Sport: Genitori e figli – Le strategie mentali di due giovani sorelle pallavoliste emigrate negli Stati Uniti

“C’è uno sport dove la squadra è il valore assoluto, dove solo la squadra ti permette di realizzare o meno i tuoi sogni Andrea Anastasi – Ex Ct nazionale Pallavolo

“Esiste un circolo vizioso nello sport più ti diverti più ti alleni. 

Più ti alleni più migliori. Più migliori più ti diverti”.

Ciao,

spesso nello sport e non solo, si fa tanta confusione sui ruoli.

Ho pensato quindi di darti la possibilità di osservarlo da altri punti di vista.

La disciplina è il Volley ma potrebbe essere qualsiasi sport. Quello su cui ti invito a riflettere è la dinamica dei rapporti atleta-allenatore, genitore-atleta che alla fine incidono anche sulla performance.

Nell’articolo quindi potrai leggere questi punti di vista:

  1. Quello di due giocatrici molto giovani
  2. quello della mamma…nel ruolo di genitore
  3. quello della mamma…nel ruolo di ex atleta nazionale Softball ed ex allenatrice

Si tratta di uno scenario molto vicino anche alla vita reale, perché lo sport ne rappresenta una metafora. Quello che conta è che tu possa dedicarti del tempo per leggerlo, perché stavolta metto a dura prova la tua “resistenza mentale”.

D’altra parte è un modo anche per allenarsi non ti sembra? 🙂

Ma non credo che tu possa farcela ad arrivare fino in fondo…richiede troppo impegno da parte tua e già sento la serie di scuse che stai mettendo in atto.

Peccato perché al termine ci sarà un esercizio da fare che potrebbe esserti molto utile a patto che tu decida…di metterlo in pratica.

Genitori e figli nello sport perché parlarne?

Perché la famiglia gioca un ruolo molto importante nella prestazione finale dell’atleta-figlio. Solo che  nella società attuale, nella maggior parte dei casi,  in assoluta buona fede, non  ci si rende conto di questa grande responsabilità,  delegando all’esterno le colpe degli insuccessi dei propri ragazzi o di aspettative disattese.

Per troppo amore, alla fine si perde di vista o si tende a confondere quello che è il bene principale dell’atleta-persona: la sua felicità nel praticare uno sport che lo renda vivo e lo appassioni. Tutti pensano che il proprio figlio sia un campione e che per essere tale agli occhi degli altri, debba avere in bacheca medaglie da esibire, in modo tale che sia lui stesso oggetto di esibizione, orgoglio all’esterno. Sia chiaro che per fortuna non è per tutti i genitori così. Ma se oggi sulla maggior parte dei campi, ci sono cartelli come questi, non si può negare che un problema esiste.

Che tu sia un genitore, un atleta o un allenatore, come nel mio stile non sono qui per insegnarti qualcosa perché il miglior maestro di te stesso sei tu. Attraverso questa storia, mi piace l’idea di darti la possibilità di vedere l’argomento da un altro punto di vista, quello di due sorelle del volley emigrate  negli Stati Uniti per giocare e studiare al College e dalla mamma ex atleta e allenatrice. Ti racconteranno le strategie mentali che hanno adottato per superare le difficoltà incontrate nello sport e di come i loro genitori hanno contribuito in questa fase importante di crescita.

Le strategie mentali di due giovani sorelle pallavoliste emigrate negli Stati Uniti

Susanna e Dora sono due sorelle che sono arrivate per caso al Volley, come succede quasi sempre in queste occasioni. All’inizio infatti entrambe, quando vivevano con in genitori a Bollate, un paese a pochi chilometri da Milano, praticavano un’altra disciplina: il Softball.

Una scelta quasi naturale, visto che la mamma è stata una ex atleta nazionale. Poi però nella vita le cose cambiano. Si trasferiscono a Castel Bolognese e per motivi logistici sono costrette a valutare altre discipline. Tutto sommato quello che contava era fare sport. Si avvicinano alla pallavolo, trovando l’ambiente giusto e da quel giorno è una passione che continua a fluire dentro i loro cuori in modo inarrestabile. Non sempre va tutto bene. Alle volte il loro amore per il volley viene messo a dura prova da numerosi ostacoli da superare.

Come le acque di un fiume che ogni tanto cambia il suo ritmo inventandosi delle “cascate” improvvise  Susanna e Dora, con il supporto della famiglia, si  tuffano con coraggio in  questi momenti difficili. Ancora non sono consapevoli che saranno i più importanti della loro vita sportiva,  perché contribuiranno fortemente alla formazione del carattere. Oggi, ripercorrendo quel periodo, sono invece grate di aver fatto quest’esperienze, e dalle parole con le quali mi raccontano la loro storia, traspare tutta questa consapevolezza.

Soprattutto sono grate ai genitori che le hanno lasciate libere di viverle, restando nell’ombra con la giusta presenza dosata. Adesso si sentono pronte per sfidare qualsiasi ostacolo.

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SUSANNA PEONIA 22 anni

“Se fai solamente quello che sai fare non sarai mai più di quello che sei ora” (Kung fu Panda)

 

Susanna Peonia

Quando hai cominciato a giocare?

Quando ho avuto la fortuna di incontrare un allenatore come Manuel Turrini che investiva molto del suo tempo su di me.  Sicuramente per l’aiuto che ho ricevuto mi sono trovata bene sia con lui che con le mie compagne di squadra. Poi  sono arrivate le prime soddisfazioni e la passione si è accesa definitivamente. Ho capito grazie a lui, che senza l’impegno la passione da sola non basta.

Gli parlo ancora non ho mai perso contatto. È stato bravo  a trasmettermi l’amore che  lui stesso ha per lo sport. Ha un incredibile determinazione per trovare un modo per migliorarsi sempre. Anche se lui durante l’anno migliora una sua giocatrice, non si accontenta. Infatti mi diceva: “sei migliorata è vero.  Però possiamo fare meglio”. Il fatto che riconoscesse i miei sforzi mi faceva stare bene. (ndr l’arte di essere capaci di dare un feedback…positivo all’atleta. In questo modo si ottiene di più)

Perché ti piace la Pallavolo?

Perché in una maniera o nell’altra sei sempre coinvolto in quello che sta succedendo, perché se una persona cede la squadra comincia a vacillare.  Si sente nella pallavolo se la seconda linea non ti da la ricezione giusta. Vuol dire che il palleggiatore deve correre da tutte le parti e poi darà una palla imprecisa allo schiacciatore. Tutte le nostre azioni sono collegate tra loro.

Ti arrabbi facilmente se le cose stanno andando male in partita?

Non sono mai stata una persona tendenzialmente che si arrabbiava con le compagne di squadra perché anche io sbaglio.  Però dopo un po’ che la stessa persona fa lo stesso errore senza fare nulla, senza aggiustarlo allora si mi arrabbio. Alle volte la giocatrice ha la grinta  e non fa lo sforzo di cambiare il suo metodo per avere una performance migliore. Ad esempio qualcuna diceva “ma io l’ho sempre fatto cosi e continuo a farlo cosi anche se è sbagliato o c’è  un modo migliore per farlo” . Questa cosa mi faceva arrabbiare.

Il trasferimento dall’Italia verso gli Stati Uniti

Ammetto di aver avuto difficoltà  il primo anno perché il metodo di gioco è diverso. Infatti qui esiste un ruolo il  DS difence specialist, un giocatore specializzato nella ricezione. Mentre in Italia in generale i giocatori sono completi, almeno all’inizio non si specializzano e imparano tutti i fondamentali. Qui invece i giocatori non son completi quindi ci sono altre ragazzine piccoline DS che entrano a posto degli attaccanti o per gli opposti e quindi ogni volta che girano gli attaccanti giocano solo in prima linea e i DS solo in seconda linea e il libero per i centrali. Il Difence specialist non esiste in Italia perché da regolamento non hai abbastanza cambi per metterlo in pratica.

Metodo e mentalità

Il problema qui, secondo me diciamo che cercano di specializzare i giocatore solo in una cosa: attaccanti, palleggiatori, seconda linea difesa ecc., invece di fare un tipo di allenamento che comprende tutti i fondamentali. Un problema che sto avendo  mentre sto allenando le Under 16 alle quali sto insegnando a fare tutto. Sono basse e mi dicono che a loro è stato detto che non possono palleggiare. (ndr la piaga degli stereotipi…)

Io credo che tutti hanno bisogno di fare tutto.  Quando poi hai i tuoi fondamentali, solo dopo ti puoi specializzare nel tuo ruolo. I giocatori che vengono dall’estero sembrano i giocatori più bravi del mondo proprio perché abbiamo questa caratteristica.  Infatti io appena arrivata non uscivo mai dal campo. ( ndr che poi è l’obiettivo di ogni atleta…:-) )

Il doppio ruolo di allenatrice-giocatrice, in cosa ti aiuta essere sia allenatore che giocatrice?

Mi aiuta molto perché mi rendo conto delle difficoltà del ruolo. Ad esempio nonostante mi avessero dato  da allenare a me e alla mia compagna di squadra tedesca  gli scarti degli scarti della categoria Under 13 e  Under 14,  abbiamo fatto la finale arrivando seconde. A fine partita i genitori quasi piangevano e ci hanno ringraziato. Queste bambine avevano soltanto bisogno di qualcuno che dedicasse del tempo a spiegare loro bene le cose. Proprio come successe a me all’inizio. 

Il ruolo dei genitori

Il rapporto con i genitori delle mie atlete è molto difficile. Alle volte ti fermano a fine allenamento chiedendoti  se la figlia sta  migliorando. Non mi dispiace, anzi il contrario. Solo che spesso mi  chiedono cosa possono fare per  giocare di più  e cerco di fargli capire che ogni ragazzina  ha bisogno del suo tempo per acquisire la tecnica.  È naturale che sia così. Ma i genitori fanno fatica ad accettare tale situazione perché sono costantemente concentrati nel  comparare i propri figli con gli altri. Niente di più sbagliato.   Si intromettono tecnicamente. L’altro giorno, ad esempio,  mi è arrivata perfino una mail dove il genitore mi diceva di avere un  bisogno disperato di aiuto. Sai perché? Perché sua sua figlia non riusciva a battere sopra la rete.  Piano piano invece sta migliorando. Il fatto che questa mamma sia disperata  mi sembra assurdo.

Lo studio e la nazionale

Non volevo andare più a scuola. Poi quando sono venuta qui, ho capito che l’impegno a scuola ci vuole. Ormai  per l’economia ogni volta che guardi le offerte di lavoro se hai una laurea sei più avanti di qualcun’altro.

Non sono mai riuscita purtroppo ad entrare nel giro della nazionale.  A differenza di mia sorella ho sempre giocato in una società piccola. Una volta ho giocato a Orago senza riuscire a raggiungere quei livelli. Però tutta questa esperienza mi è servita qui in America perché la nostra pallavolo è  molto riconosciuta a livello internazionale. 

Hai un sogno nel cassetto?

Il mio problema è che voglio fare troppe cose nello stesso momento. (ridiamo…è anche il mio   ) Il mio sogno è fare l’interprete, una professione molto  difficile.  Devi viaggiare tanto sacrificando molto del tuo tempo e  mi piacerebbe avere  una famiglia, giocare, vivendo nello stesso posto dove vive il mio ragazzo.

Come affronti i momenti difficili? Quali sono i tuoi punti di forza?

La mia qualità è  che  nei momenti difficili riesco a pensare con lucidità. In particolar modo riesco a pensare in un  modo differente di fare le cose.  Capisco cosa non sta funzionando e come rimediare. Nelle giornate no,  va beh non c’è un minimo di speranza. Non ti puoi neanche arrabbiare cerchi di fare il meglio che puoi.

Un momento veramente difficile è stato in Italia quando mi allenavo con un allenatore top nazionale. Non gli tolgo nulla ma i suoi metodi mi uccidevano. La prima volta  io ero al muro per allenare questo fondamentale. Mi ricordo che mi aveva detto spalle più dritte e mi ha dato un ceffone in mezzo alle spalle…i suoi metodi sono fuori dal mondo anche se è stato l’anno in cui sono migliorata tanto. 

La strategia mentale per superare la difficoltà con l’allenatore

Non avevo paura di lui molte altre invece si. Poi ho cominciato a prenderla sul ridere, tanto non potevo cambiarlo.  Lui è una buona persona ci puoi scherzare quando finisce allenamento ogni tanto lo facevo ridere e da li ho imparato che cambiando il mio approccio permettevo a me stessa di andare all’allenamento molto serena. Dopo un po’ anche nello spogliatoio ne parlavamo tra di noi ed eravamo arrivate alla conclusione che gli allenatori non cambiano o non vogliono cambiare. Noi tutte comunque dovevamo  trovare modo per superare insieme, come squadra questa difficoltà. Guardi una tua compagna lei ti tranquillizza senza metterci sforzo. Basta uno sguardo senza dire tante parole. Noi facevamo così.

Il ruolo della famiglia

Nel mio percorso la risorsa più importante è stata la famiglia che mi ha supportato nei momenti difficili e  nel mio trasferimento. Nel caso degli Stati Uniti mi hanno chiesto se volevo andare. Parlando di un esperienza personale di una mia cara amica, i genitori all’inizio non volevano.  Adesso ha deciso di venire qui ma ha dovuto lottare per ottenere il loro supporto. Per me è stato il contrario perché quando dovevo dare una risposta non volevo venire avevo paura e mio papà mi disse che se alla sua età avesse avuto questa opportunità sarebbe corso. Va beh ho pensato…andiamo alla fine sono stati loro che mi hanno convinto di venire qua.

Ho vissuto con persone  e culture diverse che mi hanno arricchito dal punto di vista personale.  Riesco sempre ad arrangiarmi bene o male da sola.  Quest’anno lavoro, vado a scuola, mi alleno ed è  il primo anno che non devo chiedere soldi ai miei genitori. Questo mi ha permesso di imparare cosa vuol dire  fare i conti con le spese da sostenere. Ogni cosa che si comincia non è sempre facile. Mi ricordo che la prima volta che dovevo scrivere i temi in inglese non ero capace. Poi grazie anche all’aiuto del mio ragazzo portoricano ho capito che per ogni cosa bisogna solo avere pazienza  lasciandosi il tempo giusto per imparare.

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DORA PEONIA 19 anni

“Esiste un circolo vizioso nello sport più ti diverti più ti alleni.  Più ti alleni più migliori. Più migliori più ti diverti”.

Doria Peonia

Quando hai cominciato a giocare?

Ho iniziato a giocare volley quando avevo 10 anni. Sono felice di aver scelto uno sport di squadra perché mi aiuta a confrontarmi con le persone perché ognuno è diverso, ha le sue debolezze e forze che siano e tu quando sei una squadra devi capire che non ci sei solo tu.  Devi anche considerare che ci sono altre persone accanto a te e di questo sono veramente grata alla pallavolo. Mi piace perché non c’è contatto fisico e si gioca al chiuso.

Come reagisci  alla sconfitta o se c’è  qualcuno che non si impegna

Se una non si impegna glielo dico perché ci sono conseguenze per tutte. Io penso che la cosa fondamentale sia la comunicazione perché se non comunichi sei esclusa sia dentro che fuori dal campo. Per questa esperienza che sto vivendo in America, le atlete non son molto disposte a farlo. Sono gli allenatori che organizzano le cose, per farci fare gruppo. Mentre in Italia era un iniziativa di tutte, tipo a fine partita si mangia la pizza insieme. Secondo me è una cosa che dipende dalla cultura americana. Devono essere coinvolti e hanno difficoltà ad approcciarsi nel gruppo, mentre nella relazione one to one ho notato che sono già migliori amiche dopo due giorni. Io essendo più matura diciamo ho un po’ delle idee diverse e quindi sto provando a introdurre la cultura italiana.

Il trasferimento negli Stati Uniti

Ho preso spunto dalle mie cugine Greta e Lara che per prime, nel Softball sono partite per fare questa esperienza di studio giocando allo stesso tempo. Poi a seguire c’è stata mia sorella Susanna e avendo come riferimento i loro racconti, sono partita direttamente dal college rispetto a tutte loro che invece erano andate alla Junior. Sto studiando Marketing e Spagnolo. 

Come riesci a conciliare studio e allenamenti?

Qui mettono in primo piano lo studio perché se vai male a scuola non ti fanno giocare anche se sei il miglior giocatore.  Tutto è strutturato: adesso ho lezione la mattina e poi mi alleno tutto il pomeriggio.  Per quanto riguarda il tempo per studiare il primo anno tutti gli atleti hanno l’obbligo di andare in biblioteca dove siamo seguiti da una sorta di tutor che ti aiuta ad entrare nel meccanismo e darti un metodo di studio.

Hai un sogno?

Vorrei giocare tra i professionisti. E poi il mio sogno sarebbe la nazionale. Ci provo anche se so che è quasi impossibile perché sono lontano e perché difficile che mi possano prendere in considerazione. Ma sognare fa bene quindi…lo tengo in lista ( ridiamo)

Nel tuo modo di essere atleta, ti ispiri a qualcuno?

Il mio idolo pallavolistico è Valentina Arrighetti perché è un centrale come me e perché ogni volta che gioca è una tosta. Non molla mai . Ha un energia in campo che si vede che può dare la svolta nella partita e sto cercando di avere anche io questo approccio in partita, con il mio stile. Io esulto un sacco…ho tante foto mentre urlo.

Non posso poi non  ricordare l’esperienza che ho fatto alle superiori giocando a Orago vicino a Varese. È stata una tappa importante per la mia vita sportiva.  Mi sono fatta, come si dice “le ossa” perché il mio allenatore era tosto.

Come si fa alla tua giovane età a superare  ad esempio la difficoltà di relazionarsi con un allenatore diciamo scontroso.  Cosa ti senti di consigliare?

All’inizio ad esser sincera piangevo tutti i giorni era quasi un incubo andare agli allenamenti. Poi ho capito che gli allenatori che si comportano cosi tra virgolette è il loro stile e poi lo fanno per il tuo bene per trarre il meglio di te.  (ndr si intende quelli bravi tecnicamente, non quelli che urlano senza motivo o senza avere le competenze tecniche di qualità)Tu devi ribaltare quello che dice. Accogliere solo le informazioni tecniche e lasciare andare tutto quello che di cattivo poteva dire. Comunque alla fine se doveva farmi i complimenti o dirmi brava lo faceva…già era qualcosa.

Ho imparato dopo una murata o un errore a pensare a quello che devo fare dopo senza rimuginare perché sapevo che le mie compagne erano li per me e io per loro. Dovevo fare il mio meglio per tutte.

Come sei arrivata ad adottare questa strategia?

Grazie ai miei genitori. Essendo stati atleti non si intromettevano completamente.  Mi davano dei consigli senza mai parlarmi male dell’allenatore, ma poi ero io a sbrigarmela da sola. Loro intervenivano solo in caso di  problemi di salute. Mi dicevano che ero forte e che ce l’avrei fatta. Mi davano un supporto grandissimo e per questo sono grata a loro. Ci sono arrivata a capirlo con le mie forze. Dopo un po’ che piangi e te la prendi con te stessa ti stanchi,  ti stufi. Sai che può esser colpa sua. Ma è come tu reagisci che fa la differenza. Così ho deciso che avrei cambiato atteggiamento. Dopo questa esperienza posso affrontare qualsiasi cosa.

C’è un po’ di individualismo all’interno della squadra?

Si diciamo che secondo me questa cosa è condizionata da come si comporta  l’allenatore ma prima di tutto parte dall’atleta. L’individualismo è diverso da essere leader. Ho notato specialmente qui che alcune persone vogliono spiccare, sorprendere l’allenatore,  si concentrano solo su di loro senza pensare che ci sono anche altre persone e queste si ripercuote sulla  squadra.  Se giochi solo per te stesso le cose non funzionano bene. L’allenatore fa la differenza

Cosa ti senti di consigliare ad una giovane atleta che vorrebbe fare un percorso come il vostro, a prescindere dallo sport praticato.

Io le  direi di non avere mai paura. Cioè è normale averne un po’. Mi sono trasferita quando avevo 13 anni e non posso nascondere di averla avuta, ma mi piaceva  farlo. Se tu hai quel  coraggio di dire vado alla fine è tutto in discesa, di non mollare mai anche se scontato e di essere sempre aperta ad ogni cosa. Semmai un allenatore ti dice una cosa, e non sei d accordo pensaci prima di criticarlo.

In ogni situazione cerco di divertirmi ad esempio durante i pesi se mi metto a urlare e incitare le mie compagne mi diverto e mi passa meglio. E poi sono una persona alla quale non piace dare fastidio o cambiare gli altri piuttosto faccio qualcosa io per metterli  a proprio agio senza però cambiare la mia personalità e i valori in cui credo. 

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Il punto di vista della mamma: CANDIDA CERRI ex atleta nazionale Softball, campionessa Europea 1986, ex Tecnico Nazionale Ragazze.

“La determinazione di raggiungere i propri scopi è ciò  che più conta. Se la vostra mente mira a qualcosa con sincerità, il vostro cervello, il vostro corpo, il vostro ambiente, tutto inizierà a muoversi in tale direzione”

Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai internazionale.

Candida Cerri con il collega dello staff della Nazionale Fabio Borselli (Collecchio Campionai Europei 2012)

Ho conosciuto Candida sui campi da Softball durante un torneo internazionale. Io arbitravo e lei era uno dei tecnici della Nazionale categoria Ragazze. Quello che mi colpì subito di lei osservandola fu l’assoluta padronanza del suo ruolo, senza la necessità di urlare e portando rispetto a tutti: alle atlete prima di tutto, ai suoi colleghi e agli arbitri, trasmettendo una serenità e tranquillità alle sue atlete con la giusta dose di grinta e diventando per loro un modello da seguire nell’atteggiamento da tenere in campo. Una caratteristica che apparteneva anche a tutto il resto dello staff. Le bastava comunicare in un certo modo e tonalità di voce per farsi ascoltare da loro, dando un certo stile a tutta la squadra che era evidente a tutti. Questo modo di allenarle, le permetteva di ottenere il massimo dalle piccole ragazze. Nonostante non fossero molto quotate, rispetto alle altre squadre partecipanti,  vinsero a sorpresa il titolo europeo, dimostrando come si può vincere anche senza avere particolare talenti in squadra ma creando la giusta armonia. Io credo che questo aspetto fu l’arma in più che rese possibile una vittoria sulla carta impossibile.

Cosa ne pensi del rapporto genitore-figlio nella società attuale?

 C’è troppo controllo sui figli, sono troppo programmati e svolgono troppe attività, sembrano dei piccoli manager.  I genitori a loro modo si sentono di partecipare,  ma in realtà stanno interferendo. Specialmente quelli che non hanno mai fatto sport in vita loro. Non sanno cosa vuol dire essere un atleta e  ripongono  tutte le loro mancate aspirazioni  sui figli.

Quando allenavo Softball a Bollate, i bambini da piccoli giocano sempre il misto:maschi e femmine insieme. C’era un papà che, ogni volta che il figlio finiva la partita gli diceva le cose che secondo lui aveva sbagliato mortificandolo.  Un giorno l’ho preso da parte e gli ho chiesto:

Allenatore: senti ma perché fai cosi con tuo figlio?

Genitore: lui deve capire che lo sport va preso seriamente

Allenatore:questo è un gioco deve esser felice di giocare non può pensare di giocare con l’angoscia di sentire da parte tua tutte le cose che ha sbagliato.  Deve sentirsi felice, perché altrimenti  nella vita penserà che non è in grado di fare nulla e non è così.

Visto che purtroppo non era l’unico, mi sono messa d accordo con i dirigenti e ho organizzato una partita con i genitori,  che ovviamente giocavano malissimo perché nessuno era in grado di tenere una mazza o un guantone.  Si sono resi conto, vivendolo sulla loro pelle, quanto era difficile giocare. Alla fine abbiamo fatto un cerchio e ho detto loro:  Lasciateli giocare adesso che sapete cosa si prova.

Il punto di vista nel ruolo di genitore

Come hai fatto a spingere le tue figlie ad andare negli Stati Uniti?

Non tutti i genitori lo fanno. Quando arrivi ad un età capisci che la vita passa veloce. A miei tempi non c’erano queste possibilità e siccome erano piccole non potevano capire che esiste un modo per studiare e giocare anche fuori dall’Italia.  Tu invece da genitore cerchi di dar loro  questa possibilità lasciandole libere di andare anziché tenersele strette a casa.

Purtroppo in Italia la combinazione per queste due cose: essere brave a giocare e ottenere una borsa studio non esiste. perché il nostro sistema scolastico è completamente scollegato dallo sport. Se vuoi fare tutte e due le cose, sopratutto ad alto livello, devi fare sacrifici enormi.  Devi allenarti tutti i giorni, devi fare  anche un lavoro qualsiasi se vuoi giocare perché non tutte le discipline specialmente quelle minori, hanno la grande fortuna di avere uno stipendio dalla società. Poi dico sempre alle mie figlie che devono essere cittadine del mondo, di non accontentarsi mai, di studiare e di girare.  Qui inoltre quando finisci di studiare puoi diventare assistente allenatore e completare gli stdi con una borsa di studio. 

