Coro KOMOS, il canto dell’uguaglianza- intervista di Anna Marani Cortese

Sostengono l’informazione e la prevenzione dell’AIDS e chiedono uguali diritti per tutti

Per definizione, il coro è un complesso di persone che cantano insieme; è risaputo fin dai tempi più antichi, al punto che se ne accenna persino nell’Antico Testamento.

Pensando a un coro, è probabile che vi venga in mente quello in cui cantavano i vostri amici d’infanzia più intonati, la domenica a messa, o qualche noto canto gregoriano che abbia fatto da colonna sonora a tetri film sul Maligno e/o la santa (?) Inquisizione.

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Francesco Avolio, presidente del coro

Se avete avuto il piacere di assistere a un concerto dei Komos, invece, saranno loro a venirvi in mente, il coro gay di sole voci maschili costituito a Bologna nel 2008.

Mentre, nel resto d’Europa e specialmente in Germania, la cultura corale è diffusa e complessa, nel nostro paese continua a essere legata proprio alle piccole realtà parrocchiali, dunque la storia dei cori gay italiani non può che essere piuttosto recente.

D’altronde la stessa comunità gay italiana – intesa come un insieme riconoscibile di individui che condividono lo stesso ambiente e gli stessi interessi – ha cominciato ad assumere una struttura organizzata solo in tempi in cui in Olanda era già legittimo sposare una persona del proprio sesso.

Supponiamo che, da queste parti, machismo, sessismo e influenza della chiesa cattolica la facciano ancora da padrone molto più che nel resto d’Europa, e ci spieghiamo molte cose, non per ultime i troppi e inaccettabili femminicidi, che personalmente preferisco continuare a definire, alla vecchia maniera: omicidi.

Ci spieghiamo anche i troppi e inaccettabili suicidi di giovani omosessuali costretti a nascondersi, discriminati e vessati, repressi nella propria natura e personalità.

Appartenere a un coro gay, invece, significa decisamente uscire allo scoperto. Molto più che fare coming out, molto più che rivelare le proprie preferenze sessuali e affettive alla famiglia, agli amici, ai colleghi di lavoro.

“Il significato simbolico di cantare in un coro è chiarissimo” dice Francesco Avolio, presidente dei Komos, quarantuno anni appena compiuti.

Bell’aspetto e una solida storia d’amore che ha festeggiato il quindicesimo anniversario, vive con l’editor e art director Paolo e i loro due splendidi gatti.02

“In un coro la tua voce esiste, ma contemporaneamente si fonde ed entra in armonia con le voci degli altri, e questo è un messaggio potentissimo per chi ci canta, perché ti fai sentire ma sei anche parte di qualcosa di più grande della tua singolarità. Inoltre la musica, di per sé, è da sempre portatrice di messaggi universali, è un piacere che si condivide con tutti, chi la fa con chi l’ascolta. Cosa c’è di più bello della musica, per veicolare il nostro messaggio? Tutti gli esseri umani sono uguali nella loro diversità e condividono le stesse ragioni e gli stessi diritti di essere felici o tristi, non ci sono ragioni per la discriminazione, senza ovviamente negare le differenze.
Per fortuna non è mai capitato che, durante le nostre esibizioni, qualcuno tra il pubblico abbia dimostrato insofferenza nei confronti dei nostri cantori, che tra l’altro sono tutti ottimi artisti. C’è da dire che ci esibiamo principalmente a Bologna, che è una città mediamente e storicamente più tollerante rispetto ad altre realtà italiane. Inoltre, quando ti poni in maniera aperta e positiva, chi hai di fronte non si sente spinto a esprimere sentimenti omofobici: chi ne ha, rimane in qualche modo frenato o rispettoso della tua stessa autostima. È quando ti mostri debole che permetti ai deboli stessi di approfittarsi di te”.

Quindi l’unione fa la forza e la musica mette d’accordo tutti, ma i Komos hanno scelto di fare musica colta. Mi chiedo se un genere più popolare non avrebbe incontrato il favore e l’attenzione di un pubblico ancora più vasto.
“La scelta della musica colta ha a che vedere con la nostra fondazione: il coro è stato fondato da musicisti professionisti di formazione classica, che conoscono a fondo l’ambiente della musica d’arte. Per loro era importante, sì, veicolare i messaggio della comunità LGBT (sigla che si riferisce a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Trasgender, n.d.A.), ma anche contribuire all’ascolto di un’antica tradizione musicale che vale la pena preservare. In ogni modo, talvolta i pezzi vengono riarrangiati in modo da renderli più contemporanei”.

