La Pagina del Doc: l’antibiotico-resistenza, minaccia globale di cui si parla poco

Non passa settimana senza che venga annunciata, su riviste specializzate e talora persino in televisione, qualche importante scoperta in campo scientifico. La cosa non può che rallegrarci, però troppo poche persone sono a conoscenza di una grave minaccia che incombe sulla medicina del Terzo Millennio: le resistenze dei microbi alle terapie sono ormai sul punto di poter compromettere la sostenibilità di un efficiente servizio sanitario globale, e le sue risposte all’incontrollata diffusione delle malattie infettive.

I farmaci antimicrobici efficaci, prerequisito fondamentale per le misure di cura e prevenzione, nel secolo scorso hanno contribuito a proteggere i pazienti da malattie potenzialmente fatali, assicurando così il costante incremento della vita media che tutti conosciamo; ora però, senza una reazione armonizzata e immediata su scala globale, il mondo sembra si stia dirigendo verso un’era post-antibiotica, in cui le infezioni comuni potrebbero ancora una volta tornare ad uccidere.

E la cosa appare ancor più incredibile, se si considera che è proprio l’uso inopportuno o eccessivo di questi farmaci in medicina e nel campo degli allevamenti intensivi a generare il problema, mettendo potenzialmente ogni nazione a rischio.

Anche se se ne parla troppo poco, l’emergenza ed il continuo aumento del fenomeno dell’antibiotico-resistenza, ovvero la capacità dei batteri di sopravvivere ad una specifica cura mirata nei loro confronti, ha ormai assunto le dimensioni di una problematica economico-sanitaria globale.

I batteri che si fanno beffe dei farmaci sono la causa principale di circa 25.000 decessi ogni anno nella sola Europa, con un impatto economico, se vogliamo affrontare il discorso anche per gli aspetti legati al vil denaro, tra spese sanitarie e perdita di produttività, che è stato valutato in circa 1,5 miliardi di euro.

Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità,le due infezioni del sangue resistenti agli antibiotici più comuni – da Staphylococcus Aureus meticillino‐resistente (MRSA) e da Escherichia Coli multiresistente – hanno causato nel 2007 più di 8.200 decessi in 31 Paesi Europei.

Questi due batteri, da soli,  si sono resi responsabili di oltre 260.000 setticemie, che si traducono in più di 370.000 giorni di ricovero extra in ospedale, per un costo complessivo a carico dei servizi sanitari UE che si è aggirato attorno ai 62 milioni di euro.

Malauguratamente, c’è di più: la TBC multiresistente si sta diffondendo in Europa, tanto che si stima che i casi siano 81000 all’anno, ma solo 28000 vengano riconosciuti, e di questi purtroppo sappiamo che solo 17000 ricevono trattamenti adeguati con farmaci di secondo livello.

Allo stato attuale, le terapie per pazienti affetti da tubercolosi sono coronate da successo soltanto nel 57.4% dei casi.

Va considerato, inoltre, che almeno 1 caso su cinque di infezioni che si verificano nell’uomo da germi resistenti agli antibiotici dipende dall’utilizzo di questi ultimi nel campo della zootecnia: infatti troppi allevatori, per scongiurare il rischio di epidemie negli ambienti malsani in cui crescono le proprie bestie, ricorrono scriteriatamente a profilassi antibatteriche che inevitabilmente portano a selezionare sempre più frequentemente microorganismi in grado di sopravvivere ai farmaci. Un dato che si commenta da solo: negli Stati Uniti l’80% di tutti gli antibiotici venduti vengono somministrati agli animali…

Questa capacità di farmaco-resistenza batterica è segnalata in crescita anche in Italia, come attestano i dati presentati già nel 2011 dal Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC) e dall’Istituto Superiore di Sanità, e con essa aumenta ovviamente il rischio di non poter disporre più di cure efficaci anche per le infezioni più lievi.

Poche sono attualmente le molecole innovative e alternative in sperimentazione farmacologica, e si pensi che è ormai dal lontano 1987 che non vengono scoperte nuove classi di antibiotici;  quindi solo un uso responsabile e mirato dei medicinali attualmente disponibili può far sì che la loro efficacia si mantenga il più a lungo possibile nel tempo.

In tutti i paesi, anche alcune operazioni chirurgiche di routine e persino le cure chemioterapiche per il cancro, che notoriamente abbassano le difese dei soggetti che devono farle,  diventeranno meno sicure senza antibiotici efficaci per la protezione contro le infezioni correlate a tali procedure. In pratica, potremmo disporre di modernissime terapie antitumorali efficaci, ma poi perdere ugualmente i pazienti per banali infezioni collaterali al trattamento.

Il World Economic Forum ha recentemente riconosciuto nell’antibiotico-resistenza un rischio globale al di sopra delle capacità di qualsiasi organizzazione o nazione per gestire o ridurre da soli l’entità di un problema sanitario così vasto, e solo con l’impegno di tutti possiamo sperare di evitare in futuro ai nostri figli e nipoti un mondo popolato da super-germi difficilissimi da sgominare. Pertanto:

– gli allevatori dovranno modificare le condizioni di vita delle loro bestie, rendendo inutile il ricorso alle massicce dosi di farmaci che attualmente utilizzano

– i medici dovranno cercare di utilizzare gli antibiotici ancora efficaci soltanto nei casi in cui siano assolutamente indispensabili, in dosi e tempi adeguati alla situazione clinica

– i pazienti dovranno abituarsi a sopportare i fastidi legati alle infezioni virali, notoriamente tendenti nella maggior parte dei casi a limitarsi progressivamente in modo spontaneo, tenendosi riguardati per evitare complicazioni e rinunciando all’autoprescrizione di antibiotici nell’illusione di abbreviare il decorso della malattia

– la ricerca scientifica dovrà mettere al primo posto questa vera e propria emergenza, destinando alla soluzione di essa una buona parte delle risorse attualmente impiegate per altri obiettivi meno impellenti da raggiungere. Ad esempio, la Cina ha appena annunciato la sua discesa in campo con dispendiosi quanto ambiziosi progetti di esplorazione dello Spazio: ma se dovessimo ritrovarci l’ambiente della Terra contaminato da batteri invincibili, mica possiamo pensare di cavarcela scappando tutti su qualche altro pianeta…

Carlo Napolitano

Carlo Napolitano, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:

2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.

