Il peso nel ventre – romanzo di Luciana Brusa – settima puntata

Capitolo 13 – Ultime volontà

Non dovette recitare alcun dolore per la morte di Emilio, come non l’aveva fatto per la morte di Fosca tre anni prima: lei era solo la governante, una persona pagata per il suo lavoro. Le bastò simulare una lieve nostalgia per il dialogo che aveva avuto con il suo padrone.

Da sola, la casa le parve veramente troppo grande, la notte si svegliava più volte, la opprimeva la solitudine e il silenzio le sembrava pieno di rumori e scricchiolii misteriosi. Toy era l’unico compagno, troppo poco per riempire le ansie e i vuoti notturni.

Aspettava con una certa trepidazione di essere convocata dal notaio per l’ apertura del testamento, nel frattempo convinse Giordano a trascorrere qualche week end con lei. Andò a prendere in macchina lui e il suo nuovo amico, un bel Golden retriever biondo di nome Sam, regalo di Giulio, che così pensava di compensare quel figlio abulico per una eventuale gelosia, essendo appena nata Julia, la bambina avuta dalla nuova moglie, la giovane Emilietta:

«Bellissimo il tuo cane, che occhi dolci! Il giardino a Gaeta gli piacerà, vedrai che giocherà con Toy, faranno amicizia! »
Giordano annuiva, sorrideva, diceva « Sì sì» come sempre timido, introverso, ma più vivace del solito, più reattivo. Era vestito con un completo sportivo beige e sembrava un modello, solo più robusto…bello davvero, se fosse guarito, se almeno fosse migliorato e diventato più consapevole di se stesso e della realtà! Come se lo augurava Helga, in fondo sempre oppressa dal peso di quel figlio anomalo…

Fu proprio dopo l’ultimo week end passato con suo figlio che arrivò la convocazione per l’apertura del testamento.
Il cuore le batteva all’impazzata, non riusciva a dimenticare se stessa ed Emilio quando avevano compiuto il medesimo breve tragitto per fare quell’atto che l’avrebbe resa veramente ricca, attribuendole tutti i beni mobili ed immobili dei Peluso De Rosa.

Vestita di un impeccabile tailleur grigio fumo arrivò alla porta dove inaspettatamente vide Noemi, che le rivolgeva uno strano enigmatico sorriso: « Ciao, Helga…» Comparvero anche Elvira la cameriera ed Enzo il giardiniere, entrambi con sguardo compunto, serioso. Dopo il primo imbarazzo fu Helga a far procedere il gruppetto all’interno della casa: « Suppongo che siamo tutti convocati per lo stesso motivo… andiamo, allora».

Nello studio, accanto ad una segretaria, il notaio li attendeva e i quattro convocati si sedettero di fronte a lui su seggioloni in pelle marrone allineati davanti alla scrivania, un mobile di antiquariato che doveva valere almeno quanto la liquidazione di un professore.

Esaurite le formalità di apertura della successione, il notaio lesse il Testamento che conteneva le ultime volontà del de cuius; in primis la data in cui era stato redatto colpì come una mazzata la governante, perché era stato scritto di suo pugno pochi mesi prima, dopo un loro soggiorno a Creta piuttosto burrascoso, durante i quale Emilio aveva avuto uno dei suoi veloci mancamenti, un malore superato con gocce di cardiotonico e due giorni di riposo in albergo.

In quel periodo, subito dopo il rientro a casa, ricordava di aver trascorso più di un pomeriggio recandosi fuori orario nell’ambulatorio deserto di Vincenzino, «ansioso – come le aveva detto – di colmare la crisi di astinenza dalla mia Helga». Lui l’aveva praticamente prenotata a sua completa disponibilità due ore al giorno, per tutta la settimana, gratificandola con un bel 500 rosa consegnato prima di abbracciarla.
Helga ricordava di avergli detto: «Potrei denunciarti, Vincenzi’, questo tipo di detenzione è paragonabile al sequestro di persona, lo capisci?» ma intanto si divertiva e gli faceva vedere il mondo capovolto, anzi come lui aveva sussurrato: « Mi fai vede’ Gaeta all’incontrario, il mare in alto e ‘u cielo abbasso!» .

