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B14U0053.m falco pecchiaiolo.29 08 2018

Natura e Immagini: il Falco Pecchiaiolo

Furtivo, insolito, esotico

Ho un ricordo ben impresso nella mente. Era l’inizio degli anni ‘90, ero in Valle Roya, valle boscosa e molto selvaggia che scende dal Colle di Tenda fino al Mediterraneo. In MTB ero salito fin verso Collardente, sullo spartiacque con la Liguria, fra boschi di pini e ripide vallette.

D’un tratto un rapace appare sopra le chiome, bianco con delle chiazze nere sotto le ali, vola con battiti profondi e sale, al culmine del suo volo alza le ali e “applaude” battendole fra di loro, 5-6 volte, con il dorso dell’ala, poi scende leggermente e risale, ripetendo l’applauso.

Allora non ero molto esperto, ma nelle mie letture ornitologiche avevo imparato che era frequente osservare questo comportamento, abbastanza esclusivo nei rapaci, in una sola specie. Ed ecco, mi resi conto di aver visto il mio primo falco pecchiaiolo, un maschio in volo nuziale.

Sono passati tanti anni, di pecchiaioli ne ho visti alcune decine di migliaia, soprattutto durante la loro migrazione di ritorno verso l’Africa, a fine agosto.

Sì, da quel primo incontro la vita mi ha portato poi a diventare il referente del monitoraggio della migrazione post-riproduttiva in Valle Stura (provincia di Cuneo), e la mia voglia di fare e di coinvolgere le persone mi spinse a coordinare, insieme a Francesco Mezzavilla, un bollettino di livello nazionale, che pubblica ancora oggi i dati di questo a altri monitoraggi: il bollettino Infomigrans.

Ma faccio ancora un passo indietro.

Questo falco ha un nome un po’ particolare, che a dir la verità a me, Piemontese, di primo acchito non dice nulla. Da noi le api non si chiamano pecchie, ma in altre regioni italiane del centro sì. Inoltre è chiamato falco, mentre invece è un Accipitride, più simile ad un’aquila quindi.

Ma così è. Falco pecchiaiolo, ovvero il falco che mangia le api. Anche il nome scientifico lo ricorda: apivorus, ovvero dal latino apis e voro, cioè mangiatore di api. Che poi a dir la verità, di api ne mangia abbastanza poche, mentre predilige le vespe.

E cosa dire di Pernis, il nome del genere? Alcuni lo derivano dal latino pernix, veloce, rapido, altri dal greco pernes, rapace non identificato.

Insomma, un concentrato di dubbi e nomi un po’ fuorvianti. Enigmatico lo è, in effetti. Abbastanza elusivo nel periodo della nidificazione, assolutamente visibile durante la migrazione, assomiglia per forma e dimensioni alla poiana, tanto che sulle guide di identificazione sono sovente messi a confronto, vista la facilità di confonderli.

Enigmatico e unico. E’ l’unico rapace europeo, che in realtà europeo lo è solo a metà poiché è originario del Continente Nero, che vive di imenotteri sociali, quasi esclusivamente insettivoro e, per questo, migratore transahariano obbligato.

D’altronde il nostro continente ha vespe, calabroni e bombi solo d’estate, ma non d’inverno. Quindi dall’Africa arriva e in Africa ritorna.

In questi anni mi è capitato diverse volte di osservarlo in volo sopra le chiome delle foreste di faggio, qui nelle vallate delle Alpi Occidentali. Ha un volo planato, con le ali piatte, distese, la coda sovente spiegata.

Ali lunghe e da “aquila”, con le remiganti “digitate”, nei maschi è evidente la coppia di “spot” carpali scuri  e il netto bordo posteriore nero delle ali. Ah, le guide parlano tanto di una traslucenza nelle primarie, che si nota quando lo si osserva in controluce. In effetti è vero: rispetto alla poiana la parte centrale delle ali è traslucida. Nei maschi più che nelle femmine, ma in ogni caso si nota. Mentre nella poiana no, mai. La coda lunga e a ventaglio, ha una barra terminale scura, di solito ben evidente nei maschi, a altre due barre verso la base.

Una specie, se non si ha esperienza, difficile da identificare a primo acchito. Ma molto interessante e rara.