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Per le strade di Bologna

Già. Invece a me viene in mente un certo pezzo di Britney Spears (Baby One More Time) che, al contrario, è stato reso più aulico. O forse no. C’è però da dire che i Komos ci hanno messo su una coreografia forse non troppo colta ma decisamente divertente! Temo che il pubblico abituale del coro non ne sia stato proprio entusiasta…
“Invece tutti si divertono un sacco nell’assistere all’esibizione” mi smentisce Avolio. “È uno spettacolo autoironico, uno show dello stereotipoche contrasta molto con il nostro abituale repertorio impegnato. Per noi, si tratta di un atto rivendicativo del fatto che si può anche essere, come uomini, anche colorati e femminili. Si può essere qualcosa di differente dallo stereotipo maschile. Di questo non ci si deve affatto vergognare, anzi, perché la diversità è un valore che permette di osservare da diversi punti di vista e fornisce nuovi stimoli. Il pezzo della Spears ci ha avvicinato molto al nostro pubblico”.

In effetti lo trovo inspiegabilmente adorabile… e l’ultima volta che sono stata a un concerto dei Komos, anch’io ho provato l’ebbrezza di appartenere a un coro… quello dei fuori di testa che chiedevano il bis, assiepati in centro a Bologna, lungo la via Rizzoli. Sì, perché i Komos non si esibiscono solo nei teatri, ma anche in strada, senza alcun timore di esporsi.
“Noi usciamo proprio contro il timore dell’esposizione”, spiega Avolio. “Per noi esporci è fondamentale: mostrandoci con i nostri volti, con tutto noi stessi, dimostriamo che c’è una bella accoglienza da parte delle persone ad altri gay e lesbiche che hanno più difficoltà a rivelarsi. E dimostriamo a chi, ancora oggi, non è mai entrato in contatto con gay o lesbiche, che siamo persone che si possono incontrare in qualsiasi contesto e che possiamo essere colorati e diversi, ma non certo degli attentatori!”

E c’è una bella differenza! Magari gli attentatori avessero le palle di uscire allo scoperto e correre il rischio di essere perseguitati. Ma gli attentatori sono sostanzialmente cacasotto.
“Tra i membri dei Komos, al momento, c’è un eterosessuale che ha scelto di appartenere al coro per sostenerlo nei suoi intenti, e che fin da principio si è dimostrato pronto ad affrontare tutte le conseguenze di una scelta consapevole. È capitato, infatti, che certi suoi conoscenti gli facessero delle domande o delle battute poco felici, perché l’omofobia esiste ancora, fa parte della cultura generale: è come se un maschio dovesse smarcarsi da qualsiasi sospetto”.

Un maschio, certo, ma che fine hanno fatto le femmine? Nei Komos, non ce ne sono, non c’è l’ombra di una donna, né etero né lesbica. Non si tratterà mica di discriminazione?
“Assolutamente no! Il fatto di essere un coro di sole voci maschili ha una derivazione storica, perché i più grandi cori anglosassoni sono solo di voci maschili e hanno una lunga tradizione. Inoltre un coro di soli uomini ha un impatto, anche solo visivo, molto forte. Quando la visibilità è connotata, essendo solo uomini e solo o quasi solo gay, l’impatto è più forte. C’è però anche una ragione pratica: statisticamente, mentre nei cori in genere le donne sono più numerose, nella comunità gay è l’opposto ed è più facile trovare cantori uomini piuttosto che donne”.

E il pubblico? Chi è che segue abitualmente i Komos?
“Il nostro è un pubblico composito, abbiamo molti fans nella comunità LGBT, ma ne abbiamo tanti anche nel contesto generale della città di Bologna, oltre a tutti quelli che seguono la lirica, l’opera: abbiamo cantato con artisti che si sono esibiti sul palcoscenico internazionale, come il soprano Jessica Pratt e il baritono Giorgio Caoduro”.