Eccome se li ricordava, quei pomeriggi! E magari proprio in uno di quei pomeriggi quel traditore, quel porco di Emilio se ne era andato alla chetichella a trovare il notaio e aveva cambiato il Testamento!
Ecco cosa leggeva il notaio:
«Dichiaro di annullare tutti i miei precedenti testamenti e di nominare erede della casa di Gaeta, compreso l’arredo (fatta eccezione per i seguenti soprammobili e i due quadri che nomino in calce e che dono alla signora Helga Larssen) la signora Noemi Di Ciaccio».
Di seguito nominava erede di un cospicuo conto corrente con titoli e obbligazioni la signora Helga Larssen, cui andavano anche i gioielli della defunta moglie Fosca.

Aggiungeva la disposizione di saldare il dovuto (quote mensili e liquidazione) con il denaro prelevato dal suo personale conto corrente, nel caso che, alla sua morte, la signora Elvira Radice e il signor Enzo De Vito fossero ancora impiegati nelle mansioni di colf e giardiniere nella sua abitazione.

Nè Helga né il notaio fecero mostra di conoscersi, ci furono le firme di accettazione e i rispettosi saluti, dopo di che Noemi prese sottobraccio l’amica e le propose di fare la strada insieme: «Ti accompagno e mi faccio offrire un caffè? »

La danese, fuori dai gangheri, avrebbe urlato i suoi sospetti contro la maestra-amica d’infanzia del de cuius…
Finalmente riusciva a rispondere a tutti gli interrogativi, aveva messo tutte le tessere del puzzle al loro posto: «Altro che amici d’infanzia, coi tuoi vent’anni meno del gran porco! Siete stati amanti, altroché… e uno dei tuoi due figli, vattelappesca se Paolo o Pietro… uno dei tuoi figli è figlio suo… ecco il tuo segreto! La misteriosa che non parla, tiene tutti buoni e si pappa l’eredità!»

Invece se ne doveva stare zitta e pensare a cosa fare, se tornare a Roma o rimanere a Gaeta, accontentandosi di comprare una casa con la cifra che le aveva lasciato nel conto corrente quel furbo dell’avvocato, che le aveva fatto lo sgambetto. Si lambiccava il cervello per capire se aveva voluto vendicarsi dei tradimenti che forse aveva intuito, oppure se per lui Noemi era stata la donna più importante, anche per il figlio che avevano e che, anche se non aveva avuto il modo di riconoscerlo, rappresentava la sua continuazione.
« Va’ a capire gli uomini e come ragionano! «

Mentre entravano in casa, Helga sentiva di avere in mano chiavi che non erano più sue e infatti, con una risata isterica, lo disse a Noemi, biascicando frasette monche « fai come se fossi a casa tua», «ma adesso non so come comportarmi», « tu cosa vuoi che faccia?»

In effetti l’amica sembrava sconcertata e non dimostrava di essere stata al corrente di quel testamento, e il suo stupore parve autentico anche quando, dopo aver bevuto il caffè, rivelò il suo stato d’animo: « Guarda, io sono colpita per questa fortuna che mi è capitata, non me ne rendo ancora conto, ho un calore alla faccia e spero che non mi venga un colpo apoplettico… Mi aspettavo qualche regalo, gioielli forse, soprammobili, tovaglie e lenzuola ricamate di cui sapevo che son pieni gli armadi senza neanche essere mai state usate, magari dei soldi… ma la casa…! Sono fuori di testa e ci voglio pensare con calma per un bel po’ di giorni… Intanto tu stai qua e vivi come prima, tranquilla, che di emozioni ne hai avute abbastanza anche tu…»

La cordialità e la fiducia di quella maestra arzilla e generosa calmarono i nervi alla danese, che cominciò a pensare alla sostanziosa somma che » il de cuius» le aveva lasciato sul conto corrente, con cui avrebbe potuto comprarsi una casetta dignitosa a Roma o a Gaeta e poi… aveva i preziosi gioielli della vecchia e vendendoli avrebbe potuto realizzare una bel guadagno, e anche i soprammobili e i due quadri avevano un certo valore…

Sapeva di essere diversa da Noemi, la donna forte, indipendente, tutta d’un pezzo. Era ancora quella bambina impaurita da una mamma assassina e da un padre succube, che adorava solo la moglie e la birra. Per colpa di quei brutti figuri dei suoi genitori era rimasta una bambina capricciosa che godeva nel rubare quello che poteva, anche negli affetti, a cui piaceva strappare il marito alle donne e infliggere ferite a quelle che credevano di avere un affetto stabile.

