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Giusy Versace STARTER

Intervista a Giusy Versace – Inclusione e la disabilità anche nel gioco!

Ormai da qualche anno, il Gruppo LEGO sta portando avanti un progetto che, sotto la guida di LEGO Foundation (vedi link), riguarda lo sviluppo e la commercializzazione di set che introducano a bambini e famiglie i temi della disabilità e dell’inclusione. L’ultimo in ordine di tempo è il set LEGO City Negozio di alimentari, che ha la particolarità di avere inclusa la minifigure di cliente con protesi “a lama” al posto della gamba sinistra.

Non appena abbiamo visto il nuovo personaggio, la prima persona alla quale abbiamo pensato è stata Giusy Versace (vedi link), la prima atleta italiana della storia a correre con amputazione bilaterale.

In 7 anni di carriera agonistica, Giusy ha collezionato ben 11 titoli italiani e ha conquistato diversi record nazionali sui 60, 100, 200 e 400 metri. Entrata nel gruppo sportivo delle Fiamme Azzurre nel 2016, in quello stesso anno ha vinto le sue prime medaglie internazionali: Argento sui 200m e Bronzo sui 400m ai Campionati Europei. Sempre nel 2016 ha raggiunto il suo più grande obiettivo: partecipare alle Paralimpiadi di Rio, entrando in finale nella gara dei 200m.

E ancora: non contenta, Giusy ha partecipato, vincendola, alla 10a edizione della trasmissione RAI Ballando con le stelle, per non parlare di tutte le altre attività nelle quali si è cimentata, ogni volta con grande successo: la conduzione di programmi televisivi, sale sul palco a teatro (recitando e ballando) con uno spettacolo di prosa, musica e danza tratto dalla sua autobiografia e nel 2018 si candida e vince alle elezioni politiche del 2018, entrando alla Camera dei Deputati come Parlamentare. Sempre nel 2018, a settembre, Giusy pubblica anche un libro: Wonder Giusy. È un libro per ragazzi che offre un aiuto ai numerosi bambini disabili per inserirsi nella società tramite lo sport, raccontando le avventure della supereroina dotata del potere del sorriso e di un paio di gambe alate sempre pronta ad aiutare il prossimo e a salvare chi si trova in difficoltà.

 

 

Ciao Giusy, benvenuta sulle pagine di sport & work. Parlando di strumenti educativi per bambini, sappiamo che hai scritto un libro dedicato a loro. Vuoi parlarcene?

Si esatto, si intitola Wonder Giusy. L’ho scritto ormai quasi quattro fa e l’ho scritto proprio su stimolo e suggerimento di un bimbo di 8 anni che mentre si allenava sulla pista di atletica di Vigevano dove mi allenavo anche io, mi guardava con curiosità e attenzione quando mi cambiavo le gambe (le protesi – N.d.R.), osservava incuriosito come mi toglievo quelle per camminare per mettere quelle per correre e viceversa. Sono poi venuta a sapere che aveva letto di me, che il suo papà gli parlava di me e del fatto che fossi un’atleta paralimpica quando guardavano insieme La Domenica Sportiva (la trasmissione sportiva in onda sui canali RAI – N.d.R.) e che a scuola e con gli amichetti un po’ si vantava del fatto di allenarsi nel mio stesso campo d’atletica, rivolgendosi a me proprio come Wonder Giusy. La cosa che mi stupiva di più era però il come conoscesse così bene la mia storia, ma ancora di più il suo modo di raccontarla: che avevo perso le gambe in un incidente stradale, che avevo “tante paia di gambe” e che proprio grazie a quelle gambe potevo correre e vincere “perché lei è un atleta”. Sentir dire da un bimbo “lei è un atleta” ti fa capire cosa i bimbi riescano a vedere rispetto agli adulti: riescono a vedere chi sei e quello che sei senza filtro, e soprattutto riescono a vedere quello che tu riesci a fare nonostante quello ciò ti manca. Non si soffermano su ciò che non hai, ma su ciò che riesci a fare. La cosa che però mi faceva sorridere di più era il fatto che io per loro ero questo supereroe che cambia gambe a seconda di quello che deve fare.

E’ stata proprio questa idea a far nascere il progetto del libro: dopo che un giorno sono stata con loro seduta per terra a spiegargli che le protesi hanno un peso, come funzionano, che mi dovevo allenare per imparare a gestire la “risposta” delle protesi mentre corro che altrimenti potrebbero farmi cadere e dopo avergli dato in mano le protesi stesse perché potessero toccarle e studiarle, mi ha fatto capire che un libro (ora anche audiolibro) avrebbe potuto contribuire a educarli con un approccio naturale alla disabilità. In particolare, è importante far capir loro che spesso con la disabilità non ci si nasce. Molto spesso disabili lo si diventa nel corso della vita, per un incidente o per una malattia, e i bambini dovrebbero quindi essere educati al fatto che per quanto bella e meravigliosa la vita possa essere, alle volte può anche essere crudele. Siamo noi a fare la differenza, in base a come ci approcciamo gli eventi avversi che capitano nella nostra vita. Mi piace pensare che Wonder Giusy possa contribuire a far capire ai bambini che hanno dentro di sé gli strumenti per volare in alto, pensare in grande e guardare lontano.

