Il peso nel ventre – romanzo di Luciana Brusa – sesta puntata

Capitolo 11 – Le tessere del mosaico

Il loro soggiorno a Limone non fu turbato dal malessere che Fosca presentava dopo la notte all’addiaccio: colpi di tosse secca, difficoltà respiratoria aggravata e un rialzo termico che Helga evitava di controllare col termometro per non far preoccupare l’avvocato e per starsene in pace anche lei, che ne aveva bisogno.

L’unica precauzione negli altri dieci giorni di vacanza fu quella di tenere la Signora in camera anche all’ora di pranzo e di sedarla ancora più del solito. E per la tosse… dai con la codeina che le bloccava l’espettorazione.

Mica schiatta, ancora… pensava contrariata la solerte infermiera-governante.
Emilio dormiva con lei, raggomitolato fra le sue gambotte. Si lamentava che a Gaeta sarebbe dovuto tornare a dormire con la moglie al piano di sopra, era pericoloso cambiare abitudini, la cameriera Elvira poteva accorgersene quando riordinava le stanze.
Anche Helga lo aveva ribadito: «Non dobbiamo fare mosse false.
A Gaeta siamo sotto osservazione, mica come qua, ci dovremo riabituare alle nostre recite, mio caro…»

I bei giorni passarono e dovettero tornare a casa e alle abitudini.
Puntuale, un giorno dopo il loro arrivo si presentò il Dottor Pepe a visitare la Signora, e sentenziò di trovarla migliorata, anche se sentiva un certo fischietto nella respirazione. Se l’avesse auscultata avrebbe sentito molto più di un fischietto – magari lo sferragliare di una locomotiva a vapore – ma bolliva dalla voglia di dedicarsi a ben altre manovre. Gli furono sufficienti le frettolose informazioni della collaboratrice-infermiera, che l’aveva come al solito seguito al piano alto, mentre Emilio, impegnato nella lettura dei giornali, si era affacciato a salutarlo di sfuggita.

Dette una scorsa ai dati che Helga, precisissima – del resto nordica era – aveva annotato nell’agenda medica, come chiamava il diario dei malesseri e relative medicine dell’inferma, giorno per giorno, con grafia ordinata:
temperatura = normale, tosse = appena qualche colpetto, appetito = ottimo, sonno = tranquillo.
Gli rileggeva lentamente le note – che in realtà aveva scritto in fretta e furia appena arrivata a casa – mentre il dottore si dedicava a ispezionarla sotto il camice semisbottonato, e lei lo lasciava fare, senza una piega, mantenendo un tono di voce neutro, con una finta indifferenza che gli faceva perdere il senno.

Era arrivato ad una scoperta insperata perfino nelle sue fantasie più spinte, la vide sorridere e la sentì pronta, ma fu bloccato e richiamato all’ordine da un perentorio: «Dottore, dobbiamo scendere, più di tanto non si può».

Tentò di risponderle con un mormorio indecifrabile, ma fu lei a fargli un chiaro invito: «Domani pomeriggio venga alle quattro, l’avvocato va a Latina dal dentista».
Alle sedici in punto del giorno seguente, ansimando, il dottor Vincenzo Pepe suonò alla porta dei Peluso De Rosa e si vide aprire proprio da Helga, che silenziosamente lo portò nel suo appartamento, e fissandolo seria gli disse:
«Capisco che da un po’ vuole visitarmi per bene, adesso abbiamo tempo sufficiente».

Con il cuore in tumulto, le rispose che l’avrebbe voluta visitare da mesi, le auscultò il cuore con attenzione senza stetoscopio, appoggiando le orecchie sul reggiseno, fissandola con sguardo provocante e allusivo. Vedendola ridere e annuire, pronunciando piccole frasi nella sua lingua mescolate all’italiano, proseguì con palese pignoleria a giocare al dottore: le fece visite specialistiche di ogni tipo, quelle che facevano piacere ad entrambi.

Infine, con tono professionale, sentenziò: «Helga lei è sanissima, ha solo bisogno di una terapia… lasci che gliela somministri, ne ho tanto bisogno anch’io, me la sogno di notte, da quando ci siamo conosciuti…»

Senza aspettare il permesso, si liberò dei pantaloni e la curò a modo suo.
«Un bravo medico» si disse la danese, ma precisa com’era non volle trattenerlo più del necessario.

Sembrava un congedo da casa chiusa, quando gli disse secca: «Vada, vada adesso, non siamo avventati… avremo altre occasioni, ogni tanto l’avvocato va fuori Gaeta per visite, esami e anche per consultare il commercialista che sta a Roma. Lo accompagna sempre il giardiniere, che guida in modo prudente».