2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga

2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

La Pagina del Doc: I riti tibetani, un benefico esercizio da provare in vacanza

I mesi di luglio ed agosto sono, soprattutto nel nostro Paese, quelli che più facilmente si adattano ad organizzare le vacanze: la chiusura delle scuole, la pausa estiva di molti uffici ed industrie, e forse anche un po’ la tradizione, inevitabilmente inducono la maggior parte degli Italiani che ancora possono permetterselo a partire proprio in questo periodo per le meritate ferie.

Augurando quindi a tutti Voi lettori di poter rientrare nel novero di quanti hanno più o meno a breve intenzione di andare in villeggiatura, ho pensato di… darvi un possibile compito per le vacanze!!

Lo so bene, le più moderne vedute in campo didattico e psicopedagogico non sono favorevoli al fatto che gli studenti, specialmente i più meritevoli che non hanno difficoltà di profitto scolastico, debbano portarsi sotto l’ombrellone o in riva al lago libri e quaderni per ripassare o continuare a tenersi in esercizio, perché è giusto sfruttare la sosta estiva soprattutto per staccare la spina e ritemprarsi.

Ma quanto intendo suggerirvi di fare ha proprio lo scopo di farvi ritrovare semplicemente un po’ di voi stessi, dedicando pochi minuti tutti i giorni – meglio se al risveglio, anche perché bisogna essere a stomaco vuoto – ad alcuni esercizi che non si fanno col vocabolario o la calcolatrice, ma a corpo libero, senza attrezzi particolari, prestando soprattutto particolare attenzione alla propria respirazione.

Dopo questa premessa, forse alcuni di Voi penseranno che io voglia proporvi sofisticate meditazioni yoga, che ovviamente richiedono un ambiente adeguato, magari una guida esperta, e soprattutto una certa predisposizione personale.

Viceversa, gli esercizi che vi sto suggerendo di fare si possono considerare invece assolutamente alla portata di tutti, una autentica ginnastica entry-level, praticabile anche in età non più giovanile, e che però a fronte di un impegno soft può garantire davvero grandi benefici psicofisici: sto parlando dei cosiddetti rituali tibetani.

Dico subito che io li ho scoperti e subito adottati per un buon risveglio ormai quasi 6 anni fa, dietro suggerimento di una cara amica che li praticava da tempo, e della quale qui non farò il nome; posso però dirvi che si tratta di un personaggio dello spettacolo dalla vitalità incontenibile, un autentico vulcano di energia ben convogliata, sempre piena di iniziative e che non dimostra affatto le sue primavere (che passano inesorabili anche se si è VIP…) in gran parte proprio grazie ai benefici garantiti da questi esercizi.

In effetti, essi sono il modo ideale di predisporsi al meglio per la giornata che ci aspetta, in quanto questa pratica si basa su 5 rituali, caratterizzati da movimenti semplici quanto efficaci, da ripetere ciascuno da un minimo di 5 fino ad un massimo di 21 volte, ponendo una grande attenzione alle modalità di respirazione: il che è un ottimo sistema di dedicarsi a sé stessi, perché abitua ad ascoltare il proprio corpo..

A voler essere precisi, esiste poi anche un sesto esercizio, in grado di generare un vero e proprio automassaggio interno degli organi addominali, che risulta però se ben eseguito abbastanza impegnativo, al punto che viene sconsigliato di eseguirne più di 3 ripetizioni.

Mi preme far capire che i rituali tibetani, proprio perchè dotati di una loro sacralità, non sono semplici esercizi muscolari di “meccanica aerobica”, anche se ovviamente giovano anch’essi alle parti del corpo chiamate in causa, in quanto vanno eseguiti con la dovuta concentrazione, rispettando una sequenza prestabilita e col perfetto controllo delle fasi del respiro.

Però al tempo stesso non sono nemmeno simili alle classiche pratiche meditative orientali basate su precise posizioni statiche assunte dal corpo: in modo forse riduttivo e pittoresco, per quanto  efficace, una grande esperta della materia, Silvia Salvarani, ha detto che li considera, riferendosi ai famosi bigini studenteschi, come una specie di “Bignami dello Yoga”.

Se interessati, per apprendere la corretta tecnica di esecuzione di ciascuno di questi rituali tibetani, per me qui abbastanza complicata da descrivere, vi consiglierei di visionare nel web qualcuno dei numerosi filmati ad essi dedicati, meglio se completati dall’ausilio della descrizione verbale e del commento da parte dell’insegnante, in modo da comprenderne al meglio la modalità di respirazione da adottare, che è fondamentale, nonché gli effetti ed i possibili errori da evitare.

Personalmente, posso testimoniare di avere tratto grande beneficio da questa sorta di “meditazione dinamica”, e per questo vi suggerisco di sfruttare il periodo delle ferie per sperimentarne la pratica, augurandovi buone vacanze.

Carlo Napolitano

Carlo Napolitano, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:

2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.

2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga

2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

 

La Pagina del Doc: telefoni cellulari e tumori, c’è discordia tra giudici e studiosi

Ha avuto una notevole eco di stampa, suscitando un certo clamore, la sentenza con cui il Tribunale di Ivrea ha recentemente condannato l’Inail a riconoscere a Roberto Romeo, assistito dallo studio legale torinese Ambrosio&Commodo, una rendita vitalizia da malattia professionale, a causa di una neoplasia benigna ma invalidante che il frequente uso del telefonino, a lui necessario dal 1995 al 2010 per motivi di servizio, avrebbe indotto a svilupparsi nel cranio dello sfortunato lavoratore.

Nella motivazione si legge testualmente: “Il rischio oncologico per i sopravvissuti alle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki è stato individuato nella misura di 1,39 per tutti i tumori. Mentre il rischio individuato per un uso massiccio e prolungato nel tempo di telefoni cellulari, secondo lo studio Interphone, è pari a una misura di 1,44”.

Ma la comunità scientifica è tutt’altro che d’accordo, e anche se naturalmente risulta comunque facile avvertire un senso di solidarietà per chi risulti vittima di simili disavventure, si sono subito levate voci di aperto dissenso.

