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Il peso nel ventre – romanzo di Luciana Brusa – terza puntata

Il peso nel ventre

 

Capitolo 5 – Scenari magici

 

Mentre frequentavano il corso di infermiera, le due nuove amiche andarono per una gita di fine settimana al mare, in una località che Leonora conosceva bene, Gaeta, dove si recava in vacanza almeno una volta l’anno d’estate, per una ventina di giorni. Là aveva diverse amicizie.

Prenotarono l’albergo in cui andava abitualmente Leonora, in località Serapo, davanti ad una grande spiaggia e sotto il Parco Orlando, fitto di piante.
Helga preferì guidare la sua macchina e portò con sé Toy, da cui non si staccava mai. Il cagnolino, buono e rassegnato, se ne stava acciambellato sul sedile dietro di loro. Come previsto, dato che non c’era traffico, arrivarono alla méta in circa due ore, la sera di venerdì.

Helga conosceva Formia, Caserta e Terracina, per averle visitate con Giulio quando lui ci teneva a farle conoscere la Bella Italia, ma non aveva mai visto Gaeta.
Prima di andare in albergo fecero un giro per la cittadina, che sembrò a Helga molto più vasta e complicata di quanto avesse potuto prevedere. Le apparve come una città senza confini, varia nelle costruzioni e difficile da memorizzare senza avere sott’occhio una pianta per orizzontarsi. Era un istmo articolato e ad un certo punto si trovò fra due mari, uno a destra, mosso per farci il bagno e uno a sinistra, immobile e plumbeo, con navi grandi e minacciose (e seppe che quello era il porto della base Nato, con molte navi americane).

«La prima cosa che farò sarà comprarmi una bella pianta particolareggiata, poi visiterò con calma ogni zona. Magari la prossima volta potrei portarci anche Giordano, credo che un così breve viaggio non lo disturberebbe… Adesso indirizzami tu, che conosci bene tutti i passaggi».
Vide che Gaeta sorgeva veramente tra due mari, che due castelli maestosi ne dominavano un lato, fu suggestivo scoprirlo dopo la salita ripida fra le ville, le chiese, le case che si accendevano di luci nel tramonto primaverile.

«È il castello Angioino-Aragonese, fu costruito in varie epoche», spiegò Leonora, «tutte le date non le ricordo ma troverai ogni informazione su una buona guida. Oppure, quando ti farò conoscere Noemi, una maestra in pensione simpaticissima, le farai tutte le domande che vuoi. Lei è l’anima di questo posto, conosce la storia di ogni pietra».

Salendo per la ripida salita con la piccola auto, si fecero un’abbuffata di antiche dimore, vicoli e ville prima di godere la maestosità del Castello e la vista del mare dall’alto: si sentivano ubriache già senza vino. Al ritorno, Leonora indicò all’amica una dimora a due piani, in pietra: « In questa casa come in altre è nascosto un giardino, io l’ho visto – vedessi che poesia, delle piante fiorite di bouganville da stordirti – mi hanno invitato la scorsa estate due anziani che vengono alla spiaggia dove mi prenoto la cabina ogni anno per le vacanze. È lo stabilimento più elegante e più caro della spiaggia di Serapo. Quei due sono fra i ricconi di Gaeta più arzilli, lui specialmente, non hanno figli e , se me l’avessero chiesto, avrei piantato il mio lavoro e sarei andata da loro a fare la governante! Ma per ora si accontentano della domestica che li serve tutta la giornata…»

Helga sentì subito come un colpo a quel cenno – era forse un qualcosa di predestinato? – e continuò a ripensarci anche più tardi e persino la notte, prima di riuscire ad addormentarsi. Le interessava andare a conoscerli, ma per il momento si trattenne dal chiedere ulteriori informazioni, anche per non destare nell’amica sospetti sui suoi pensieri cupi e ingarbugliati.
Si concentrò sul rimanente giro turistico di una prima conoscenza della città, guidò dietro le indicazioni di Leonora fino all’altro golfo caietano, dove su un mare fermo, senza onde e senza vento, dominavano le navi militari americane.

«Prima di andare a cena facciamo solo un salutino a Noemi, gliel’ho promesso, tanto è di strada, lei è a quattro passi dal nostro hotel».
Si fermarono in un’ ampia piazza quadrata, in discesa, delimitata da una chiesa moderna e da edifici che erano un Liceo e una scuola Media, e dall’altro lato da case per abitazioni, con giardinetti condominiali. In mezzo alla piazza c’era un ampio giardino ombreggiato da pini mediterranei, con panchine occupate da vecchi e mamme con i loro bambini.

