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Natura e Immagini: il Mimetismo negli animali

Mi vedi o non mi vedi?

Il nome di Charles Darwin lo conosciamo tutti. Lui e Alfred R. Wallace elaborarono nel 1859 la teoria dell’evoluzione che sconvolse il mondo scientifico e culturale dell’epoca, ponendo le basi di concetti chiave su come noi oggi interpretiamo il mondo naturale e la sua biodiversità.

Non che questa conoscenza abbia permesso alla nostra società “evoluta” di essere migliore e in sintonia con la natura. Direi di no, è evidente.

Però ci ha permesso di capire che il mondo circostante è retto da un complesso di relazioni, attraverso cui “l’altro da noi” mette in campo innumerevoli strategie per “andare e moltiplicarsi”.

Il mimetismo è senza dubbio una di queste strategie, una di quelle che più ci affascinano.

Perché una parte di animali e piante si sono evoluti per nascondersi, per attirare altri animali per scopi egoistici ma innocui oppure dall’esito fatale, o ancora per camuffarsi con la “pelle del lupo” senza essere altrettanto pericolosi?

Come avranno fatto a perfezionare forma, colore e comportamento in rapporto con altre specie?

Il mimetismo è ideale per descrivere la teoria dell’evoluzione: il mimo ha successo se imita alla perfezione il suo modello, poiché ogni variazione sul tema verrà eliminata dai predatori che individueranno l’inganno, o dalle prede, che scopriranno il loro carnefice.

Quindi più il sirfide Myathropa florea assomiglierà a un’ape, nel colore e nel comportamento, più i suoi potenziali predatori lo eviteranno e gli permetteranno di sopravvivere.Un altro esempio di mimetismo, quello dello “scarabeo ape” di cui ho parlato nel mio blog https://www.lookingaround.it/2020/04/24/l-ape-scarabeo-o-lo-scarabeo-ape/ conferma come insetti innocui abbiano una livrea che ricorda specie molto più pericolose, come le vespe i bombi e i calabroni, dei quali più di un uccello predatore teme le punture.

Forse hai già sentito parlare di mimetismo batesiano: in genere il modello da imitare è pericoloso o temuto, mentre il mimo è indifeso.

Fu Henry W. Bates nel 1862 che, studiando i Pieridi brasiliani, una famiglia di Lepidotteri presente anche qui in Europa, presentò alla comunità scientifica questo meccanismo.

A fianco di questa strategia ce n’è un’altra non meno evidente: gli insetti o gli animali pericolosi sono spesso colorati con strie nere e gialle o altri colori fanerici, ovvero evidenti. Pensiamo alla salamandra.

Ebbene, su questo aspetto lavorò invece Franz Müller una decina di anni dopo Bates: se api, vespe e calabroni sono pericolosi e si assomigliano, se quindi il loro segnale diventa univoco, diviene facilmente comprensibile a eventuali predatori: una singola esperienza negativa, poniamo ad opera di un giovane passeriforme, sarà sufficiente affinché tutti gli insetti così colorati vengano evitati. Una minima perdita con il massimo risultato, a vantaggio di tutti.

Credo sia interessare considerare come il mimetismo fanerico, oltre a favorire imenotteri, ditteri e coleotteri, fa il gioco anche dei fiori a impollinazione entomofila: più insetti, più probabilità di impollinazione. Tutto è legato allo stesso filo.

Ma mentre vespe e calabroni e i loro mimi usano la loro livrea per difendersi passivamente, altre specie hanno evoluto forme di mimetismo alternative, in questo caso aggressive.

Il passare inosservati su un fiore, mentre si attende il momento buono per colpire, è un gran vantaggio per un predatore.

E così alcune specie di ragni, i Tomisidi o ragni granchio, hanno sviluppato questa straordinaria capacità che, oltretutto, può essere adattata a differenti tipi di fiori: le femmine di Thomisus onustus possono cambiare la loro livrea da bianca, che è il colore base, a gialla e poi eventualmente rosa e attendere su scabiose, orchidee ed epilobi le loro ignare prede.

Misumena vatia può invece passare dal bianco al giallo, colori adatti a margherite, seneci, ranuncoli. E’ ovviamente la vista che comanda il loro processo di mimesi.

Per fare ciò impiegano diversi giorni, poiché il meccanismo è legato ad un pigmento giallo o rosa che viene diffuso nelle cellule superficiali, mentre il bianco è dovuto al riassorbimento del pigmento.

