Il “Peso nel ventre”,il nuovo romanzo di Luciana Brusa – prima puntata

Gentili utenti,

siamo veramente lieti di pubblicare in anteprima il nuovo romanzo di Luciana Brusa, “Il peso nel ventre”, storia di donne ma non storie “rosa”, che affronta come suo costume una “Situazione donna”, la classica rubrica di Luciana su Sport & Work.
La recenzione gentilmente offerta da Anna Marani Cortese, amica di Luciana e collaboratrice del giornale, centra in pieno il vero significato del romanzo che diventa così storia di vita.

Il romanzo, composto da 14 capitoli, verrà pubblicato in 7 puntate

L’Editore

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Recensione di Anna Marani Cortese

Luciana Brusa, già autrice de La Festa dell’Uva e Scherza coi Fanti, delizia i lettori di Sport & Work con un’opera fruibile gratuitamente nella misura di due capitoli per ogni prossimo numero della rivista.

Il Peso nel Ventre – titolo già di per sé piuttosto significativo – intreccia storie di donne che poco hanno da spartire con gli stereotipi di certa letteratura rosa. Tra tutte spicca Helga, la protagonista della storia.

Danese, fissata con l’ordine, fredda e poco affettuosa ma disinibita in camera da letto, sposa un italiano che, malgrado sia cattolico e moralista, è la prima causa del suo peso nel ventre, un figlio “anomalo”, parola di Helga.

In seguito, è l’uomo stesso a provocare la definitiva disgregazione di un rapporto ormai logoro, e l’arrabbiata e delusa Helga, che in vita sua si è occupata soltanto delle faccende domestiche, costretta a reinventarsi e decisa a mantenere il tenore di vita cui era abituata, trova un’agghiacciante soluzione ai suoi guai ed elabora un piano perverso.

Per amor del vero, tutte le donne ci fanno un pensierino, almeno una volta nella vita: sposare un vecchio riccone e fare tutto il necessario per ereditare il prima possibile…

Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, per la precisione il Tirreno che lambisce Gaeta, dove abitano l’ottantenne, allupato e molto benestante Emilio con la moglie malata.
L’anziana coppia cerca una persona di fiducia che li assista, e Helga si candida, pronta a esibire il suo diploma da infermiera e la lingerie più sexy che ha, chiudendo lo stomaco e il cuore a qualsiasi rimorso di coscienza.

Definita da Andrea G. Pinketts “una corsara che ha navigato la vita senza farsi navigare da lei”, Luciana Brusa riesce, ancora una volta, a tratteggiare una donna non certo encomiabile negli intenti, ma assolutamente umana anche nella sua mancanza di umanità.