Noemi fu molto gentile a scendere appena suonarono il citofono, arrivò con un grembiule a righe legato su un vestito piuttosto elegante. Era una donna robusta, sui sessant’anni, dal sorriso aperto, capelli ricci biondi: « Non vi voglio far perdere tempo, avrete voglia di riposarvi… ci vediamo domattina, se volete venire a pranzo da me, mi fate piacere».

«Certo, Noemi! Domani alle undici siamo qua, ma non fare troppo da mangiare; basta una cosa sola, noi due specialmente a pranzo mangiamo poco, altrimenti ci viene sonno!
Poi vorremmo andare a trovare i due coniugi Peluso De Rosa, che li rivedo sempre volentieri e anche vorrei far vedere a Helga la loro bella casa con quel giardino incredibile. Ci accompagni tu, magari li avverti prima? »

Helga, stranamente, si sentì intimidita di fronte a quella donna, la interrogò tuttavia su un particolare della zona che l’aveva incuriosita: « Mi dice Leonora che lei sa tutto di Gaeta, mi può confermare se ho capito giusto di dove ci troviamo qui? Mi sono confusa guidando per le strade antiche e nuove, spunta il mare a destra e a sinistra… Ora siamo proprio sull’istmo che divide un mare dall’altro, cioè dalla strada da cui siamo arrivate con il porto militare, e scendendo troviamo le spiagge famose di Gaeta?»

«Certo, e come vede, a sinistra si sale al Parco Orlando, dove c’è il Mausoleo di Munazio Planco e la Montagna Spaccata. Vedo che si è subito orizzontata. Non è facile con questa città così varia e piena di trabocchetti. Ma ancora il budello non lo avete visto, lì bisogna andarci a piedi. Quello è il punto che doveva ingannare i pirati per la struttura a pettine, da una casa si passava ad un’altra dall’interno, così è forse la zona più caratteristica».

Nella notte Helga si alzò più volte, affacciandosi a guardare la spiaggia di Serapo dal suo balcone, si addormentò quasi all’alba, immaginandosi cosa avrebbe voluto fare proprio lì, in quella strana cittadina che aveva mille volti e mille prospettive.

Con maestria avrebbe guidato la sua nuova vita, le giornate dei due coniugi, che ancora non conosceva ma che cercava di immaginare, probabilmente dovevano essere vecchi e malridotti, avrebbe impostato le loro giornate ogni giorno, metodicamente. La colf avrebbe dovuto stare in casa dal mattino alla sera, lei invece l’avrebbe comandata e avrebbe stabilito ogni giorno ricette di pranzo e cena.
Ma la cena avrebbe voluto servirla lei stessa e la notte intera sarebbero rimasti in casa solo loro tre, in modo da instaurare un vero rapporto familiare, che sarebbe diventato di vera confidenza e sconfinata fiducia dei due vecchi nei suoi confronti.

Pian piano lei avrebbe capito dove riponevano soldi e gioielli, come si comportavano quotidianamente fra loro, quali fossero le crepe del loro ménage per poter insinuarsi fra di loro, dove la situazione era più cedevole e franosa. Senz’altro un punto chiave sarebbe potuto essere la fragilità dell’uomo, che lei si sarebbe lavorata abilmente, data anche la sua relativa miglior efficienza fisica rispetto alla vecchia consorte. Pelo sullo stomaco se lo sentiva e anche abbondante. Il suo scopo era ammazzare prima la vecchia e poi, impadronitasi della fiducia, anzi dell’adorazione del marito, farsi intestare i beni con un testamento e in seguito ammazzare anche lui, per ereditare tutto e lasciare gran parte della ricchezza al figlio sfortunato. Di notte i piani le sembravano di una facilità elementare!

Nel Medioevo l’avrebbero trovata e bruciata, ma ora alle streghe nessuno credeva più, ci ridevano sopra. Helga aveva i suoi metodi, li avrebbe usati senza pietà. «Aspettate, aspettate che vi scovo io, mucche da mungere, prima una… dopo l’altra… sto venendo a trovarvi».

Il sonno le arrivò all’alba e al risveglio tutte le sue fantasie le parvero grandi minchiate, per dire una bella parola che aveva imparato da Leonora e che in quel caso era proprio calzante.