Nomi decisamente prestigiosi. Inoltre i Komos hanno partecipato all’edizione 2014 del Various Voices Dublin, un evento nell’evento.
“È stata un’esperienza bellissima, ci siamo ritrovati con un coro di meno di venti elementi in trasferta, in mezzo a cori di venti, trenta, cinquanta elementi provenienti da tutta Europa, Australia, Stati Uniti… Ci ponevamo come fratellini piccoli, invece abbiamo avuto un’accoglienza strepitosa, perché eravamo il primo coro italiano, dagli anni ’90, a partecipare all’evento.”

Il primo coro italiano celebrato a Dublino… e adesso, nel mese di dicembre, nemmeno una canzone della tradizione natalizia in repertorio?
“Il nostro coro ha una forte impostazione laica, apolitica, aconfessionale, apartitica. Questo perché, siccome purtroppo in Italia la chiesa cattolica è il nostro più grosso ostacolo al conseguimento della parità di diritti, per noi è stato importante prendere una posizione forte. Nonostante le origini pagane del Natale, preferiamo festeggiare ricorrenze che riteniamo più vicine al nostro modo di essere”.

Ma fate le prove in una chiesa…
“La nostra sede per le prove è la chiesa evangelica e metodista valdese in via Venezian a Bologna, chiesa che celebra anche matrimoni gay e che si distingue fra tutte proprio per la capacità di inclusione nei confronti di tutti. Le sue posizioni sono di un cristianesimo fatto di empatia e comprensione per gli esseri umani, non normativo come quello della chiesa cattolica, che vuole imporre ai fedeli una sua condotta morale. Siamo molto grati alla chiesa che ci ospita, anche per una questione di significato simbolico: l’ultima giornata contro l’omofobia, nel maggio scorso, hanno celebrato una funzione proprio per parlare di omofobia la domenica, quando la comunità si riunisce, e in quell’occasione i Komos hanno cantato. Non è da tutti, è stata un’emozione molto forte”.

Quanto tempo dovrà passare prima che si possa dire “oggi si esibisce un coro” piuttosto che “oggi si esibisce un coro gay”?
“Ovviamente tutti speriamo poco. Fino a quando esisterà l’omofobia, purtroppo dovremo lottare perché la cultura cambi e diventi di rispetto di tutte le diversità. Nel frattempo sarà necessario continuare a diffondere il nostro messaggio, mostrare la nostra identità, che è essere gay inteso come cosa positiva, che merita rispetto”.

Che cosa significa essere gay, oggi, in Italia?
“Posso raccontare brevemente la mia esperienza, dagli anni 80, quando ho raggiunto la consapevolezza di essere omosessuale, a oggi. Il panorama è cambiato molto, trent’anni fa era impensabile essere apertamente gay se non solo in certi ambienti e solo con certe persone. Era un peso gravoso da portare, era difficile trovare un lavoro o si rischiava di essere licenziati. Rispetto a trent’anni fa, la società è cambiata, è più inclusiva, ma la politica è rimasta ferma. Questo significa che, appena oltre confine, trovi che gay e lesbiche hanno uguali diritti, possono sposarsi, adottare, vivere la vita che decidono di vivere, mentre qua in Italia tutto questo non è possibile, siamo ancora giudicati “persone di serie B” che è ancora legittimo discriminare”.

In effetti c’è chi è ancora convinto che l’omosessualità sia una specie di devianza, di disturbo mentale o di perversione. Invece che cos’è, quando e in che modo ci si rende conto di provare attrazione per le persone del proprio sesso e in che modo si superano i condizionamenti della società, che ci vuole tutti etero o tutte senza cellulite o tutti desiderosi di possedere le stesse cose per uniformarci alla massa?
“Certe convinzioni sono state smentite dall’organizzazione nazionale della sanità, l’omosessualità è stata declassificata da disturbo mentale ormai da tanto tempo. Essere omosessuale significa provare non solo attrazione fisica per persone del proprio sesso, ma anche un desiderio romantico. Da persona a persona, poi, cambia tutto: io, per esempio, non ho mai avuto la minima attrazione per il sesso femminile, ma ci sono persone che conosco che sono state innamorate per anni di persone di sesso opposto, per coi rendersi conto di essere gay. Tra questo e il mio caso ci sono in mezzo tutta una gamma di sfumature”.