Appena fu uscita Noemi, fece automaticamente il numero del cellulare di Vincenzino. Dopo due squilli il dottore, pur vedendo il numero della sua amante, rispose con tono professionale…: « Dica pure, Dottor Ronchi…»

Ecco… se parla con ‘sta voce è vicino a Fiorina e infatti sentilo… mi dà del lei e mi chiama Dottor Ronchi…
Gli disse in un soffio: «Vieni adesso…» e, provando una gioia sadica quanto una frustata alle reni, ascoltò la risposta formale che rassicurava il dottor Ronchi – che magari nemmeno esisteva – che sarebbe arrivato fra un quarto d’ora.

Helga andò a rinfrescarsi ma tornò a indossare il serioso tailleur con cui era andata dal Notaio. Un unico indumento non si rimise indosso. Sarebbero stati soli, lo avrebbe accolto per benino e rigirato come un calzino, il suo Vincenzino!

«Vedi, Toy» riassumeva al suo barboncino, «vedi come scatta il dottore quando lo chiamo? Vedi come corre? Come te….»

__________________________________

Capitolo 14 – A ciascuno il suo

Noemi era veramente stupefatta per quell’eredità.
Era pur vero che, quando era stata convocata dal notaio per la lettura del Testamento di Emilio Peluso De Rosa, aveva pensato ad un tardivo riconoscimento dell’amore schietto e travolgente che lei, a vent’anni, aveva dato al quarantenne avvocato, sposato e grande conquistatore, che l’aveva illusa di volersi separare dalla rigida moglie Fosca per vivere con lei.

Ci aveva creduto per quasi due anni, alle favole che le raccontava quell’uomo bello, affascinante e ricco, ma, quando era rimasta incinta – senza peraltro aver rivelato il suo stato ad Emilio – si era accorta di un suo raffreddamento progressivo, come se gli dessero fastidio i sintomi fisici ancora impercettibili che lei manifestava.

Con orgoglio e molto coraggio, Noemi si era ripresa la sua dignità e lo aveva lasciato. Da allora aveva detto a chi la frequentava che Emilio era, per lei, un amico d’infanzia. Aveva girato l’angolo e col tempo – grande medicina – si era presa numerose cotte per altri bei ragazzi, furiose e travolgenti come era nella sua indole. Se Emilio avesse subodorato che il bambino era suo, non se lo era più domandato.

In qualche modo si somigliavano, erano due incostanti. Per questo, forse, all’avvocato serviva il punto di riferimento di Fosca, moglie imperiosa da cui non si sarebbe mai potuto separare. Noemi, anche col passar del tempo, si era trattenuta dalla tentazione di rivelargli che Paolo, il suo primo figlio, era il suo unico rampollo.

Infatti i ricchi Peluso De Rosa non avevano discendenti, non avevano eredi.
Anche per il secondo figlio, Pietro, la vicenda amorosa era andata a finir male, eppure col ragazzo coetaneo che si era legato a lei non c’erano stati problemi di unioni precedenti. Era stato semplicemente preso da panico, il futuro giovane padre, e praticamente era sparito.

Eppure Paolo e Pietro non avevano risentito negativamente di una vita senza padre, dato che i nonni materni. ancora giovani e comprensivi, li avevano allevati insieme alla figlia che doveva andare a lavorare come maestra per campare.

Noemi aveva ancora parentesi d’amore con qualche uomo, ma lei, diversamente da Helga non vedeva i mariti altrui, magari su un vedovo avrebbe fatto un pensierino, ma la sua libertà veniva prima di qualsiasi tentazione e le sue relazioni erano tutte brevi.
Altrimenti se li trovava nei sogni, gli eventuali partner, e finiva lì.

Quando era stata convocata dal notaio aveva pensato a un bel regalo, qualcosa di importante, ma sulla casa bellissima col giardino scenografico vicina al Castello proprio non le era venuto nessun pensiero.
Era stato un bel colpo imprevisto e adesso doveva radunare le idee e organizzarsi.