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IL PESO NEL VENTRE

Prima Puntata

Capitolo 1 –  Il trasloco

Cammina, Helga, la mattina di una primavera romana fresca e piovigginosa, il barboncino al guinzaglio, compunta, indispettita, battendo i tacchetti sull’asfalto fra i prati di Villa Borghese, assorta nei suoi pensieri, incurante delle gocce d’acqua che le bagnano i capelli e il vestito.
Un ennesimo trasloco! Il primo era stato addirittura un radicale mutamento di nazione: dal nord Europa, da un paesino della campagna danese all’Italia, precisamente a Roma.
Negli anni seguenti, dopo il matrimonio con Giulio, per accompagnare il marito, giovane magistrato in carriera, aveva dovuto cambiare residenza in Italia ben tre volte, prima di ritornare nella capitale, ma sempre con lui e il loro bambino, nato dopo due mesi dalle nozze.
Adesso invece il trasloco lo farà da sola, perché Giulio, prima innamorato perso, dopo anni di vita felice, inaspettatamente ha cambiato rotta, l’ha lasciata.
Sono già passati due anni dalla separazione, durante i quali Helga, per gentile e magnanima concessione del suo consorte, ha continuato ad abitare da sola nella casa coniugale, da lei stessa arredata e perfezionata durante il loro lungo matrimonio felice, con meticolosità, secondo il suo gusto nordico e algido, accettato e condiviso con ammirazione sincera da Giulio.
Avrebbe potuto continuare ad abitare nell’appartamento ancora per qualche anno, ma ormai ha deciso di dare una svolta alla sua vita.
Se ne va da Roma, verso una meta non lontana per cui ha costruito tutto un piano.
Non la preoccupa l’organizzazione, dover smontare mobili e fare pacchi.
Il suo ex, rispettoso e generoso, le procurerà senza risparmio una ditta seria, di quelle che ti liberano da ogni fastidio e impacchettano anche uno spillo… dimostrerà di essere un signore, da magistrato qual è, ineccepibile e leale… forse si sentirà sollevato e felice per il solo fatto che lei se ne va via da Roma, anche se ormai dall’epoca della separazione loro due – che davanti a tutti sono stati marito e moglie felici e indivisibili per anni ed anni – abitano in quartieri lontani.
Qualche passante che la incrocia la guarda sorpreso, incuriosito.
«Caspita, sto parlando a voce alta» sussurra a se stessa nella sua lingua, in danese, sa che le capita quando ha delle preoccupazioni. E ora ne ha davvero tante!

È tutto il futuro, il progetto in cui ha deciso di cacciarsi che le mette ansia.
Arrivata alla sua piccola utilitaria, sale con Toy uggiolante e soddisfatto; guida calma nell’andirivieni delle auto che si sta facendo più fitto per l’ora prossima all’apertura delle scuole e degli uffici.
La via della sua abitazione è tranquilla, un piccolo giardino condominiale circonda l’edificio di stile liberty, il rumore del traffico romano è lontano, vago, ma le fa una gradita compagnia.

Pareti candide, massicce porte tinte di vernice bianca opaca, tende di lino immacolate che schermano la visione della strada, sui davanzali ciclamini e gerani bianchi; anche l’arredo è chiaro con antichi mobili rustici in legno grezzo; spicca il blu dei divani in pelle trapuntati e – a sottolineare l’origine della padrona di casa – appesa al muro vicino alla portafinestra una collezione di piatti Royal Kybenhavn e su due tavolini alcune statuine danesi bianche e blu in porcellana.
Gli occhi di Helga non sono blu, ma di un celeste acquoso.
Le labbra carnose. Il naso ingombrante.
I capelli biondi e radi raccolti in un codino stretto sulla nuca.

Seduta a ricamare nella sua bergère a righe bianche e blu, il barboncino dal pelo immacolato acciambellato sul tappeto, i piedini di Helga non arrivano a terra: sarà forse una delle dieci danesi di statura molto bassa e sedere largo, più tipico di una spagnola o di un’italiana meridionale di due generazioni fa.

Per questo suo complesso, e in generale per non trasmettere ad un’altra ragazza i suoi difetti, che a lei specialmente da giovane sembravano insopportabili, quando era rimasta incinta casualmente di uno studente italiano in vacanza nel paesino della campagna danese dove lei viveva con la sua modesta famiglia, aveva pensato di abortire.
Non aveva mai desiderato fare la mamma; fin da bambina abbandonava le bambole e i bambolotti in cesti, senza giocarci, e non aveva voglia ad appena vent’anni di sacrificare la sua libertà, di mettersi a trafficare per quell’essere che, non cercato, le aveva occupato il ventre.

Quando già stava per compiere l’atto decisivo, che peraltro in Danimarca non era raro né penalizzato moralmente, all’ultimo momento era stato Giulio, il padre del frutto non cercato, il suo studentello in vacanza, innamorato cotto, italiano tipico col mito della straniera, che l’aveva convinta a tenere il bimbo, a seguirlo in Italia e a sposarlo.
Quell’incanto dell’amore Helga l’aveva sempre nel cuore, non se ne era andato via, nonostante le avverse vicende e gli eventi che avevano in seguito stravolto quei sentimenti: erano pronte le lacrime se appena si fosse lasciata andare, ma lei disprezzava il lamento come uno strazio inutile.