Volò, quella mattinata in cui Helga si sentiva eccitata come per un appuntamento con un amante. Le due amiche andarono a pranzo da Noemi che le ricevette allegra e sorridente nella sua casetta modesta: «Volevate una sola portata, vi ho fatto la tiella di pesce, vedete un po’ se vi piace…»
«Ma è squisita!» si complimentò Leonora, tagliando la crosta di pane da cui uscirono i profumati pesci e verdure con sugo di pomodoro. «La fai meglio che al ristorante!»

Dopo pranzo, come Noemi aveva concordato con l’avvocato Emilio che conosceva da una vita, si recarono in macchina nella casa sotto il Castello.

Il misterioso presentimento di Helga che qualcosa potesse  svolgersi come lei aveva pianificato, si materializzò quando, suonato il campanello, sulla porta comparve l’avvocato, non una domestica come si sarebbe aspettata.
Lo sguardo di quell’uomo anziano, che anni addietro doveva essere stato davvero bello, la avvolse in una occhiata diretta e maliziosa, le parve che la frugasse, certamente lo scollo profondo del suo abito lo aveva colpito, anche se non era certo lei la prima donna piccante che gli capitava a tiro. Si capiva al primo sguardo che era un marpione, un uomo che non si era fatto mancare nulla nella vita, nonostante il lungo legame matrimoniale.

«Ma che delizioso cagnolino!» l’accolse con il complimento più azzeccato il padrone di casa, facendola entrare per prima, cerimoniosamente, e deliziandola con un baciamano da vero, antico signore. Fece lo stesso gesto con Leonora e con Noemi, la quale però ridacchiava senza stupirsi, da vera sua amica d’infanzia, come aveva dichiarato a pranzo. Sebbene a Helga fosse difficile immaginare come facessero ad essere amici d’infanzia, Noemi sessantenne e l’avvocato quasi ottantenne.

Sulla porta comparve una donna matura pienotta, strizzata in un grembiule azzurro, che le accompagnò in un vasto salotto con una vetrata aperta su un giardino, che Helga capì essere il magico giardino di cui le aveva parlato Leonora. Ad un lato della vetrata, era seduta su una poltrona e fissava le ospiti con sguardo indagatore una signora ben vestita, con capelli di una tinta castano scuro che la faceva sembrare molto più vecchia del marito brizzolato.
«Le presento mia moglie, la signora Fosca» annunciò Emilio con un sorriso.

Mentre prendevano il tè e sbocconcellavano i dolcetti offerti un po’ goffamente dalla cameriera, Helga ricordò come in un lampo di aver già visto quella coppia. Si sentiva elettrizzata e non riusciva a star ferma, chiese il permesso di poter andare a vedere il giardino e immediatamente il galante Emilio si fece avanti per accompagnarla.

Il profumo delle siepi fiorite, le specie diverse di corolle vivaci e un senso di disordine voluto da qualche estroso architetto – muretti di antiche pietre su cui si piegavano siepi e alberi, il saliscendi dei vialetti – e soprattutto la bouganville profusa in varie tonalità dal viola al rosso al lilla, inebriavano l’algida Helga, che si appoggiava con grazia al braccio del suo anfitrione.

Mentre visitavano il giardino, riuscì a focalizzare ancor meglio i due coniugi nella memoria, li rivide ad una riunione conviviale organizzata da Giulio nella sua casa di Roma, molto più giovani, forse una ventina di anni prima. Ma certo! Il cognome avrebbe dovuto ricordarle qualcosa: i Peluso De Rosa facevano parte della nobiltà papalina, magari non di quella scelta o di prima categoria – come sottolineava a volte Giulio – ma di qualche ramo cadetto, frutti di rapporti ancillari che i padroni spesso avevano con le fantesche e pertanto resi ricchi con lasciti, denaro, gioielli, abitazioni, che dovevano acquietare i rimorsi e le nostalgie amorose del padrone.

Mentre pensava se rivelare o meno quella scoperta al suo anziano cavaliere, fu lui stesso che le disse a bassa voce, come a non voler farsi sentire dalle signore che peraltro dal salotto mai avrebbero potuto udirlo: «Ma Signora Helga, io ricordo di averla conosciuta a Roma, quando ancora lavoravo e conoscevo bene il suo bravissimo marito! Forse lei è desiderosa di restare in incognito…?»