 

 

Puoi darci il tuo punto di vista sul tema dell’inclusione e sul ruolo che pensi possano avere le persone che come te, sono di fatto un role model per via del successo negli sport o in altri importanti ambiti della vita di tutti noi?

Io sono sempre stata una persona adrenalinica, entusiasta, caparbia, anche molto curiosa e forse innamorata pazza delle sfide e della vita. La cosa della quale mi sono stupita di più del mio incidente è che l’incidente non mi ha fermata. Ovviamente non è stato facile e a volte mio fratello mi fa fermare a ragionare sul fatto che io molte cose le faccio con una tale naturalezza che io stessa non mi rendo conto dell’eccezionalità stessa di quella cosa che sto facendo in quel momento, e non me ne rendo conto fino a quando il mio corpo urla, quando c’è qualche ferita o qualche livido che mi fa male, quando mi arriva l’arto fantasma o quando magari mi ferisco e sanguino, cioè quando il mio corpo mi ricorda che ho due gambe finte. La normalità con cui ho approcciato questa mia nuova condizione ha consentito anche alle persone che camminano al mio fianco, alla mia famiglia, agli amici più stretti e poi anche alla gente che mi guarda che mi osserva, di affrontare meglio questa mia nuova vita. Quando ho deciso di partecipare ad un talent show di danza (Ballando con le stelle – N.d.R.), l’ho fatto perché la trasmissione sarebbe arrivata nelle case di milioni di persone in Italia, dandomi modo di portare a casa delle persone la mia disabilità con la stessa normalità con cui io stessa ho imparato a viverla. Non volevo infatti che le persone non si focalizzasse sulla mia disabilità ma sul fatto che nel corso della trasmissione ero una ballerina che si esibiva in una performance di danza e che magari potesse pensare “io a volte mi lamento per delle sciocchezze e guarda lei che cosa fa con due gambe finte”, così che nel mio piccolo abbia avuto modo di stimolare le persone ad affrontare la vita con coraggio e determinazione.

Il messaggio che cerco di trasmettere è che arrabbiarsi con la vita non serve a nulla. Sono passati sedici anni da quando ho perso le gambe: se mi fossi mettere a piangere o a urlare contro il destino avverso, mi sarebbero soltanto venute le rughe e probabilmente anche l’ulcera. Non ne vale la pena, perché tanto indietro non si può tornare. Non sono una lucertola e quindi certamente le gambe non mi sarebbero ricresciute. Tanto valeva lavorare per dare valore alle molte cose che ancora avrei potuto fare, senza struggersi per ciò che non avrei potuto cambiare. Sono senza entrambe le gambe eppure cammino, corro, ballo, vado in scooter, guido auto. Ogni tanto mi ritrovo a pensare che se non avessi perso le gambe, probabilmente non avrei fatto tutte le cose che ho fatto, tra cui entrare in Parlamento (Giusy è stata eletta parlamentare del Governo italiano nel 2018 – N.d.R.) in punta di piedi col mio “piedino in carbonio” per accendere i riflettori su tematiche che altri non reputiamo prioritari. Ho lavorato, sono caduta, sono inciampata, mi sono rialzata e ho persino partecipato a una paralimpiade a 39 anni tenendo testa ad atlete ventenni, stabilendo anche tanti record nazionali che portano ancora il mio nome e vincendo due medaglie agli Europei. Non ho mai mollato e ce l’ho fatta non perché mi chiamo Giusy Versace ma perché ci ho fortemente creduto e ho lavorato per raggiungere gli obiettivi. Se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque.

 

 

Inclusione, accessibilità e disabilità sono sempre più presenti in finction televisive, serie TV, fumetti e soprattutto in alcuni dei giochi e giocattoli prodotti da alcune delle migliori aziende del panorama mondiale. Tra queste aziende c’è ad esempio il Gruppo LEGO, che ha più volte inserito scene, personaggi e dettagli riguardanti questi importanti temi: uno scuolabus con accesso per sedie a rotelle, palazzi e stazioni ferroviarie con rampe d’accesso, vagoni ferroviari e autobus con accessi dedicati, edifici con ascensori appositi. Far riflettere attraverso il gioco le persone normodotate sui problemi che tutti i giorni le persone con disabilità sono costrette invece a vivere (non passare da alcune porte perché troppo strette per una sedia a rotelle, semafori senza segnale acustico, barriere architettoniche di vario genere etc.), pensi possa essere utile?

