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“Il peso nel ventre” – di Luciana Brusa – seconda puntata

Il peso nel ventre

 

Capitolo 3 – Le frecce di Cupido

Le cose erano rimaste importanti per Helga anche dopo la nascita del bambino e durante la crescita di lui, durante la sua stessa vita matrimoniale.

La precisione le era essenziale, si rendeva conto che era un suo limite, ma non poteva farne a meno. Prima veniva l’ordine, poi magari poteva pensare ai baci e agli abbracci. Perfino giocare col bambino le dava fastidio, se il gioco portava, come era logico, anche un bel po’ di disordine e confusione nella stanza.

Che la sua meticolosità fosse un pesante limite glielo rinfacciava anche Giulio, ma a lei quei commenti non importavano, non sarebbe stato certo lui a insegnarle come doveva vivere.
Perciò nei primi anni era quasi sempre Giulio a giocare con Giordano, sembrava felice di potersi sfogare col bambino dopo una giornata convulsa fra tribunali e studio delle cause, e questo la sollevava. Helga non si sapeva immaginare a fare quei capitomboli che inscenava suo marito col bambino, figurarsi se poteva pensare di mettersi carponi come un cane sul tappeto, fra i giocattoli colorati sparsi alla rinfusa!

A poco a poco, durante gli anni della crescita, l’atteggiamento di Giulio verso il figlio era mutato: dall’iniziale adorazione (Giulio era sempre impulsivo ed eccessivo nelle sue manifestazioni affettive, come Helga sottolineava, fredda e acida, parlandogli dietro anche con le amiche), dall’impegno iniziale a farlo giocare, a stimolarlo, a fargli lunghi discorsi sul comportamento da tenere di fronte ai nonni paterni, agli ospiti, ai compagni di scuola, era passato anche lui ad una apatica e rassegnata accettazione del probabile inguaribile autismo di Giordano.

Nelle sue meditazioni, l’avvocato di alto lignaggio attribuiva la colpa di quel comportamento, di quella malattia del figlio, alla famiglia di Helga, “contadini del burro”, come li definiva, perché allevavano buoi e vacche da latte e ne facevano burro e formaggi.

Il suo cattolicesimo convinto gli impediva di pensare ad una separazione, peraltro lui ed Helga avevano ottimi rapporti sessuali: la sua danesina lo attraeva ancora, maliziosa e seducente come sempre era stata nell’intimità: questa era forse la dote più spiccata che le riconosceva.

Ma quel figlio apatico, che sembrava vivere in una campana di vetro, peggio che muto perché chiuso e ripiegato su se stesso, era diventato il vero muro fra loro due e la causa per rinfacciarsi colpe reciproche.
«Non ti dedichi più a Giordano, non comunichi più con tuo figlio… te ne freghi!», lo rimproverava Helga, e lui spesso non rispondeva, alzava le spalle e si mordeva la lingua per non dirle ciò che pensava.
Tu, tuo figlio muto e i barbari dei tuoi avi!

Cosa posso comunicare ad uno che sembra non capire neanche la lingua che parlo, altro che i valori!
Senza volerselo confessare, Giulio desiderava un figlio sano, uno che ereditasse la mente dei suoi antenati, fosse stata anche femmina non ci sarebbe stato problema, ormai le donne studiavano come gli uomini, c’erano fior di avvocati donne e anche donne magistrato, medici e scienziati di sesso femminile e così in ogni campo.

Helga era immobile nella sua perfezione formale, il suo ideale!
Accidenti all’ordine, alla casa a specchio, ai vestiti profumati, alle tovagliette, ai ricami e al piccolo punto!
Brava a letto, Helga, ma anche certi entusiasmi con il passare degli anni scemavano. Questo succedeva a tanti loro amici, che però non avevano un grande solco come il loro, il peso del figlio inerte… Anzi, certe coppie annoiate, proprio per continuare a proteggere i loro figli, non si davano troppa pena se avevano qualche distrazione. Si facevano l’amante, magari tra gli amici, cornificandosi reciprocamente. Quasi mai, nel loro gruppo, ci si separava per questo motivo.

Per Helga, invece, accorgersi sempre di più della freddezza del suo Giulio divenne un tormento, aveva il terrore di essere messa da parte con quel figlio senza avvenire. Doveva escogitare un progetto per accumulare soldi per la vita di Giordano, anche per quando lei non ci fosse stata più.

Si dava ancora la colpa per come, da giovanissima mamma, aveva reagito negativamente alla notizia della gravidanza e per aver desiderato di abortire, come se il piccolo embrione avesse potuto sentire e assorbire il suo rifiuto di dargli la vita.
Soldi, solo soldi a quel punto Helga li vedeva come necessari, indispensabili per l’avvenire incerto e solitario di suo figlio.

