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Le Storie di Marco: Io mi chiamo Joshua Levy – (Giorno della Memoria)

IO MI CHIAMO JOSHUA LEVY

Io mi chiamo Joshua Levy. Ho diciotto anni, ma ne compirò diciannove fra quattro mesi. Fino a poco tempo fa la mia vita è stata serena e fin troppo normale.

I miei avevano un piccolo negozio di merceria: non un negozio grande, di quelli che ti fanno arricchire, ma, comunque, sufficiente a sfamarci e farci vivere con dignità.

D’altronde la nostra famiglia non ha mai avuto particolari esigenze.

Iniziarono a contrassegnare il nostro negozio e abitazione con la stella di David

Noi eravamo in quattro, i miei genitori, la mia sorellina di undici anni ed io: ora non so più dove sono finiti i miei cari, né se sono ancora vivi oppure…; capisco che il pensiero della morte dei miei familiari non mi dovrebbe neppure sfiorare, ma qui si è talmente abituati alla morte, quella del tuo amico, quella del tuo vicino di branda, quella di sconosciuti che da settimane vedi appesi a marcire sui reticolati, che questa ti sembra perfino più naturale e ineluttabile di quanto non dovrebbe essere.

Ma ho divagato un po’ troppo, torniamo indietro nel racconto; come detto vivevamo sereni fino all’emanazione delle leggi razziali contro noi ebrei, fino a quando hanno circondato il nostro quartiere, il ghetto, con spirali di filo spinato, fino a quando non abbiamo cominciato a vedere sparire quotidianamente i nostri vicini di casa, a vedere ogni giorno una saracinesca abbassata per sempre.

Giravi per le strade e vedevi i soldati fermare ragazzini di dodici, tredici anni per controllare se eranano ebrei: se era così venivano sbattuti su di un camion e sparivano nel nulla.

E per giorni vedevi madri disperate girare per le strade con le fotografie dei figli in mano e le lacrime agli occhi, chiedere a chiunque incontravano se li avessero visti: a volte la pietosa e bugiarda risposta era che erano fuggiti ai soldati ed ora si stavano probabilmente nascondendo presso qualche famiglia compiacente.

Poi, un giorno, vennero in negozio mentre pranzavamo nel piccolo retrobottega e ci portarono via tutti senza una parola e senza darci neppure il tempo di chiudere a chiave il negozio o abbassare la serranda.

Da quel giorno ci hanno separati e, come ho già detto non ho più notizie dei miei cari.

Quindi è successo quello che si sapeva dalle voci che circolavano nel ghetto: caricati a forza su vagoni ferroviari sigillati, dopo viaggi di giorni senza acqua, cibo ed igiene, siamo stati portati in quelli che loro chiamavano campi di lavoro. 

Camera a gas

Infatti all’entrata del campo spiccava la scritta: “Arbheit macht freiIl lavoro rende liberi”-. Quale bugia! qui sei libero solo quando muori. Anche qui nuove umiliazioni: la nudità tua e degli altri, alla quale poi ti abitui come se fossi un uomo preistorico, le docce gelate fatte con gli idranti all’aperto, in mezzo alla neve, la rasatura a zero dei tuoi bei capelli, i tatuaggi dei numeri sull’avambraccio che ti tolgono anche l’ultima dignità, quella di avere un nome e, quindi, di essere un uomo.

Così sono iniziati i giorni e le settimane di fame, di dolore, le lotte coi più deboli per conquistare una buccia di patata abbrustolita.

Chi non si abbatte, come ho fatto io, impara come sopravvivere: devi lavorare senza mai mostrare segni di debolezza, di stanchezza, devi stare attento a non avere ferite che riducano le tue capacità lavorative, altrimenti ti portano via e di te non si sentirà più parlare, tanto al prossimo treno ci saranno altre braccia nuove a lavorare al posto di chi sparisce.

Io sono abbastanza robusto: un torello, dicevano i miei parenti, anche se ora del toro è rimasta solo la pelle, così il mio lavoro era di spaccare collinette argillose e ghiacciate a picconate.

Forno crematorio

A sera ero sfinito, ma ho imparato a recuperare in fretta, dormendo quando possibile, camminando, sui camion che ci portano alle colline fuori dai reticolati.

Certo, quando si accorgono che dormi i sorveglianti cominciano a percuoterti con un nerbo, ma non senti più le botte oramai, anzi, il bruciore delle frustate spesso ti riattiva la circolazione e ti scalda un po’.

Ora sono un po’ preoccupato perché, forse, ho scavato con troppa foga e mi sono venute delle piaghe sui palmi delle mani: del resto sono forte, lo sanno anche loro, e mi bastano due straccetti avvolti intorno ai palmi per poter lavorare come prima.

Ecco, è il giorno dell’ispezione: ci fanno spogliare completamente e ci scrutano a fondo per vedere segni di malattie o ferite.

Senza dire una parola alcuni vengono fatti uscire dalla fila e messi da un lato.

Ora è il mio turno: cerco di gonfiare il più possibile i pochi muscoli che ancora non mi sono consumato, per distrarli dalle mani piagate; mi guardano a lungo, mi girano intorno, cerco di stringere le natiche per farle sembrare più tonde e nascondere la mia magrezza.

Mi frugano con lo sguardo dappertutto e tutto sommato penso che è meglio così, almeno, forse, non si accorgeranno delle ferite alle mani. –Le mani!-, mi intimano, fingo di non capire e mi arriva una nerbata in faccia; allora le stendo ma coi palmi verso il basso. –Girale-, mi dice il soldato e, prima che possa ubbidire, mi arriva un altro colpo. Non posso fare altro che mostrare i palmi sanguinanti.

Mi fanno uscire dalla fila e mettermi con gli altri di lato.

Poi, terminata l’ispezione di tutti, si rivolgono al mio gruppo: –Voi, alle docce-. Bene, penso, qui l’acqua è preziosa: se ci fanno fare la doccia non è per eliminarci. Non abbiamo neppure bisogno di spogliarci perché siamo già nudi, giovani e vecchi, ma nessuno ha più pudore: è la prima cosa che abbiamo perso arrivando qui.

Ci fanno entrare nel grande stanzone piastrellato di bianco e aspettiamo a lungo.

Poi finalmente si sente un rumore nei tubi, ma nonostante l’efficienza tedesca tanto decantata, l’acqua non arriva: mi viene da sorridere, le docce sibilano ed esce solo aria.

Ci hanno fatto aspettare così tanto tempo che mi è venuto sonno, sento che non riesco a tenere gli occhi aperti, mi sto addormentando…

* * *

Io mi chiamo Joshua Levy, ho diciott’anni e li avrò per sempre, perché non compirò mai i diciannove.

Ora, però, sto bene, non sento più né la fame, né il freddo, né il dolore delle piaghe alle mani.

Ora sto bene: sono aria, sono natura, sono vento, sono un filo di fumo al confine fra il cielo e l’infinito”.

Marco Ernst

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani
Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

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