Non avrebbe svelato nessun retroscena per niente al mondo, ma sarebbe andata ad abitare in quella prestigiosa dimora, vendendo il suo bilocale e portandosi dietro la sua gattina Miketta, che chissà come sarebbe stata felice di cambiare un balconcino con un giardino pieno di piante e siepi e saliscendi misteriosi!

Alla sua morte i figli avrebbero avuto ciascuno una metà della casa, senza alcuna differenza. Da sola non voleva abitarci, le sembrava una dimora triste per una donna sola e forse anche un po’ pericolosa. Avrebbe affittato l’appartamento a piano terra a qualche maestra o professoressa incaricata nelle scuole caietane o – scartando a priori gli uomini – a qualche donna che volesse condividere la sua solitudine in modo discreto.

Pensava di fare la proposta a Helga che sembrava essere dispiaciuta di doversene andar via. Come fossero andate le cose fra quei due se lo era chiesto, ma senza gelosia, ormai davvero era solo un’amicizia quella che la legava al suo antico amore. Non era la prima governante o badante che si lavorava un vecchio per ereditare una fortuna. Se lei s’era fatta un pensierino sulla casa…. fatti suoi e quello che la danese aveva definito “il bel dialogo avuto con l’avvocato” non sembrava certo un amore platonico, piuttosto un maneggio di interessi e cose turche. Del resto sulla disinvoltura della danese con gli uomini se ne dicevano in giro delle belle. Ma Noemi non aveva mai voluto giudicare nessuno, specialmente le donne, che riteneva fossero sempre i capri espiatori di ogni intreccio sentimentale o sessuale.
Era sempre Eva che offriva la mela… da qualche millennio.

__________________________________
I risvegli di Helga, dopo le rivelazioni delle ultime volontà di Emilio e le sue sorpresine testamentarie, erano angosciosi, non sapeva quale sarebbe stato il suo destino, anche se i soldi non le mancavano. I suoi appoggi erano in modo del tutto diverso Nicola, Vincenzino e Noemi.

Discretamente l’amica non era tornata ancora a dirle cosa avrebbe fatto della casa, perciò fu lei a farle visita sulle solite panchine nella piazza della Chiesa. Si abbracciarono e, con una disponibilità da amica sincera, Noemi le fece la proposta che aveva maturato nei suoi pensieri sotto l’ombra dei pini: «Ho pensato a lungo e ho deciso di vendere il mio bilocale e di andare ad abitare nella casa ereditata, ma da sola non ci starò mai, troppo grande per me, che sono abituata a parlare già appena sveglia coi vicini, dal balcone, mentre mi bevo il primo caffè…. Perciò affitterò a qualche insegnante l’appartamento del pianterreno, ma per prima lo chiedo a te, se vuoi restare ad abitare a Gaeta e ospitare per dei periodi anche tuo figlio nella nuova camera ristrutturata, a me farebbe piacere. Per la tua privacy puoi stare tranquilla, da parte mia non ci sarebbe nessuna interferenza, del resto conosci bene la casa e hai visto che di entrate indipendenti ce ne sono tre: una padronale, una per il tuo appartamento e una per la dispensa e la mia cucina. »

Quella proposta suonò più che gradita alla danese, che immaginò anche di approfittare dei manicaretti dell’amica: «Sei gentile, davvero mi farebbe piacere questa sistemazione… a Roma non ci voglio tornare, mentre ho molti motivi per continuare a vivere qui, non ultima la tua amicizia! Anzi… aggiungerei che magari una volta al giorno, dividendo la spesa, mangerei volentieri con te, se tu fossi d’accordo. Cucini così bene e mi sono viziata con le tue tielle e pizze e zuppe di vongole e cozze e patate…»

Noemi scoppiò in una delle sue fragorose risate: «Ma te le sei annotate per bene, le ricette! Peccato ti sia dimenticata il polpo alla Luciana e la pastiera! »

A Helga era molto piaciuta la precisazione che avrebbe avuto un ‘entrata tutta per sé, c’era solo da ripristinare un cancelletto, che era stato eliminato proprio dai due coniugi, quando avevano comprato la grande casa.
Così non avrebbe avuto problemi a ricevere i suoi due amanti, quando avesse voluto. Conosceva bene la discrezione di quella che ormai poteva considerare una vera amica, mentre per se stessa il concetto di amicizia era difficile da assimilare.