Convinta che il marito fosse stanco del loro menage, lo spiava per scoprire qualche sua passione nascosta, supponendo che l’indole appassionata del marito non si sarebbe accontentata di un rapporto tiepido come ormai era diventato il loro matrimonio.
Avrebbe fatto meglio ad analizzare se stessa, perché la progressiva delusione di Giulio derivava dalla trasformazione del suo carattere.

Col passar degli anni, infatti, la piccola Helga, all’inizio femminile e fragile, si era trasformata in una donna dura e intransigente, manichea, inflessibile nei giudizi. Non si tratteneva di esprimerli davanti agli amici di lui, che tra di loro la chiamavano “la Tedesca”, facendole il verso su come pronunciava le sue sentenze.

Dall’amore al rancore, fa pure rima, inoltre a Giulio piaceva per abitudine culturale poter discutere, dibattere, articolare i pensieri. Ma con Helga non riusciva a farlo: come poteva, lei, comprendere i suoi ideali, la fede nella giustizia e nei valori? Lei che sempre più si vedeva immersa in un mondo che non aveva nulla di giusto, cominciando dalla nascita del suo figlio anomalo e dove era convinta che solo il prepotente avesse potere e ricchezza?

Sua moglie assomigliava sempre più ad una stanca signora, cambiata anche fisicamente: da magrissima era diventata una chiattona. Inoltre la preoccupavano le visite specialistiche periodiche per la salute di Giordano, che recalcitrava, non voleva sottoporsi a colloqui con psicologi e medici e doveva essere spinto e accompagnato, pur essendo ormai adulto.

Era diventata tirannica con la domestica, cui ripeteva gli obblighi in modo maniacale, la faceva anche piangere finché non aveva eseguito minuziosamente i suoi ordini.

Le feste che organizzava per gli incontri cui Giulio era abituato, costituivano ancora, per Helga, il suo impegno di rivincita su quelle che lei definiva le “dame italiane”, che considerava fortunate sprovvedute, donne geishe dei loro mariti, i “capi”. Rimarcava come diverso fosse il concetto di famiglia nella sua Danimarca, dove le donne, anche le più umili, avevano un ben altro peso.

Aveva in fondo raggiunto l’ideale per cui si era data da fare fin da ragazza: essere manager di una casa, di una dimora prestigiosa, quello che era stato il suo scopo fin da quando aveva scelto la sua specializzazione in Economia Domestica.

Era l’indiscussa dirigente, la cheffa dei convivi che a Giulio servivano anche per allargare le sue conoscenze e, proprio ad una delle cene preparate con tanta cura da quella sua moglie ormai distante da lui per troppi motivi, l’avvocato cinquantenne si trovò difronte la figlia di un collega, una ventenne fresca nonché studentessa di legge, alta, un giunco flessuoso che lo catturava con gli occhi limpidi spalancati di meraviglia ad ogni sua frase.

Inaspettatamente Giulio si sentì nuovo, la ragazza lo faceva bruciare di desiderio con il contatto casuale del piede e poi delle braccia nude, quando si ritrovarono uno di fronte all’altra sul balcone, fra i rami rigogliosi e profumati del glicine, sotto il raso blu della notte. Aspirò la fragranza che la pelle giovane di Emilietta emanava vicinissima a lui e non se la dimenticò più.
Tutto ciò era avvenuto al rallentatore in quella serata magica.

Helga aveva voluto assaporare, senza darlo a vedere, il bruciore di stomaco che le provocava il fatto di assistere all’innamoramento del compagno per un’altra donna, più bella e più giovane: l’argomento più sfruttato dalle soap opere che incatenano casalinghe e vecchie signore sopite nei sensi davanti ad uno schermo più o meno piatto, rendendole succubi di sussulti virtuali.

Ad Helga, in realtà – diversamente dai personaggi delle soap opere – non importava molto di un eventuale tradimento del marito, ma la impauriva la consapevolezza delle conseguenze finanziarie che un rapporto nuovo avrebbe potuto scatenare, anche per l’avvenire di Giordano.

Li osservava, anzi se li covava, il suo Giulio e “la verginella”, e loro non si nascondevano certo, anzi ad ogni nuovo incontro con gli amici comuni si rosolavano senza vergogna davanti a tutti con crescente entusiasmo.