Capì allora, la ex moglie dell’avvocato di grido, di avere in mano una carta formidabile di garanzia, per far presa sull’anziano principe del Foro e ancor più sulla signora Fosca. Si atteggiò a donna ferita, scosse la testa con teatrale mestizia e lo pregò di non chiederle troppi particolari dell’accaduto, dato che era stata abbandonata dal marito per una ragazza giovane, da cui lui probabilmente aspettava un figlio.

«Senta, avvocato, io voglio dimenticare tutto, andarmene via da Roma, non saprei come fare, mi dica lei se conosce qualcuno che abbia bisogno di una governante. Sa immaginare, penso, con tutte le conoscenze che lei ha, magari una vedova oppure un… vedovo… » calcò volutamente sulla parola vedovo, rivolgendogli un suo sguardo acquoso che sapeva colpire particolarmente certi tipi di uomini libidinosi. «Io sono appassionata della conduzione domestica e per me è una vocazione poter dirigere la dimora di persone educate, per bene. Può capire come io sarei animata da vera passione, niente da confrontare con certe donne di basso rango, che fanno solo per guadagno questa missione! Non riferisca a sua moglie, per ora, il particolare che sono divorziata da Giulio, semmai più avanti, ora mi imbarazzerebbe».

L’algida danesina riuscì anche ad arrossire e a tremare quel tanto che risvegliò più di un desiderio nel vecchio tombeur, che le accennò un timido abbraccio: «Stia tranquilla, Helga, sarà il nostro segreto finché lei vorrà».
Si scambiarono i numeri di telefono, cellulari compresi, e anche le mail per potersi raccontare e sfogare. Rientrando in salotto, Helga manifestò il suo entusiasmo per il giardino e la casa, e ringraziò con fare mansueto e dolce la legnosa Fosca.
« Si vede, Signora, che lei è una grande padrona di casa, che il suo gusto anche nel progettare il giardino è raffinatissimo».
Ritornando in albergo, Leonora le chiese se le fossero piaciuti i due anziani, ma non ebbe risposte chiare dall’amica, che si dimostrò titubante a dar giudizi.
« Sono persone beneducate senz’altro, forse un po’ noiose. Poi ti saprò dire».

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Capitolo 6 – La tela da tessere

Ma appena rientrò a casa sua a Roma, Helga si precipitò al computer e trovò, con un balzo al cuore, la prima mail di Emilio:
@ Helga! Mi permetta di dirle che Lei è stata la più bella sorpresa che mi poteva capitare. Non voglio disturbarla e, se vuole riposarsi del viaggio, mi risponda domani con comodo, ma io desidero salutarla, ringraziarla della visita e le porgo una dolce buonanotte.
Non era il caso di fare la preziosa, anzi era meglio battere il ferro finché era caldo, perciò preferì rispondere:
@ Emilio, sono contenta di darle anch’io la buonanotte, penso ancora ai profumi del suo bel giardino.

Dopo un istante, ricevette una mail che la fece ancora sobbalzare.
@ Devo dirle che – quanto a profumi – è rimasto qui il suo, che mi fa una conturbante compagnia… Le confesso che sto pensando a come poter concretizzare un progetto da attuare insieme, che la possa contentare nelle sue ambizioni lavorative. Dovremmo riuscire a vederci per poterlo definire in modo soddisfacente, soprattutto per lei.
Rispose al suo appassionato interlocutore, non credendo quasi a ciò che sentiva avverarsi:
@ Sono davvero entusiasta della sua forte determinazione ad aiutarmi nel mio programma e certo sarò disponibile a incontrarla qui a Roma, appena lei potrà.

Dopo tre giorni, il suo fremente ammiratore sarebbe andato volentieri nel suo appartamento romano per poter concordare con lei le condizioni, ma Helga ebbe gioco facile a comunicargli che aveva in casa suo figlio Giordano, l’infelice figlio autistico che – disse – si dividevano a periodi lei e l’ex marito.

Decisero perciò di incontrarsi verso l’una in un ristorante tipico a Trastevere , anche perché così lui sarebbe tornato nel pomeriggio dalla moglie che, come ebbe a sottolineare intenzionalmente il diplomatico Emilio, da anni non voleva mai rimanere da sola».

La scusa di un controllo a Roma di un ipotetico documento poteva quindi essere un argomento plausibile per Fosca, mentre una lunga assenza non sarebbe passata inosservata alla sospettosa moglie. E… proprio ora che stavano tessendo una tela che li avrebbe fatti stare a tu per tu in modo insospettabile, non era il caso di correre rischi inutili!

