Start Up Sport & Work

In data odierna diventa operativo il giornale online “Sport & Work“, qui potrete trovare news e articoli riguardanti il mondo dello sport e del lavoro.

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Start Up 2013

Meeting 2011

Workshop di formazione aziendale
presentazione giornale Sport & Work

In una bellissima cornice di pubblico, presenti nominativamente circa 80 aziende della provincia di Milano interessate al nuovo progetto editoriale, il 14 aprile 2011, presso il teatro Luciano Piana a Cesano Boscone(Mi), si è svolto il “MEETING 2011”, workshop di formazione aziendale durante il quale è stato presentato il progetto editoriale del giornale Sport & Work

La serata è stata introdotta da Claudio Trementozzi, giornalista e consulente di comunicazione, il progetto è stato esposto dal co-ideatore Claudio Mantovani e dall’editore Giampaolo Santini.

Max Bindi, senior training di HRD Training Group ha organizzato il workshop

“ rilanciare se stessi e il proprio business”.

 Perché questo progetto? L’abbinamento tra sport e lavoro per rilanciare il business imprenditoriale e quello sportivo.

Le imprese sono tuttora in sofferenza, dati statistici affermano la tendenza di chiusure di aziende, circa 30 al giorno, la disoccupazione giovanile sta raggiungendo percentuali preoccupanti, la difficoltà della gestione sportiva è davanti agli occhi di tutti.

Il collegamento tra impresa e impresa contribuisce al rilancio ed allo sviluppo dello sport.

Il giornale Sport & Work vuole fare da collante e da supporto tra questi due mondi.

 

“dobbiamo ricominciare ad investire per il futuro e creare nuove condizioni per lo sviluppo

Giampaolo Santini

 

I giovani,quale futuro?

 

I giovani quale futuro? disoccupazione?studio? lavoro?

Alla luce della situazione globale attuale, che resta ancora molto problematica, tentiamo di fornire un’analisi completa riguardo il futuro dei giovani d’oggi, dopo l’acquisizione del diploma.

Quale destino li attende?

Le molteplici statistiche annunciate dicono che il 6% si iscrive all’università, il 25% trova lavoro.

E gli altri? Il 38% è subito disoccupato, il restante 31% non cerca lavoro.

Gli indirizzi dei giovani sono molto diversi secondo il corso di studi frequentato.

Il 70% dei liceali sono frequentatori di studi universitari, un 22% è studente/lavoratore, il 45%  che proviene dagli istituti professionali va all’università, interessante invece il loro dato statistico: il 55% dei frequentatori di studi professionali trova lavoro immediatamente!

Capire e/o entrare nel mondo del lavoro sta diventando sempre più difficile.

Per coloro i quali si è spalancata la porta dell’azienda soltanto il 25% riesce a conquistare un posto di lavoro a tempo indeterminato, il 35% ha un contratto di apprendistato, un pesantissimo 40% deve accettare le molteplici soluzioni previste dai contratti atipici.

A questi preoccupanti dati e tipologia di lavoro si deve aggiungere un dato ancora più allarmante:

la retribuzione media raggiunge al netto circa € 950,00, che per qualcuno, in questi tempi di magra può sembrare tanto.

Ma questi giovani, quello che hanno imparato a scuola quando lo utilizzano e come?

Le aziende riescono sempre ad utilizzare al meglio i giovani lavoratori?

Ci viene in aiuto ancora la statistica: il mondo aziendale e quello scolastico seguono strade completamente diverse.

Il 40% non utilizza quanto appreso, il 45% riesce ad utilizzarlo solo parzialmente, finalmente un 15% dei diplomati sorride soddisfatto!!!!

Di fronte a questa situazione appare evidente che occorre provvedere nell’immediato ad una completa razionalizzazione e miglioramento degli attuali piani di studio, affinchè azienda e diplomato percorrano insieme una strada finalizzata all’impiego, affinchè le nostre risorse umane culturali possano concretizzare le loro aspirazioni e contribuire allo sviluppo sociale /imprenditoriale per il benessere del Paese.

Alla luce di quanto sopra ed in considerazione di una sempre più galoppante disoccupazione giovanile quali sono i presupposti per concretizzare una posizione di lavoro?

Le soluzioni possono essere molteplici ma una soltanto può essere determinante: diventare polivalenti ed in ogni caso iniziare a lavorare,  anche con mestieri non inerenti alla propria formazione culturale e scolastica. Vivendo una lunga stagione di stagnazione uno dei punti di forza di rinnovamento può essere contrassegnato da grandi intelligenze individuali,e i nostri giovani ne sono in possesso senza mai riuscire però a fare sistema. Abbiamo l’obbligo di cercare nuove strade per costruire il network di tali intelligenze.