L’algida danese godeva masochisticamente della sua tragedia, si incaponiva a disprezzare “quei due cattolici” che, invece di scopare sanamente fino a stufarsi, si avvoltolavano nelle nuvolette di zucchero filato del sentimentalismo più trucido.

Una volta, mentre li aveva scoperti al buio baciarsi sul terrazzo, se ne era andata piano e non aveva detto nulla, certa di non essere stata notata da Giulio ed Emilietta, troppo presi da quei loro primi baci proibiti.

Una qualsiasi delle sue conoscenti romane avrebbe spaccato un vaso sulla testa del marito e urlato parolacce, avrebbe fatto uno scandalo, ma lei si distingueva da quelle donne impulsive.
Piuttosto che farsi vedere debole, sarebbe morta.

Aveva anzi moltiplicato le occasioni di feste, voleva vedere quando Giulio allungava le gambe sotto il tavolo per incontrare quelle della ragazza; cercava di soffrire, di farsi male nell’osservare gli sguardi adoranti di Emilietta quando si faceva versare da lui il vino nel calice.

Uno scollo più aperto della ragazza, intravedere i seni morbidi e invoglianti la faceva fremere, ma non di gelosia: «Questi indecenti cattolici, che vietano, vietano, velano e nascondono, credono nella verginità come valvola di sicurezza delle loro donne… mentre si aumentano le voglie e i desideri col mito del peccato carnale!

Questi assurdi fedeli che si battono il petto e si pentono di un peccato che ripeteranno il giorno dopo e poi… tutto ciò che nascondono: feti murati nelle pareti di conventi di suore, preti che nel buio di un confessionale sviscerano le coscienze di bambine o giovani spose e magari arrivano a farsele avvicinare in qualche angolo della sagrestia. Educatori padri riveriti che nei seminari fanno visite nelle camere dei giovani seminaristi… della stessa risma di voi due. Giulio, Emilietta, andate avanti… vi conosco nelle vostre manovre, vi disprezzo!».
Helga atea, Helga fredda, reagì male al caloroso amore dei due cattolici, dei due “sudici mediterranei”. Il suo era un odio soffocato, un’invidia velenosa, la constatazione di non avere mai avuto la leggerezza di godere spontaneamente come quei due che detestava e che avrebbe voluto vedere morti, magari per averli strozzati con le sue stesse mani.

Nessuno avrebbe potuto darle l’allegria, mai più. L’aveva persa già qualche anno dopo la nascita di Giordano, il figlio da lei mai desiderato, il suo peso nel ventre, il nato per caso da un’illusione d’amore, accettato poi come un dolce balocco per amore della novità di cambiare clima, paese e soprattutto liberarsi della sua cupa famiglia e conoscere la bella Italia col suo maritino appassionato.

Ma quel bel bambino, alla fine accettato e pensato come un giocattolo si era rivelato un macigno di solitudine, disagio esistenziale, anormalità e distacco da ogni illusione.
Cercò di elaborare una strategia per uscire meno perdente possibile dalla situazione in cui era stata affondata dalla passione di Giulio per la giovane – e magari anche vergine – Emilietta.

Avrebbe agito sul sentimento di onore e di eventuale rimorso di suo marito, lo avrebbe torchiato, massacrato coi sensi di colpa. Senza fargli plateali scenate, che avrebbero potuto irritarlo, si fece sorprendere da lui mentre piangeva di nascosto, remissiva e addolorata, gli fece credere di amarlo ancora e di aver bisogno di lui. Sapeva che le lacrime silenziose erano l’arma invincibile per fiaccare le resistenze di un uomo.

Effettivamente il suo piano funzionò e alla separazione consensuale poté disporre di una bella cifra di mantenimento per lei e il figlio, che ormai da anni viveva per buona parte della giornata in una struttura privata, gestita da insegnanti, medici e psicologi.

Ebbe anche la disponibilità della casa coniugale finché non avesse trovato una nuova sistemazione; sapeva bene, Helga, che le conveniva trattare la separazione consensualmente, perché altrimenti, con le conoscenze che aveva suo marito, lei sarebbe finita peggio che in un tritacarne.

Spontaneamente Giulio intestò al figlio un piccolo appartamento sullo stesso pianerottolo della sua nuova casa, dove andò ad abitare con Emilietta, la giovane compagna di quasi dieci anni minore del figlio, una bambina da iniziare a quello che insisteva a chiamare amore. Si liberava con i suoi denari del rimorso di abbandonare il figlio, fornendogli la vicinanza, l’organizzazione di una vita regolare e di una famiglia vicina, porta a porta… ma per quanto tempo?, si chiedeva Helga.

