purpose’, condividiamo un fondamentale impegno verso tutti i nostri stakeholder.” Quali sono questi ‘ corporate purpose’? Dove sono scritti? Dove e quando vengono comunicati e, nel caso, declinati e aggiornati? E, sopratutto, da chi sono decisi? 

Dovrebbero essere il contenuto principale di Business Plan propriamente compilati e illustrati, ma purtroppo non è così se uno dei principali investitori e azionisti delle più grandi aziende del mondo, Blackrock, da anni si lamenta per bocca del suo Ceo Larry Fink della mancanza proprio di questo purpose che, correttamente, viene indicato come strada maestra per ottenere un profit a lungo termine che i Ceo perseguono con tanta determinazione.

E inoltre, anche supponendo che tale corporate purpose sia da qualche parte definito da misteriosi e potenti personaggi e gelosamente e segretamente custodito, perchè l’impegno “verso tutti i nostri stakeholder” non ne fa parte e ne è invece, per loro esplicita dichiarazione, un corollario che deve essere specificato dopo  chissà quali meditazioni in un organismo esterno all’azienda (l’associazione https://www.businessroundtable.org/) ? 

 Agli occhi dei veri Imprenditori, i creatori e proprietari intelligenti delle aziende, queste dichiarazioni appaiono “ingenue”.  Essi infatti sanno perfettamente che il “profitto” è qualcosa che quasi misteriosamente appare solo dopo il costante impegno verso gli altri e laddove questo non accade ci si troviamo dinanzi a “banditi”, come aveva brillantemente riassunto Carlo Maria Cipolla  nel seguente diagramma:

Al di là della metafora estrema, il documento evidenzia a mio giudizio ancor di più, qualora ce ne fosse stato bisogno,  la frattura esistente tra la finanza e il resto della società e l’esclusivo e debole anello di congiunzione che ha col sistema economico. Tale situazione ha già creato danni non solo ambientali, infatti ne è la vera causa prima (aspetto che sfugge alla piccola Greta e ai suoi seguaci), ma ancora di più nell’ambito sociale (licenziamenti, povertà, disuguaglianze, ecc.). Sarebbe auspicabile un maggior coinvolgimento degli investitori istituzionali nelle dinamiche aziendali, come Blackrock si è già attrezzata a fare non so con quali risultati, affinchè sia chiaro a tutti che chi persegue il proprio interesse a danni di altri… non è molto intelligente. 

Luciano Martinoli
luciano.martinoli@gmail.com

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

 

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