Sport & Work n° 4 – Maratona di Boston: ricordi di un protagonista

L’EMOZIONE DI BOSTON

Come tanti telespettatori sono rimasto colpito dalla vicenda di Boston, sia come essere umano che come jogger. Ho rivisto dieci volte la scena dello scoppio con i colleghi amatori che stavano arrivando all’agognato traguardo, sorpresi dallo scoppio e dalle conseguenze devastanti, senza forse rendersi conto della gravità del fatto e con quella determinazione che li aveva portati sino a lì a pochi metri dl traguardo.

Confesso che ho pensato a tanti altri che ancora dovevano terminare il loro sogno a Boston e che hanno dovuto essere fermati poco prima del traguardo: la fatica, la sorpresa, lo sgomento, l’adrenalina che si blocca.

Anch’io ho fatto la Maratona di Boston, alcuni anni fa, l’ho chiusa bene, per le mie possibilità, e ho faticato molto, arrivando “steso” per una crisi di fame negli ultimi chilometri.

L’avevo preparata piuttosto bene, sia sul piano fisico (buoni allenamenti, qualche lungo, un paio di maratone come lunghi) ed anche sul piano mentale. Avevo intrapreso il viaggio da solo, con mia moglie, anziché con amici come di solito capita e non ne avevo parlato con il gruppo con cui corro per fare una sorpresa e fare il tempo per poi discuterlo animatamente con gli altri. Già perché le motivazioni che spingono spesso sulla strada della grande fatica della maratona risiedono spesso nel rapporto sociale con gli altri, in parte competitivo (spero in senso buono) e in parte aggregativo.

Un’altra motivazione è la sfida verso se stessi per continuare a migliorarsi e quando gli anni crescono per mantenersi a livelli accettabili. La ruminazione che avviene nei gruppi durante gli allenamenti è un tessuto sociale a mio avviso di notevole intensità e funge da collante per ritrovarsi ancora e ancora, facendo fatiche insieme che culminano quel giorno in quella data prestazione.

Come Formatore leggo queste osservazioni come fenomeni tipici della vita aziendale, sia che tu lavori nel commerciale o nel personale o nell’amministrativo o nel tecnico, e comunque in qualsiasi ruolo, la “ruminazione” delle esperienze, la loro metabolizzazione, il confronto di idee, il rispetto che suscitano certe prestazioni, il piacere della conferma, sono il sale che rende gioiosa ogni giornata lavorativa (o ogni allenamento).

E’ importante prender coscienza che la nostra mente necessita di linfa vitale positiva, di un rinforzo costante che l’impegno profuso nel lavoro (o nello sport) viene riconosciuto, apprezzato, approvato.

Troppo spesso ce ne dimentichiamo, come capi, padri, figli, compagni e poi necessitiamo di compensazioni, che almeno nello sport sono positive e riducono quell’egoismo dell’IO che oggi sembra prevalere dappertutto.

La corsa, secondo me, è come uno yoga, ti permette di entrare in connessione con te stesso, di sentirti e percepirti in un modo più sottili e senza inganni, senza rivestimenti, senza sovrastrutture: quello che vali veramente lo si scopre subito e con la volontà,. l’impegno, la disponibilità, l’umiltà, puoi solo attivarti per valere di più.

La mente ci guadagna con la corsa (o con qualunque sport praticato con costanza) perché si arricchisce continuamente: fissare obiettivi, pianificare i modi per conseguirli, perseverare nella crescita, confrontarsi con le tante variabili che influenzano le performance e con gli altri, focalizzarsi su ciò che si vuole raggiungere, visualizzare il gesto atletico e il suo perfezionamento, mettersi in uno stato mentale positivo, arrivare tutto il proprio potenziale, senza alibi, ecco cosa indica la corsa e la maratona.

Anche per questa “spiritualità” che circonda il mondo delle corse, delle maratone, soprattutto per coloro che dopo le 4 ore non hanno ancora tagliato il traguardo, come a Boston, è veramente un’ingiuria alla vita approfittare della situazione di folla per scopi che sono distanti anni luce da qualunque valore reale dell’esistenza umana.

Forse non correrò più la Maratona di Boston, con quelle colline dondolanti, con il College delle fanciulle che ti urlano a squarciagola il loro incitamento, con l’immenso numero di bambini che ti danno il 5 (pensate che partiti a 30 Km da Boston in mezzo alle colline non ho visto un solo metro senza applausi e mani a ricevere la tua!!!), e poi l’heart break che mi ha fregato e sorpreso, e poi la discesa sulla città in mezzo a una folla festante che ti incoraggia, ti sostiene, è parte di te, e tu, tu non puoi sentirti che sei parte di loro.
 

Giorgio Cozzi

Giorgio Cozzi – Sociologo e Psicologo – Direttore di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl – Militante nel G.S. Montestella di Milano – Autore di Turbomanagement – Sperling & Kupfer . Turbomanagement 2 . Franco Angeli Editore – Cambia Adesso – Seneca Editore

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