Se un domani un nuovo figlio lo avesse distratto dall’abulico Giordano, cosa sarebbe stato del suo avvenire?

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Capitolo 4 – La svolta

Da molti anni, fin da quando era un adolescente, Giordano era stato affidato durante una gran parte del giorno ad una struttura privata che, proprio per soggetti disadattati, aveva programmi di attività fisiche e di apprendimento, visite di medici e specialisti.
Helga aveva così potuto godere di più tempo e di una certa spensieratezza.

Seguendo le indicazioni degli psicologi, aveva anche provato a fare qualche riunione di giovani dell’età del figlio, per farlo uscire dal suo guscio. Aveva tentato di scherzare con gli invitati, ma Giordano non reagiva bene, rispondeva con battute spiacevoli, inaspettate, data la sua abituale apatia, finché un giorno, ad un pranzo a buffet, era esploso davanti agli invitati: « Ma sapete chi è la vera anormale? Non sono io, è mia madre, la signora Helga! Comanda tutti e non vuol bene a nessuno! ».

Quasi fosse meravigliato di ciò che aveva osato dire, era poi diventato rosso come il fuoco, ripiombando nel suo mutismo e tornando a esprimersi attraverso le brevi frasi di cortesia che gli avevano insegnato e che ripeteva meccanicamente.

Un risultato, comunque, Giordano l’aveva ottenuto: il pianto torrenziale di sua madre, la sera, quando usciti gli ospiti lo aveva abbracciato. Lei piccolina, quasi sepolta da quel suo gigante, lo aveva afferrato con una violenza e un amore di madre mai sospettati, ripetendo: «Bambino mio, bambino mio!» nella sua lingua dai suoni gutturali, a quell’età, quando come bambino poteva vederlo solo lei. Ma, salvo imprevisti sussulti, Helga era incapace di quelle che definiva “smancerie materne”, di carezze e piccoli gesti affettuosi.

Per passare il tempo, ora che il figlio era grande e occupato nel centro con le attività di comunicazione, si era iscritta ad un corso di bridge, di cui si era presto stufata, ma fra le persone iscritte aveva avuto modo di conoscerne una in particolare che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella sua vita.

Era una donna di circa la sua età, Leonora, che, dopo alcune lezioni di bridge, le aveva confidenzialmente manifestato l’intenzione di completare le lezioni, ma di non volersi impegnare oltre.

In effetti il bridge le sembrava un gran bel gioco, difficile ma non impossibile da imparare, ma capiva che ci volevano tempo e concentrazione. «Non me la sento di mettermi a studiare tutte queste regole, visto che ho da fare altro durante le mie giornate: sono igienista presso uno studio dentistico. Cercavo qualcosa come diversivo, ma il bridge, già dalle prime lezioni, mi pare un vero e proprio corso di laurea!

Piuttosto andrò a fare un corso da infermiera, magari più avanti mi metterò ad assistere persone anziane, quando deciderò di lasciare il mio lavoro che comincia a stancarmi per l’orario a volte insostenibile».
Helga reagì con stupore: «Ma come! Fare la badante? Deve essere un lavoro molto faticoso!».

Leonora le chiarì meglio che non aveva intenzione di fare la badante, ma di prestare cure come fare iniezioni, andare ad ore fisse per somministrare le medicine a vecchi soli ma molto danarosi, senza figli o che, se pure li avevano, non venivano assistiti da quelli o dai nipoti, troppo impegnati nei loro problemi e che pertanto preferivano pagare e delegare altre persone alla cura dei loro parenti.

«Ho capito, quindi ti riferisci a persone molto abbienti, che hanno già almeno una domestica fissa che pensa all’andamento generale».

Durante la durata del corso di bridge finirono per diventare amiche e Helga si convinse che la gestione di anziani ricchi poteva diventare un vero business, a saperci fare. Lei che aveva avuto da sempre la vocazione di fare la governante di una casa ricca, vide orizzonti nuovi, molto suggestivi per le prospettive di eventuali eredità, sempre a saperci fare, specialmente con vecchi signori rimasti vedovi.

L’amicizia con Leonora divenne sempre più stretta e si accorse che da lei, donna sarda ottimista e pratica, con la risata cristallina che riusciva a sdrammatizzare i problemi, poteva assimilare un nuovo modo di vivere.
Anomala in quell’ambiente stereotipato, inattesa arrivò a Helga la gioia di vivere di quella donna, che, con gli occhi diretti nei suoi, le raccontava particolari del paesaggio della sua isola, del colore verde smeraldo o azzurro-blu del mare, degli arbusti profumati e storti dal vento, dei suggestivi nuraghi, dei cibi speciali e del lavoro, delle feste di origini misteriose.