Quando rimase sola, si sdraiò sul letto a rimirare il soffitto, con Toy accoccolato accanto a lei.
«Sono tutte pietruzze da mettere una accanto all’altra, anche questo dottorino mi serve… si vende l’anima per rimanere con me, non penserà mai male della sua geisha segreta… non gli conviene, se no mi perde».

Riuscì a farsi una meritata dormita prima di sentire arrivare l’auto con Emilio e il giardiniere.
«È arrivato il momento» si ripeteva, trovando peggiorata la salute della Signora. «Devo farlo quando non c’è Emilio, ma quando? La notte non posso, non mi piace, sarebbe troppo scontato. E potrebbe perfino aver la forza di urlare, ‘sta vecchia che ancora non schiatta, ridotta com’è! Proprio vero che l’erba cattiva non muore mai».

Controllò l’agenda di Emilio per memorizzare i suoi appuntamenti nel mese di febbraio e si fermò con un sorrisetto sul diciannove del mese, dove lui aveva appuntato: Commercialista. Ore 15.

Fece un fischio di gioia! Ore quindici, sarebbe dovuto partire in auto almeno alle dodici e trenta! E poi sarebbe tornato la sera, non certo prima dell’ora di cena…
Col dottore se la intendevano sempre più spesso, velocemente, nei venti minuti in cui restavano a curare la vecchia in camera, dove si divertivano come due fidanzatini, cercando di non ridere o mugolare, per non mettere pulci nelle orecchie all’avvocato, che era del tutto fiducioso e non si sarebbe mai sognato di salire le scale per indagare sul loro operato.

Avvertì il dottore che il diciannove sarebbe potuto venire da lei verso le tre, l’orario in cui lui iniziava a fare le visite pomeridiane, dopo il pranzo con la moglie Fiorina e i due figli.
Si preparò minuziosamente la scaletta delle azioni da compiere:

«Quando arriva devo aver fatto tutto, poi ce ne stiamo in camera mia a far passare un bel po’ di tempo, mi spoglio e gli faccio strabuzzare gli occhi da quante gliene invento…
Dopo un bel po’ di giochini e capriole, gli dico che saliamo a visitare la vecchia… la troviamo bella secca e… lui dice l’orario che mi fa comodo, senza impicci di dubbi, anche se gli vengono. Dopotutto, se non se ne sta zitto, finisce coinvolto per primo».

Vincenzo, ultimamente, le dava del tu. Si era anche messo a farle dei regali; il primo glielo aveva passato in mano con una certa timidezza, in una busta bianca, la seconda volta che se l’erano spassata nella camera di Fosca dopo il rientro dalle vacanze: «Non posso comprarti qualcosa ma scegli tu un regalino, scusami, ma per il nuovo anno voglio proprio che tu ti prenda qualcosina da parte mia… ti prego».

Helga fece in fretta a mettere la busta in tasca e solo dopo, con calma, constatò che la cifra le poteva andar bene, visto il bel foglio da cinquecento euro che conteneva.
Dopo quella volta Vincenzino le dava, ogni due o tre incontri e direttamente in mano, un bel verdino, e lei lo ringraziava attirando il suo volto sul seno, uno dei gesti che aveva imparato essergli più graditi.
« Benissimo, questo rapporto è senza fronzoli e lagne, e il mio dottorino mi piace!»

Da tempo aveva limitato il servizio di Elvira alla sola mattina, per non avere occhi indiscreti per casa quando il dottore faceva i suoi interventi pomeridiani, considerati sempre più necessari, dato il peggioramento delle condizioni della Signora.

Il fatale pomeriggio del diciannove febbraio, appena Emilio ed Enzo il giardiniere furono partiti per Roma, scelse lingerie e reggicalze di pizzo rosso e una vestaglietta nera di velo, appoggiando tutto in ordine sul suo lettone.

Sul tavolino da notte allineò due buffi giochini erotici che le aveva regalato Nicola e preparò candele profumate da accendere al momento, per rendere più suggestiva l’atmosfera.
Per salire dalla vecchia si infilò una tuta da ginnastica e prese l’etere già pronto nel suo armadietto da giorni. Si infilò i leggeri guanti di gomma che usava per fare le medicazioni. Non pensava. Agiva freddamente secondo la scaletta preparata da mesi.