Rivedeva e talvolta sognava frammenti del passato, rimproveri subiti dolorosamente, le sue nausee dopo il ritardo imprevisto delle mestruazioni, i dubbi e le confidenze di ragazzina alle compagne più intime e poi alla dottoressa.
«Non puoi tenerlo, non puoi… ti rovini la vita» se lo era sentito dire e ridire da chiunque, anche lei se lo era drammaticamente ripetuto davanti allo specchio, quando si nascondeva a piangere in bagno, per non farsi vedere dai genitori.

Negli ultimi tempi spesso aveva ripensato a quegli anni e si era rivista in tante altre scene, anche mescolandole nei sogni notturni.
Il « Ti amo» caldo e persuasivo di Giulio, così diverso dal duro, quasi metallico «Jeg elsker dig», come dicevano i ragazzi suoi compagni che poi ci ridevano su….
Come era stato convincente quell’appassionato «Ti amo!». «Ti amo!», urlato da quel ragazzo italiano, melodrammatico come certe canzoni mediterranee, a volte sussurrato come un singhiozzo soffocato negli abbracci, con la disperazione di un tenore da opera pucciniana.
Se lo erano detto tumultuosamente tante volte dal loro primo incontro, si apre la bocca come un fiore ed esce naturale quel suono: AMO.

Giulio le carezzava le guance, il seno, le scioglieva la grossa treccia color dell’oro pallido, la guardava adorante e lei si sentiva bella, bellissima. Così, senza precauzioni, avevano concepito il bambino che poi Giulio a tutti i costi aveva voluto che nascesse e che facesse parte della sua famiglia romana e cattolica.
Helga aveva accettato di sposare il suo studente italiano e l’aveva seguito in Italia, a Roma.
Aveva partorito un maschio bello, lungo già da neonato e poi sempre più alto, come il padre, quasi un metro e ottanta, adesso che aveva compiuto trent’anni.

Per l’indole, tuttavia, anno dopo anno il bel Giordano aveva tralignato, non ereditando né le doti pratiche di Helga e della sua famiglia contadina, né le attitudini speculative dei membri della famiglia paterna, tutti dediti da generazioni alla professione-missione di magistrato.

Il Diritto romano era stato il tessuto dei pensieri degli antenati paterni, lo testimoniavano pubblicazioni odorose di antica polvere nella stanza adibita a biblioteca nella casa del nonno; quelle sagge massime avevano influenzato le posture dei vecchi giudici, avvocati e magistrati, eretti e solenni, che, incorniciati in grandi quadri pretenziosi dalle grandi cornici dorate, con sguardo deciso e maestosità di aspetto, facevano mostra di non piegarsi alle dolorose artriti ereditarie.

Gli studi di Helga, quando era una ragazzina nella sua Danimarca, erano stati dedicati all’Economia domestica e alla fine del corso aveva ottenuto un riconoscimento: il diploma di bronzo nella prova finale dell’apparecchiatura della tavola. Era molto raro che venisse assegnato il primo titolo, il diploma d’oro, e così il secondo, il diploma d’argento, che equivalevano ad un 10 e ad un 9, quasi la perfezione.

Quella sua specializzazione e anche la mania dell’ordine venne molto apprezzata in Italia, nel giro dei parenti e delle amicizie di Giulio, e naturalmente la danese si avvalse di quella sua superiorità, rispetto al pressappochismo che la circondava, per dettar legge e farsi valere – lei, straniera – in mezzo a tutto il gruppo compatto degli autoctoni.