L’elegante Emilio non si espresse proprio così apertamente, ma fu quello che le fece intendere e che d’altronde andava benissimo anche ad Helga, che in quella storia voleva entrarci con i piedi di piombo e con tutte le garanzie possibili che si meritava, anche per l’età… quasi trent’anni meno del focoso pretendente!
Era quello che gli italiani definivano “farla cadere dall’alto”!

Delicatamente, mentre assaggiavano l’aperitivo e le pietanze, tra uno sguardo allusivo e un lieve strusciar delle ginocchia sotto il tavolo, Emilio le svelò il suo progetto: « Helga… lei ha già in mano il contratto, se lo vuol firmare: potrà essere la governante più adorata, se accetta di svolgere la sua missione a casa nostra… Come ha visto, per le faccende quotidiane, oltre ad un giardiniere abbiamo una domestica fidata, anche se un po’ contadinotta nei modi, Elvira, che sta da noi tutto il giorno e torna dalla famiglia la sera. Lei non avrebbe da fare nessun lavoro, ma ci organizzerebbe la giornata, il menù, qualche riunione di amici per il tè o un bridge. Viaggi non ne possiamo fare, date le condizioni di mia moglie, purtroppo.

È da un po’ di tempo che io non ho più dialogo con Fosca, ma devo assisterla. Ora, come ha visto, è in poltrona o in carrozzella, dorme spesso, io invece mi sento ancora pieno di vita, ho anche bisogno di parlare con una persona che possa capirmi…»

La danese cercò di dimostrarsi sorpresa, ci riusciva benissimo, abbassava gli occhi e faceva un sorriso a metà fra l’incredulo e lo scandalizzato, accompagnandolo con un intercalare di piccole frasi mozze, sussurrate:

«Ma Emilio…! La Signora Fosca sarà d’accordo? Io sono stupefatta, ma certo la vostra casa, il vostro ineguagliabile giardino, e poi la sua compagnia, avvocato… per me è una vera tentazione!»

Il marpione non si fece sfuggire quella parola, le prese le mani fra le sue e le disse: « La tentazione è lei, Helga, la sua bellezza, la sua grazia, il suo charme!»

Si promisero di contattarsi presto per definire quella decisione, perfezionare i termini: «Magari, Helga, torni a farci visita, potrà cominciare a dormire una notte in quella che sarà la sua camera, per constatare come si troverà. Non voglio farle fretta, ma adesso sta per cominciare la stagione più bella per Gaeta e lei potrà godersela tutta! Potrà, a suo piacere, indicarci come renderle più confortevole il suo quartierino, perché in effetti lei avrà a disposizione tutta per sé una porzione di casa a parte, indipendente, composta da un’ampia camera matrimoniale con cabina armadio, uno studio, un cucinotto e il bagno molto grande con doccia e vasca idromassaggio, che si affaccia sul giardino che lei tanto apprezza! Avevamo costruito questo piccolo appartamento indipendente per amici che talvolta desideravamo ospitare d’estate per lunghi periodi, senza disturbarci con la quotidiana reciproca presenza. Magari può esserle più gradito far colazione di primo mattino privatamente, ancora in desabillè…

Sa, cara signora, quando eravamo ancora abbastanza giovani, abbiamo scambiato ospitalità anche con coppie o persone single conosciute in viaggi o crociere, che a loro volta ci hanno voluto far conoscere i loro paesi di origine, soprattutto ricchi indiani, che ci hanno ospitato nelle loro favolose dimore. Sono venuti da noi anche studenti o studentesse soprattutto americani, molto sportivi e più svegli dei nostri ragazzi, che desideravano imparare l’italiano e diventavano come figli, per noi. Per la verità, io avrei continuato ad avere ospiti, per rallegrare la nostra solitudine di anziani coniugi…

Purtroppo, però, Fosca ha voluto porre fine a questa simpatica abitudine per le sue peggiorate condizioni di salute. Ma ora è d’accordo per l’entrata della «nostra preziosa governante», che per me è un dono piovuto dal cielo e ci alzerà il tono della vita! Mi dica che tornerà a trovarci fra una settimana, la prego!»

Le prese delicatamente la mano e gliela baciò sfiorandola appena, come ancora pochi gentiluomini usano fare, pensò Helga che apprezzava sempre più le maniere forse un po’ fuori moda, ma così galanti di quel vecchio signore.

