Lavoro: Il punto cieco del dibattito sui robot (e con quali strumenti superarlo)

Il dibattito sull’impatto dell’uso dei robot sul mondo del lavoro e sull’economia in generale, si sta allargando, sollevando molti interrogativi che non trovano risposta. A meno che non si usino conoscenze diverse.

Sul sole24ore del 31 marzo è apparso un ulteriore commento sull’argomento in questione. Stavolta è redatto da di Robert J. Shiller vincitore del premio nobel per l’economia nel 2013. Il suo è uno sguardo pacato e rigoroso sull’intreccio economia-produttività-lavoro-fiscalità che solleva il tema.

Ad un certo punto afferma:

“Gli ottimisti sottolineano che ci sono sempre stati nuovi posti di lavoro destinati alle persone sostituite dalla tecnologia; ma, poiché la rivoluzione dei robot è in accelerazione, continuano ad aumentare i dubbi su come questa potrà funzionare.”

Verissimo ma, per dare sostegno agli ottimisti, cosa non è in corrispondente accelerazione nel caso dei robot che invece permise ad altre tecnologie di creare nuovi posti di lavoro?

Claire Cain Miller sul New York Times riporta i dati di una ricerca del MIT sugli effetti negativi sul lavoro per l’introduzione dei robot nelle aziende manifatturiere americane. I dati sono molto negativi: a fronte di una decisa diminuzione degli occupati, prevalentemente operai, il timido aumento di altre posizioni lavorative non compensa la perdita. E’ come se l’utilizzo della tecnologia, aumentando la produttività per una singola impresa, non contribuisca ad una crescita globale dell’economia.

Qualche spunto di riflessione più preciso lo fornisce un’altra ricerca pubblicata da Harvard Business Review . L’autrice, Anne Marie Knott, ha scoperto che il ritorno per le aziende della loro spesa in R&D è sceso del 65% nei passati 30 anni. E’ la ricerca che è diventata più dura o le aziende che stanno peggiorando la loro capacità di utilizzarla?

La Knott, in maniera abbastanza convincente, dimostra che è vera la seconda ipotesi e se ne rallegra perchè “Il problema delle aziende che stanno peggiorando è risolvibile laddove il problema della innovazione che diventa più dura non lo è”.

Ecco allora il punto centrale di tutta la questione sui robot e sull’innovazione in generale: essendo strumenti, il loro utilizzo non porta automaticamente benefici. Quindi è alla capacità delle aziende di usarli per un ulteriore sviluppo e non limitarsi all’efficientamento (aumento della produttività) delle attività correnti.

A tal proposito l’articolo si chiude con un’affermazione emblematica:

La sfida, ovviamente, è che cosa mettere a posto e come”.

La risposta evidentemente non la può dare l’economia, che si occupa delle condizioni “al contorno”, come dimostra l’analisi di Shiller, nè chi produce tecnologia e innovazione. La risposta è nella capacità strategica delle imprese di usare le tecnologie innovative per inventare nuovi mercati perchè, come ci ricorda la stessa Knott, “i settori di mercato possono essere spacciati ma le singole aziende non devono necessariamente esserlo anche loro”.

L’analisi, lo stimolo e la descrizione di tali capacità strategiche non sono oggetto delle discipline di cui sono esperti i vari commentatori sull’argomento, ma della Strategia d’Impresa. Grazie ad essa il problema strategico può essere descritto, affrontato e risolto, così come l’enorme equivoco sul merito dell’innovazione e il suo legame con lo sviluppo.

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

luciano.martinoli@gmail.com

l.martinoli@cse-crescendo.com

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