Si esprimeva con una cadenza musicale, tipica del dialetto ritmato dei fieri e ospitali abitanti della Sardegna.
Si erano invitate reciprocamente a pranzo nelle loro case e Helga aveva apprezzato i cibi sardi molto più di quanto l’amica avesse gustato i cibi danesi, così che, anche solo per due spaghetti con la bottarga, si ritrovavano a casa di Leonora.

Bevevano della vernaccia e poi si raccontavano le loro vite, complicata l’una, anche troppo semplice l’altra. Infatti Leonora aveva avuto qualche passione, ma al momento era libera, né aveva mai avuto figli. Anche lei ora voleva trovare il modo di prepararsi un bel gruzzolo per gli anni in cui non avrebbe lavorato più, e comprendeva come Helga si volesse procurare denaro per la protezione del figlio.

Leonora scherzava spesso su quel tasto, ripetendo in buona fede: «Ma sai quanta gente vecchia e ricca esiste, e senza figli! Io, se vado a prendermi questo diploma da infermiera, studiando un anno e pagandomelo a rate, riuscirò a beccarmi qualche eredità! Pensaci! Le zitelle, le vedove oppure certi vecchi rincoglioniti che non hanno nemmeno un gatto… basta fargli le moine e dargli la pappa buona. Diventerò ricca coi vecchi che curerò». Leonora aveva quella cantilena piacevole, diceva “vécchi”, con la e chiusa.

Helga la ascoltava incuriosita da quell’accento che le piaceva, e a casa da sola si ripeteva: «Mi farò ricca coi vecchi». Usava anche lei la e chiusa, pronunciando vécchi… «O con le vecchie», aggiungeva di suo e poi lo ripeteva a Toy.
«Basta andare a pescarli nei posti giusti!», e giusti erano i bei paesi della Riviera ligure e della Costa Azzurra, città famose, ma anche paesini in mezza collina con vista spettacolare sul mare, col sole tiepido anche d’inverno, dove signore, governanti, amanti o badanti di varie nazionalità spingevano carrozzelle con i vecchi ben vestiti, che avevano un po’ tutti la stessa espressione attonita e rassegnata.

Leonora aveva un ottimismo e un’allegria che contagiavano Helga positivamente, sembrava voler dire “Se dobbiamo fare una cosa, facciamola allegramente e con ironia, anche se è un boccone amaro da trangugiare!”. Si sentiva meglio, ascoltandola, e spesso faceva scoperte interessanti, come le capitava quando Leonora, esperta di erbe spontanee, le rivelava tutte le specie velenose il cui uso era bene evitare.

«Allora si useranno per fini ben precisi», sghignazzava fra sé e sé, «per abbreviare le sofferenze al vécchio facoltoso…»

 

Fine della seconda puntata
La terza puntata sarà pubblicata con il n° 46 il 10 marzo 2015

 

Luciana Brusa –  vive tra Milano e Casole d’Elsa ( Si ). Ha pubblicato studi filologici inerenti alle materie letterarie che insegnava; poesie, articoli su giornali in occasione di interviste a personaggi della cultura che presentava agli allievi. Ha partecipato all’Antologia ” Per un archivio della Piccola memoria” edito dal Comune di Milano. Settore Biblioteche ( 2004 ). Ha pubblicato due romanzi: ” La Festa dell’UVA” ed. MEF Firenze ( 2005 ) e ” Scherza coi Fanti ” con prefazione di Andrea G. Pinketts. ed. Albatros Il Filo ( 2010 ). Dal 2013 collabora al giornale Sport & Work

 

 

 

Comments (4)

  1. L’articolo della Luciana è fantastico ho appena letto alcuni paragrafi il resto del commento più avanti
    Complimenti Luciana ….

    24 Febbraio 2015
      • Luciana Brusa

      Vi ringrazio, cari lettori, di questo entusiasmo! Chi scrive lo fa per comunicare qualcosa e anche per far divertire. Mentre i miei personaggi recitavano la loro parte, io cercavo di riferirvi tutto ciò che in bene o in male combinavano…Mi sembra di esserci riuscita! Luciana Brusa

      25 Febbraio 2015
    • Lucrezia

    Molto bello scorrevole mi incuriosisce la storia vorrei acquistarlo

    19 Marzo 2015
      • Luciana Brusa

      Lucrezia, grazie! Dopo la settima puntata si farà il discorso per pubblicare in cartaceo il romanzo…anche con eventuali approfondimenti del comportamento di Helga…Lo spero!

      5 Maggio 2015

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