A proposito delle ospiti studentesse che Emilio avrebbe trattato come figlie, se lo poteva immaginare quando era ancora giovane e aitante, a come poteva averle istruite nelle maniere e nella lingua italiana… i mezzi non gli mancavano, nemmeno finanziari, per ammorbidire certe resistenze… Adesso cominciavano a quadrare molte cose in quel ménage con una donna così rigida e diversa da lui.

Tornata a casa, aspettò di aver cenato per accendere il pc, calcolando il tempo del ritorno di Emilio a Gaeta. Quando aprì la casella di posta, trovò quello che si aspettava, le frasi galanti, il commento del loro incontro ravvicinato e la conferma che più le premeva:
@ Senza parlare, ovviamente, del nostro incontro a Fosca, ho portato la conversazione sulla proposta che potremmo farle, facendo risaltare tutti i miglioramenti che nella nostra vita di anziani lei potrebbe portare… Facevo in modo che fosse mia moglie ad accorgersene e anzi che me li suggerisse lei… credo di aver fatto la migliore arringa della mia vita: le mettevo in bocca le parole che desideravo… Ovviamente, mia dolce Helga, tacendo i miei pensieri più romantici e devoti nei suoi confronti. Alla fine è stata Fosca a dirmi di farle, entro domani, la proposta di un contratto per un lavoro di governante presso la nostra casa! Mi dica che viene a trovarci subito, dopodomani, non sto più nella pelle!

Helga si rovesciò all’indietro sulla sedia, rise di una risata sonora e quasi sguaiata, prese in braccio Toy e lo sfregò per tutto il corpicino, facendolo guaire di spavento… Ma come se lo sarebbe cucinato, quel tipo! Le soddisfazioni che, oltre i soldi, si sarebbe presa! Si sentiva eccitata come da tempo non le capitava, una fortuna come quei due polli da spennare non l’avrebbe mai immaginata!

@ Emilio, lei mi confonde ma nello stesso tempo mi invoglia… Ha ragione, non perdiamo tempo, verrò dopodomani e dormirò da voi per rendermi conto di tutto, e magari mi deciderò a fare questo passo per me arduo, ma che le sue maniere da vero gentiluomo rendono alquanto allettante! Apprezzo la sua discrezione nel tenere per sé i nostri segreti, le nostre intese. Sento che veramente lei mi capisce a fondo…

Volarono le ore, i minuti e i secondi delle due giornate, e lei si preparò una valigetta per soli tre giorni, in attesa di programmare il suo trasferimento definitivo. Arrivò all’appuntamento all’imbrunire e stavolta suonò il campanello della dimora della coppia Peluso De Rosa lei da sola, col suo cagnolino al guinzaglio. Venne ad aprire Emilio, che appariva emozionatissimo, quasi irriconoscibile, diverso dal signore equilibrato che aveva conosciuto. D’altronde, a quell’età, stava per vivere una nuova vita, gli si aprivano voluttà inimmaginabili, data la sua situazione di anziano legato a un vincolo indissolubile. Emilio si scioglieva come neve al sole ed era pronto a diventare suo schiavo, così stava la cosa!

Aveva anche paura di non riuscire a realizzare quel sogno, infatti tremava un po’ nel farle il lieve baciamano! Per lei, invece, era tutto diverso: non si era mai sentita sicura come in quel frangente, pronta ad esigere ciò che voleva e a godersela, finalmente, come sentiva di meritare!

Si impose un atteggiamento umile e si atteggiò, come sapeva ben fare, a signora costumata e dabbene, mentre omaggiava con deferenza e rispetto Madama Fosca, mentre salutava con gentilezza la cameriera che aveva preparato la cena e li avrebbe serviti prima di andarsene a casa sua, come tutte le sere.

Sapeva recitare e ci si sarebbe divertita. Si sedette di fronte ad Emilio e lo guardò col suo sguardo fulminante, quello che riservava ai momenti più intimi. Brindò con tutti e due i suoi padroni: « A questa nostra bella amicizia!»

Mentre cenavano, Fosca fu più loquace di quanto la danesina si aspettasse dopo il loro primo incontro. Anzi, la Madama riuscì a stupirla quando lei, con grazia e quasi arrossendo, decise di rivelare chi fosse, cioè la moglie danese dell’avvocato Giulio, di romana nobiltà e di famiglia di illustri togati. Ricordò loro, con una serie di particolari, che li aveva già conosciuti proprio come invitati a casa del suo ex marito Giulio. Fosca, infatti, prima confusa poi sicura dell’episodio, rammentò l’incontro, mentre Emilio si fingeva stupito e faceva mostra di cercare nei ricordi…

«Bravo attore, caro avvocato « gli comunicò con uno sguardo d’intesa la prima attrice e regista.
« L’unico motivo, per me, di cambiare vita, è che io credo a certi valori e come primo alla famiglia.

