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foto Cesar Balaban

Centenario del Popolo Armeno: “La Storia secondo mio padre” di Cesar Balaban

LA STORIA SECONDO MIO PADRE

Frequentavo la scuola elementare quando comparve il ritratto del nuovo leader Gamal Abd-el-Nasser sulla copertina di ogni quaderno e libro scolastico.

Le sue statue e le sue gigantografie campeggiavano in tutte le piazze. Era il nuovo presidente dell’Egitto, il capo carismatico che predicava il nazionalismo panarabo.

La Siria nel 1956, lasciandosi incantare dall’idea di formare una grande nazione panaraba, si unì all’Egitto formando un unico stato chiamato RAU, Repubblica Araba Unita, presieduto dal capo carismatico Gamal Abd-el-Nasser.
Le mie conoscenze della storia non si basavano sui libri scolastici o sulle notizie radiofoniche, ma sulle idee di mio padre.

Le interpretazioni storiche di mio padre partivano sempre dall’impero ottomano:
«L’impero turco ottomano, Arad, fu fondato sette secoli fa e nel tempo si espanse enormemente occupando il vicino oriente, il nord Africa e i Balcani»
«Comprendeva praticamente tutti gli stati arabi?»
«Sì, ma molto di più: includeva anche una parte dei Balcani, come Grecia e Bulgaria. Tuttavia non è corretto parlare di stati arabi come tali, perché non esistevano confini, ma territori vagamente definiti come la grande Siria, la penisola Arabica e il Maghreb».
«Come mai l’impero ottomano, che durò sei secoli, non ha “turchizzato” la popolazione di lingua araba?».
«Non potevano, perché l’arabo è la lingua divina con la quale Dio ha dettato il Corano al Profeta. E anche i Turchi sono musulmani. Non dimenticare che tutti i musulmani, di qualsiasi nazionalità, devono pregare in arabo».
«Allora ci sono più di centinaia di milioni di persone che parlano l’arabo grazie all’Islam?»
«Praticamente sì, anche se non tutti quelli che parlano l’arabo sono musulmani, molti sono cristiani».
Spesso mia madre ci interrompeva:
«È tardi, domani devi andare a scuola!» o più sarcasticamente: «Yessaì, avevi già raccontato queste cose ad Arad!».

Ma era tutto inutile, perché a lui piaceva raccontare e a me piaceva ascoltare. Così si passava alla seconda puntata della storia: la caduta dell’impero ottomano e la nascita del colonialismo occidentale.
«Gli arabi, liberandosi dalla dominazione ottomana, sono finiti vittime del colonialismo occidentale!».
«Sono passati dalla padella alla brace?».
«Proprio così! I fautori principali di questa transizione sono stati gli Inglesi: alla fine della prima guerra mondiale, il governo Britannico istigò la popolazione araba a ribellarsi contro il moribondo impero ottomano, anticipando in questo modo la sua morte e garantendo, come compenso, la formazione di stati arabi indipendenti. Ti ricordi la storia di Lawrence d’ Arabia?»
«Me la ricordo: ho visto il film! Era un ufficiale britannico che conquistò la fiducia dei capi tribù arabi, promettendo loro una nazione indipendente, e li guidò contro i soldati turchi che presidiavano la grande Siria. Si vestiva come loro, parlava l’arabo, ma era biondo».
«Lo sai che cosa ha risposto questo ufficiale britannico ai suoi capi, quando gli hanno offerto qualsiasi aiuto per compiere con successo il suo mandato? Ha detto: “Mandatemi solo monete d’oro e io innescherò una rivoluzione vincente contro i Turchi!”».

