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Coronavirus: spunti di riflessione

In questi giorni di “guerra” al Coronavirus, si sprecano da parte dei politici, dei giornalisti e della gente comune gli elogi incondizionati agli eroi, medici ed infermieri, che in reparti talora attrezzati in maniera improvvisata e con DPI  (Dispositivi di Protezione Individuale) spesso inadeguati lottano sino allo sfinimento, e purtroppo in diversi casi sino alla propria morte, per cercare di salvare il maggior numero possibile di vite dall’attacco di un nemico  che non puoi vedere, e che per questo risulta ancora più insidioso.

E’ significativo che, di tutti i contagiati da Covid-19, circa il 10% siano medici e operatori sanitari. Questo dimostra che sono stati mandati in prima linea non adeguatamente protetti – un po’ come i nostri fanti della campagna di Russia con le scarpe di cartone – ma con una aggravante: il rischio di contaminazione che correvano comportava problemi non solo a loro, ma a tutte le persone che,  nell’esercizio dell’attività assistenziale, essi avrebbero potuto successivamente infettare senza volere nè rendersi conto.  E non mi riferisco soltanto agli operatori sanitari nei reparti delle strutture ospedaliere, a contatto con i casi più gravi, ma anche a tutti noi medici del territorio, cioè i primi a cui si rivolge chi comincia a non sentirsi troppo bene.  Sono stati inaccettabili poi gli strani criteri con cui veniva stabilita la necessità di esecuzione di un tampone: conosco diversi casi, tra l’altro anche di due colleghi e due infermiere, che pur in presenza di sintomatologia potenzialmente sospetta non sono stati considerati “degni” di approfondimenti diagnostici di laboratorio, col rischio di trasformarsi quindi a loro volta in untori seriali.

 Forse un po’ di responsabilità ce l’abbiamo anche noi, col camice bianco: non siamo stati efficaci nel denunciare con sufficiente piglio tutte le carenze che già in “tempo di pace” i nostri ospedali avevano, e i tagli sconsiderati fatti al servizio sanitario, con sempre meno posti letto, sempre meno personale, sempre più precariato e burocrazia.
Tollerando che un paziente potesse rimanere per giorni su una barella in Pronto Soccorso in fondo si risultava in parte vittime, ma anche un po’ conniventi e troppo passivi verso il disservizio.

 

E’ assolutamente vero che una emergenza sanitaria come quella rappresentata dal COVID-19 non ci era mai capitato di doverla affrontare, e questo sicuramente ha reso più complicato il compito dei politici che avrebbero dovuto orchestrare al meglio una oculata strategia di natura sociale e sanitaria, indispensabile per contrastare l’insidiosissimo nemico.

Rivedendo però questo film dell’orrore – di cui purtroppo da oltre due mesi non siamo soltanto spettatori ma più o meno tutti anche interpreti – e analizzandone certi “episodi”, mi sorgono spontanee alcune considerazioni.

Il 27 Gennaio 2020 ,  nel corso della trasmissione “Otto e Mezzo” in onda su La7, alla domanda della conduttrice “Avete affrontato la questione del virus cinese Coronavirus? Perché il livello di allerta è stato molto alzato…e pare che potremmo arrivare ad un’emergenza globale… Siamo pronti noi in Italia?”, il premier Giuseppe Conte risponde testualmente: “Posso rassicurare. Siamo prontissimi, continuiamo costantemente ad aggiornarci col Ministro Speranza. L’Italia in questo momento è il Paese che ha adottato misure cautelative all’avanguardia rispetto agli altri, ancora più incisive. Da questo punto di vista abbiamo adottato tutti i protocolli di prevenzione possibili ed immaginabili“.  Poveri noi!! Chissà allora cosa ci sarebbe successo se avessero preso la questione meno seriamente… o forse facevano affidamento soprattutto sul cognome beneaugurante del Ministro della Salute?

In realtà, malgrado il 31 gennaio – cioè quattro giorni dopo questa disinvolta intervista televisiva – fosse stato dichiarato dal Consiglio dei Ministri lo STATO DI EMERGENZA  NAZIONALE  PER SEI MESI CONNESSO AL RISCHIO SANITARIO  DI  MALATTIE DERIVANTI DA  AGENTI VIRALI TRASMISSIBILI (vedi Gazzetta Ufficiale del 1 Febbraio 2020) non solo nessuno degli addetti alla stanza dei bottoni si è preoccupato di cominciare a procurarci tempestivamente mascherine, camici, tute, etc… (che poi siamo stati costretti ad acquistare affannosamente in giro per il mondo con costi quintuplicati), ma per praticamente quasi tutto il mese di febbraio ci siamo sentiti ripetere che non c’era bisogno di chiudere attività, porti e frontiere, e che tutto era sotto controllo.

Quasi certamente, è stato infatti proprio in quel periodo che si è innescata la gravissima situazione patita in seguito da Bergamo: aver consentito come se niente fosse – ma non eravamo in stato di dichiarata emergenza nazionale? – l’accesso del pubblico allo Stadio Meazza di Milano in occasione della partita di Champions League Atalanta-Valencia (con circa un quarto degli abitanti della città orobica sugli spalti) ha poi facilitato enormemente il contagio. E difatti il giornalista sportivo Kike Mateos, in trasferta al seguito della squadra spagnola, dopo qualche giorno dal rientro in patria è risultato essere uno dei primi positivi al Coronavirus nel suo Paese.

Giunti poi all’ultima settimana di febbraio, sono invece cominciate le cervellotiche disposizioni del nostro Governo per contenere il contagio: e se appariva bizzarra e spericolata quella di consentire ugualmente gli spettacoli in cinema e teatri con i posti occupati a poltrone alternate, viceversa la chiusura di bar e ristoranti, però soltanto a partire dalle ore 18 in avanti (!?!), credo abbia rasentato la demenzialità. Sperare che il virus COVID-19 non infettasse nessuno fino alle 17 e 59, a chiunque abbia semplicemente del buon senso, appare come concedere ogni giorno un po’ di ore in libera uscita ad un super-criminale detenuto in un carcere di massima sicurezza, nella convinzione che l’ergastolano non ne voglia approfittare.

Sempre a fine febbraio, grazie ad un servizio giornalistico de “Le Iene”, si è scoperto un altro retroscena a dir poco imbarazzante.  Dopo che dal Governo era stato espresso urbi et orbi il vanto di essere stato il primo Paese a interrompere i collegamenti aerei diretti con la Cina, pochi giorni dopo il funzionario addetto al numero telefonico dedicato del nostro Ministero degli Esteri alla Farnesina, consigliava ineffabilmente di rientrare da là utilizzando un volo con scalo a Bangkok per aggirare il blocco, e senza minimamente preoccuparsi di far quanto meno controllare all’arrivo le condizioni di salute di chi, rimpatriando, avrebbe potuto essere un pericoloso “untore”.

Penso che ogni ulteriore commento sia inutile, e spero solo che questa tragica esperienza ci serva in futuro come lezione per imparare a riconoscere i personaggi di cui ci si può fidare.

Carlo Napolitano

Carlo Napolitano, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:
2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.
2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga
2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

 

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