Entrò nella stanza e, senza dire una parola, si accostò al letto, prese il cotone, vi versò l’etere, lo premette violentemente sulla faccia della vecchia che si agitava, poi le schiacciò sul viso il grosso cuscino che aveva già preparato sulla poltrona. Continuò a esercitare una pressione energica senza smettere. Si era già fermata, la vecchia, e non ansimava più, ma Helga non si fidava, insistette pensando a quanto voleva guadagnare, pensava ai soldi ai soldi, ai SOLDI! Quando lasciò la presa, alzò il cuscino e vide la smorfia di Fosca e i suoi occhi sbarrati.
«Schiattata, finalmente!». Lo disse dentro di sé, ma le parve di sentirlo risuonare forte. Tolse il cotone, l’etere, aprì la finestra, portò via i guanti e il grosso cuscino. Chiuse la porta, andò in lavanderia e fece un pieno con altra biancheria da letto, avrebbe poi messo nell’asciugatrice il tutto e finalmente riposto lenzuola asciugamani e federa nel guardaroba, fra la roba da stirare. Erano passate due ore quando risalì.

Richiuse la finestra, guardando il corpo fermo di Fosca con indifferenza, l’odore dell’etere era sparito, c’era solo odore di vecchio e di malattia.
Conscia di aver sistemato la faccenda, ridiscese nella sua tana.

Si preparò con il tanga rosso, le giarrettiere e le calze nere, un reggiseno che cingeva solo il contorno dei seni lasciandoli interamente nudi, ma ben sorretti; infilò la vestaglina di velo e le pantofoline dorate, accese la candele che davano una luce romantica e creavano l’atmosfera giusta.

Non sentiva rimorso né paura, le veniva da ridere, semmai, tanto si sentiva soddisfatta, quasi incredula di aver potuto ripetere il gesto di sua madre, così naturalmente, così determinata.

Quando arrivò Vincenzino, lo accolse con un sorriso: « Oggi abbiamo un bel po’ di tempo, vieni tesoro».
Il dottorino la vide così provocante come mai aveva potuto, data la brevità dei loro incontri, che fece una faccia da adolescente alle prime armi.
Nel pomeriggio che passò con Helga, vide aprirsi orizzonti soltanto immaginati, gli parve di imparare tante cose come non aveva ancora mai fatto, dati i limitati, essenziali e veloci rapporti con Fiorina, puritana di indole, che aveva sempre posto dei paletti su ciò che era lecito a due coniugi timorati.

Mentre, esausto, stava quasi appisolandosi, vide che Helga, dopo aver galoppato svestita fino a quel momento, si rivestiva svelta con abiti normali, nascondeva la biancheria e gli oggettini porno, spegneva le candele e lo spronava ad alzarsi: «Dai, saliamo di sopra, dai un’occhiata alla Signora che oggi non la vedevo per niente bene, poi vai… avrai altre visite, immagino.»

Aperta la porta si sentì un forte odore di medicinale misto a qualcosa d’altro: si avvicinarono alla vecchia e entrambi gridarono: «Ma è morta!» .
Lo gridarono all’unisono e Helga si strinse a Vincenzo, mentre fingeva di essere impaurita, anzi terrorizzata, tremava e lo implorava. « Vincenzo, aiutami, che faccio? Che faccio?»

Il Dottore riprese il suo sangue freddo professionale: «Tranquilla, che fai? Niente devi fare. Faccio tutto io, vai pure di sotto, fai un caffè anche per me. Penso a tutto io, ero venuto qui per il controllo abituale e l’ho trovata stecchita. Tutto qua, ce lo aspettavamo, del resto. Telefono io all’avvocato. Gli diciamo che ero appena arrivato, chiaro?»

Helga gli ubbidì, cedevole, lo abbracciò con tenerezza e lui si sentì di nuovo pronto per un’altra mezz’oretta di passione, ma dovevano rimandare, ora era impossibile.

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Capitolo 12 – Scelte finali

La notizia improvvisa, comunicata al cellulare dal dottor Pepe, fece esplodere l’avvocato in espressioni dolorose, che ripeté durante il viaggio per il ritorno forzato a casa: «Un fulmine a ciel sereno! Sembrava molto ripresa dopo la vacanza in montagna… Per me è una perdita irreparabile… Non avendo figli, lei era davvero la mia metà… e sono anch’io morto a metà».
Enzo guidò più veloce che poté, non stava a sentirlo, pensava: Ma che minchia vogliono, ‘sti vecchi ricchi, alla loro età mica ci arrivano in molti!