Nei primi tempi Helga aveva avuto quasi paura del confronto con le romane: molte erano belle come statue, erano laureate, con una superbia che esibivano solo perché nate nella Città Eterna, dove vivevano ancora i resti di una civiltà imperiale e dove risiedeva il Papa. Roma, Caput mundi. Certo! La gloria antica chi poteva negarla, ma in quest’epoca la sciatteria dei romani, lo sporco per le strade che non fossero quelle del centro, l’inesistenza della puntualità a lei non piacevano proprio. Alle fine, nel suo giro di conoscenze l’aveva avuta vinta lei. Col suo ordine meticoloso e la freddezza dello sguardo aveva poco a poco soggiogato molte signore che frequentavano la sua casa.

Alcune avevano voluto imparare da lei nozioni di stile, nel ricamo, nel modo di accostare i colori, i suoi colori, neutri,bianchi o blu. Rosso e arancio erano banditi dalla sua gamma preferita.
Per tanti anni le sue doti di moglie-governante, algida di fuori ma appassionata e sensuale nei rapporti coniugali, erano state ammirate da Giulio, ormai diventato colto e prestigioso avvocato. Ogni tanto però – facendo intendere che scherzava – le ricordava la differenza di civiltà e storia degli antichi Romani. Certe frasi come «Quando noi Romani avevamo l’Impero, voi ancora brucavate nei campi», oppure « Non parliamo di cucina sana e di tradizione nordica, se mi imbandisci quintali di burro su ogni tartina!», erano diventate dei ritornelli sprezzanti, che facevano venir le rughe di stizza a Helga. Pronta e secca, gli rigirava la frittata, rivendicando puntigliosamente la pulizia dei Danesi rispetto alla cialtroneria dei Romani.

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Capitolo 2 – I cassetti della memoria

Giordano era cresciuto senza le virtù e i vizi dell’uno e l’altro genitore, sembrava aver voluto rinunciare ad una lotta senza speranza e nascere senza origini, né interessi.
Era abulico, non esprimeva preferenze né rabbia, né amore. Taceva.
Guardava tutti con la stessa espressione indifferente.

Mentre a scuola i compagni stavano più o meno attenti, interloquivano, magari si tiravano calci e pugni nell’ora della ricreazione, Giordano appariva assente, lo sguardo perso, dormiva ad occhi aperti.

Gli insegnanti facevano ipotesi: bambino rifiutato già nel grembo materno, solitudine. Poi, durante gli anni e i vari consigli di classe, con l’assistenza di psicologi, era venuto fuori un termine ancora poco conosciuto: autismo.
Fisicamente cresceva in modo armonioso, bello come i più bei rappresentanti della famiglia del padre Giulio, come lui amava la ginnastica e soprattutto il nuoto; le ragazze lo guardavano con ammirazione, gli stavano intorno, se ci riuscivano lo sbaciucchiavano anche. Lui le lasciava fare, le coccole gli piacevano, ma sessualmente restava apatico, inerte.

Indagini più o meno velate erano state fatte da insegnanti e psicologi anche sui genitori e in particolare sulla madre straniera riguardo al suo passato e ai suoi ascendenti.
Helga aveva avuto l’impressione di essere stata bersagliata come la maggior responsabile delle anomalie del figlio, aveva odiato le sottili, velenose domande sul suo rapporto con i genitori, sulla sua infanzia, su come aveva accettato o meno la gravidanza imprevista e sul suo trasferimento dalla Danimarca all’Italia.

Del resto lei stessa quelle domande se le era poste, senza essere né psicologa né insegnante. Se le era rivolte perché l’angosciava un oscuro senso di colpa, un sospetto che risaliva alla primissima infanzia e che coinvolgeva i suoi genitori, per i quali sentiva di essere stata un vero peso, un intralcio al loro esclusivo, misterioso e intrigante rapporto.

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Se si interrogava sui suoi primi anni, Helga aveva l’immagine di una matassa oscura e ingarbugliata che però non voleva districare.
Aveva sempre rimosso i ricordi che la perseguitavano specialmente nei sogni, così, svegliandosi di soprassalto, li rifiutava, li cancellava.