Ma ormai l’amore deluso, dopo tanti anni di vita coniugale, e il nostro essere genitori di un figlio trentenne autistico… sono situazioni che mi spingono a fuggire dai ricordi per non soccombere».

Helga notò il brillare furbesco negli occhi dell’avvocato, mentre la moglie si espresse con gravità e convinzione:

«Mi sembra un’ottima reazione, anzi sono da apprezzare – oggi che i valori del matrimonio si vanno perdendo – le donne come lei che, pur nella sconfitta, sanno comportarsi saggiamente, senza buttarsi in avventure sordide e immorali».
Ma che intesa a trois! Il dialogo avveniva come in un ping pong, più divertente e stimolante che se avessero parlato lei ed Emilio ‪tête-à-tête‬… eccitante nei sottintesi e nelle trappole che tendevano alla Madama!

Helga si complimentò con se stessa di essersi messa un tailleur leggero con un’accollata camicetta bianca, con una fila serrata di bottoncini; se non proprio virginale, il connubio grigio e bianco faceva molto infermiera, ma… sotto la gonna aveva pronti gli slip civettuoli di pizzo bianco e anche le calze erano bianche, rette da giarrettiere, le avrebbe potute far scorgere con un’istantanea mossa solo al caro Emilio, nel caso se ne fosse presentata l’opportunità… se le si fosse seduto di fronte in salotto… Helga non lasciava mai niente alla sorte. Chissà, avrebbe potuto mostrargli qualcosa se Emilio l’ avesse accompagnata in camera, più tardi.

Ma in questo particolare era stato molto furbo e previdente proprio Emilio, che sapeva bene come doveva comportarsi con la sua Fosca. L’ospite sarebbe stata accompagnata dalla cameriera Elvira e loro due coniugi l’avrebbero invece attesa in salotto davanti alla tv, con discrezione, senza disturbare il momento della visione dell’alloggio, che era da considerarsi una parentesi intima per l’invitata.

Del resto quante volte, nei bei tempi che furono, Emilio aveva seguito questo protocollo, che sapeva gradito alla consorte, sempre un po’ formale e sospettosa: «Non entrare mai nell’appartamento dell’ospite, nemmeno per caso» gli aveva ripetuto categoricamente per anni, burbera e decisa.

Perciò, quando l’ospite era una studentessa venuta per imparare la lingua, anche se non necessariamente bella, ma comunque nuova femmina, come diventava stimolante per il raffinato tombeur ricavarsi uno spicchio di trasgressione nella giornata, riuscire ad insinuarsi, anzi farsi invitare ad entrare nella camera, e accorgersi di essere desiderato dalla ragazza, che spesso ricavava molto piacere a fare di nascosto, con un uomo maturo, cose proibite che con un coetaneo non avrebbe mai osato… Le conosceva bene, le donne! Quasi più divertite dal tradire una moglie, godendo di imprevisti preliminari che a copulare sic et simpliciter! E a cena, quando mangiavano insieme tutti e tre, che divertimento provava nell’alternare l’italiano con frasi in inglese o americano o in francese, nelle quali – dato che Fosca non conosceva una parola di lingue straniere – ripeteva alla birichina particolari lascivi e programmini per la serata, nel caso fosse riuscito a sgattaiolare fuori dal talamo.

Sebbene più raramente, il protocollo dell’approccio gli era riuscito bene anche con alcune mogli di qualche casuale personaggio, conosciuto in crociera o altra escursione, che a sua volta voleva distrarsi e magari preferiva lui stesso visitare da solo le antichità e soprattutto qualche facile donna del posto, il cui indirizzo gli era stato suggerito dal compiacente Emilio!

Non ci aveva mai provato con mogli indiane o comunque di culture orientali, era un suo principio quello di portare rispetto a chi veniva da lontano. Probabilmente aveva un oscuro timore delle reazioni di persone di cui conosceva poco i costumi e la morale.

«Un passo per volta, stai calmo» continuava a ripetersi Emilio, quella prima sera in cui la sua eccitante danese si trovava a dormire nella ben nota alcova, che gli rievocava avventure e trasgressioni del passato.

