Una lezione dai mondiali di calcio, tra Sport e Management

L’implosione della squadra italiana di calcio è oggetto di pubblica discussione e lascia un senso di profonda amarezza, non tanto per le sconfitte inaspettate, quanto per la figura poco dignitosa che l’Italia calcistica ha fatto.

Pur lasciando da parte ogni alibi e ogni giustificazione, credo che quanto accaduto, soprattutto dopo l’eliminazione, meriti qualche riflessione, utile anche per il mondo aziendale.foto nazionale calcio brasile 2014

Il fatto più sconcertante è che non c’è stata squadra. Uno degli elementi fondanti dei nostri successi del passato e comunque del successo altrui contemporaneo, è l’unità di squadra, il senso di appartenenza, la capacità di giocare come “noi” anziché come tanto “io”.

Si può discutere a lungo sulle scelte, sulla preparazione, sui caratteri di certe star, ma è fuori discussione che non si mai vista una squadra. Su questo può aver giocato l’infelice idea di portare le famiglie degli atleti maritati, fatto che ha sicuramente influenzato la formazione di un gruppo unito, all’unisono.

Può aver giocato anche la competizione per aggiudicarsi un ruolo, anche se nel passato e nelle altre squadre è sempre stato visto come un beneficio.

Indubbiamente l’inesperienza può aver facilitato prestazioni sottotono, almeno in alcuni, tuttavia è un dato non generalizzabile e nemmeno accettabile.

Un secondo fatto è stato dimostrato dagli eventi successivi, dove la pochezza della squadra italiana si è resa evidente assistendo a partite tiratissime dall’inizio alla fine, con atleti che correvano alla grande, alla faccia del caldo e delle mille giustificazioni italiche. Il nostro standard di corsa si è rivelato ben al di sotto degli standard  di tutte  le squadre, e questo fa riflettere.

Perché non si corre come gli altri? La preparazione atletica? Forse. Il campionato che logora? Forse. Il caldo umido? Forse. E così molti altri tentativi di dare un nome ad una carenza che tutti gli osservatori hanno rilevato. E se fosse cultura? Attitudine a dare il minimo per raggiungere la sufficienza (passaggio del turno) e poi giocarsela dopo? Demotivazione? Forse, ma offensiva. Mancanza di gioco, confusione di schemi? Forse, ancora più pesante. Deconcentrazione, sottovalutazione, presunzione? Peggio che andar di notte.

Quello che è certo è che le performance sono state al di sotto delle attese, di gran lunga, sotto ogni punto di vista.

Nel mondo delle Aziende pubbliche sembra accader qualcosa di molto simile. Enti che hanno un blasone, una funzione importante, competenze di rilievo, dimostrano carenze incredibili: costi sproporzionati, prestazioni di bassa qualità, disefficienze e burocrazie diffuse, scarsa motivazione e debole senso di appartenenza, nessun gioco di squadra.

La macchina pubblica costa al di là dell’umano comprensibile e non c’è verso di riportarla a stati di efficienza sopportabili.

La cultura di cui è permeata è deficitaria, si vive più per garantirsi il posto che per dare valore aggiunto ai servizi alla collettività. Gli egoismi prevalgono di gran lungo su un minimo senso di “novità”.

Anche nel mondo aziendale spesso accade che i fini personali prevalgano su quelli organizzativi, a discapito delle performance di cui le nostre aziende necessitano per continuare a sopravvivere in un mondo altamente competitivo.

Si avverte sempre di più il bisogno di fare chiarezza e trasparenza, di dire pane al pane e vino al vino, di abbattere localismi e strumentalizzazioni a favore di gestioni etiche, efficienti ed efficaci, nell’interesse di tutti.

Un’ultima annotazione: le partite degli ottavi hanno mostrato squadre “minori” battersi gagliardamente sino a pochi minuti dalla fine, battute in extremis dalla maggior classe delle migliori.

E’ come dire che quando il traguardo sembra raggiunto si perde concentrazione ed energia, si butta via il lavoro svolto sino a quel momento per un calo di tensione che presta il fianco all’avversario più forte.foto coppa mondo

Un maratoneta che arriva al 38° chilometro e sta per vincere, deve ancora in realtà vincere se stesso, continuando a mulinare le gambe senza soluzione di quantità sino al traguardo e solo allora ha vinto.

Si può fare una correlazione sul difficile momento di mercato: quando ti sembra di avercela fatta è il momento che allenti la tensione e bruci il successo che stavi per assaporare. Meglio, molto meglio, tener duro sino in fondo, rimanere concentrati sull’obiettivo, aumentare l’attenzione per evitare di farsi sorprendere.

I commerciali dovrebbero saperlo bene, gli atleti pure, i Manager lo dovrebbero imparare.

Giorgio Cozzi
Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo
– CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl
– Partner Italiano di Extended Disc (Piattaforma evoluta di Analisi dei Comportamenti
– ex Presidente di ASSORES (Associazione fra Società di Selezione)
– Membro attivo di CRESCITA (Associazione fra ocietà di Ricerca e Selezione del Personale
– Autore di Turbomanagement – Sperlimg & Kupfer (con Bucci e Sprega)
– Autore di Turbomanagement 2 – Franco Angeli Editore
– Autore di Cambia, Adesso! – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)
– Autore di Le parole segrete della vendita – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari
– Trainer e Coach
– Esperto di BBS (Behavior Based Safety
– Ha lavorato in Azienda presso Banca Popolare di Novara – Cotonificio Cantoni – Plasmon
– Ha lavorato vent’anni in un Gruppo Internazionale di Training (Tack International)
– Ha partecipato a Convegni Internazionali e Nazionali sul mondo del lavoro
(Presidente di AISM, Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica, autore di libri sulla Parapsicologia).

 

 

 

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