Aveva la convinzione profonda che per ogni amicizia c’era sempre un tornaconto alla base e che la trasgressione poteva sempre far capolino.
Al primo tradimento aveva assistito a cinque anni, lo aveva perpetrato sua madre ai danni della sorella malata.

In lei il tradimento era la molla per divertirsi con un maschio. Fossero stati celibi, Nicola e Vincenzino lei non li avrebbe degnati di uno sguardo. Di chi poteva essere amica, come avrebbe mai potuto credere in quel sentimento così nobile?
Dovette insistere con garbo e alla fine convinse Noemi ad andare con lei dal notaio a redigere il contratto di affitto regolarmente e con tutti i documenti, mentre l’amica avrebbe fatto alla buona e con una stretta di mano.

«Non si sa mai – le disse per giustificarsi – se ci capita qualche incidente, abbiamo entrambe un documento scritto, per la legge».

_____________________
Con il tempo bello fu proprio Giordano a telefonare a mamma Helga: voleva passare il fine settimana da lei con Sam, e le chiese di andarli a prendere il venerdì dopo pranzo. Si era trovato bene col suo cane in quel giardino e aveva conosciuto Nicola e Noemi, persone diverse dalle solite inamidate che lo circondavano.

Un po’ malvolentieri Helga rinunciò a quello che avrebbe dovuto essere un pomeriggio di passatempo con Vincenzino: almeno due ore, avevano programmato, le avrebbero passate nel suo studio medico e la cosa piaceva tanto a entrambi. Giocavano al dottore in tutte le maniere possibili.

«Porcaeva!» scappò detto al dottore quando fu avvertito. Stavolta non era un complimento alla sua partner di giochi, ma un rancoroso epiteto per quel contrattempo, avrebbe spaccato il telefono dalla rabbia. Ne disse altre di invettive non ripetibili, accompagnandole con lamentele che giudicava ragionevoli: « Insomma, i casini che ho dovuto fare per tenere lo studio libero… e adesso quella mi fa il bidone a causa del figlio scemo… roba da farmi girare i…» eccetera eccetera.

Pensa e ripensa, il Dottor Pepe si ricordò di una scialba quarantenne che si proclamava vergine e che gli faceva l’occhio di triglia ogni volta che la visitava. Aveva il difetto di un’alitosi pesante e, anche per quel motivo, oltre che per la scarsa avvenenza, non aveva certo schiere di ammiratori, ma lui avrebbe sostituito per rabbia la piccante Helga con quella… e… colmato il vuoto nel pomeriggio.

Non credeva alle sue orecchie quando al telefono gli rispose che sarebbe andata subito a provare quel rimedio che lui le prometteva come miracoloso: era bastato avvertirla e la donna si presentò in studio.

Ci mise buona volontà e tanto impegno, il medico, ma alla fine il risultato fu eccellente: Cloe, così si chiamava la matura vergine, non aspettava che di essere immolata… anzi dimostrò di essere portata a imparare velocemente tutto ciò che il dottore le insegnava, al punto da competere con l’esperta danese.

Nel futuro le due si alternarono inconsapevolmente nello studio e furono curate con lo stesso impegno professionale.
Arrivati per l’ora di cena, Helga e Giordano furono accolti da Noemi con vivande che lei aveva già fatto assaggiare al giovanotto; lo sapeva capire senza tanti discorsi, la matura maestra, ancor meglio degli psicologi a pagamento. Quel richiamo di aiuto che trapelava dallo sguardo timido del giovane colpiva l’anima di Noemi, che come aveva fatto nei tempi passati con i suoi alunni a scuola, gli raccontava storie vere mescolate a mitologia e lui le beveva assorto e interessato.

La madre si sentiva contenta per la simpatia che il figlio provava per la maestra, ma fremeva di bile per il pomeriggio ormai rovinato. Le faceva bene incontrare quel dottorino sempre in vena, le due orette dedicate ai loro giochi la lasciavano soddisfatta e rilassata. Per quel suo figlio ancora adesso doveva penare… rinunciare alla sua vita… Rimaneva sorridente di fuori, ma sentiva lo stomaco contorto, mentre osservava Giordano e Noemi parlare confidenzialmente come se lei non esistesse.