Tanto, dopo il solito sonnifero serale, Fosca si addormentava profondamente e, una volta in camera, fino al mattino non si muoveva; uscita la cameriera che andava a dormire a casa sua, si sentivano solo gli usignoli che facevano parte della poesia del luogo.

Helga sentì Emilio bussare più tardi alla sua porta, ma gli aprì appena l’uscio, lasciò solo uno spiraglio, da cui potesse sbirciare sotto la vestaglia trasparente il suo seno nudo e le gambe ancora vestite delle calze e delle giarrettiere bianche. Non lo fece entrare (mai lo avrebbe fatto, prima di aver riscosso la sostanziosa cifra di anticipo e di aver firmato insieme a lui, come avevano stabilito, il suo ambìto e ricco contratto…!), adducendo l’eccessiva emozione.

Gli promise che dopo qualche giorno, avrebbe potuto approfondire la sua conoscenza con una diversa e più affettuosa disposizione.

«Emilio, non sciupiamo questo nostro rapporto, non è il caso di essere frettolosi, stasera sono stanca, siamo prudenti, vedrai, appena ritorno con tutti i miei bagagli, fra pochi giorni… quando mi sarò anche persuasa di non dover temere che qualcuno ci disturbi…»

L’avvocato si arrese, dopo aver tentato qualche carezza e un bacio rubato sulle labbra carnose della sua nuova compagna, come da giorni, nei suoi sogni, la considerava. Dovette anche lui effettivamente pensare che sarebbe stato molto meglio rimandare ad un momento meno improvvisato i preparativi che lui era solito usare prima di un incontro amoroso. Non aveva più vent’anni ma nemmeno sessanta, né settanta, porca miseria!

Avrebbe aspettato dopo il definitivo trasloco della sua adorata, intanto si sarebbe trastullato al pensiero. Come andava in brodo di giuggiole anche solo nello scambio delle loro mail allusive! Si sentiva disposto a tutto, pur di riprovare ancora quei benedetti fremiti, e con Helga sentiva che sarebbero state scintille da vulcano in eruzione!

 

Luciana Brusa


Luciana Brusa
, vive tra Milano e Casole d’Elsa ( Si ). Ha pubblicato studi filologici inerenti alle materie letterarie che insegnava; poesie, articoli su giornali in occasione di interviste a personaggi della cultura che presentava agli allievi. Ha partecipato all’Antologia ” Per un archivio della Piccola memoria” edito dal Comune di Milano. Settore Biblioteche ( 2004 ). Ha pubblicato due romanzi: ” La Festa dell’UVA” ed. MEF Firenze ( 2005 ) e ” Scherza coi Fanti ” con prefazione di Andrea G. Pinketts. ed. Albatros Il Filo ( 2010 ). Dal 2013 collabora al giornale SportWork

 

Comments (7)

    • patrizia

    e brava la nostra luciana

    15 Marzo 2015
    • Lucrezia

    Non vedo l’ora di leggere il seguito

    22 Marzo 2015
      • Luciana Brusa

      Grazie, non c’è commento più bello di questo!

      21 Dicembre 2015
  1. Sono stato schiacciato quando il mio amante di tre anni ha lasciato per stare con un’altra donna. Ho pianto e singhiozzato ogni giorno, fino a quando ha ottenuto così male che ho raggiunto fuori a Internet per aiuto. Ho sprecato così tanto tempo e sforzi per cercare di farlo tornare fino a quando mi ha colpito sulla cosa vera. Ed è la sua magia finale. Eri diversa dal resto – tu sei il diamante grezzo. Grazie dal profondo della mia anima! Sono estremamente felice. Spero che Dio ti benedica, come si deve aiutarmi il mio amore indietro, a fargli visita a (thebrotherhoodtemple@gmail.com) può essere di grande aiuto a tutti voi.

    sandra da REGNO UNITO

    17 Dicembre 2015
      • Luciana Brusa

      Grazie del tuo commento, Carissima Sandra, certo che le donne devono ancora liberarsi da troppi lacci mentali, prima di tutte le liberazioni è l’indipendenza ! Cercherò di scriverti all’indirizzo mail! Un abbaccio!

      21 Dicembre 2015
  2. informazioni come questo è che uno gode e leggere con piacere, è già molto pochi articoli davvero interessanti e ti fanno dimenticare lo spesa tempo leggendo quello che ti piace

    3 Marzo 2016
  3. this page is amazing, i like all the information that you share. thanks

    17 Novembre 2016

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