Le stesse frasi l’avvocato continuò a ripeterle al dottore e a quelli che vennero a trovarlo per le condoglianze. Le pronunciava a memoria, guardando in faccia l’interlocutore, gli occhi velati di mestizia, la voce bassa ma chiara, come per il suo stesso lavoro sapeva essere più efficace di urla e gemiti.
«Parole profonde» commentavano i conoscenti, ritenendo molto triste per un uomo di ottant’anni aver perso la moglie con cui aveva vissuto più di mezzo secolo.

A tu per tu con Helga, invece, Emilio ebbe il buon gusto di non recitare la parte del vedovo inconsolabile. Non fecero commenti su quell’incidente, come lo aveva definito l’algida governante: un incidente dovuto a un’improvvisa crisi respiratoria.

Ci fu una nuova sistemazione per la camera dell’avvocato: si trasferì nella stanza degli ospiti, che era stata ristrutturata come Helga aveva suggerito.
La camera, dotata di bagno modernissimo con vasca idromassaggio che avrebbe potuto ospitare tre persone per la sua ampiezza, fu subito fornita del vestiario, trasportato da Elvira dalla camera coniugale, dove gli operatori dell’impresa funebre aggiustavano la salma.

Il nuovo lettone dell’avvocato fu preparato con lenzuola di seta di un color rosa pesca la cui morbidezza e il cui fruscio avrebbero mitigato la solitudine del vedovo di primo pelo, poveruomo.
Quando a notte inoltrata, sistemata la salma e chiusa la porta, la servitù, il dottore e gli amici se ne furono andati, Helga si sentì pronta ad addolcire l’umore di Emilio e ad inaugurare insieme a lui il nuovo lettone.
I loro rapporti, dopo l’incidente, divennero più dolci, meno trasgressivi, quasi come fossero stati marito e moglie da anni.

Facevano insieme anche il bagno nell’acqua profumata della vasca-piscina, lei si trasformò in una vera, dolce geisha che lo massaggiava con olii profumati, rassicurandolo quando aveva qualche defaillance: «Debolezze comprensibili, alla tua età», commentava sorridendo, «ma tu sai come farmi contenta ugualmente», aggiungeva con risatine gorgoglianti, dandogli prova che le manovre sostitutive la facevano godere lo stesso, se non meglio.
«Mi conosci così bene, ormai…». Glielo ripeteva spesso, coccolandolo prima di addormentarsi.

Per salvare le apparenze e scongiurare gli eventuali commenti della servitù, l’avveduta governante continuava a far finta di usare il suo appartamento, peraltro attiguo alla nuova camera del padrone. Prima che arrivasse Elvira buttava all’aria il suo letto, si truccava nel suo bagno facendo disordine con le creme e i dischetti di cotone, gettando salviette nel cestino e lasciando in giro asciugamani e biancheria intima sporca come una regista consumata.

Ci scherzava su con il compagno, facendogli vedere le sue stanze così conciate: «Emilio, ma se io ho dormito qui… chi c’era con te, stanotte? Mi avrai soltanto sognata?»
Come lo rallegrava, questa donna! Ogni mattina era un nuovo inizio, gioie e idee per vivere bene gli anni che gli restavano ancora.

Aveva voluto che regalasse tutti i pigiami che aveva usato quando Fosca era viva. Gli aveva scelto un corredo da notte moderno, colori e completi degni di un novello sposo, e infatti nell’intimità e fuori da possibili orecchie indiscrete, aveva preso l’abitudine di chiamarlo «maritiello», in dialetto. Molti erano i completi con i bermuda invece del pantalone lungo, che lasciavano vedere le gambe ancora toniche e muscolose di quel maritiello pimpante.

In realtà il maritiello avrebbe voluto sposarla per essere sicuro di averla accanto fino alla fine, ma su questo lei era irremovibile: «No, non posso. Perderei tutti i benefici del divorzio, a me favorevole dal lato finanziario. Lo sai che è per mio figlio Giordano che debbo rinunciare a sposarti.
Ma ora che sei padrone di tutto, anche dei beni di Fosca, fissa un appuntamento dal notaio, andiamo insieme, tu fai testamento a mio nome e per me sarà come un matrimonio…». Gli parlava dura come una preside di istituto e lui si sentiva soggiogato dalla sua potenza; era lei ad avere lo scettro in mano, lui dipendeva da Helga nel piacere e nell’affetto di cui aveva sempre più bisogno.
Andarono insieme dal notaio, vicino di casa e amico di vecchia data, anche se molto più giovane, cui rivelarono velatamente il rapporto affettivo che li legava, che dimostravano anche tenendosi la mano.