Occorre uscire da un “immobilismo sociale” tentando di crescere in un nuovo stato generazionale.

Giampaolo Santini

 

 

 

I bambini troppo vestiti rischiano di ammalarsi più spesso

La primavera è ormai alle porte, le giornate si stanno progressivamente allungando sempre più, e il maggior numero di ore di irradiazione solare comporta naturalmente un innalzamento delle temperature medie, specialmente durante la fase diurna, spesso persino in presenza di cielo comunque nuvoloso.

Eppure, se ci facciamo caso, osservando con attenzione la stragrande maggioranza dei bambini da 0 a 7-8 anni almeno di età, noteremo come l’abbigliamento non sia stato ancora adeguato alle variate esigenze che la stagione in arrivo comporta, e risulti pertanto il più delle volte esagerato e controproducente. Solo i più grandicelli si salvano da questa sciagurata tendenza all’infagottamento preventivo contro i possibili “colpi d’aria”, perché se possiedono un minimo di autonomia, personalità e capacità decisionale si ribellano, istintivamente (per fortuna!) a chi cerca di imporre loro la famigerata maglia in lana della (presunta) salute, oppure la classica accoppiata cuffia o cappello + cappuccio del giaccone.

Bisogna smettere di proteggere in questa maniera dissennata e innaturale i bambini dal freddo, giustificando la cosa con lo spauracchio delle malattie, perché sarà proprio questo atteggiamento iperprotettivo, come spesso del resto capita anche in altri ambiti della pedagogia, a creare i presupposti per facilitare lo sviluppo dei problemi che si vorrebbero evitare.

I tanto temuti microorganismi che ci possono attaccare sono infatti capaci di trarre grande vantaggio dalla scarsa abilità che un organismo poco allenato a resistere alle variazioni termiche dimostra, in quanto è proprio l’eccesso di abbigliamento che scoraggia l’acquisizione di idonei meccanismi di termoregolazione, malgrado Madre Natura li abbia accuratamente previsti.

I bambini tenuti sotto la proverbiale “campana di vetro” sono quelli che poi, se soltanto sostano 30 secondi davanti al frigorifero di casa aperto, si ritrovano facilmente ammalati; invece quelli abituati sin da piccoli e gradualmente a stress termici importanti, per esempio dalla frequentazione di piscine e/o dalla pratica di sport all’aria aperta, magari anche con il maltempo, risultano molto più “temprati” e – lo dicono inconfutabili statistiche – fanno per esempio meno assenze da scuola per malattia.

Senza contare poi il danno a carico delle mucose respiratorie che pure il riscaldamento eccessivo dei luoghi ove il bambino è costretto a soggiornare a lungo può comportare: esistono asili-nido e scuole che arrivano ad avere 25-26 °C, contro i 20° C al massimo consigliati dal buon senso.

Va sottolineato che in questo caso si tratta di una insidia ambientale da cui non basta spogliarsi e rimanere in maglietta per salvarsi, in quanto una simile temperatura, seccando inesorabilmente le mucose dell’apparato respiratorio, contribuisce a renderle più recettive alle infezioni perché compromette l’azione dei cosiddetti “anticorpi di superficie”, vale a dire quelle che sono le nostre prime armi difensive contro i germi che ci attaccano.  Oltretutto, sappiamo benissimo che i batteri amano il tepore, in quanto per essi una stanza troppo riscaldata è come se rappresentasse una gigantesca incubatrice… così una virosi banale come un raffreddore può molto più facilmente trasformarsi in una patologia impegnativa come otite, sinusite, tonsillite, bronchite, ecc… con fastidi, tempi e costi di guarigione molto maggiori.

La prima regola di sicurezza ambientale da osservare durante la brutta stagione è dunque quella di non superare i 18-19° C, con una umidità di circa il 60%, e di non esagerare mai con l’abbigliamento. A dimostrazione poi di quanto sia importante rispettare queste direttive, basta analizzare le statistiche riguardanti la terribile SIDS, cioè la cosiddetta morte improvvisa in culla del lattante: essa risulta essere molto più frequente in bambini troppo vestiti e ospitati in stanze eccessivamente riscaldate.

Le tanto famigerate “correnti d’aria” non costituiscono quindi un rischio per un organismo adeguatamente allenato e pronto a termoregolare; inoltre sarà bene anche smettere di far indossare ai nostri piccoli il body, per il maniacale timore che gli si possano scoprire pancia o schiena, come se da questo potesse derivarne chissà quale pregiudizio alla salute.

Se si riflette un attimo, è facile capire che il body risulta essere in realtà un capo d’abbigliamento tutt’altro che sano e consigliabile, soprattutto qualora venga indossato allacciato, per i seguenti precisi motivi:

–        impedisce il passaggio dell’aria verso l’epidermide sottostante

–        ne ostacola l’ossigenazione, già complicata all’interno del pannolino, facilitando infezioni ed alterazioni cutanee

–        scoraggia l’apprendimento delle competenze in campo termoregolatorio

–        nei maschietti, tende a tenere i testicoli troppo contro il corpo, facilitandone così un surriscaldamento deleterio e innaturale

A noi pediatri, specialmente durante i periodi dell’anno in cui c’è la tendenza ad una iperprotezione nei confronti del freddo, capita inoltre di essere interpellati per una tendenza stagionale alla stitichezza: potrà forse sorprendere, ma anche questo fenomeno fastidioso in realtà dipende dall’abitudine ad esagerare con l’abbigliamento. Infatti il surriscaldamento corporeo, indotto dall’eccesso di vestiario, comporta come minimo una perdita di liquidi inapparente ma cospicua per traspirazione, e i raffinati meccanismi omeostatici del nostro organismo, dovendovi porre rimedio, provvedono allora a recuperarli sottraendoli alle feci, che però risultano così nettamente più secche, e quindi meno facilitate nel loro transito intestinale…

Insomma, chi ha la responsabilità di decidere l’abbigliamento da far indossare a un bambino, che per caratteristiche metaboliche e comportamentali – a parte i primi giorni di vita – è in realtà un ottimo produttore di calore, una volta per tutte dovrebbe smettere di temere sempre che possa aver freddo, ma molto più razionalmente chiedersi: “Non sarà vestito troppo?”

Carlo Napolitano

Calano le Vendite, 10 utili consigli

Calano le vendite. Cosa fare ..come operare.

Oggi, come ieri, un direttore vendite ha come obiettivo finale quello di incrementare le vendite e cioè di in-crementare il fatturato della Azienda di cui si occupa e….se il fatturato cala ? cosa può fare ? quali sono le leve che può usare per invertire la rotta ?

Approccio iniziale : capire velocemente le vere cause e reazione immediata, ma come?

10 consigli utili da un esperto del settore:

1) Raffrontare il calo vendite con l’eventuale calo del mercato di riferimento

2) Capire se la problematica dipenda da carenze della propria struttura

3) Indispensabile il confronto diretto con la propria rete di vendita, tramite colloqui sia di gruppo

che con ogni singolo venditore ascoltando i feedback

4) Individuate le maggiori cause iniziare a risolverle partendo dalla risoluzione dei problemi più

rapida-mente risolvibili

5) Attuare i meccanismi per la risoluzione dei problemi più ostici

6) Fare attenzione a quelli che potrebbero essere definiti come “alibi del venditore”

7) Valutare che talvolta il venditore medio preferisce rimanere nella sua “area di confort” e cioè

continuare a vendere ciò che meglio conosce tra i prodotti dell’Azienda e talvolta punta solo su

quei prodotti che gli vengono chiesti.

8) Talvolta il venditore, se non giustamente valorizzato e/o incentivato, rinuncia ad opportunità di

fattu-rato piuttosto che spingersi oltre prendendosi in carico, magari, qualche piccolo rischio.

9) Il Direttore Vendite, è chiamato a prendere posizioni in Azienda per poter eliminare falsi pretesti

e motivare i suoi uomini di vendita

10) Il Direttore Vendite è chiamato, soprattutto quando le vendite calano, ad affiancare i propri

uomini con l’obiettivo di ottenere feedback non mediati

Inoltre:

Il Direttore Vendite deve:

A) caricare su di se la responsabilità della performance della rete vendita e deve anche proporre una

indagine sul “clima aziendale” che potrebbe essere la chiave di lettura del temporaneo

insuccesso e   svelare risvolti impensati

B) adottare nuovi strumenti atti a dare una svolta alle vendite

C) chiedersi e cercare la giusta risposta sul perché il o i venditori X ed Y invece non hanno un calo

di vendita e valutare come questi possano essere impiegati per un certo periodo a fare da

motivatori per quei venditori che sono medi o in difficoltà

Nessuna presunzione d’insegnamento ma solo riflessioni dettate da tanti anni trascorsi a gestire forze di vendita.

Claudio Mantovani

Tecnico in urbanistica

Tecnico in urbanistica, anni 29, laurea in pianificazione urbana e politiche territoriali, iscritto agli albi, esperienza e collaborazioni presso istituzioni pubbliche, competenza e utilizzo sistemi informatici ed elaborazioni grafiche.

Scrivere a: info@sportwork.net – rif. Tu01 (Sezione Contatti)