Quando aveva parlato all’amica delle problematiche di suo figlio, aveva saputo di alcune sue esperienze empiriche su bambini autistici suoi scolari: «Me ne accorgevo io, prendendoli dalla prima elementare in poi; li vedevo diversi e, anche se non c’erano ancora ricerche su questi casi, una che fa la maestra si faceva un quadro di ciò che poteva giovare alla comunicazione e all’apprendimento di questi soggetti speciali. Io sono arrivata alla conclusione che non sono tutti casi irrisolvibili, ma che con questi soggetti si deve essere più semplici e sinceri possibile, se capiscono di essere amati migliorano. Purtroppo avvertono l’indifferenza come un ostacolo insormontabile e diventano sempre più diffidenti nei confronti del mondo esterno, se non hanno intorno amore sconfinato. Il mio è un riscontro empirico, come ti ho detto, non oso nemmeno paragonarlo alle ricerche attuali, fatte su basi scientifiche molto serie».

«Però funziona» ragionava tra sé quella madre mancata all’amore “sconfinato”, provando una gelosia inconfessabile verso l’amica così schietta e amorosa.
Lo stesso fenomeno lo riscontrava quando suo figlio parlava con Nicola.
Anzi, quei due… alla faccia sua… avevano preso un’abitudine per lei prima del tutto impensabile, la pesca in mare prima dell’alba.

A lei era stato affibbiato, senza interpellarla, il compito di svegliare il figlio con un caffè doppio e una colazione sostanziosa quando ancora fuori era buio: all’inizio non ci aveva creduto e aveva riso, dicendo che ci avrebbe scommesso un verdino che quell’idea non avrebbe avuto risultati: «La sera fa propositi che la mattina nemmeno ricorda», scuoteva la testa. Dopo tanti anni di vita assieme, figurarsi se non conosceva suo figlio!

La realtà smentì le sue previsioni da Cassandra e le presentò un Giordano entusiasta, sorridente, che si attaccò a Nicola come a un padre.
Per lei fu uno scossone alle sue abitudini, anche nella vita quotidiana.

Nicola si era appassionato al dramma di Helga e di suo figlio, con l’anima generosa di padre e nonno, e non poteva ignorare quella situazione di apatia in un trentenne bello, educato, apparentemente con una vita davanti.
Cominciò a parlargli del mare e della pesca a cui si dedicava per diletto e che era una passione anche dei suoi figli e nipotini. «Se vuoi andiamo a vedere al porto la mia barchetta, ti faccio fare un giro di Gaeta e se ti va cominciamo a vedere se ti piace pescare con me, qualche mattina… l’unico sacrificio per questo bel divertimento è alzarsi prestissimo… ma ci si abitua se qualcosa piace!»

Giordano aveva passione per il nuoto e la gita in mare era un’avventura stimolante; acconsentì alla proposta e un pomeriggio andò col marinaio sulla sua barchetta a far la conoscenza delle coste caietane.

Dall’acqua plumbea del porto, acciaio liquido fermo, la barca, girando dietro l’istmo, li portò nelle acque mosse davanti allo spiaggione di Serapo, nel golfo dove il mare è color smeraldo o azzurro cupo. Più avanti, in alto sulla roccia vide due castelli, ognuno circondato da quattro torri, castelli Angioino-Aragonese, una poesia con lo sfondo dei monti lontani, una fiaba che sorgeva dal mare e faceva sognare.

Con commozione, cominciò fra i due uomini di diversa età un’amicizia che sembrava un’adozione. Arrivava il più anziano a prendere il giovane quando ancora era buio, e si dicevano « Jamme jà» ridendo, salutavano Helga che tornava a dormire, ogni volta stupita che quelle uscite a pesca continuassero.

Nella sua fantasia, invece, mutò il modo di rapportarsi a quell’uomo, che prima aveva visto come partner divertente e trasgressivo, mentre ora vedeva come un parente, addirittura un missionario.

Non ci furono incontri più o meno nascosti, non riuscivano a darsi appuntamenti né in casa, ovviamente, per la presenza di Giordano, né fuori, in qualche albergo che prima avevano frequentato.

Quando Giordano era a Roma per seguire le terapie abituali e per soggiornare anche con il padre, il modo di vedersi ci sarebbe stato, ma Helga non se la sentiva di riprendere le sue vesti di donna del desiderio, non si vedeva più nella parte di adescatrice di un uomo ormai così imparentato con suo figlio.