Le famose cinquanta sfumature di grigio.
“La sessualità umana è davvero qualcosa che varia da persona a persona, non è monolitica come siamo forse convinti che sia. Non ci poniamo il problema, ma per ognuno funziona in maniera diversa, psicologicamente e fisicamente. Nemmeno l’identità maschile è bianca o nera, allo stesso modo non lo è quella femminile. Non posso quindi rispondere in generale, perché funziona come per l’eterosessualità: è diverso per ognuno di noi”.

C’è, nella tua vita, qualche momento legato alla discriminazione che ricordi con particolare dispiacere ma che ti va di raccontare?
“Io ero un omosessuale molto visibile da bambino, ero effeminato nel modo di fare, giocavo con le bambole. Abitavo in un quartiere di periferia ed ero dolce e timido di carattere, praticamente questo ha tirato su di me i bulli del quartiere, che hanno trovato nel darmi del “frocio” il loro passatempo preferito di quegli anni. È stato molto pesante perché il bullismo te lo porti dietro. Dopo un paio di anni ero cresciuto fisicamente e mi stavano più lontani, ma certi episodi ti segnano e, in qualche modo, ti senti sempre come se non potessi difenderti, come se fossi sempre esposto, nonostante tutti gli sforzi per ricostruire l’autostima. Però il buono è stato che sono diventato più empatico: oggi mi rendo conto di quando una persona soffre a causa delle discriminazioni o delle prese in giro, e lo devo al fatto di essere stato discriminato io stesso”.

Trovo davvero assurdo e crudele che un bambino sia costretto a crescere portandosi dentro tanta paura, dolore e senso di inadeguatezza. Mi chiedo da che cosa diavolo nasca la discriminazione e che cosa si possa fare per combatterla.
“La discriminazione nasce dal sessismo, penso che questa sia la prima ragione; c’è la convinzione che l’uomo debba essere uomo e la donna donna. Ognuno deve avere un proprio ruolo nella società, la donna deve rivestirne uno possibilmente inferiore. Se un uomo ha atteggiamenti da donna viene pesantemente represso perché mette in discussione il proprio ruolo di dominatore agli occhi degli altri maschi che, invece, sono convinti di dover difendere il proprio. L’omosessualità mette in discussione il predominio maschile, dunque è considerata da reprimere”.

Come donna che ben sa che cosa significhi faticare per ritagliarsi uno spazio in un mondo dominato da maschi – talvolta convinti che tu non sia altro che la struttura deambulante di un apparato genitale – auguro ai Komos che il messaggio di cui sono portatori venga universalmente colto e accolto. Eterosessualità e omosessualità, bisessualità e transessualità non sono che alcune delle sfaccettature di un’umanità poliedrica e variegata, che ama viaggiare proprio per mettersi a confronto e apprezzare le differenze che incontra lungo il proprio cammino, dalla lingua al cibo alla musica. Altrimenti che succede? Succede che si va in stand by, si rimane fermi, bloccati in quell’immobilismo che da sempre è nemico giurato di qualsiasi progresso.
Anna Marani Cortese

Anna Marani Cortese,  graphic designer e scrittrice, vive in provincia di Bologna. È presente con i suoi racconti su numerose riviste e antologie, autrice/coautrice di romanzi, tra cui il fantasy Malìa d’Eurasia, i noir Le donne di Frieder, Erode e la psicopatia dell’allenamento, L’Eroe, E3. Nel 2012, al libro di favole Storie dei Cinque Elementi è stato conferito il riconoscimento di Libro Verde, per meriti ambientali, nell’ambito del premio internazionale Un Bosco per Kyoto.

nota: per il significato del termine Kòmos, rimandiamo alla relativa voce di Wikipedia, qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Komos

 

Un commento

  1. Luciana Brusa

    Ho letto con molto interesse l’intervista di Anna Marani Cortese, profonda, documentata e convincente.
    Anche il modo di esprimerti diretto e aperto servirà a far ragionare i più conformisti; io credo che sia utile far conoscere queste tue argomentazioni a quante più persone possiamo, perciò ne propongo la lettura ai miei amici fb e a molti altri…Un grazie sentito! Luciana Brusa

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