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Obolo alla Chiesa? Facciamo il punto

Chiesa povera…o … Povera Chiesa ???

Con l’approvazione della  parte economica del concordato sti­pu­lato tra Italia e Vaticano, le  parrocchie, (dopo censimento) , dovevano ritornare i loro beni ad uno speciale istituto diocesano. Le diocesi quindi potevano abrogare le parroc­chie spopolate, accorpare quelle piccole e ri­dise­gnare i confini di tutte. Infine, a partire dal 1990, ridistribuire in forma più equa i beni ac­corpati e inventariati, cedere i conventi vuoti e i terreni produttivi (con lo Stato italiano come primo cliente in caso di valore superiore agli € 800.000).

Dopo di che le parrocchie dovevano autofinanziare i propri sacerdoti e le proprie attività. In caso di insufficienti risor­se venivano aiutate dalle rispettive diocesi. Se an­che questo non bastava, interveniva la C.E.I. ( Conferenza Episcopale Italiana ).

E qui entra in gioco la vera novità. Rinun­ciando a corrispondere la congrua, lo Stato si è astenuto dall’ aiutare le nuove forme di finanzia­mento della Chiesa. La marcia di avvicinamento al nuovo regime è durata cinque anni.

Nel 1985/86 lo Stato ha distribuito ai parroci una somma pari a quella versata nel 1984 più gli aumenti di contingenza. Nel triennio 1987/89 lo Stato ha erogato la medesi­ma somma aggiornata del 5% l’anno, di­rettamente alla Conferenza Episcopale Italiana che  ha provveduto a  ridistribuirla  al  clero.

Con il 1990 è cessato ogni versamento diretto da parte dello Stato. La Chiesa deve fare affidamento sulle li­bere offerte dei cittadini, offerte agevolate da due novità introdotte nel modello 740 della denuncia dei redditi. La prima consente di defalcare dal reddito complessivo (fino ad un massimo di € 1200) le offerte fatte alla C.E.I.  La seconda consente, invece, ad ogni contri­buente di destinare l’8 per mille dell’imposta personale sul reddito alla Chiesa cattolica, oppure a scelta alle altre confessioni religiose che hanno firmato un accordo con lo Stato Italiano o allo Stato per “scopi di interesse sociale o di carat­tere umanitario “. Chi omette la scelta viene ripartito d’ufficio in proporzione alle scelte esplicitamente formulate dagli altri.

Non è facile fissare a quale epoca risalga il precetto ecclesiastico che imponeva “ di sov­venire alle necessità della Chiesa  e  di  ver­sare  le  decime  secondo  le  usanze “. Mentre la seconda parte del precetto era diretta a quanti conseguissero un utile dalla terra avuta in concessione dalla Chiesa, la prima parte era e rimane rivolta a tutti i fedeli indistintamente; chiamati a cooperare per le necessità della stessa: edificazione di un tempio, di un’opera parrocchiale, iniziative assistenziali e benefi­che, mantenimento dei sacerdoti e delle perso­ne addette al culto, costi di gestione…..

In questo caso il valore del contributo non viene specificato. “ Ognuno dia secondo le proprie possibilità “, si sente spesso dire. Eppure, per restare al precetto, non la possibilità del fedele  ma  la  “ necessità “  della  Chiesa  è  prevalente. Bisognerebbe dunque intuire se la  “ necessità “ è uguale per tutte le chiese o se invece sia diver­sa in rapporto all’importanza, alla popo­lazione della parrocchia, alle inizia­tive che la stessa prende. Certamente un di­scorso come questo impone di riconsiderare l’ecumenismo della Chiesa, perché se di ecu­menismo si vuole trattare, è evidente che tutte le offerte raccolte in qualsiasi chiesa debbano essere fatte risali­re ad un’unica fonte e ridistri­buite secondo le necessità.

Invece esiste il diritto canoni­co che privilegia determinati titolari di parroc­chie a danno di altri che reg­gono invece parroc­chie assai più bisognose ma….prive di rendite da lasciti e popolate da malnutrite pecorelle. Diritto che è continuato a sopravvivere perfino ad una disposizione legislativa dello Stato. (Regio decreto n.4728 del 14.7.1877). Essa sopprime le “ decime e altre prestazioni stabi­lite sotto qualsiasi denominazione per l’amministrazione dei sacramenti “.

Che fosse toccato allo Stato deliberare in materia, se da una parte rivela l’anticlericalismo del legisla­tore, dall’altra non assolve i sacerdoti che hanno continuato, fino agli anni sessanta, con le tariffe per i battesimi, matrimoni e funerali; tariffe rapportate alla “classe “.

Ades­so, fortunatamente, le “ classi “ sono state abolite e di tariffe non si parla più.

L’ammini­strazione dei Sacramenti non comporta nessun pagamento. Chi lo ritiene giusto, in quell’occa­sione, può fare un’offerta; un’offerta del tutto libera come libera è quella che viene raccolta durante la Messa al momento dell’offertorio; che riconduce il dono dei fedeli al suo signifi­cato anche liturgico. Che poi il Concilio Vatica­no II abbia dato all’offerta dei fedeli un inter­pretazione spirituale, non esclude che l’offertorio costituisca anche l’occasione per corrispondere il modesto obolo destinato alle necessità della Chiesa.

Parlando di obolo, è giusto evidenziare come si tratti di vera elemosina, così come sta scritto sulle cassettine in via di estinzione, visibili una volta, anche nei negozi. Salvadanai, le cassettine, per la raccolta di offerte pro missioni o per qualche iniziativa assistenziale: il pane di S.Antonio, i poverelli di S.Francesco,  gli  orfanelli  di  S.Teresa…………

La ricomparsa delle troppe monetine in circolazione con l’introduzione dell’euro hanno autorizzato il fedele a offrire soltanto sal­tuariamente, o pochi centesimi, incoraggiato per altro dal conte­gno di coloro che per essere appartenenti a questa o quella parrocchia, mostrano quasi con ostentazione il loro rifiuto a fare l’offerta nella Chiesa che pure frequentano ed in questo modo alla Chiesa rimane sempre meno. Anche l’ offerta  della  cera è caduta in disuso……..

In paesi meno cattolici e clericali del nostro, ma certamente più civili, l’offerta per il culto è fi­scalizzata; ma anche il fisco è più serio che da noi. Chissà….; se si modificassero appena le leggi po­trebbe essere la volta buona che l’evasore fi­scale sia considerato pubblico peccatore !!!

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