“Pare che non sia vero tutto quello che abbiamo studiato perché un giudice ha deciso quali cose fanno male e quali no”, ha per esempio dichiarato con indiscutibile fermezza il coordinatore del Servizio Prevenzione e Protezione del CNR per la Medicina del Lavoro Roberto Moccaldi, che non ha esitato ad aggiungere un drastico commento: “i giudici prospettano realtà alternative che non hanno un riscontro scientifico”.

In effetti, secondo quanto viene sottolineato dagli esperti, la letteratura su questo argomento annovera ormai decine di migliaia di studi; ma quelli principali, compresa una settantina di indagini epidemiologiche, non hanno trovato nessun nesso tra l’esposizione alle radiofrequenze proprie di telefoni cellulari o antenne e certe patologie.

“Lascia perplessi che ci siano sentenze così a fronte di argomenti su cui la comunità scientifica non ha emesso verdetti di plausibilità di rapporto causa-effetto”  –  ha affermato il dott. Mauro Magnoni, presidente dell’Associazione Italiana Radioprotezione Medica – “Questa è una cosa impropria e tipica del nostro Paese. Altrove il magistrato non può scegliere a caso il perito a cui affidarsi”.

Secondo gli esperti, su questo tema, si registrerebbe una discrepanza tra la percezione del rischio, che rimane comunque molto alta, e quelli che si rivelano poi essere i risultati reali degli studi. “La scienza non può dare certezze” – ha sottolineato Moccaldi – “le conclusioni hanno margini di errore, ma siamo abbondantemente lontani da quella che si chiama probabilità qualificata, e non può bastare la sola possibilità di un nesso per prendere certe decisioni”.

Dal canto suo, Luca Fadda, giudice del Tribunale di Ivrea, ha affermato: “Se nessuno osa porre in dubbio un nesso quantomeno concausale tra esposizione alle radiazioni provenienti da un’esplosione atomica e patologie tumorali, non si vede perché non possa ritenersi analogamente sussistente questo medesimo nesso tra esposizione a radiofrequenze e tumori encefalici rari”, come quello che ha colpito Romeo.

Sicuramente il dibattito non si esaurisce qui, ma in attesa di poter magari un giorno avere maggiori certezze sull’argomento, vale la pena fare qualche considerazione di buon senso e ribadire:

1 – il momento di massima emissione di radiazioni da parte di un telefonino è quello in cui squilla, in attesa di entrare in comunicazione, quindi non andrebbe mai tenuto vicino all’orecchio per ascoltare la risposta ma osservato per vedere sul display quando la chiamata ha finalmente inizio

2 – una conversazione molto breve non fa in tempo a generare nell’apparecchio il ben noto surriscaldamento, minore come intensità ma del tutto identico a quello indotto dalle microoonde di un forno, che va ad interessare negativamente il nostro cervello quando invece la telefonata si prolunga: in tal caso, un’ottima protezione nei confronti di potenziali danni encefalici è rappresentata dall’utilizzo di auricolari o, in ambienti che lo consentano, di impianti vivavoce

3 – almeno durante il riposo notturno, e specialmente se nell’ambiente rimane in funzione un impianto wi-fi, sarebbe consigliabile non avere il cellulare sul comodino o, peggio ancora, sotto il cuscino, bensì tenerlo a debita distanza

4 – se queste modalità di comportamento preventivo sono importanti nell’adulto, per un bambino si rivelano ancor più fondamentali e gli vanno insegnate, per non dire imposte, in quanto il tessuto cerebrale in formazione dei giovanissimi risulta per sua natura maggiormente delicato ed ancora più esposto al rischio di potenziali danni.

Carlo Napolitano

Carlo Napolitano, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:

2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.

2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga

2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

 

 

La Pagina del Doc: Meningite, nessun allarme, ma per proteggersi non bastano solo i vaccini

Allarme-meningite: facciamo il punto della situazione

Nel periodo delle scorse festività di fine anno, credo di non aver visto una sola edizione di TG sulle principali reti televisive né un quotidiano che evitassero di informare in merito a qualche ricovero o decesso causato dalla meningite, malgrado non ci fossero al momento numeri oggettivi per poter parlare di una epidemia.

I media si sono però accorti che l’argomento fa audience e quindi tendono tuttora a riproporlo, appena si registra un caso anche semplicemente sospetto, e confesso che stavolta questa ricerca di sensazionalismo a noi pediatri fa pure abbastanza comodo: non solo stimola l’attenzione nei confronti di una minaccia potenzialmente grave, ma indirettamente facilita il nostro compito di convincere certi genitori, titubanti perché male informati, ad affidarsi alle vaccinazioni come strumento preventivo, per poter così contare su una protezione almeno parziale da determinate patologie.

Credo interessante, allora, fornire un inevitabilmente sintetico approfondimento sul tema, in maniera da sgombrare il campo da equivoci oppure false credenze ed evitare al contempo inutili allarmismi, sempre dannosi.

La meningite, infiammazione delle membrane di rivestimento del cervello e del midollo spinale:

  • è quasi sempre dovuta ad una causa infettiva, ed ha nelle forme da virus il tipo più diffuso (per fortuna tendenzialmente meno grave) mentre risultano in genere più rare, ma maggiormente pericolose, quelle di origine batterica
  • non è una malattia particolarmente contagiosa, tanto che viene contratta molto più facilmente da organismi non perfettamente efficienti sotto il profilo immunitario (giovanissimi, anziani, soggetti con scarse difese)
  • per esserne contagiati occorre uno stretto e prolungato contatto con il malato, che soprattutto mentre tossisce, starnuta, piange o parla emette molti germi, i quali poi pullulano soprattutto se ci si trova in un ambiente chiuso e troppo riscaldato, con scarso ricambio d’aria

(quindi non la si prende giocando all’aperto in un parco, anche se fa freddo, bensì molto più facilmente in un asilo-nido sovraffollato o a scuola, specialmente se ci sono 23-25° C o più di temperatura… – ndr)

  • si presenta con sintomi generici come febbre alta, nausea e/o vomito, cefalea, ed altri più specifici: torpore, irrigidimento nucale, convulsioni e, nel neonato, irritabilità e rigonfiamento della fontanella anteriore
  • è prevenibile con le vaccinazioni attualmente disponibili contro ognuno dei tre più diffusi germi che causano le forme batteriche: Haemophilus Influentiae B (il quale, sia ben chiaro, malgrado il nome non ha nessuna relazione con l’influenza stagionale), Pneumococco e Meningococco. Per quest’ultimo va precisato che ne esistono diversi tipi, a seconda dei suoi vari ceppi: in Europa i due più diffusi sono il B e il C.