A mio padre piaceva il lato concreto in tutte le cose, ma l’affascinava anche la coerenza cavalleresca.
«Pensa che Lawrence guidò al successo la rivoluzione araba contro i Turchi, ma quando si rese conto che la sua patria, l’Inghilterra, aveva tradito la promessa fatta agli Arabi di contribuire alla formazione di uno stato arabo indipendente, si dimise e rifiutò la carica di Viceré delle Indie. Ma il fatto più straordinario fu che rifiutò la prestigiosa “Victoria Cross”, offertagli da sua Maestà Giorgio V in persona, per le sue vittoriose azioni militari!».
«Ma gli Inglesi, secondo te, avevano bisogno dell’aiuto delle tribù arabe per far crollare l’impero ottomano? Avevano vinto la Grande Guerra e l’impero ottomano era già moribondo…».
«Sicuramente l’alleato arabo è stato utile, perché ne ha accelerato il crollo. Inoltre gli Inglesi volevano essere già sul territorio con un esercito e tecnici militari, pronti a colonizzare i neonati stati arabi».
«Vuoi dire che fu un tradimento?».
«Non fu recepito così dagli occidentali: essi consideravano il colonialismo un’evoluzione naturale dello sviluppo industriale, un necessario allargamento dei mercati. Anzi, qualcuno lo riteneva persino un obbligo morale verso le popolazioni deboli e arretrate».
«Fu comunque un inganno, una promessa tradita».
«Purtroppo la politica e il destino dei popoli sono regolati dal profitto e dalla convenienza economica; però, per avere successo, tale politica deve ammantarsi di un nobile apparato ideale, una maschera di pensieri nobili, così da ottenere il sostegno del popolo. Tuttavia hai ragione, Arad: fu un inganno. In effetti, mentre promettevano una nazione araba indipendente, gli inglesi avevano già stipulato un accordo segreto con i Francesi, l’accordo di Sykes-Picot , nel quale disegnarono artificialmente le frontiere dei nuovi stati. Erano confini costituiti quasi interamente da linee rette e non corrispondenti a quelli naturali. Nacquero così la nuova Siria, il Libano, la Giordania, la Palestina, l’Iraq, l’Algeria, la Tunisia e così via. Successivamente, ancor prima che l’impero ottomano fosse ufficialmente dissolto, Francia e Gran Bretagna si spartirono sfacciatamente gli stati così creati.»
«Chi ha colonizzato la Palestina?».
«Secondo gli stessi accordi segreti di Sykes-Picot, la Palestina doveva vedere anche il coinvolgimento della Russia e rimanere un territorio internazionale, ma dopo la rivoluzione Bolscevica del 1917 i Russi furono esclusi. Anzi, i britannici, pensando che i francesi avessero già ottenuto troppo, esclusero anche loro, rimanendo gli unici colonizzatori della Palestina».
«Ho sentito dire che non hanno fatto un buon affare con la Palestina, vero?».
«In effetti non ci hanno guadagnato molto, almeno questo è quello che sembra. Ma spesso la politica estera britannica è piena di interessi segreti che si rivelano solo dopo decenni».
«Forse la faccenda è stata ingarbugliata dagli Ebrei della Palestina, che rivendicavano per sé quel territorio?».
«No, c’era solo una piccola minoranza ebraica di poche migliaia di persone».
«Ma come? Che fine avevano fatto allora i giudei dell’antico Israele?».
«Non esisteva uno stato ebraico in Palestina fin dai tempi dei Romani. In seguito alla rivolta giudaica contro Roma nel 70 d.C. i Romani avevano distrutto il tempio di Gerusalemme e avevano venduto la popolazione come schiavi».
«I Romani li hanno sterminati?».
«Non sono stati gli unici; ai Romani subentrarono i Bizantini e gli Ebrei ebbero solo due scelte: o diventare cristiani o nascondersi. In seguito, l’invasione delle tribù arabe li obbligò alla conversione all’Islam. E, per ultimo, le crociate in Terra Santa finirono di maltrattare quei pochi che erano rimasti».
«Ma sono morti tutti?».
«No, si sono dispersi in tutto il mondo e chi è rimasto è diventato “non-ebreo”. Una buona parte dei palestinesi arabi, i nemici attuali di Israele, non sono altro che Ebrei, convertitisi nei secoli precedenti, prima al cristianesimo, poi all’Islam».
«Allora gli Ebrei dell’attuale Israele sono tutti immigrati da altre parti del mondo?».
«Sì, quasi tutti, ma oramai c’è anche una nuova generazione di Ebrei nata in Palestina, che gradualmente negli anni diventerà la maggioranza».
«Secondo te i paesi arabi riusciranno a riprendere i territori da Israele, obbligando gli Ebrei a ritornare da dove sono arrivati?».
«È un’utopia. Oramai Israele esiste: il lavoro portato a termine dal Sionismo non si cancellerà più».
«Che cos’è il Sionismo? É vero che ha qualcosa a che fare con la Massoneria?». Ero sicuro che lui sapesse qualcosa di più rispetto alla propaganda negativa che avevo sentito in giro.
«La convinzione che tanti massoni siano Ebrei crea questa confusione. In realtà sono due cose diverse. Il Sionismo è un fenomeno più recente ed è un’organizzazione nazionale puramente ebraica, fondata nell’Europa centrale nell’ottocento, con l’obiettivo di ricostituire una patria ebraica in Palestina. Preciso in Palestina, perché allora c’era un altro organismo ebraico, sempre europeo, che voleva creare una patria senza avere particolari preferenze geografiche: si pensava addirittura al centro-Africa o al Madagascar!».
«Dovevano essere potenti questi sionisti, se sono riusciti a creare una nazione dal nulla, esiliando gli arabi autoctoni, nonostante fossero circondati da centoventi milioni di arabi!».
«Erano dei grandi pensatori, che riuscirono ad inculcare nelle menti degli occidentali, e in particolare degli stessi Ebrei, l’idea che fosse giusto creare una nazione giudaica in Palestina. Poi i “pogrom” in Russia e la “shoah” in Europa facilitarono tutto, aumentando l’emigrazione verso la Palestina».
«Erano dei fanatici religiosi? Voglio dire, degli Ebrei ortodossi?».
«No, era un movimento nazionale laico, in contrasto con gli ultra-ortodossi, i quali credono tuttora che il regno di Israele comparirà solo dopo la venuta del Messia. Golda Meir , ad esempio, è una di loro: una sionista molto brillante. Ricordo la sua conferenza, tenuta negli Stati Uniti davanti alla ricca comunità ebraica prima dello scoppio della guerra arabo-israeliana del 1948, per cercare aiuti economici. Ella concluse dichiarando: “Noi ebrei di Israele abbiamo deciso di combattere contro gli arabi, ma voi ebrei d’America dovete decidere chi vincerà…”. Riuscì ad avere finanziamenti tali da poter comprare armamenti e velivoli militari dalla Cecoslovacchia per combattere gli arabi. Erano armi dell’ex-esercito nazista!».
Cesar Balaban

Cesar Balaban, nativo di Aleppo(Siria) da una famiglia di origine armena sopravvissuta al genocidio del 1915. Cresciuto tra culture diverse, armena per la famiglia, araba per nascita e quella americana per la scuola frequentata, si è trasferito in Italia nel 1969 con l’intento di andare negli Stati Uniti. Decide di fermarsi e frequentare gli studi di medicina a Parma e Milano, diventando chirurgo, professione esercitata negli ospedali pubblici fino al 2009. Essendo sposato con una italiana, dopo questo lungo periodo di permanenza, considera l’Italia la sua quarta radice culturale.
Dal 2014 collabora con il giornale Sport & Work.

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