Continuarono a risiedere a Gaeta, anche se erano sempre in giro, perché Emilio volle riprendere la vecchia abitudine a viaggiare. Ci fu il periodo del Carnevale in Brasile, lunga vacanza in cui Helga conobbe un lusso mai immaginato, alberghi e tour del grande e fantastico paese, organizzato senza risparmio: dai gioiellieri più prestigiosi di Rio scelse anelli e collier meravigliosi che la fecero sentire una vera regina. Con piccole pause di intervallo a Gaeta, andarono in crociera nelle isole greche, fecero un altro lungo viaggio in India, un breve soggiorno a Dubai e poi visite più brevi nelle più belle località del Sud Italia, della Sicilia e della Sardegna.

Con il passar del tempo i viaggi divennero più brevi e furono scelte località più vicine per non sottoporre a stress eccessivo l’avvocato che, pur non volendo ammetterlo, si stancava sempre più dei lunghi voli e dei trasferimenti da un albergo all’altro.
Nei periodi in cui ritornava alla base, Helga non dimenticava i suoi due angeli custodi, Nicola e Vincenzino, ben più vigorosi dell’abituale compagno.

Entrambi protestavano per le sue lunghe assenze, ma in realtà faceva loro comodo che quella donna alimentasse la loro voglia di trasgressione senza pericolo di innamoramenti o fissazioni troppo coinvolgenti: quelle briciole erano gradite proprio perché non turbavano il loro equilibrio familiare.

La governante stava diventando sempre più infermiera con il suo Emilio. Da un suo recondito punto di vista ci sperava, in un esito quanto più veloce possibile, per ereditare una bella fetta del suo patrimonio. La terapia che usava con il suo compagno era quella che a lui piaceva di più: alimentare il suo desiderio, tenere sempre viva la sua mania di cercare il piacere con lei, ma anche con il tipo di voyeurismo che lo coinvolgeva più indirettamente: faceva finta di apprezzare i film erotici che lui aveva collezionato da anni, mentre quel genere di fissazione da guardone la annoiava e la stuccava.

Continuò con quella partecipazione a vedere film anche molto volgari perché si accorgeva che lui li gradiva e, dopo quelle proiezioni, si accaniva a voler usare pasticche miracolose di ogni tipo, anche acquistate via internet, per assomigliare in qualche modo ai protagonisti delle pellicole hot.
Come conseguenze aveva scompensi cardiaci, ansimava non solo di piacere, accusava dolori che lei definiva “intercostali” .

Lo assecondava nel minimizzare i disturbi, che non dovevano per suo volere essere riferiti al dottor Vincenzo, e lei, ubbidiente, manteneva il segreto.

Del resto, se un uomo a tarda età voleva vivere a modo suo, doveva essere rispettato – se lo ripeteva in cuor suo Helga, con ossequio alla privacy. Emilio rifiutava di sentirsi malato, voleva solo rimettersi in condizione di godere con la sua femmina? Benissimo: lei faceva il suo dovere, e la notte nel lettone che era il loro nido d’amore le era facile stimolarlo, sfiancandolo più che poteva.

Finalmente, come da tempo si augurava, la sua attesa fu premiata: una mattina, godutosi l’idromassaggio e una ricca colazione, successe che Emilio, mentre felice e sorridente la carezzava, inginocchiato davanti a lei sdraiata sulla dormeuse e vestita solo di un velo azzurro, credette davvero di vedere un angelo azzurro, sbarrò gli occhi e rantolando si accasciò ai suoi piedi.

La prima cosa che l’angelo azzurro pensò fu: « È stata lunga, ma alla fine ci sono riuscita».
Avvertì subito Vincenzino sul cellulare e si vestì lasciando a terra il partner.
Con una calma olimpica che le venne spontanea affrontò la nuova giornata.

Luciana Brusa
Luciana Brusa, vive tra Milano e Casole d’Elsa ( Si ). Ha pubblicato studi filologici inerenti alle materie letterarie che insegnava; poesie, articoli su giornali in occasione di interviste a personaggi della cultura che presentava agli allievi. Ha partecipato all’Antologia ” Per un archivio della Piccola memoria” edito dal Comune di Milano. Settore Biblioteche ( 2004 ). Ha pubblicato due romanzi: ” La Festa dell’UVA” ed. MEF Firenze ( 2005 ) e ” Scherza coi Fanti ” con prefazione di Andrea G. Pinketts. ed. Albatros Il Filo ( 2010 ). Dal 2013 collabora al giornale SportWork

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