Lavoro: il ruolo delle aziende nella società

Sta crescendo il dibattito sul più ampio ruolo delle aziende all’interno della società uscendo, per fortuna, dai ristretti ambiti nei quali più o meno strumentalmente era stato confinato (ESG, CSR, ecc.). Rimane ancora irrisolto il tema di fondo: è l’azienda a servizio dell’uomo o l’uomo a servizio dell’azienda? E nel primo caso, come può fornire tale servizio senza penalizzare se stessa?

Come un onda che viene da lontano, pian piano il tema delle più ampie responsabilità sociali dell’azienda sta crescendo di importanza. La recente lettera di Fink, CEO di BlackRock, non ha fatto altro che dare un ulteriore spinta al dibattito. Le evidenze sono sotto gli occhi di tutti: crescono i mercati e l’economia in generale ma a beneficio di sempre meno soggetti. A cosa servono allora queste crescite? Può il benessere economico essere un fenomeno di nicchia? Un essere umano che possiede tutta la ricchezza del mondo ma non sa cosa farsene perchè tutti gli altri sono poverissimi, può ancora definirsi “ricco”?

E’ sempre più evidente che la disuguaglianza, economica e sociale (vanno di pari passo), non è tema da vetero-comunismo ma fattore critico di sopravvivenza del capitalismo stesso. Oppure, se la vogliamo mettere in termini avulsi dagli schemi del millennio scorso, ne va della civile convivenza, qualsiasi forma questa abbia.

Da questo punto di vista non c’è dubbio che le aziende abbiano avuto un ruolo centrale nella costruzione e mantenimento, finora, dell’asseto sociale vissuto nel mondo occidentale (ma al quale aspirano anche altre parti del pianeta). Tale “modello di società”, a cui possiamo certamente dare il nome di “industriale”, sta arrivando al termine fisiologico del suo ciclo vita. Ne sono la prova più evidente proprio il dibattito sul ruolo delle aziende sul quale si stanno interrogando addirittura coloro che al momento ne traggono il maggior beneficio (almeno i più lungimiranti): gli esponenti del mondo della finanza.

Il compito però non è facile. Oltre ai banali adempimenti richiesti dai consueti operatori specializzati (per chi volesse toccare con mano consiglio di consultare la classifica, con corrispondenti i parametri, di Corporate Knights sulle 2018 Global 100) o lo sgangherato coro dei consulenti di grido con una banale soluzione sempre pronta in tasca (BCG , McKinsey, ecc.) non vi è altro. Anzi tale affollamento di formule e indirizzi li rende tutti di difficile soluzione complessiva. Come faccio a fare gli investimenti o diminuire il debito senza erogare dividendi agli azionisti che sono poi quelli che mi confermano sulla mia poltrona (nel caso del CEO)? Come posso attirare talentuosi CEO se devo allinearli a multipli fissi, e bassi, dello stipendio medio (nel caso dell’azienda)? Come riesco a tenere un prezzo competitivo del mio prodotto o servizio e rispettare le richieste ambientali  e di altro tipo che vengono dagli stakeholder? E, madre di tutte le contraddizioni che stiamo vivendo, come rompere quel palese conflitto di interessi di cui nessuno parla, nemmeno gli esperti di ESG a proposito di questo tema di governance, che lega i consigli di amministrazione e gli azionisti mettendo questi ultimi al primo posto degli interessi aziendali rispetto agli altri stakeholder?

E’ evidente che con questo approccio “riduzionistico”, ovvero nel voler ridurre in piccole parti il problema, risolverne ogni pezzo da solo e poi rimettere tutti insieme, non si va da nessuna parte e si continuano ad alimentare le contraddizioni a cui stiamo assistendo.

E allora?

Facciamo un balzo indietro nel tempo.

Quando Henry Ford fondò verso l’inizio del secolo scorso la sua azienda automobilistica, non era il solo ad essersi lanciato in questa avventura. All’epoca l’auto era poco di più che un gadget per ricchi signori, disposti a spendere molti soldi per avere l’oggetto più alla moda del momento da mostrare agli altri. Ford capì invece che la nascente società industriale, che iniziava a pervadere tutte le geografie degli Stati Uniti, avrebbe espresso un desiderio di una maggiore e più ampia mobilità rispetto ai mezzi disponibili all’epoca. E non si sognò di andarlo a chiedere in giro perchè, come lui stesso diceva, “se avessi chiesto ai miei potenziali clienti cosa avessero voluto, mi avrebbero detto cavalli più veloci“. Dunque Ford non fece il Modello T, col rivoluzionario sistema di produzione che aveva dietro, per fare più soldi e, incidentalmente, realizzare un pezzo di società (con la richiesta di strade, pompe di benzina, ecc.). Avvenne esattamente il contrario: aveva un’idea di società che contribuì a realizzare col suo modello T.