Le guide parlano poi anche della testa, “da piccione”. Sì, nel senso che è piccola con collo relativamente lungo per un rapace, il becco è adunco ma poco potente. Dimostra in effetti la sua predilezione per prede piccole. Le narici sono sottili, due fessure, per evitare che vespe e calabroni entrino dentro a fare danni.

Dunque mangia imenotteri sociali. Incredibile. Cioè, uno penserebbe mai che in Europa ci sia un rapace di medie dimensioni che mangia solo vespe? Una ad una? Deve avere una bella pazienza! Ma no, mica una ad una, dovrebbe  cacciare tutto il giorno per sfamarsi.

Mi è capitato alcune volte di osservarlo a terra, in un prato, un sola volta in un bosco, dove è più elusivo. Cammina, come farebbe una cornacchia, e scruta il terreno, finché non individua il volo di un bombo o di una vespa, partire da terra o, se in una foresta, da un albero. E quindi inizia a scavare e a portare alla luce i favi ricchi di larve.

A questo punto di solito ha due scelte. Se ha i pulli al nido, prenderà il favo nelle zampe e lo porterà tutto intero a loro. Se invece deve alimentarsi, potrà divorare le larve sul posto oppure poco lontano. Certo ha dell’incredibile che sia assolutamente immune dalle punture.

Arriva in Europa a fine aprile, attraversa il Sahara, poi lo Stretto di Gibilterra, il Canale di Sicilia o il Bosforo e risale fin verso la Russia e la Scandinavia. La popolazione nidificante è stimata in 150.000 coppie, di cui due terzi in Russia. Significa che ogni fine estate migrano verso il Continente Nero qualcosa come 400.000 pecchiaioli. Un bel numero vero?

Una piccola parte, ma comunque significativa, passa sopra l’Italia. In primavera soprattutto lungo le coste siciliane e poi sullo Stretto di Messina, dove ne vengono contati dai 30 ai 45.000. In tarda estate transita con buoni numeri, da 10 a 20.000 individui, sulle Alpi Occidentali, arrivando da Est attraverso la Pianura Padana. Ma anche lungo la penisola, da cui raggiunge la Sicilia dove vengono contati intorno ai 20-30.000 individui di passo. Qui da noi, sulle Marittime, si possono contare fino a 14-15.000 individui.

Ti garantisco che osservare il “cloud della migrazione è un’emozione indicibile. Certo su Messina deve essere estasiante. Ma lo è anche qui nelle vallate cuneesi, quando in un giorno posso transitare più di 3.000 pecchiaioli. Arrivano, in gruppi, appaiono dal nulla, in volo battuto e in volteggio su una termica, salgono, prendono quota roteando e poi “scivolano” verso un’altra termica e poi roteano e “scivolano” per tutto il giorno. Possono percorrere dall’alba al tramonto fino a 500 km. Il tutto in un silenzio assoluto.

Da Est verso Ovest, qui  in Valle Stura. Ogni anno, da chissà, forse diecimila anni?

E così, per mia fortuna, e per passione, ho potuto seguire la loro migrazione per oltre venticinque anni, quasi metà della mia attuale vita. Non l’ho fatto da solo, no certo. Prima come volontario, poi  come guardiaparco inseme ai colleghi della Riserva Naturale di Palanfrè, poi come tecnico del Parco Naturale Alpi, condividendo questa avventura con i tecnici, i tanti volontari e gli studenti che hanno dedicato il loro tempo. In molti è nata una passione. È difficile rimanere indifferenti di fronte a questi fenomeni naturali.

Migrano, appunto. Gli adulti sanno dove vanno, d’altronde sono già stati in Africa. Ma i giovani? I giovani seguono qualche adulto, non i loro genitori che sono già partiti, oppure vagano, percependo la direzione verso cui spingersi, d’istinto si direbbe, ma anche imparando a leggere il territorio, assolutamente nuovo per loro. Torneranno solamente due anni dopo, a maturità sessuale acquisita, per riprodursi.