Non andava mai intenzionalmente a riaprire un cassetto della sua memoria in cui aveva nascosto, da bambina, eventi torbidi. Ma, sempre più durante la crescita anomala di Giordano, si era sentita costretta a sbirciare e a trovare uno spiraglio in quel cassetto buio e spaventoso. Sarebbe bastato frugare nel suo passato e in quello della sua famiglia per poter in parte spiegare le difficoltà comunicative ed esistenziali di suo figlio? Sarebbe soprattutto servito a risolvere i problemi che Giordano continuava ad avere?

A volte osava ripetersi mentalmente la scoperta indelebile nella sua memoria: riapriva con cautela una certa porta di legno pesante vietata e, in un incancellabile gesto di sua madre, china con il cuscino premuto sul volto della sorella – la zia Jonna, la zia sempre malata, sempre a letto, incosciente e lamentosa – vedeva la rappresentazione di un suo probabile avvenire, anche lei malvagia come sua madre, tale madre tale figlia.
Non si era accorta, invece, sua madre, di lei bambina disubbidiente che aveva spiato la scena; forse era troppo piccola secondo gli adulti per aver capito, pensavano che non avrebbe collegato i gesti…. cinque anni sono un incerto confine fra le fiabe e la realtà.

Poco dopo quell’allucinante sequenza, quando il padre di Helga aveva annuito ad una occhiata della madre, rientrata nel tinello, la bambina aveva avuto la conferma che nella camera di zia Jonna si era compiuto un fatto inconfessabile e che la strega della fiaba era sua madre.

Le grida, i lamenti, il lutto per la morte improvvisa della zia malata erano arrivati alle orecchie di Helga alle prime luci dell’alba. In quelle ore, però, lei non era riuscita a dormire altro che un sonno interrotto e ansioso, mentre cercava di capire quello che aveva visto.

Nella sua coscienza ancora tenera, la scena cui aveva assistito non era chiara, ma con gli anni si era persuasa di aver già saputo tutto in quella notte già prima dell’alba, con quella sua piccola mente di bambina. Come aveva capito dal grugno diventato impenetrabile di sua mamma che non si doveva chiedere né parlare mai più della morte della zia Jonna.
Del resto, al funerale, tutti i parenti e gli amici avevano detto che, anche se non si aspettavano così presto la fine di Jonna, la vita disgraziata che aveva avuto era stata alleviata dalle cure amorose prestatele dalla sorella e dal cognato, e che in fondo era stata una fortuna che la morte l’avesse liberata dalle sofferenze.

Dopo un periodo di lutto stretto, i genitori di Helga si ripresero e cominciarono a fare feste di compleanno, a frequentare gli amici, liberati dalle incombenze continue che li avevano imprigionati per anni attorno al corpo paralizzato della malata.

Ridevano sguaiatamente quando Helga non li stava ad osservare, specialmente se si chiudevano in camera da letto, anche di pomeriggio, mentre credevano che facesse il riposino, ma lei sentiva che gridavano e facevano strani rumori sul letto e immaginava quelle situazioni come da illustrazioni di libri di fiabe, dove streghe cattive e brutte come sua madre ballavano col diavolo.

Per dimenticare quei rituali opprimenti correva poi fuori nei campi, trovava le sue compagne e giocava con loro, seppelliva le paure e tornava alla sua serenità di bambina.
Non avrebbe voluto avere un padre e una madre come i suoi, li avrebbe voluti completamente diversi. Quando andava a casa di Alina, la sua amichetta preferita, le invidiava la famiglia che avrebbe desiderato per sé: sorridenti, scherzavano tutti insieme, erano belli e, sia i bambini sia i genitori, se li sarebbe portati a casa sua, tutti, gettando via i suoi brutti e cattivi genitori e anche quel ricordo della zia malata che, se ripensava all’acre odore della camera e ai lamenti continui di Jonna, in fondo aveva dato fastidio anche a lei.