Venendo a casa nostra, mi piace riproporre a tal proposito uno stralcio di un illuminante articolo di Sergio Romano apparso qualche anno fa su Corsera

Dove sono andati gli industriali e i finanzieri che avevano uno sguardo nazionale e non esitavano a esprimere pubblicamente le loro idee? Quando Mussolini decise il ritorno della lira all’oro e fissò il cambio con la sterlina a una quota insostenibile, un grande industriale elettrico, Ettore Conti, andò al Senato per spiegare a un capo del governo accigliato ma attento che quella politica avrebbe provocato una catastrofica deflazione. Quando la crisi del 1929 arrivò in Europa, all’inizio degli anni Trenta, Alberto Beneduce e Raffaele Mattioli spiegarono a Mussolini che cosa bisognava fare per salvare le banche e le imprese. Quando fu chiamato all’Agip per liquidarla, Enrico Mattei ne fece uno strumento della politica nazionale. Quando scendeva a Roma per difendere gli interessi della Fiat, Vittorio Valletta aveva, per parafrasare De Gaulle, «una certa idea dell’Italia». Quando propose la riforma di Confindustria, Leopoldo Pirelli non pensava agli interessi di una corporazione, ma al miglior modo per rendere più efficace il ruolo degli industriali nella vita del Paese. 

Oscar Sinigaglia, Cesare Merzagora, Enrico Cuccia, Adriano Olivetti, Guido Carli, Gianni e Umberto Agnelli (cito a caso, con molte omissioni) pensavano naturalmente alla loro azienda o alla loro istituzione, ma avevano convinzioni forti sul Paese in cui avrebbero voluto lavorare, e non mancavano di esprimerle.”

Chi sono i figli, i nipoti e i pronipoti di questi grandi del passato, a casa nostra e oltreoceano? Un buon esempio è l’attuale campione dell’industria automobilistica Sergio Marchionne. Un grande ottimizzatore, capace di riportare tranquillità in casa Agnelli e apprezzamento dei mercati ridimensionando, spezzettando, licenziando a beneficio di un unica categoria di stakeholder. Quale era, ed è, l’idea di società che ha guidato Marchionne nel suo operato in questi anni? Quella corrente, che sta morendo, come ricorda giustamente un recente articolo del sole24ore sulla sua eredità industriale “Marchionne ha ridotto drasticamente i costi e ha mostrato come si possa ricavare margini sempre più elevati continuando nella sostanza a fare le stesse cose.” sottolineando come FCA “continua a essere un produttore d’auto, non un’artefice della nuova mobilità” (al contrario di Ford!).

Dunque quale ruolo deve avere l’azienda all’interno della società? Quello di proporre un modello di società, o di una porzione di essa piccola o grande a piacere, da realizzare con l’acquisto dei suoi prodotti o servizi. Tale modello dovrebbe essere dichiarato pubblicamente in modo che tutti possano decidere se sostenerlo o no. Da questo discende tutto il resto facendo andare magicamente a posto le caselline che i vari consulenti e operatori si affannano inutilmente ad enumerare.

In assenza di tale capacità di ampio respiro, il sense of purpose invocato da Fink nella sua lettera, l’azienda serve solo, e per poco tempo, a chi l’ha fatta.

Se tale sfida non dovesse essere più raccolta da nessuna impresa, forse anch’essa ha fatto il suo tempo, si ridurrà ad una sempre più povera attività di soddisfazione di bisogni primari che i mercati chiederanno di soddisfare a sempre minor costo. E il dibattito sui nuovi assetti di convivenza sociale si sposterà in altri ambiti venendo lì realizzati .

E’ questo che vogliono i capitani d’impresa del III millennio? O sono capaci di raccogliere la sfida? A sentire le loro dichiarazioni, e leggendo i documenti ufficiali di “intenti” (i Business Plan), non sembra proprio.

Luciano Martinoli

Luciano Martinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

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