Le veniva un muso lungo e avvilito quando ripensava alle sue avventure passate.
Nicola insisteva a farle inviti e qualche volta era riuscito a trascinarla in una rivisitazione del tempo passato, ma lei era rimasta delusa e insoddisfatta; un pezzo di ghiaccio, così la definiva nei suoi pensieri il marinaio.
L’unico che ancora la stimolava era il Dottorino, che durante le visite nel suo studio riusciva a farle dimenticare la routine quotidiana.

In quelle occasioni, dopo le telefonate in codice che le davano la sferzata adrenalinica di cui aveva bisogno come di una droga, rivisitava i suoi riti: sceglieva le calze, il paio di sandali col tacco alto, il tanghino minuscolo e quasi ridicolo sui suoi fianchi poderosi, e andava di soppiatto all’appuntamento.

Tornava a essere una bambina cattiva che rubava e feriva, riconoscendo in Vincenzino, pieno di energia, il suo vero e unico stallone. Con quei cinque o sei anni in meno di lei, a quarantacinque era un autentico e sano scopatore.
Avrebbero potuto scopare e basta perché si erano ben collaudati. Glielo aveva insegnato lei dal primo vero incontro sessuale, che cosa doveva fare per farla godere al meglio. Si era espressa chiara e senza pudore, anche perchè il dottorino le aveva fatto capire in mille modi di apprezzare la sua innata sfacciataggine, quando avevano giocato a ‘paziente e ginecologo’ nella sua camera.

Avevano dovuto aspettare molto tempo, prima di riuscire a stare da soli, e Helga ricordava – a volte con una certa nostalgia – certi tentativi divertenti e manovre sotto le gonne, senza proferir parola, mentre stavano nella camera della vecchia matrona, lui a visitarla e lei col camice da infermiera sbottonato, invitante a ispezioni sempre più approfondite.

Tutto quel petting aveva fatto bene al loro rapporto, si erano conosciuti nel desiderio prolungato, nelle estenuanti carezze che non sempre arrivavano alla soddisfazione, per la paura di essere scoperti dall’avvocato e dalla cameriera Elvira: sospettosa e niente affatto scema, sarebbe potuta salire nella stanza con un pretesto qualsiasi.

Ma il pomeriggio in cui Emilio era andato a Latina dal dentista, Helga aveva iniziato il vero addestramento. Tuttora continuava a documentarlo su come doveva procedere, gli indicava con pignoleria e malizia dove e come darle piacere. Era troppo furba per concludere in fretta, si faceva vedere in pose che lo rendevano imbecille e ammirato, riusciva a fare in modo che fosse proprio lui a voler prolungare le sue improvvisazioni, a farla esibire su quel lettino scomodo per accontentare le sue fantasie più sfrenate, prima di arrivare all’amplesso che diventava per entrambi sempre più una conoscenza profonda.

Helga era consapevole che in quel modo lo catturava nei suoi istinti inconfessabili e che, anche se non avrebbe mai voluto convivere con lui, lo strappava ogni volta di più alla sua mogliettina perbene, lo rendeva cattivo marito come cattiva era lei, che nella perfidia ritrovata arrivava al centro delle sue domande sulla vita.

Luciana Brusa

 

Fine

 

Dedico questa mia opera ad una mia grande amica, Maria Conforti Rosiello, che mi ha sempre dimostrato come i valori dell’amicizia e della solidarietà esistono ancora oggi.
Luciana Brusa, vive tra Milano e Casole d’Elsa ( Si ). Ha pubblicato studi filologici inerenti alle materie letterarie che insegnava; poesie, articoli su giornali in occasione di interviste a personaggi della cultura che presentava agli allievi. Ha partecipato all’Antologia ” Per un archivio della Piccola memoria” edito dal Comune di Milano. Settore Biblioteche ( 2004 ). Ha pubblicato due romanzi: ” La Festa dell’UVA” ed. MEF Firenze ( 2005 ) e ” Scherza coi Fanti ” con prefazione di Andrea G. Pinketts. ed. Albatros Il Filo ( 2010 ). Dal 2013 collabora al giornale SportWork

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *