Situazione Donna: Il teatro e le donne

Sempre l’ “assurdo “ in bilico sulla testa delle donne: un paradosso anche per quanto riguarda il Teatro.

Roswitha of Gandersheim

Fin dalle origini di questa grande manifestazione artistica, alle donne non è concesso calcare le scene, interpretare i personaggi femminili di cui peraltro sono pieni i drammi e le commedie e questo divieto durò fino all’epoca della Commedia dell’Arte!

Nel Teatro greco le donne, pur essendo grandi protagoniste della trama, venivano interpretate da uomini. Anche nel teatro giapponese avveniva la stessa sostituzione di genere.

Nelle tragedie greche  in metà dei titoli compaiono nomi femminili.

I personaggi di Medea, Elena, Fedra, Antigone, Elettra, Ecuba, Clitennestra sono paradossalmente le donne dai sentimenti più estremi, passionali, vendicativi ed eroici, ad essere rappresentate, ben  lontane dai modelli rassicuranti delle pacate, remissive, invisibili donne relegate nel gineceo delle dimore greche.

Medea

Gli uomini congiurano a tenere un velo sull’immagine autentica della donna – tuttora avviene – ma la vietata,   invisibile realtà femminile è più forte di ogni mistificazione, i caratteri e le voci libere spuntano da ogni forma d’arte.

Le donne scatenano guerre, come la bella Elena, sfidano i sovrani, come l’eroica Antigone, si ribellano ai mariti, come la sventurata Medea, provano passioni estreme, come la scandalosa Fedra.

Ma questo avviene senza la vera interpretazione scenica femminile, considerata troppo pericolosa!

Nella “Repubblica” Platone condanna invece l’interpretazione dei ruoli femminili da parte di uomini, perchè “ coloro che recitano personaggi immorali e psicologicamente DEBOLI come una donna che si dispera per amore, acquisiscono le loro caratteristiche nella vita reale “. In effetti i personaggi femminili venivano utilizzati dagli uomini per esplorare stati psicologici che erano loro preclusi.

Dopo la caduta dell’Impero Romano sembrò che il Teatro non dovesse più esistere. La Chiesa Cattolica, ormai diffusa in tutta Europa, disprezzava il Teatro e addirittura SCOMUNICAVA gli attori! Il Teatro fu bandito in tutta l’Europa cristiana per quattro secoli dopo il sacco di Roma del visigoto Alarico nel 410 d. C.

Sopravvivevano i giullari, eredi del mimo e della farsa atellana, che intrattenevano il popolo nelle città e nelle campagne con canti e acrobazie, ma su di loro pendeva la condanna della Chiesa, che peraltro inaugura una forma teatrale, come il dramma religioso  e le sacre rappresentazioni.

Tra il 935 e il 973 emerge inaspettato un fenomeno eccezionale da un ambiente da cui meno si poteva prevedere: la monaca sassone Roswitha di Gandersheim, considerata la prima poetessa tedesca, per quanto abbia scritto in lingua latina, è la prima donna che  scrive drammi per il Teatro,  che dipingono una realtà varia e  venata di ironia.

Questa straordinaria monaca sfonda un muro ritenuto invalicabile: addirittura scrive opere per il Teatro!

Roswitha ci spiega il significato del suo nome: clamor validus = voce squillante, per la missione profetica che lei assumeva, componendo poemetti e drammi, singolari per le trame ideate da una suora di quell’epoca, trame che descrivono miracoli, ma anche prostituzione, amori e tradimenti.

Dichiara di ispirarsi a Terenzio, con vicende che vedono vittoriosa la fragilità femminile, domando la forza maschile. Al centro dei suoi drammi c’è la figura positiva della donna, riscattata dalla mentalità misogina medioevale.

Nella leggenda  di San Basilio un servo vende l’anima al diavolo in cambio dell’amore della figlia del suo padrone, ma poi si pente  e riottiene il contratto stipulato.

Il martirio di San Gandolfo narra la storia di un feudatario contemporaneo di Pipino, padre di Carlo Magno. Un giorno, tornando da un’impresa vittoriosa, si fermò ad osservare un campo fiorito, che al centro aveva una fontana. Gangolfo comprò il campo, ma la fontana smise di zampillare finchè, dopo che ebbe piantato in terra il proprio bastone, l’acqua tornò a sgorgare. Dopo essersi sposato, fu tradito dalla moglie con un chierico e, in base a quel sospetto, le ingiunse di immergere la mano nell’acqua miracolosa che provava l’innocenza delle persone. La moglie colpevole ritrasse la mano bruciata. Gangolfo bandì il chierico, che in seguito uccise il suo signore e fuggì con la vedova. La tomba di Gangolfo divenne méta di pellegrinaggio, ma la vedova schernì quella tomba  e perciò fu punita in modo particolarmente ridicolo: ogni volta che avesse cercato di parlare, dalla bocca le sarebbero usciti suoni simili a quelli emessi dal fondo schiena.

Il modo di interpretare leggende apparentemente sacre è evidentemente insolito, ma fa trapelare il desiderio di realtà che predomina ogni formalismo che ci si potrebbe aspettare da una monaca.

Fu probabilmente per questo motivo che Roswitha nella sua epoca ebbe pochissima diffusione, mentre fu rivalutata e apprezzata nel periodo umanistico.

Luciana Brusa

Luciana Brusa, vive tra Milano e Casole d’Elsa ( Si ). Ha pubblicato studi filologici inerenti alle materie letterarie che insegnava; poesie, articoli su giornali in occasione di interviste a personaggi della cultura che presentava agli allievi. Ha partecipato all’Antologia ” Per un archivio della Piccola memoria” edito dal Comune di Milano. Settore Biblioteche ( 2004 ). Ha pubblicato tre romanzi: ” La Festa dell’UVA” ed. MEF Firenze ( 2005 ), ” Scherza coi Fanti ” con prefazione di Andrea G. Pinketts. ed. Albatros Il Filo ( 2010 ) e “Il peso nel ventre” con prefazione di Anna Marani Cortese ed. Sport & Work (2016). Dal 2013 collabora al giornale Sport & Work.

 

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