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“Fantasmi a Milano”, nuova storia di Cortopugliese

Salve, questa è una storia triste, perciò ve ne racconto un po’.

Ieri ho dormito male, ci tenevo, ero stanco, quasi non ho cenato, forse proprio questo ha influito. Anche a Milano, agli inizi, mi capitava, ricordo in particolare una notte.

Il silenzio in casa era perfetto: ma per dormire avevo bisogno del buio. Serrai perciò le imposte e bloccai ogni possibile spiraglio di luce. Poi chiusi la porta della mia camera; chiusi me stesso nel piccolo letto stretto dalle lenzuola; e chiusi persino la testa fra due cuscini, per maggior precauzione. Nel compiere questo rito, mi sento sempre come un vampiro che, nel letto a mo’ di sarcofago, immobile attende d’incontrare la morte. Ma non posso farne a meno: e poi, di solito, il sistema funziona.

Mi addormentai così di colpo: ed ero tanto stanco che sognai di dormire, ma in un letto più grande, più alto, così scomodo e duro da starci male. Riconobbi quel letto, riconobbi i luoghi. Ero in Scozia, in un castello da film, di quelli popolati da folletti e fantasmi. E infatti nel sogno avvertii rumor di ferraglia: erano armi, o catene, in un suono indistinto, che mi dava fastidio, e agitazione. Poi, ad un tratto, sentii delle voci, lamenti strani, inumani: eran proprio fantasmi?

Sentii, con le grida violente, dei rumori sconnessi: di serrature che cedono, di porte che sbattono, di acqua che scorre impetuosa.

Non mi svegliavo, ma continuavo a girarmi e rigirarmi nel letto. Alla fine, persi il conto della mia posizione. E stavo per cadere, quando qualcosa mi trattenne, forse una zampa, che sentii su di me per un attimo, poi spiccò il balzo, con rumor di ferraglia.

Mi svegliai. Tutto era spento e non si udiva più alcun rumore, ma avvertivo la loro presenza: sì, eran tornati. E non eran fantasmi. Neanche ladri, ma un po’ d’entrambi.

La verità è che in casa non abitavo da solo; e la mia, più che una casa, era proprio una sistemazione precaria, da baraccati extracomunitari: quaranta metri quadri per quattro persone, due vani di cui uno falso (una cucina poco abitabile), infine due coppie di letti a castello, in cui dormivamo in quattro.

Altro che letto in un castello, zampe misteriose, fantasmi, ferraglia! E quei rumori, che nel sonno mi avevano agitato, erano l’accompagnamento naturale dei loro rientri notturni: ma loro chi?

Forse basterà ricordarli come ‘Los Beceros Ferials’, dal nome che si erano guadagnati durante una fortunata tournée all’estero: Ferials, perché di sabato e domenica eran quasi sempre assenti; Beceros, per ciò che- ahimè -di loro sto per dire.

Erano in tre, tre studenti, mentre io ero già un lavoratore. Erano studenti universitari, ma solo perché risultavano iscritti a facoltà universitarie: di esami, infatti, ne avevan dati pochi; pochi avevano intenzione di darne; e comunque, i pochi già dati non erano riusciti a smuoverli dalle loro abitudini montanare.

In fondo, non erano cattivi: soltanto Beceri! Per mangiare, rubavano nei supermercati. Quando pioveva, usavano gli ombrelli lasciati incustoditi. Per arredare la casa, prendevano a prestito le targhe dei tram. E quando avevan bisogno di un fanale d’auto, non esitavano a sfilarlo dalla prima che ne avesse uno adatto.

Ci conoscemmo, perché loro cercavano un quarto per l’appartamento. Ed io mi accontentavo, con la penuria di case che c’era a Milano, anche solo di un quarto d’appartamento.

Accettai: ma in seguito seppi che cercavano ogni anno un compagno molto diverso da loro, per indurlo a lasciare la casa, pur continuando a pagarne l’affitto. L’accostamento ai fantasmi era perciò naturale: e così i Beceri avevano vissuto a lungo. Poi mi conobbero: ed io non mollai.

Li odiavo, ma mi comportavo con loro come un padre affettuoso. E di sera, prima di andare a letto, ritiravo i loro pigiami dal balcone della camera (dove eran soliti lasciarli). O portavo in cucina la sveglia, per evitare che la cercassero in camera a notte inoltrata. E mi ingegnavo a venir loro incontro in ogni modo possibile: ma erano precauzioni inutili.

E a turbare il mio sonno leggero bastavano le docce di mezzanotte, gli allegri fischiettii, la TV coi film porno a pieno volume. Ma resistevo: e l’inferno che Drago, Rosso Primula e Billy The Freak riuscivano a procurarmi durante la settimana era compensato dal paradiso del week end, con Marilinda.

Ma quella è un’altra storia, per ora taglio corto, ma la racconterò, parola di Cortopugliese.

 

Giovambattista Rizzo, alias Cortopugliese, professionista di successo, dedica i suoi romanzi ai suoi genitori che, tenendolo in vita, hanno dimostrato un notevole senso dell’umorismo.
Di umili origini (per giunta del Sud) e monogamo per infausto destino, ha condotto una vita tutta in salita, dovendo scegliere spesso tra suicidio e ironia. Ingegnere metodico, ha perseverato 40 anni nella scelta iniziale (l’ironia), scrivendo inediti  molto apprezzati dal 100% dei suoi due lettori, finché di recente ha provato a conciliare l’attività a reddito con la sua vocazione primaria.
E il contrasto tra il professionista serioso e il Cortopugliese brillante ha giovato all’immagine di entrambi, portando nuovi clienti, interviste TV, pubblicazioni su Maxim e La Ribalta ed un programma  su Stream TV a puntate, “I cinque minuti di Cortopugliese”, che ha scritto, diretto e interpretato, rivelando doti da performer espresse anche live, con Marisa Laurito.
Dalla sitcom e con quei personaggi, è nato il suo primo romanzo, Il Marito Virtuale (GMAC, 2010). Olimpo Web: una storia d’amore e d’ironia è il suo secondo romanzo.

 

 

 

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