A parte i calciatori, gli altri atleti a fine carriera si devono reinventare. Specialmente nel femminile,  a parte il tennis, è raro trovare una società che ti paghi uno stipendio, e sempre con il rischio che durante la stagione finiscono i soldi e non si vengano pagate affatto. Non c’è tanto da fidarsi nel fare l’atleta professionista. 

La generazione dei millenials

Sono bambini che nascono con i telefono in mano non sanno cosa vuol dire far fatica è questa  colpa dei genitori. Ho preso cinque a scuola fa niente, “ecco qui un bel telefono nuovo”! Non c’e più il meccanismo con il quale siamo cresciuti noi: se vuoi ottenere qualcosa devi un pochino faticare. Adesso arrivano agli allenamenti con poca voglia  e appena devono fare fatica, si fermano oppure hanno un livello di concentrazione pari a due minuti quindi tu devi spiegare le cose in poco tempo e fargliele  fare subito.

Cosa consiglieresti ai genitori, visto la tua esperienza nel triplo ruolo atleta-allenatore-genitore?

Di andare a vedere le figlie perché per loro è bello avere la presenza della famiglia però di  non interferire,  senza commentare a fine partita  anche perché i figli non si creano un opinione ne su loro stessi e ne sulla situazione. Non si sente mai un genitore che dice: cosa ne pensi…tu? Bisogna lasciare che sia il ragazzo  a raccontare le cose, se non si allena in questa modalità, non saprà mai consapevole della  sua prestazione.

Con le mie figlie avevamo sempre un rituale a fine giornata:  evidenziare la cosa bella e la cosa brutta,  cosi imparavano a capire cosa fosse successo. Dora ad esempio dice sempre che  non gioca bene perché è super critica e gli  eccessi non vanno mai bene…. Devono essere loro a valutarsi.  Ed è un esercizio che potrebbe fare anche l’allenatore. Io con le mie atlete lo facevo sempre.

Il punto di vista da allenatore: La tua squadra è forte come il giocatore più debole

Fabio Borselli Allenatore Nazionale Softball Under 13 anno 2012, comunica con la sua piccola atleta. Una foto che mette in risalto la modalità, l’attenzione e il rispetto verso la ragazza.

L’autocritica individuale e di gruppo è costruttiva. Quella dei genitori è una  pressione inutile e l’atleta deve sapere che non puoi cambiare gli altri…sei tu “atleta” che devi cambiare atteggiamento nei confronti delle situazioni. Ad esempio quando bisogna fare i conti con lo stare in panchina. A mio modo di vedere, dal punto di vista mentale è  molto più difficile essere una riserva che un titolare,  perché alla riserva viene chiesto di entrare subito nel ritmo partita e fare meglio del titolare per risolvere il gioco.

Esiste purtroppo la mentalità stereotipata che chi sta in panchina sia scarso. È compito dell’allenatore non far passare questo messaggio cercando di tenere tutte ad un buon livello. Io ho sempre cercato di farle giocare tutte perché se ad un certo punto ti serve far giocare quella diciamo meno brava, devi averle dato la possibilità di sperimentare la partita altrimenti come fa ad affrontarla? L’allenatore deve cercare di tenere la squadra compatta. Non sempre sarà possibile farle giocare tutte, dipende dai momenti, e dagli obiettivi ma un bravo allenatore riesce a trovare il giusto compromesso tra risultato e crescita delle atlete, trovando il momento giusto. Molti dei miei colleghi in generale, anche nelle partite dove questo è fattibile, tendono sempre a voler mettere la vittoria in primo piano anche se poi di fatto non serve a molto…in un torneo anonimo ad esempio.

Cosa ne pensi di quegli allenatori che trattano male gli atleti o che non hanno una buona comunicazione con loro?

Io penso che sia importante avere una buona comunicazione sempre nel rispetto dei ruoli. Ma è importante, in quanto adulto, che il tuo atleta possa confidare sul tuo supporto perché puoi essere una persona fidata a cui l’atleta può rivolgersi in un momento di difficoltà  per qualcosa che magari non si sente di raccontare ai genitori. Come fai a fidarti di un allenatore che ti insulta? Dipende da che tipo di allenatore vuoi essere per il tuo atleta. Come vuoi essere ricordato, che cosa vuoi lasciare nelle ragazze che alleni? È raro che funzioni in queste condizioni quando insulti e urli tutto il tempo. Se le atlete resistono è perché hanno altro interesse quello di  imparare e non perché hanno stima di te. 

