Con Papa Francesco, da laico a cristiano

Penso alla mia vita e sobbalzo, a disagio e scomodo, mentre avanzo lento lungo distese di crema dorate, arancione e rosse, con la certezza del tramonto imminente. Mi aggrappo forte a quel dromedario che è la mia vita; e procedo con fervore ed immutato entusiasmo tra i colori della sabbia infuocata che mai è riuscita a bloccarmi e del cielo in cui ho sempre sperato, anche quando non sembrava come ora così luminoso. Ma non sono da solo…

E il dromedario è a una gobba e due piazze, mia moglie ci ha messo da tempo stabilmente le tende e per lei molto  ho temuto, in quel duro momento di tempesta di sabbia, in cui lei si è ammalata ed a me han tolto incarichi, rubato progetti, falsificato documenti, non pagato lavori. Ma ne è nato un progetto ed uno spettacolo, che un Arcivescovo dice ‘d’ispirazione francescanamente evangelica’. E quell’ispirazione trova conferma, nella mia attività di manager.

E sempre più si rafforza, seguendo Papa Francesco. Io lo seguo da laico, perché mi rende consapevole che nella mia cultura, nei miei comportamenti ed a volte anche nei gesti, che mi sembrano spontanei, ci sono in realtà radici cristiane che le sue parole sanno far riaffiorare, proprio come può far il calore, sull’inchiostro altrimenti invisibile.

Altre sue parole invece mi mettono in crisi. ‘Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico. O posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscer in lui un essere umano con la mia stessa dignità, una creatura infinitamente amata dal Padre, un’immagine di Dio, un fratello redento da Cristo. Questo è essere cristiani!’ E mi domando se lo sono anch’io; poi penso ai migranti…

Altre parole mi tornano spesso alla mente e mi influenzano positivamente, come: ‘Siamo un esercito di perdonati.’

Altre, infine, io continuo a rileggerle e vorrei tanto che le leggessero in tanti, perché sono coraggiose e bellissime.

‘Non abbiate paura’. Lo disse Gesù e l’ho sentito dire da un Santo; e Francesco ha avuto il coraggio di condannare il Genocidio Armeno con parole limpide, semplici e forti; e altre limpide pietre miliari da manager laico mi hanno colpito, convincendomi a rilanciare un appello, cui in tanti da liberi e forti, laici e cristiani, dovremmo rispondere.

Io lo vivo come una chiamata alle armi: è una chiamata alla santità, Esortazione apostolica, Gaudete et exsultate.

‘Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”.’

A quella classe media dovrebbe forse rivolgersi chi voglia davvero fare politica e non soltanto ricercare consensi.

Francesco intanto ci dice: ‘Nessuno si salva da solo e tutti siamo chiamati a esser testimoni,ognuno per la sua via. Ma mi preme ricordare tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza.’ Mi commuovo e penso a mia madre.

Tutti la consideravano una donna solare, perché pochi sapevano cosa aveva combattuto, per cinquant’anni lunghi duecento. Era stata mamma a sua sorella ed in stenti anche dopo un matrimonio d’amore ma povero, superando infine anche un blocco renale e un aneurisma, ma non il tumore. I suoi bambini la chiamavano, anche al telefono, signora maestra; ed in tanti, anche quelli che ormai già erano grandi, l’hanno accompagnata, ciascuno con in mano una rosa, dopo che i più piccoli l’avevano vista crollare sui gradini della scuola: gli stessi che nei temi, dopo, ne ricordavano solo il profumo e il sorriso. Mi commuovo ancora e collego questi pensieri e quelle parole del Papa a quelle di un altro Papa, che chi ha la mia età risente ancora sorprendenti e fortissime, provando anche un brivido.

‘Cari figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui, tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera, a guardare a questo spettacolo, che neppure la Basilica di San Pietro, che ha quattro secoli di storia, ha mai potuto contemplare. La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi, diventato Padre per la volontà di Nostro Signore. Ma tutti insieme, paternità e fraternità e grazia di Dio, facciam onore alle impressioni di questa sera, che siano sempre i nostri sentimenti come ora li esterniamo davanti al cielo e davanti alla terra: fede, speranza, carità, amore di Dio, amore di fratelli, e poi tutti insieme, aiutati così, nella santa pace del Signore alle opere del bene. Tornando a casa, troverete i bambini…

Date una carezza ai vostri bambini e dite: Questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare. Dite una parola buona, il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza…’

Cerco di ricompormi e continuo a scrivere; e mi sembra che le voci di Francesco e Giovanni siano una voce sola.

‘L’abitudine ci seduce e dice che non ha senso cercare di cambiare le cose, che non possiamo fare nulla di fronte a questa situazione, che è sempre stato così e tuttavia siamo andati avanti. Ma Dio è sempre novità, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiar posto per andar oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Abbiamo bisogno della spinta dello Spirito, per non essere paralizzati dalla paura e dal calcolo e non abituarci a camminare solo entro confini sicuri. Ricordiamoci che ciò che rimane chiuso alla fine sa odore di umidità e ci fa ammalare.’

E per lavoro, con quella spinta, da sempre io aiuto le aziende a rinnovarsi, ripartire, cambiare o ritrovare la strada.

‘La santità è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo. Siamo fragili, ma portatori di un tesoro che ci rende grandi e può rendere più buoni e felici quelli che lo accolgono. Chiediamo il coraggio apostolico di comunicare il Vangelo agli altri e rinunciare a far della nostra vita un museo di ricordi. L’audacia e il coraggio apostolico sono costitutivi della nostra missione.’ Sentiremo mai risuonare questo messaggio dai palchi?

‘Per un cristiano non è possibile pensare alla sua missione sulla terra, senza concepirla come cammino di santità. Per esser santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Tutti siamo chiamati ad esser santi, vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno. Ma è difficile lottare contro la propria concupiscenza e contro le insidie e tentazioni del demonio e del mondo egoista se siamo isolati. La santificazione è un cammino comunitario’ Per questo scrivo, sperando che in tanti leggan l’Esortazione.

Francesco si rivolge a tutti. ‘Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.’ Spero che legga anche chi ha autorità o la cerca.

 

Giovambattista Rizzo

Giovambattista Rizzo, RIZZO, RADDRIZZO E VALORIZZO: così presenta la sua attività Giovambattista Rizzo, chiamato da 35 anni a far partire, ripartire o non morire aziende, iniziative e progetti. È Uomo del Cambio Marcia ed è via di mezzo tra uno scugnizzo napoletano e un Cincinnato padano: ha, del politico, la capacità di entrare e uscire in punta di piedi costruendo senza distruggere, con pazienza ed equilibrio; dello scugnizzo, ha invece il guizzo creativo e l’argento vivo, cui aggiunge il sorriso, ora anche a teatro; il suo REGALAMI UN SORRISO, preghiera laica, coinvolge con leggerezza e termina proprio con un segno di pace: un abbraccio del pubblico, commovente, spontaneo e corale.

 

 

 

 

 

 

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