Grazie alle ultime tecnologie satellitari e grazie alla grande tradizione nella ricerca naturalistica, nello Schelswig-Holstein,  Germania, hanno studiato la migrazione di alcuni individui, catturati fra il 2001 e il 2011 e seguiti nel loro peregrinare fra i due continenti. Dai risultati ottenuti si nota bene come la migrazione autunnale percorra una rotta più lunga e tranquilla, con l’attraversamento dello Stretto di Gibilterra, mentre quella primaverile sia più diretta e tenda a passare per il Canale di Sicilia.

Inoltre si sa che le zone di svernamento sono localizzate nella fascia di foreste intertropicali, fra il Centr’Africa e il Congo. Ogni viaggio è lungo da 7000  a oltre 8000 km.

È straordinario pensare che centinaia di migliaia di questi rapaci, insieme agli oltre due miliardi di altri uccelli migratori europei, si sobbarchino questo viaggio molte volte nella vita, pur di eludere la competizione sulle risorse alimentari, pur di sfruttare l’enorme riserva di cibo che l’Europa offre ogni estate.

Non che la migrazione sia scevra da pericoli, ovviamente. Naturali e meteorologici in primis, tempeste, venti contrari, carenza di risorse alimentari. Pericoli legati alla geografia e all’attraversamento delle barriere ecologiche, come lo sono il Sahara e il Mediterraneo.

E per non far loro mancare nulla, ci sono anche quelli antropici: bracconaggio, impatti contro cavi e impianti eolici.

Certo, perché se come specie siamo all’apice dell’ignoranza e arroganza mondiali,  sarà pure per qualcosa. Per fortuna il fenomeno del bracconaggio si sta riducendo in tutta Europa, salvo a Malta, ma è ancora molto attivo in tutto il Nord Africa. Per il resto, l’attenzione verso la natura è sempre “mediata” dal preponderante aspetto economico.

Nonostante ciò sembra che questa specie sia in aumento, forse perché le condizioni ambientali, con l’aumento delle temperature, dell’estensione delle foreste europee e delle prede, sono favorevoli.

In parte ciò è dovuto a noi, alle nostre economie e alle dirette e indirette conseguenze sugli ecosistemi. Ma chi vivrà vedrà, come si dice.

In questi giorni i giovani sono nel nido, attendono che gli adulti portino loro i favi ricchi di proteine. Fra due mesi partiranno, per il loro primo viaggio verso l’ignoto. Ce la faranno?

A fine estate, saranno in tanti ad attenderli, per osservarli migrare. Io sarò fra di loro.

Luca Giraudo

Luca Giraudo si appassiona all’avifauna intorno ai 22 anni. Questa passione parte comunque da lontano, da quando, intorno ai 12 anni, si appassiona di insetti e aracnidi. Grazie a questa spinta si avvicina al mondo dei parchi e nel 1992 prende l’abilitazione da Accompagnatore Naturalistico. Con una base più solida e l’esperienza di campo, riesce nel 193 a diventare guardiaparco presso l’allora Riserva Naturale del Bosco e dei Laghi di Palanfrè, poi accorpata nel Parco Naturale Alpi Marittime. Dal 2004 in poi, prima come tecnico e poi come funzionario tecnico, si occupa di molti progetti legati sia all’avifauna, come il Progetto Migrans, il Progetto Gipeto, i monitoraggi dei Galliformi e dei Passeriformi, sia all’ittiofauna e agli invertebrati, collaborando nel progetto ATBI. In questi anni segue numerosi progetti europei e coordina la Rete Osservatori Alpi Occidentali, che raccoglie le osservazioni di gipeto e altri avvoltoi.

Dal 2018, prima in aspettativa e poi definitivamente, lascia il Parco, dedicandosi alla nuova attività che nel frattempo ha sviluppato: ornitologo, guida ambientale escursionistica, istruttore di Nordic Walking, consulente sull’escursionismo per Comuni ed Enti locali. Per contatti www.lookingaround.it

link:
http://www.iucn.it/documenti/flora.fauna.italia/3-uccelli-2/files/Falconiformes/falco_pecchiaiolo/falco_pecchiaiolo_ita.htm
http://web.tiscali.it/ebnitalia2/QB005/poiapecc.htm
http://www.areeprotettealpimarittime.it/ente-di-gestione-aree-protette-alpi-marittime/pubblicazioni/infomigrans

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