Forse a questo punto starai pensando al camaleonte. Ti dico però che non si tratta dello stesso meccanismo, perché in questo caso la differenza di colorazione è dovuta ad una modifica repentina della struttura delle cellule epiteliali, che rifraggono o assorbono la luce in modo differente. Eccezionale davvero.

Torniamo ai nostri ragni. Un bel prato di erbe e fiori. La femmina attende immobile sui petali del senecio giallo. Un’ape si avvicina e si posa sul capolino di fiori. Una frazione di secondo. Il ragno  attacca inoculando il veleno nella “nuca” ed evitando così il pungiglione. L’ape è spacciata.

La velocità di reazione è tutto, o quasi. Come non citare la mantide? Adotta anch’essa mimetismo e immobilità per cacciare, e come il ragno gioca sulla prontezza di riflessi.

Tuttavia lei non è in grado di cambiare la sua colorazione, sebbene alcune specie tropicali, come Idolomantis diabolica (che nome!) possano mettere in evidenza macchie di colore che le fanno assomigliare a fiori e così attirare direttamente le loro prede.

Furono G. e E. Peckham, fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 che studiarono questo tipo di mimetismo, criptico, opposto a quello fanerico dei primi due casi di cui ti ho parlato.

Scomparire, quindi. Come fanno ad esempio molte falene, che tendono a posarsi su superfici simili alla loro colorazione, su cui si camuffano alla perfezione. Lo fanno per non essere divorate e l’importante è rimanere immobili, perché gli occhi dei predatori sono spesso adatti a scorgere il movimento, proprio come i nostri.

E che dire dei gufi, dei succiacapre e di molte anatre? Anche questi animali usano strategie legate al mimetismo; un altro capitolo, di cui vorrei raccontarti, in una prossima occasione.

Assomigliare a un insetto pericoloso, ad un fiore, ad una pianta, una corteccia senza essere nulla di tutto ciò.

L’inganno è  parte della natura, e dunque potremmo parafrasare Amleto: “Essere o apparire? Questo è il dilemma!” Anzi, è un’opportunità!

 

Sul web

https://it.wikipedia.org/wiki/Mimetismo

https://it.qwe.wiki/wiki/Aggressive_mimicry

https://it.wikipedia.org/wiki/Alfred_Russel_Wallace

https://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Darwin

https://www.lescienze.it/news/2015/03/10/foto/mimetismo_camaleonti-2516804/1/#1

Libri

  1. Wickler. Mimetismo animale e vegetale, Franco Muzzio Editore1991
  2. Bellmann, Guida ai ragni d’Europa, Ricca Editore 2011
  3. Mainardi et al, Dizionario di etologia, Einaudi1992

https://www.youtube.com/watch?v=dZM4IfdjNV4

https://www.youtube.com/watch?v=-wddVHf6NOI

https://www.youtube.com/watch?v=Os3OBJSlpUc

 

Luca Giraudo

Luca Giraudo si appassiona all’avifauna intorno ai 22 anni. Questa passione parte comunque da lontano, da quando, intorno ai 12 anni, si appassiona di insetti e aracnidi. Grazie a questa spinta si avvicina al mondo dei parchi e nel 1992 prende l’abilitazione da Accompagnatore Naturalistico. Con una base più solida e l’esperienza di campo, riesce nel 193 a diventare guardiaparco presso l’allora Riserva Naturale del Bosco e dei Laghi di Palanfrè, poi accorpata nel Parco Naturale Alpi Marittime. Dal 2004 in poi, prima come tecnico e poi come funzionario tecnico, si occupa di molti progetti legati sia all’avifauna, come il Progetto Migrans, il Progetto Gipeto, i monitoraggi dei Galliformi e dei Passeriformi, sia all’ittiofauna e agli invertebrati, collaborando nel progetto ATBI. In questi anni segue numerosi progetti europei e coordina la Rete Osservatori Alpi Occidentali, che raccoglie le osservazioni di gipeto e altri avvoltoi. Dal 2018, prima in aspettativa e poi definitivamente, lascia il Parco, dedicandosi alla nuova attività che nel frattempo ha sviluppato: ornitologo, guida ambientale escursionistica, istruttore di Nordic Walking, consulente sull’escursionismo per Comuni ed Enti locali. Per contatti www.lookingaround.it

 

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