Non è solo interessante. È fondamentale! I bambini ai quali il set è rivolto e destinato sono gli ingegneri di domani, gli architetti di domani, sono gli adulti di domani. Se noi oggi viviamo circondati da barriere architettoniche non è solo perché il nostro Paese ha una storia antica e siamo dunque ricchi di palazzi d’epoca e di strutture e contesti che sono addirittura Patrimonio dell’UNESCO e che sono obiettivamente anche difficili da raggiungere per un disabile I tempi sono cambiati, ci siamo evoluti e la disabilità è cambiata e si è evoluta di pari passo. Le persone disabili oggi sono molto più autonome e intraprendenti rispetto a un tempo. Viaggiando tanto, anche all’estero, mi sono resa conto che c’è una distinzione netta tra inclusione e integrazione. Potrebbero infatti sembrare sinonimi, ma purtroppo “includere” non vuol dire necessariamente “integrare”, e nel nostro Paese noi dobbiamo lavorare ancora molto sull’integrazione delle persone con disabilità. Per fare questo serve un approccio culturale migliore: tante volte ancora oggi in pieno centro di città anche grandi alcuni bar non hanno nemmeno l’accesso o i bagni attrezzati per una persona con disabilità. Io stessa in questi anni mi sono trovata spesso anche in sedia a rotelle perché magari mi facevano male le protesi mi sono trovata davanti a una rampa di scale senza elevatore. Viceversa, tutte le soluzioni che abbattono o rimuovono le barriere architettoniche, vanno a beneficio non solo dell’inclusione, della mobilità e dell’indipendenza della persona con disabilità, ma di tutti. Pensate ad esempio alla persona anziana con problemi di deambulazione, a una persona con gamba ingessata e stampelle, a una mamma con il passeggino ma anche e più semplicemente le stazioni ferroviarie e della metropolitana dove sono installati gli ascensori. Se ci fate caso, gli ascensori li prendono anche e soprattutto i viaggiatori che hanno i trolley grandi e pesanti che si vogliono spaccare la schiena tirandolo sulle scale. Un altro esempio sono gli ascensori “parlanti” che ti informano a che piano ti trovi quando la porta si apre: indispensabili per le persone ipo/non vedenti ma molto utili anche per le persone normodotate. Io sono una grande appassionata della Universal Design, la metodologia progettuale di moderna concezione che ha per obiettivo fondamentale la progettazione e la realizzazione di edifici, prodotti e ambienti che siano di per sé accessibili a ogni categoria di persone, al di là dell’eventuale presenza (o meno) di una condizione di disabilità. Se infatti si pensa una città o anche un singolo quartiere come un ambiente totalmente accessibile, ne gioveranno tutti, non solo le persone con disabilità. Saranno i bambini di oggi a progettare domani gli autobus e gli scuolabus devono avere la rampa, i palazzi con gli accessi e con l’ascensore con le porte larghe a sufficienza etc. Tutto può contribuire a creare questo tipo di cultura e consapevolezza, anche e soprattutto attraverso il gioco, perché è uno strumento in più che educa il bambino alla crescita in questo senso e tante volte purtroppo la disabilità sembra un mondo a parte, quando invece è proprio una realtà. Una realtà che molti genitori e molte famiglie di quelle “più fortunate” non conoscono e non spiegano. Non se ne preoccupano e non cercano di farla capire ai bambini perché, erroneamente, pensano che son temi che non li riguardano. Il mio non è un giudizio o una critica: io stessa quando ero “intera” assolutamente ignoravo quelle che potevano essere le esigenze di una persona con disabilità. Se noi adulti di oggi, possiamo aiutare le nuove generazioni a crescere con un diverso approccio e senza dover necessariamente aspettare che nella vita capiti qualcosa di brutto per fartene inevitabilmente rendere conto, tanto meglio.

 

Oltre a partecipare e vincere a “Ballando con le stelle”, quale è stata la cosa più folle che ha fatto Wonder Giusy?

Escludendo la partecipazione e la vittoria a “Ballando con le stelle”, credo che fare il Volo dell’Aquila del Carnevale di Venezia si possa definire una delle migliori vittorie in termini di dimostrazione che la disabilità non può e non deve essere di ostacolo a qualunque nostro sogno, idea o impresa. 

 

frangioja Francesco Frangioja, facilitatore Certificato nella Metodologia LEGO® SERIOUS PLAY®. Certificazione conseguita con Trivium. Master Trainer: Per Kristiansen, co-founder of The Association of Master Trainers in the LEGO® SERIOUS PLAY® method and materials. Autore di libri per bambini (e non solo) a tema LEGO®. Business partner di Brickvision di Riccardo Zangelmi, l’unico LCP (LEGO® Certified Professional) italiano.

 

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