Le Storie di Marco: Ho incontrato Piccola Luna a Wounded Knee

Mi chiamo Rufus O’Mara, ho 23 anni e sono stato caporale dell’esercito degli Stati Uniti, le mitiche giacche blu, delle quali ero orgoglioso di far parte, almeno fino a poco tempo fa.

Mi trovavo di stanza nel Sud Dakota, vicino alla riserva indiana di Pine Ridge dove la tribù pellerossa dei Sioux era stata confinata dopo il termine delle guerre indiane.

Sono stato sempre convinto che queste, seppure dolorose come lo è ogni guerra, furono necessarie: bisognava fronteggiare il sempre crescente arrivo di coloni dall’Europa, dare loro terre da coltivare, pascoli per il bestiame, città dove vivere.

E poi c’era il progresso, che non si può arrestare, sotto forma di una ferrovia da costruire. In fondo lo facevamo anche per loro, per i nativi: il progresso è un bene di tutti, anche se spesso comporta dei sacrifici.

E’ vero che abbiamo sterminato i bisonti, ma con gl’indiani confinati nei territori loro assegnati e non sparsi per tutte le praterie americane, il numero di quelli rimasti garantiva comunque la sopravvivenza delle tribù.

Purtroppo abbiamo portato malattie letali per loro che non le conoscevano e non ne possedevano gli anticorpi, come il morbillo, ma le malattie fanno parte di tutte le popolazioni: nella mia terra d’origine, l’Irlanda, sono morti a milioni solo a causa di un parassita che ha distrutto i campi di patate: la mia famiglia stessa ha dovuto emigrare qui, oltre oceano, per non morire di fame.

Ma tutto questo i nativi non l’hanno ancora capito, e così nelle riserve che sono state loro concesse, c’è sempre tensione e fermento.

Poi, un giorno, è giunta la notizia che il capo dei Sioux di Pine Ridge, Toro Seduto o Tatanka Yotanka, come viene chiamato nella sua lingua, stesse organizzando una rivolta all’interno della riserva e quindi le autorità militari ne hanno ordinato l’arresto proprio alla compagnia nella quale militavo da ormai tre anni.

Lui, però, ha opposto resistenza e siamo stati costretti ad ucciderlo.

Tutto avrebbe potuto finire lì, ma no, i nostri capi hanno deciso che tutta la sua tribù meritava una punizione esemplare.

Era da poco passato Natale, si avvicinavano il nuovo anno e il nuovo decennio: era il 29 dicembre 1890 quando facemmo irruzione nell’accampamento indiano vicino al torrente Wounded Knee, ginocchio ferito, come la ferita che, forse non si rimarginerà mai nella storia delle giacche blu e del governo degli Stati Uniti.

C’erano duecento persone nel campo, comprese molte donne e bambini, anzi, donne e bambini erano la maggioranza fra i presenti al villaggio in quel momento; noi vi piombammo in mezzo come i cavalieri dell’apocalisse. Il nostro compito era quello di radunarli tutti al centro dell’accampamento, ma non ci era stato detto perché.

Fu allora che incontrai Piccola Luna. Poteva avere circa cinque anni, ed era una bambina bellissima: mi guardava con quei suoi enormi occhi marroni, circondati dai lunghi capelli neri come una notte di novilunio.

Mi guardava e non aveva paura di me, solo non capiva perché eravamo lì.

Stava seduta a terra dietro un tepee e, quando mi vide, mi disse, in quel poco d’Inglese che conosceva: “Io Piccola Luna, tu giacca blu amico”, poi mi tese le mani e io, istintivamente, la presi in braccio. Data la mia età, non ero sposato, non avevo neppure fratelli o sorelle più piccoli: anzi, i bambini mi avevano sempre dato un po’ fastidio, ma Piccola Luna mi piacque subito e mi ci affezionai immediatamente.

Appena la raccolsi, lei mi si strinse al collo e mi sfiorò la guancia con un piccolo bacio.

Proprio in quel momento un tenente, in realtà non molto più vecchio di me, mi passò accanto: “Bel lavoro, caporale, non ne deve sfuggire nessuno di questi selvaggi, ora porta quel piccolo muso rosso con gli altri al centro dell’accampamento”, mi disse.

Che potevo fare? Ero solo un caporale, se non avessi ubbidito, se avessi cercato di nascondere la bambina, mi avrebbero fucilato all’istante: quella era un’azione di guerra, e in guerra non si perde tempo con le corti marziali.

Portai la bambina insieme agli altri duecento prigionieri: li guardai, non erano ribelli, ma vecchi inermi, donne, bambini, alcuni anche più piccoli della mia protetta.

Quando fu sicuro che nessuno era sfuggito, lo stesso tenente che mi aveva detto di portare la bambina con gli altri, ci ordinò di aprire il fuoco. Ero allibito: perché massacrare gente inerme, che male potevano fare? Che male avrebbe fatto la mia Piccola Luna? Io, ovviamente, non sparai, ma lo fecero molti dei miei compagni.

Lei, seduta a terra in prima fila, fortunatamente non capì: mi guardava e mi sorrideva, ero il suo nuovo amico.

Fu una delle prime a cadere: un rivolo di sangue le scendeva dal labbro, eppure anche così era bellissima.

Quando tutto fu finito, dopo che il tenente in persona era passato a dare il colpo di grazia a coloro che erano solo feriti, mi avvicinai alla piccola: i suoi occhioni scuri erano spalancati.

Glieli chiusi e poi chiusi i miei per non far vedere a nessuno che stavo piangendo.

Appena possibile ho dato le dimissioni da quell’esercito al quale ero così orgoglioso d’appartenere, e del quale ora mi vergognavo, e sono tornato a fare il contadino alla piccola fattoria dei miei genitori.

Non potrò mai dimenticare Wounded Knee e quell’infamia indegna di una nazione civile, ma soprattutto non potrò mai dimenticare Piccola Luna: prima le sue braccine tese verso di me, poi la dolcezza delle sue labbra sulla mia guancia, e poi quegli occhioni che sono stato costretto a chiudere per sempre, ma che ancora mi guardano, che guardano nel cuore di tutta l’America.

Spero che un giorno i libri di storia parlino di questa vergogna, che il governo degli Stati Uniti faccia ammenda e si scusi con il popolo indiano: solo riconoscendo i propri errori è possibile evitare di ripeterli.

Mi auguro che mai più la mia nazione si copra di una simile infamia, massacrando donne e bambini, punendo gli inermi per presunte colpe di pochi.

Ora sono fidanzato, la mia ragazza mi parla dei figli che avremo, ma non credo che ne vorrò mai: vedrei sempre nei loro occhi quelli di Piccola Luna.

* * *

Uomo bianco, hai preso le mie terre, i miei bisonti, i miei cavalli, i miei figli, perfino mia moglie, ma non prenderai la mia anima” – (Tatanka Yotanka).


Marco Ernst

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani

Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

 

 

 

 

2 Commenti

  1. giorgio cozzi

    Storia esemplare di una “pazzia” che prende i dominatori inseguendo successi materiali che nulla hanno a che vedere con l’essenza umana, spirituale e forse divina per cui siamo sulla terra. W gli indiani nativi.

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