Le Storie di Marco: cena di fine anno

CENA DI FINE ANNO

 Caro Sergio, il giorno 28 alle ore 21 terremo nel cortile della scuola la consueta cena di fine anno, durante la quale festeggeremo anche le pensionande. Ti attendiamo; facci sapere se porti un contributo dolce, salato o se porti da bere e quale contributo puoi dare per il regalo alle colleghe che ci lasciano. Ci sarà anche la preside a festeggiare con noi. Un bacione. Emilia”.

Questa l’e-mail che Sergio Scaglia, insegnante precario da sempre, ricevette e che gli causò una fitta al fegato.

* * *

Lui era sempre stato un insegnante capace, attento alle esigenze dei suoi alunni, coscienzioso, per quanto non ancora di ruolo ed anche divertente; in altre occasioni simili aveva intrattenuto ed allietato grandi e piccoli con i suoi numeri spettacolari.

Lui, infatti, veniva da una famiglia circense: genitori, nonni, zii e cugini vari dai quali aveva imparato un po’ di tutto: dalla giocoleria, alla magia, alle acrobazie, ma poi la crisi aveva colpito anche i circhi ed allora aveva messo a frutto i suoi studi dedicandosi all’insegnamento.

In quella scuola media, che ora si chiama secondaria di primo grado, lui non insegnava certo numeri circensi, anche se la cosa non sarebbe stata poi così male, ma materie letterarie ed aveva anche avuto le sue belle soddisfazioni, se non economiche, almeno morali.

Poi qualcosa era cambiato improvvisamente: la pubblica istruzione pareva essere diventata una palla al piede invece che le fondamenta dello Stato; tutto si era tramutato in nient’altro che burocrazia e giochi di potere e così, negli ultimi tre anni, per diversi motivi, Sergio non era mai riuscito a terminare l’anno scolastico e lui, che pure i salti mortali li sapeva fare, trovava difficile fare quadrare il bilancio, mettere insieme il pranzo con la cena, come si suole dire.

Anche in quell’ultimo anno aveva sperimentato una volta di più cosa vuole dire la parola mobbing e l’aveva fatto sulla propria pelle.

Aveva toccato con mano cosa significa essere una persona per bene in mezzo ad altre che non lo sono o che preferiscono girarsi dall’altra parte, fare finta di non vedere ciò che accade.

Di nuovo, a marzo, aveva dovuto giocoforza dare le dimissioni perché non sopportava più le umiliazioni inferte alla sua dignità.

Solidarietà da parte delle persone che avevano lavorato con lui, uguale a zero: non una mail, non un messaggio con due sole parole: “Mi spiace”.

Ed ora questa gli sembrava proprio una presa in giro: gli chiedevano soldi, dopo avergli fatto perdere lo stipendio, gli chiedevano cibo dopo averlo idealmente affamato e una volta di più questo lo trovava intollerabile, un’ennesima offesa alla sua dignità di professionista e, prima ancora, di uomo.

Poi proprio lei, Emilia, la vicepreside, quella che lavorava sotto, sotto, quella che era stata all’origine di tutto, quella dei bacini alla Giuda.

Era il caso, una volta per tutte, di fare qualcosa.

Doveva farlo per sé e per tutti coloro che non avevano il coraggio di ribellarsi, magari perché erano relativamente giovani e con una carriera davanti.

* * *

Il giorno ventotto alle ventuno e quindici, perché era importante che tutti fossero già là, compresa la preside e la bidella che era la sua spia preferita, Sergio fece il suo ingresso nel cortile della scuola.

Essendo già tutti presenti questo non passò inosservato.

Aveva in mano un sacchetto di carta di quelli coi manici; subito la vicepreside Emilia gli si fece incontro, probabilmente per baciarlo e prendere il cibo per la cena collettiva, ma l’uomo la tenne a distanza con un gesto della mano, senza una parola.

Poi estrasse dal sacchetto una bottiglia e se ne versò un grosso sorso in bocca, quindi ne tirò fuori una fiaccola fatta di un bastone con avvolto uno straccio imbevuto di benzina e infine un accendino, con cui diede fuoco alla torcia.

In molti ci fu un sorriso: ecco il suo contributo, un numero d’intrattenimento, il mangiafuoco! ma altri non erano così tranquilli e felici.

La prima fiammata partì, ma non verso l’alto, bensì ad altezza uomo e ci furono le prime urla di dolore e paura.

Altro sorso dalla bottiglia, altra fiammata verso coloro che cercavano di scappare; crepitavano i leggeri vestiti sintetici, i capelli, tutti ora bruciavano. Si sentiva un odore di benzina e di barbecue, nonché di lana bruciata: i capelli acconciati nel pomeriggio dalle signore.

Poi ci fu solo odore di arrosto carbonizzato.

Nessuno udì le urla, perché la scuola era isolata ed anche se fosse, ad una festa un po’ di movimento vocale è normale!

Bruciava per bene la preside, dato il grasso abbondante del suo corpo sgraziato, bruciavano la sua vice, la bidella e tutti: colpevoli e complici.

Bruciarono le pensionande che tanto nulla più avrebbero potuto dare alla scuola; alla fine si sarebbero contati ventotto cadaveri, proprio come la data di quel giorno memorabile, sempre che si fosse riusciti a separare i corpi fusi insieme dal calore.

Sergio versò sul falò che andava scemando gli ultimi residui di benzina, che per un attimo lo rinvigorirono e poi vi gettò la bottiglia che esplose quasi subito.

Silenzio: non si sentivano sirene, nessuno aveva visto il fumo o le fiamme, nessuno aveva sentito le urla.

La benzina era stata efficace, ma non aveva certo un buon sapore, quindi Sergio si diresse verso i bagni della scuola, che conosceva bene, per sciacquarsi la bocca dai residui.

Il sapore cattivo era duro a passare, proprio come quello delle umiliazioni, delle vessazioni: non lo ricordava così pessimo dai tempi in cui era Mustafà il mangiafuoco al circo di famiglia.

Su un tavolo nel cortile erano rimaste ancora una bottiglia di Coca Cola ed una di aranciata che non erano scoppiate al calore: non certo fresche, ma sarebbero state l’ideale per mitigare il sapore e l’odore della benzina in bocca, ma no: lui non voleva nulla in regalo da quella gente.

Uscì chiudendosi per sempre il portone della scuola alle spalle.

Avrebbe bevuto qualcosa di dolce a casa sua, qualcosa che gli facesse dimenticare quel sapore e tutta quella brutta faccenda si soprusi e umiliazioni.

Marco Ernst

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani


Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

 

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