Ora, malgrado la grande risonanza generata dai ricorrenti notiziari sul tema, ribadisco che in questo momento non c’è una epidemia di meningite: l’andamento della malattia rispecchia il trend del 2015 e 2016, con circa 200 casi all’anno, gravati da una letalità indicativa del 10%.

Soltanto in un’area circoscritta della Toscana, è stato tempo fa osservato un focolaio epidemico da Meningococco di ceppo C, prontamente fronteggiato e limitato con l’offerta, da parte della Regione, dello specifico vaccino ad una ampia fetta della popolazione residente.

Questo fatto rappresenta una indubbia testimonianza dell’alto livello di sorveglianza sanitaria presente nel nostro Paese, che non giustifica ansie immotivate, ed al tempo stesso dovrebbe indurre a fidarsi invece ciecamente delle “proposte vaccinali“ contemplate dall’apposito Piano Nazionale.

Per i giovanissimi, è quindi fondamentale rispettare tutte le tappe previste in esso per raggiungere la tranquilità fornita da una idonea copertura, utile a favorire anche la cosiddetta “immunità di gregge“, che in parte protegge pure i non vaccinati, limitando la circolazione dei germi potenzialmente insidiosi.

Ma non è viceversa opportuno che si scateni, sull’onda emozionale generata dai notiziari giornalistici, una corsa indiscriminata all’antimeningite da parte degli adulti, che è bene si vaccinino solo se esposti per motivi professionali o affetti da alcune particolari patologie (diabete mellito, thalassemia, immunodeficit, gravi malattie epatiche, ecc…), oppure in caso di viaggi in Paesi considerati a rischio.

Il mio consiglio finale, scontato, è che ciascuno si consulti pertanto con il proprio medico di fiducia per valutare adeguatamente la situazione personale, mettendo al contempo in atto a monte una prevenzione, tanto semplice quanto efficace, e che definirei comportamentale: cercare il più possibile di evitare i luoghi, chiusi e malsani, dove queste insidie possono annidarsi.

Anche perché così risulteremo molto meno esposti pure nei confronti delle forme per le quali non abbiamo a disposizione il vaccino…

Carlo Napolitano

Carlo Napolitano, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:

2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.

2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga

2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

 

 

 

 

La Pagina del Doc: telefonini e tablet, perchè vietare l’uso ai bambini sotto i 12 anni

Una nota pediatra statunitense, esperta di livello mondiale riguardo allo sviluppo dei bambini, Cris A. Rowan, ha appena pubblicato un libro dal titolo significativo: Bambini Virtuali: la terrificante verità su quello che la tecnologia sta facendo ai bambini”, in cui descrive le problematiche, anche piuttosto serie, a cui possono andare incontro i giovanissimi che utilizzano apparecchi tecnologici.foto-bambino-con-cellulare

La posizione di questa studiosa è talmente drastica, che ha stilato sull’Huffington Post un elenco dei 10 motivi per cui bisognerebbe vietare l’uso di apparecchi portatili come telefonini, tablet, videogiochi e altri devices del genere, ai bambini al di sotto dei 12 anni.

In effetti, anche l’American Academy of Pediatrics e la Canadian Society of Pediatrics sostengono la necessità di tenere lontano i bambini dalle apparecchiature tecnologiche o elettroniche. Per esempio, si avverte che “i bambini da 0 a 2 anni non dovrebbero mai essere esposti alla tecnologia; dai 3 ai 5 anni l’esposizione potrebbe essere di un’ora al giorno, mentre dai 6 ai 18 sarebbero consentite non più di due ore al giorno”.

Ma se si pensa che ormai anche a livello scolastico si vorrebbe alleggerire gli zaini, facendo utilizzare testi digitali al posto di quelli cartacei ben più pesanti, emerge come i giovani risultino fare uso della tecnologia fino a 4-5 volte in più dell’ammontare di tempo raccomandato, con conseguenze serie e spesso pericolose per la salute (Kaisee Foundation 2010, Active Healthy Kids Canada 2012).

Ecco in sintesi i 10 motivi, sostenuti dalla ricerca, che giustificano secondo la Dott.ssa Rowan la necessità di proibire agli under 12 l’uso dei dispositivi elettronici.

  1. Tra 0 e 2 anni, il cervello dei bambini triplica le sue dimensioni, e continua poi a crescere fino ai 21 anni di età dell’individuo: è stato dimostrato che la stimolazione su un cervello in sviluppo, generata dalla sovraesposizione alla tecnologia (cellulari, internet, iPad, TV), può essere associata a deficit delle funzioni esecutive e dell’attenzione, a ritardi cognitivi, apprendimento compromesso, aumento dell’impulsività e diminuzione della capacità di autoregolarsi, che può sfociare in scatti d’ira.
  1. L’uso della tecnologia inevitabilmente porta a limitare il movimento, e anche questo può causare ritardi nello sviluppo, peggiorando la capacità di attenzione e di apprendimento (Ratey 2008). L’uso della tecnologia, sotto i 12 anni, è stato definito dannoso per lo sviluppo e l’apprendimento del bambino.
  1. L’esposizione alla TV e ai videogiochi è associata al sovrappeso, ed in particolare i bambini che hanno dispositivi elettronici in camera da letto riportano il 30% in più di casi di obesità, con rischio successivo di diabete mellito, ictus ed infarto. Fa una certa sensazione sapere che, per questi motivi, i bambini del 21° secolo potrebbero rappresentare la prima generazione in cui saranno in molti a non vivere più a lungo dei genitori.
  2. Il 60% dei genitori non controlla l’uso della tecnologia dei propri figli, ed il 75% dei bambini di 9 e 10 anni non dorme abbastanza, avendo i devices a disposizione nella propria camera, tanto che il rendimento scolastico ne risente in maniera drammatica.
  3. L’uso eccessivo della tecnologia è uno dei fattori causali dell’aumento di depressione infantile, ansia, disturbi dell’attaccamento, deficit di attenzione, autismo, disturbo bipolare, psicosi e comportamento problematico. In Canada un bambino su sei è affetto da una malattia mentale diagnosticata, e in molti sono sottoposti a pericolosi trattamenti con farmaci psicotropi.
  4. I contenuti violenti possono generare aggressività nel bambino, ed i giovanissimi sono sempre più esposti a episodi di violenza sessuale e fisica dai media attuali.
  5. I contenuti sempre più veloci dei media possono contribuire allo sviluppo di un deficit di attenzione, e alla diminuzione della concentrazione e della memoria, poiché il cervello in queste condizioni tende ad eliminare le tracce neuronali dalla corteccia frontale.
  1. Anche i genitori spesso sono sempre più conquistati dalla tecnologia, e questo tende ad allontanarli dai propri figli che, per compensazione, possono aggrapparsi ai dispositivi elettronici, ma ciò può indurre una vera e propria dipendenza.
  2. A maggio 2011, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha classificato i cellulari (e altri dispositivi wireless) come un rischio di categoria 2B (potenzialmente cancerogeno) a causa dell’emissione di radiazioni (WHO 2011). Ma questo è ancor più allarmante per i bambini, che sono più sensibili a un’intera gamma di fattori rispetto agli adulti perché il loro cervello e sistema immunitario sono ancora in fase di sviluppo.
  1. I bambini sono il nostro avvenire, ma il rischio è che non ci sia futuro per i giovanissimi che abusano della tecnologia. .

Mi rendo conto che questo drammatico grido d’allarme lanciato dalla Dott.ssa Rowan potrà apparire esagerato, ma i dati su cui si basa sono purtroppo inoppugnabili e quindi esso va considerato molto ben circostanziato.

E visto che il Natale è alle porte, averne parlato servirà magari a far scegliere come regalo per i nostri figli e nipoti qualcosa di non tecnologico, e quindi meno insidioso per la loro salute presente e futura.

Tanti auguri a tutti.
Carlo Napolitano

Carlo Napolitano, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:
2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.
2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga
2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

P.S. – Per maggiori informazioni, se volete è possibile contattare direttamente la Dott.ssa Cris A. Rowan su info@zonein.ca.

La Pagina del Doc: Cosmesi in cucina, 150 ricette casalinghe ma non da mangiare!

Di testi dedicati alla cucina penso che, nel nostro Paese, l’offerta presente in qualsivoglia libreria possa accontentare anche le più sofisticate esigenze, senza contare le infinite proposte che derivano dalle sempre più diffuse e seguite trasmissioni televisive dedicate all’argomento culinario.

Ma con carote e cetrioli, mele e fragole, menta e rosmarino, olio e latte, per citare alcuni tra i più comuni ingredienti presenti nelle nostre case, non si possono creare soltanto squisiti manicaretti, ma anche realizzare ricette di preparati che non vanno degustati, bensì… spalmati addosso.

Dato infatti che nei prodotti cosmetici di derivazione industriale, per quanto “dermatologicamente testati” essi siano, spesso si possono ugualmente riscontrare eccipienti chimici fonti di problemi per soggetti  che manifestino particolare sensibilità, può essere molto interessante il ricorso a preparati molto più naturali e, come si suol dire oggi, “ecosostenibili”.

Per coloro che fossero intenzionati a cimentarsi in questo genere di creazioni domestiche, segnalo allora un libro di rimedi per la bellezza del corpo e la salute di cute e capelli: si intitola “Cosmesi in dispensa” ed è stato scritto dalla compianta Carmen Coloierà, una dirigente della Confederazione Italiana Agricoltori prematuramente scomparsa nel maggio dello scorso anno.

L’opera contiene 150 ricette “green nature”, tutte a base di ingredienti molto semplici, spesso comunemente presenti in qualunque cucina, che però miscelati con sapienza danno vita a maschere esfolianti o lenitive, creme antirughe o protettive, impacchi nutrienti per capelli o preparati ad azione antiforfora.

L’autrice ha infatti raccolto il patrimonio costituito dagli insegnamenti diretti degli agricoltori, che aveva spesso occasione di frequentare per motivi professionali, ed il libro, curato in fase di realizzazione da una scrittrice sua amica, Simonetta Agnello Hornby, rappresenta quindi il frutto di una stretta relazione con la campagna, la proverbiale saggezza contadina, la tradizione e la cultura del territorio.

Per fare qualche esempio:si può ottenere un effetto schiarente per i capelli ricorrendo a un trattamento a base di birra, oppure creare – miscelando aceto di mele, olio e acqua – una maschera doposole efficacissima, oppure prepararsi una lozione contro la caduta dei capelli che prevede il basilico come ingrediente principale, o una crema di patate, pane e latte contro le occhiaie.

La possibilità di sperimentare l’efficacia di queste soluzioni domestiche senza ricorrere a prodotti industriali, decisamente molto più sofisticati e costosi, comporta in effetti due comprensibili quanto innegabili vantaggi.

Il primo è rappresentato, come ho già accennato, da una netta diminuzione del rischio di sviluppare reazioni allergiche, vista non soltanto la naturalità degli ingredienti proposti, ma soprattutto l’assenza dei molti eccipienti che figurano invece nella composizione dei prodotti cosmetici commerciali; riguardo ad essi, sappiamo infatti che la probabilità statistica di indurre fenomeni di intolleranza risulta direttamente proporzionale alla lunghezza della lista dei principi attivi che vi figurano contenuti, spesso lunghissima.