Da genitori, vi siete mai intromessi nelle dinamiche sportive delle vostre figlie?

Ci  siamo molto informati sull’ambiente, sull’allenatore. È importante sapere a chi si sta affidando i propri figli. A Orago purtroppo c’è stato il momento più difficile per loro, perché l’allenatore seppur bravo tecnicamente aveva dei metodi discutibili per come trattava le atlete. Allora abbiamo parlato alle nostre figlie dicendo loro di cambiare atteggiamento perché non avrebbero potuto cambiare il suo. Di  ascoltare solo quello che era utile e di lasciare andare tutto  il resto. L’unico momento in cui siamo intervenuti è stato per motivi di salute, quando a causa di un infortunio alla spalla, continuava a far giocare Dora senza curarla. Dal punto di vista psicologico le abbiamo aiutate dando dei suggerimenti sono state brave loro a metterle in pratica. Molte compagne di squadra non sono riuscite a reggere questa pressione  perché era una persona fastidiosa. Io una volta glielo ho anche detto ( non in presenza di Susanna e Dora) “non si vergogna a trattarle cosi?”. Mi ha voltato le spalle e se n’è andato! Almeno lui comunque era bravo, i peggiori in assoluto sono quelli che si comportano così e sono pure scarsi tecnicamente.

Ci sono dei libri che ti senti di consigliare ai genitori e perché?

Si, consiglierei di leggere :Siddharta di Herman Hesse perché ognuno ha il diritto di scoprire quello che ha dentro di sè

Il Vecchio e il mare di Hemingway  perché in certi posti si deve andare da soli.

EPILOGO

Allora cosa ne pensi? Non pretendo che tu sia d’accordo con questa visione. Quanto meno già il semplice fatto che tu possa rifletterci è un passo in avanti. Mi permetto di dire ad entrambi genitore e atleta-figlio, che essere campioni è uno stile di vita. Un insieme di caratteristiche alcuni delle quali puoi essere fortunato a possedere in modo naturale.

Altre sono competenze che puoi acquisire con l’allenamento. Poiché lo sport è lo specchio della vita. È una palestra di vita, sta a te decidere che significato attribuire alla parola campione. Le medaglie sono solo una diretta conseguenza e bisogna anche essere fortunati a conquistarle, trovandosi nel posto giusto al momento giusto. Una sorta di ciliegina sulla torta della consapevolezza di essere a prescindere da tutto e da tutti il campione secondo il tuo stile.

E per te genitore, il tuo unico obiettivo è controllare costantemente che il tuo “campione” sia un atleta felice, perché il giorno che non lo sarà più sarà quello in cui veramente avrai di che preoccuparti piuttosto che discutere se vince o perde, se è convocato oppure no.

 

Ringrazio di cuore Susanna, Dora e Candida per aver messo a disposizione di chi legge, tutta la loro esperienza.

Scrivere quest’articolo  mi è costato tanto impegno e tempo per fare in modo che tu possa trarne beneficio. Ti chiedo in cambio del tempo che hai dedicato a leggerlo, di divulgarlo il più possibile sui social per aiutare altri atleti, genitori e allenatori a guardare le cose da angolazioni diverse, trovando un punto di unione verso una pratica sportiva più adatta ai valori e ai principi che lo SPORT quello vero… rappresenta.

(si ringrazia per le immagini Susanna, Dora e Candida. Altre immagini tratte da google)

Aurora Puccio

 

Sport e Mental Coach certificata presso S.F.E.R.A.© Coaching del Prof. Giuseppe Vercelli (responsabile Coni dalle Olimpiadi Torino 2006 a Londra 2012,  e della Juventus School) e l’International Sports Academy™. Socio AICP (Associazione Italiana Coach Professionisti), esperta in coaching sportivo sia individuale che di squadra, specializzata nella pratica dell’Ipnosi Sportiva, in combinazione con PSYCH-K® tecnica che trasforma le credenze limitanti in potenzianti, e nell’applicazione del modello S.F.E.R.A.©. Integra la formazione con la Nutrizione e l’ Integrazione nel ciclismo e nello sport in generale, formandosi presso l’Accademia Nazionale Di Mountain Bike e con la comunicazione efficace, linguaggio del corpo attraverso una formazione tecnica teatrale.

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