Da bambina, se voleva distrarsi, aveva i mobili da mettere a posto, riordinandone il contenuto: nella sua cameretta un comodino con un cassetto, la cassettiera, l’armadio. Chiari, di un tipo di legno rustico, non tinteggiati, di un legno vergine che tendeva al color delle corde dei pescatori.
Helga aveva quell’idolatria della precisione, crescendo era diventata sempre più specializzata nel mettere in ordine l’interno dei suoi mobili, fino alla mania. Ogni indumento aveva la sua collocazione per quella ragazza meticolosa e pignola che arrivava ad avere una busta per contenere ogni singola mutandina: era fanatica delle grucce appendiabiti, da lei rifoderate con stoffe e sottili trine, una diversa dall’altra.

Anche l’abbinamento dei colori delle maglie e degli abiti non era mai casuale. In quel feticismo, Helga trovava una serenità che la compensava dei cattivi rapporti con i genitori. Le cose le davano calma, se erano ordinate, al loro posto; le persone, invece, erano quasi sempre ambigue, non riusciva a fidarsi delle loro espressioni, che potevano sempre nascondere intenzioni malvagie.

 

Fine della prima puntata

La seconda puntata sarà pubblicata con il n° 45 il 24 febbraio 2015

 

14 Commenti

    1. Luciana Brusa

      Mi piace questa tua osservazione, corrisponde a ciò che mi succede quando scrivo: in effetti io VEDO le scene come un film, cerco di riprodurle scrivendo, forse in un’altra vita farò la regista…modestamente…luciana Brusa

  1. annibale

    Concordo pienamente con Anna e con Laura: intrigante ed avvincente come certi romanzi gialli (in effetti, il delitto, almeno così sembrerebbe, è alla base di tutto.
    Credo che se non fosse a puntate non mi staccherei dal video prima di essere arrivato alla fine.

  2. giuseppe mariconti

    Ghiffa Lago Maggiore domenica 15 febbraio 2015 h. 18:30
    Nevica di brutto e mi immagino Helga abituata sicuramente a giornate come questa immersa nella realtà di una fantastica Roma a volte violentata dai romani. Una Helga tutta da scoprire con probabilmente molte vicissitudini delicate pregresse.
    Luciana Brusa mi piace da subito perchè descrittiva in maniera delicata e lieve con un uso geniale di aggettivi ben assestati.
    Rimango pertanto in bramosa attesa e molto incuriosito sul proseguo.
    Se il buon giorno si vede dal mattino……

      1. GS

        la ringraziamo per aver contribuito a commentare il nuovo romanzo di Luciana Brusa. Sta ottenendo un grande successo e sta suscitando una curiosità incredibile! Per “lo sfogliar le pagine”…vediamo…chissà!!

        1. Luciana Brusa

          Sono ENTUSIASTA e anche più…non trovo l’aggettivo…per i commenti dei lettori,mentre VEDEVO le scene della vicenda ero curiosa anche io. Grazie a tutti e all’editore GIAMPAOLO SANTINI che ” forse ” mi farà una sorpresa! luciana brusa

    1. Luciana Brusa

      grazie Lilia! Conoscendo la tua passione per la lettura e l’importante lavoro che hai fatto nella tua vita presso una casa editrice importantissima, mi sento tanto felice del tuo giudizio! Luciana Brusa

    1. Luciana Brusa

      Grazie Lucrezia! La terza puntata ( capitoli 5 e 6 ) è uscita ieri su Sport Work …ti è piaciuta? Anche se molti lettori non li conosco, mi fa un enorme piacere condividere le sensazioni e i giudizi su questo mio ” figlio ” letterario…in effetti un libro è un po’ come un parto…Ogni tanto scappano errori di copiatura, nella terza puntata ci sono tre errori di ripetizione, mi danno noia…ma magari non se ne accorgeranno in molti…Ancora grazie Lucrezia!

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