Il secondo vantaggio, ma non per importanza, è invece costituito dalla possibilità – a parità naturalmente di efficacia nel trattamento – a seconda del genere di problema, di ottenere un risparmio che è stato stimato essere pari fino al 90% del costo-terapia con analoghi preparati di origine industriale; e per chi avesse necessità di affrontare determinate problematiche cutanee, spesso di lungo decorso o addirittura croniche, come ad esempio potrebbero essere l’acne giovanile o la dermatite atopica, le ricette contenute in questo testo potrebbero quindi risultare molto interessanti anche sotto il profilo dei vantaggi economici.
Carlo Napolitano


Carlo Napolitano
, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:
2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.
2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga
2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

 

La Pagina del Doc: vegetali cotti, come conservare al meglio le caratteristiche

La grande importanza del ruolo dei vegetali nell’ambito di una alimentazione corretta e bilanciata rappresenta ormai un dato acquisito a livello scientifico, che viene frequentemente ribadito da parte di tutti gli operatori della Sanità; ma, diversamente dalla frutta – che nella maggioranza dei casi viene assunta fresca e cruda –  per molte verdure si pone il problema delle trasformazioni che subiscono durante la preparazione in cucina.

L’Unità di Nutrizione Umana dell’Università di Parma ha dedicato per ben 7 anni un gruppo di ricerca a questo argomento, al fine di analizzare gli effetti delle più diffuse tecniche di cottura e dei trattamenti di surgelazione nei confronti delle caratteristiche funzionali dei vegetali che risultano essere quelli più consumati non crudi dalla popolazione italiana, in base alla banca dati INRAN.

In particolare, sono state valutate dopo bollitura, cottura a vapore e col forno a microonde le variazioni che si registrano delle proprietà nutrizionali più interessanti (vitamina C, carotenoidi, polifenoli, glucosinolati) tipiche di carote, zucchine, carciofi e Brassicacee, vale a dire cavolfiori, broccoli, rape, cavolini di Bruxelles, ecc… partendo sia dal prodotto fresco che surgelato.

Bisogna infatti considerare che ogni verdura ha una propria struttura del tutto caratteristica e un contenuto in biomolecole, a loro volta più o meno resistenti al calore; fatta quindi questa doverosa premessa, ovviamente  la scelta del tipo di cottura deve puntare a preservare al massimo le caratteristiche nutrizionali del vegetale.

Lo studio dei ricercatori di Parma ha così dimostrato che:

– la bollitura aumenta la bioaccessibilità dei carotenoidi nei cavolini di Bruxelles e nelle carote fresche e quella dei composti fenolici in broccoli, cavolini e carciofi freschi

– la cottura a vapore causa una minore perdita di sostanze idrosolubili e risulta indicata per aumentare la bioaccessibilità dei polifenoli dei carciofi e zucchine; rispetto alla bollitura, inoltre, garantisce una maggiore ritenzione della Vitamina C, notoriamente poco resistente, soprattutto nei vegetali surgelati

– la cottura a microonde, rispetto alla bollitura, delle Brassicaceae fresche ne preserva meglio il loro prezioso contenuto di glucosinolati, sostanze a spiccata azione antitumorale, in particolare nei confronti delle neoplasie di mammella, colon, prostata e polmone

Per quanto invece riguarda le modalità di conservazione di questo genere di alimenti, sappiamo che la surgelazione è il trattamento industriale che sottopone i prodotti freschi a una scottatura e poi a un veloce raffreddamento a temperature inferiori a -18°C.

Questa metodica preserva bene le caratteristiche del prodotto, a patto che la materia prima venga lavorata appena colta e che il processo di scottatura risulti eseguito in maniera standardizzata per ogni tipo di verdura, rendendo così confrontabili i vegetali surgelati a quelli freschi crudi.

Sono state registrate ovviamente perdite di piccole quantità di principi termolabili dovuti alla fase di scottatura, ma complessivamente lo spreco di acido ascorbico, che per la scarsa resistenza funge da  buon marcatore di processo, è tutto sommato accettabile. A titolo di esempio: nell’asparago surgelato, che si è rivelato il vegetale che ne perde maggiormente, il contenuto dopo questo passaggio del trattamento rimane il 75% di quello iniziale.

Lo studio ha infine evidenziato che può esserci, rispetto al fresco, una differenza di contenuti nel prodotto cucinato, a seconda della cottura utilizzata: le Brassicaceae fresche bollite ritengono i glucosinolati meglio delle surgelate, mentre per quanto concerne la vitamina C, con la cottura a vapore, non risultano esistere differenze di rilievo tra surgelati e freschi.

In conclusione si può dire che per ogni vegetale è bene scegliere il tipo di cottura che meglio ne conservi le biomolecole funzionali presenti, con qualche piccola differenza fra fresco e surgelato.

Carlo Napolitano

Carlo Napolitano, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:
2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.
2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga
2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

Sport & Work n.78 -15/2016- anno 3 Olimpiadi e alimentazione dei bambini: c’è ancora tanto da lavorare!

CONSIDERAZIONI POST-OLIMPICHE

Anche se forse la cosa non appare del tutto in linea con il classico insegnamento di Pierre de Fredy, il famoso barone di Coubertain, quando lo scorso mese ha preso il via  l’avventura dei Giochi Olimpici in Brasile, il Presidente del CONI Giovanni Malagò ha creduto giusto affidare ai nostri atleti una sorta di “mandato”:  restare nella “Top 10” dello sport mondiale, e portare a casa non meno di 25 medaglie.

Ebbene, malgrado il peso di questa responsabilità, il bilancio degli azzurri alla chiusura della manifestazione si può considerare senz’altro positivo: entrambi gli obiettivi sono stati centrati, in quanto i 28 podi conquistati in terra carioca (8 ori, 12 argenti, 8 bronzi) ci collocano esattamente al nono posto del medagliere olimpico. E se guardiamo la classifica avulsa in ottica continentale, nella Comunità Europea soltanto la Germania (17 – 10 – 15)  e la Francia (10 – 18 – 14) hanno saputo fare meglio di noi.

Del resto, nelle ultime cinque edizioni delle Olimpiadi, da Atlanta ’96 a Londra 2012, l’Italia è sempre rimasta sopra le 25 medaglie, e negli Stati Uniti vent’anni fa furono addirittura 35 (13 – 10 – 12).

Rispetto a quattro anni fa, il numero dei podi complessivi, e anche quello degli ori, è rimasto identico, ma si è registrato un miglioramento nei piazzamenti, con aumento degli argenti (12) a scapito dei bronzi (8), che in Inghilterra erano stati esattamente invertiti. Senza contare che a Rio de Janeiro siamo pure finiti per ben 10 volte al quarto posto, e che un’altra medaglia pressoché certa nel ciclismo su strada è sfumata a pochi chilometri dal traguardo soltanto a causa di una sfortunata caduta accidentale del nostro validissimo Vincenzo Nibali.

Per una nazione relativamente piccola come la nostra, esserci confermati quindi al nono posto nel mondo, e addirittura al terzo a livello continentale, giustifica sicuramente un certo orgoglio; simili successi non sono facili da ottenere, specialmente poi – e da noi capita ancora troppo spesso – quando mancano strutture idonee alla pratica sportiva di alto livello. In certe situazioni, per eccellere i nostri atleti devono fare ricorso, oltre che alle indiscutibili doti psicofisiche e tecniche, ad altre straordinarie risorse: forza di volontà, passione, spirito di sacrificio, abnegazione, costanza, determinazione, capacità di adattamento, ecc… che chissà, forse li forgiano e rendono poi ancora più tosti nei momenti decisivi.

Ma accanto a queste lusinghiere considerazioni, va detto pure che  l’Italia è anche la nazione europea che da molti, troppi anni detiene un primato tutt’altro che prestigioso: abbiamo 50.000 bambini che soffrono di sovrappeso ed obesità, e sinceramente penso che ce ne dovremmo tutti un po’ vergognare, ma soprattutto preoccupare.

Non si può infatti accettare supinamente un trend, per quanto sia mondiale, che indica l’aumento del peso medio della popolazione come costante, e bisogna intervenire soprattutto sulle nuove generazioni. Paradossalmente, siamo la patria della “dieta mediterranea”, ma un conto è avere a disposizione cibi sani ed in grande varietà, un altro consumarli in quantità corrette o scegliere altro. Senza considerare che anche la migliore alimentazione può vedere vanificati i propri effetti dalle cattive abitudini di vita, prima tra tutte la sedentarietà. Per dare un’idea al proposito, è stato stimato che ogni ora in più trascorsa quotidianamente davanti ad un video (televisore, tablet, Pc, Playstation, ecc..) induce un incremento di peso corporeo pari al 2% su base annua…

Insomma, se riusciremo a vincere questa battaglia dei chili di troppo nei nostri giovani, oltre a macroscopici effetti positivi sulla loro salute presente e futura, sicuramente entro qualche edizione dei prossimi Giochi Olimpici le nostre possibilità di vedere un italiano salire sul podio aumenteranno.

Per il momento, comunque, una medaglia ideale credo la possa meritare il deputato Umberto D’Ottavio, primo firmatario di una proposta di legge che intende vietare la vendita nei distributori automatici posti nelle scuole di merendine con eccesso di grassi e zuccheri: e sarei  davvero curioso di conoscere i nomi e le motivazioni di eventuali politici contrari a questa iniziativa…

Carlo Napolitano

Carlo Napolitano, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:
2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.
2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga
2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

 

 

La Pagina del Doc: Attività fisica per dimagrire: quando è meglio farla?

E’ arrivata l’estate, che per molti rappresenta il momento migliore dell’anno, per non dire l’unico, in cui trovare un po’ di tempo da dedicare all’attività fisica.

Spesso quest’ultima viene praticata non soltanto per il piacere di fare movimento, e mantenersi così tonici, assecondando una precisa esigenza dell’organismo umano – che voglio ricordare non è stato affatto concepito da Madre Natura  per la sedentarietà, tanto da patirne gravi conseguenze – ma soprattutto con il più o meno dichiarato intento di smaltire un po’ di massa grassa.

Ebbene, per coloro che si trovano in questa condizione, può essere allora particolarmente interessante segnalare i risultati di un recente studio condotto dal dipartimento di Kinesiologia Biomedica del Centro di Ricerca su esercizio fisico e salute di Leuven, in Belgio, in collaborazione con l’Università fiamminga di Maastrict.

Sono stati infatti analizzati 30 giovani uomini, ovviamente volontari, che per 6 settimane hanno seguito una dieta ipercalorica (con un incremento del 30% rispetto al loro corretto fabbisogno) ed iperlipidica (con una quota di grassi pari al doppio del necessario).

All’interno di essi, sono stati creati 3 sottogruppi di 10 persone: uno, rappresentato da sedentari, mentre il secondo e il terzo costituito da elementi che, costantemente monitorati, svolgevano lo stesso identico tipo di attività fisica come dispendio calorico, ma rispettivamente prima o dopo la colazione del mattino.

Al termine del periodo di osservazione, è stato rilevato che:

  • i sedentari, per effetto dell’incremento calorico proposto con l’alimentazione, avevano registrato un aumento del peso corporeo, omogeneo quanto prevedibile, in media di 3 kg
  • i soggetti attivi, che si dedicavano all’esercizio fisico subito dopo aver fatto la prima colazione, presentavano tutti un incremento ponderale, ma più contenuto, in quanto oscillante tra 1 e 2 kg
  • infine, nessuno dei soggetti che avevano fatto precedere al pasto del mattino l’attività motoria mostrava di essere aumentato di peso

E’ vero che il campione di individui coinvolti nello studio non è di grandi dimensioni, ma l’assoluta omogeneità dei risultati riscontrati nei tre diversi gruppi ne amplifica molto la significatività: sembrerebbe quindi che, nella lotta contro gli eccessi di adipe basata sull’esercizio fisico, abbia una notevole importanza che esso venga svolto al mattino, e prima di fare colazione, perché gli effetti dimagranti appaiono nettamente più efficaci.

E’ probabile che ciò sia dovuto alla somma di più fattori ormonali e metabolici, in quanto la cronobiologia ci insegna che molte funzioni del nostro organismo mostrano differenze cospicue a seconda dell’orario in cui vengono attivate.

Ricordo che per un adulto sono stimati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come sufficienti anche soltanto 20 minuti al giorno di attività motoria aerobica per mantenersi in buona efficienza fisica; se poi si riesce a superare questo limite, è proprio il caso di affermare che tutto il resto è grasso che cola…. o per meglio dire, che si smaltisce.

Buone vacanze!!

Carlo Napolitano

 

Carlo Napolitano, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:
2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.
2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga
2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”

 

 

 

 

La Pagina del Doc: farsi una pera può far bene alla salute!

So che questo titolo potrebbe apparire provocatorio e indurre in errore: ovviamente la pera a cui mi riferisco non è costituita da sostanze estranee, stupefacenti o dopanti, bensì dal frutto; ma questo slogan, che se state leggendo evidentemente ha raggiunto lo scopo di attirare la vostra attenzione, è  ispirato da una recente indagine realizzata negli Stati Uniti.

E’ stato infatti pubblicato  sul Journal of Nutrition and Food Science uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Lousiana State University, che hanno esaminato i risultati di una indagine durata ben 9 anni – il National Health and Nutrition Examination Survey –  su una popolazione di oltre 24.000 individui, tutti maggiorenni.

Nei soggetti interessati dalla ricerca sono stati accuratamente valutati diversi parametri nutrizionali e comportamentali, facendo giungere gli studiosi alla conclusione che, a parità di dispendio energetico legato all’attività fisica e introito calorico giornaliero medio, chi mangiava abitualmente pere risultava più magro e presentava addirittura il 35% di probabilità in meno di sviluppare uno stato di obesità, nonché tutte le assai poco piacevoli problematiche ad essa correlate (diabete, ipertensione, ecc…)

Risulta sicuramente facile attribuire a questo frutto indiscutibili meriti, in quanto sappiamo che vanta caratteristiche molto apprezzabili dal punto di vista salutistico: ogni 100 grammi di parte edibile, nella varietà Abate che è la più dietetica, esso fornisce infatti solamente 35 calorie però con quasi 4 grammi di fibre, nonché apporti importanti di acqua, vitamina C, magnesio, potassio e calcio.

A titolo di confronto, facendo il paragone con un altro frutto tipicamente utilizzato come fuoripasto per contrastare un languore di stomaco, una quantità identica di mela apporta 53 calorie e contiene la metà delle fibre, risultando quindi contemporaneamente non soltanto meno saziante, ma anche con il 50% in più di valore energetico. Solo la varietà Granny Smith, a cui ho dedicato tempo fa un articolo (Sport & Work n.52 del 9 giugno 2015), è considerabile equivalente alle pere dal punto di vista degli apporti nutrizionali.

Volendo invece fare poi un paragone con la banana, che per la praticità di non dover essere lavata risulta uno spuntino comodo soprattutto fuori casa, e spesso molto gradito dai giovanissimi, essa ogni 100 grammi di polpa non contiene una maggior quantità di fibre rispetto ad una mela, ma arriva a fornire ben 65 calorie.

Ben vengano quindi le pere sulle nostre tavole e, soprattutto, nei fuoripasto dei nostri bambini; ma per completezza di informazione, o per coloro che non le gradissero, segnalo come rispetto ad esse esistano in natura altri frutti, magari non tutti comodissimi da consumare in mobilità, ma che vantano apporti calorici uguali od ancora più ridotti, e comunque una sufficiente quantità di fibre.

Infatti, in 100 g di parte edibile di pesca o di susine o di arancia o di popone si trova pressocché lo stesso potere energetico della pera  Abate, mentre a parità di porzione, le fragole e le percoche (30 kcal), l’albicocca (28 kcal), il melone d’inverno (22 kcal ) e l’anguria (15 kcal) risultano essere addirittura meno caloriche.

Nelle pere fibre, vitamina C, magnesio e potassio

«Nello studio si parla del beneficio legato allo stile di vita in generale e in particolare a un adeguato consumo di alimenti ricchi di fibra, vitamina C, magnesio e potassio. La pera è solo uno dei tanti frutti che contengono questi nutrienti così come molti ortaggi. Si può quindi affermare – spiega la dottoressa – che probabilmente viene attribuito alla pera un beneficio che in realtà potrebbe essere riconducibile a buone abitudini alimentari in generale. Infatti nello studio vengono esclusi a priori i soggetti che non raggiungono un punteggio stabilito in un test validato che misura la qualità della dieta. La relazione fra stile di vita e incidenza minore di obesità e sovrappeso si conosce da tempo, difficile attribuire solo al consumo di pere la garanzia di un peso normale».

(Per approfondire leggi qui: Frutta, prima o dopo i pasti? Se abbondanti, meglio dopo)

La pera è un frutto molto leggero. La fonte di energia è quasi esclusivamente il suo contenuto di carboidrati (94%) e l’apporto di acqua è dominante con 87,4 grammi. «Con un apporto calorico modesto, circa 60 kcal, una pera contiene un buon quantitativo di fibra, minerali e vitamine. Un frutto medio contiene 5.7 g di fibra (5% dei LARN*), vitamina C 6 mg (6% dei LARN), magnesio 10.5 mg (4.3% dei LARN), potassio 190 mg (13% dei LARN), calcio 16.5 mg (1.6% dei LARN)», conclude la specialista.

Carlo Napolitano


Carlo Napolitano
, medico pediatra, neonatologo e adolescentologo, si occupa da molti anni di attività sportiva e nutrizione e ha svolto funzioni di medico sociale e accompagnatore di squadre giovanili. Appassionato sportivo, si è dedicato alla pallavolo agonistica, prima da giocatore ed in seguito come allenatore, mentre attualmente pratica il tennistavolo, disciplina in cui ha conquistato in diverse edizioni dei Giochi Mondiali della Medicina  2 medaglie d’argento e 4 di bronzo.Ricopre la carica di direttore scientifico di un’agenzia di comunicazione multimediale, svolge una intensa attività divulgativa su temi di educazione sanitaria e sportiva e ha contribuito a pubblicazioni su salutismo e nutrizione.

Pubblicazioni-Edizioni Sperling & Kupfer:
2006: “Lo sport giusto per il tuo bambino”. Come scegliere l’attività fisica più idonea per i nostri figli.
2011: “L’alimentazione giusta per tuo figlio”, collaborazione con l’autrice Gigliola Braga
2013: “Lo sport che fa bene al tuo bambino”