Lavoro: Il mondo va avanti anche se c’è chi non lo ammette!

I dati che vengono riferiti dai media sembrano indicare un’evoluzione positiva dei mercati e del lavoro.

Indubbiamente l’Italia con l’export sta facendo passi avanti notevoli e questo non è discutibile, anche se molte correnti politiche sembrano vogliano diminuire la portata del fenomeno.

L’occupazione migliora, anche questo dato è certo, nonostante i disfattisti cerchino di contestare le iniziative che l’hanno favorita.

La disoccupazione diminuisce ed anche questo dato è oggetto di discussioni infinite, in particolare sui giovani che non trovano lavoro o che devono andare all’estero o che devono aspettare anni di contratti a termine prima di essere assunti in pianta stabile.

Indro Montanelli sosteneva che un buon giornalista doveva prima esporre i fatti, nudi e crudi, poi esprimere la propria opinione al riguardo. Ora non accade più, le notizie sono diffuse sempre con un prisma interpretativo di parte, così non si riesce mai a capire se una cosa è buona o se è grama.

Dal punto di vista di chi lavora con le Aziende appare chiaro che esiste una ripresa. Essa favorisce sicuramente delle opportunità lavorative, probabilmente non pari al numero di giovani in cerca di lavoro o di sistemazione più consona o fissa, così come insufficiente per tutti coloro che si sono trovati estromessi dal mercato del lavoro e magari a una certa età.

Gli anni della crisi, la più lunga e dura del post industrialismo, ha segnato profondamente il contesto lavorativo riducendo oggettivamente il numero degli occupati e dei disoccupati, soprattutto giovani e “anziani”, alla disperata ricerca di una collocazione.

Nel frattempo il mondo è cambiato, le tecnologie si sono evolute, l’automazione del lavoro d’ufficio ha ridotto tempi e ruoli, le multinazionali hanno accentrato posizioni lavorative all’estero, la delocalizzazione verso aree con costi più bassi è andata crescendo, perturbando ancora di più il già asfittico mercato del lavoro locale.

Alcune leggi, per quanto contestate e discusse, hanno comunque prodotto qualche risultato (numeri alla mano), anche se è diffusa la sensazione che si sarebbe potuto fare senz’altro di più.

Tuttavia non si può negare che ci sono moltissime offerte che si fa fatica a colmare perché mancano le competenze necessarie in un mondo che è, appunto, cambiato.

Così come appare chiaro che tante posizioni di lavoro, magari meno attraenti, sono disdegnate da tanti giovani, per cui si finisce per assumere stranieri (a puro titolo di esempio Infermieri).

Un caso lampante è l’iniziativa di RTL 102.500 che presenta ogni settimana posti di lavoro nelle fabbriche offerti da Aziende prevalentemente italiane, che fanno una politica di sviluppo intelligente e cercano di sensibilizzare i giovani a considerare opportunità spesso non colte.

Il gap, più volte rimarcato, tra offerta e domanda, è grande e lì occorrerebbero investimenti formativi, anche in età scolare (un’iniziativa è in corso, farraginosa e speculata, anziché valorizzata, nell’alternanza scuola-lavoro) per costruire le competenze necessarie ad un Paese in trasformazione tecnologica.

Insomma, c’è del buono e siamo portati, tutti, più a criticare per quello che manca, piuttosto che a supportare e utilizzare al meglio quello che c’è. Si può fare meglio, è vero, anzi necessario, tuttavia almeno quello che c’è non va contestato, bensì arricchito dalla volontà, dall’impegno, dalla costanza, dal valore aggiunto che ognuno può mettere nel far andare le cose al massimo, anziché diminuirne la portata e gli effetti.

Quello che si può dire è che la Selezione è ripartita e questo è un segnale non debole di miglior salute che bisogna cogliere, magari con mente aperta e con creatività. Soprattutto con investimenti di energie positive.

Giorgio Cozzi

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo
CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl
Partner Italiano di Extended Disc (Piattaforma evoluta di Analisi dei Comportamenti)
Ex Presidente di ASSORES (Associazione fra Società di Selezione)
Membro attivo di CRESCITA (Associazione fra Società di Ricerca e Selezione del Personale)
Trainer e Coach
Esperto di BBS (Behavior Based Safety)
Ha lavorato in Azienda presso Banca Popolare di Novara – Cotonificio Cantoni – Plasmon
Ha lavorato vent’anni in un Gruppo Internazionale di Training (Tack International)
Ha partecipato a Convegni Internazionali e Nazionali sul mondo del lavoro
Presidente di AISM, Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica, autore di libri sulla Parapsicologia
Autore di Turbomanagement – Sperlimg & Kupfer (con Bucci e Sprega)
Autore di Turbomanagement 2 – Franco Angeli Editore
Autore di Cambia, Adesso! – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)
Autore di Le parole segrete della vendita – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

Lavoro: stress e benessere organizzativo

Da anni si discute sullo stress come fonte di disagio che si ripercuote sia sulla vita sia sul lavoro.

In effetti la realtà è costituita da entrambi, come due vasi comunicanti in cui l’equilibrio dell’uno influenza quello dell’altro.

Separare nettamente il mondo del lavoro dal resto della propria vita è un esercizio difficile, più concettuale che reale, perché, quanto meno a livello inconscio, l’insoddisfazione in uno dei due mondi finisce per invadere l’altro.

E’ ben vero che esistono persone capaci di isolare le due sfere, tuttavia anche questa operazione non è esente da conseguenze, sia perché toglie comunque qualcosa all’azione, al vissuto, all’espressione di sé, sia perché costa un’energia psichica spesso non avvertita.

Ormai è noto che lo stress è composto di due aspetti, uno positivo e l’altro negativo, rispettivamente eustress e distress, anche se di norma quando si parla di stress si intende solo quello negativo.

Solo per chiarire basti pensare a un atleta ai blocchi di partenza per una gara dei cento metri. La tensione è palpabile, tanti piccoli gesti per controllarne il livello, gesti meccanici, ripetitivi, automatici, destinati a scaricare l’eccesso di tensione e a mantenere la carica esplosiva che di lì a pochissimo emergerà con tutta la sua forza. Nello sport è un fatto subito evidente, portare la tensione al massimo senza travalicare quella soglia che può impedire la prestazione stessa.

Nel mondo del lavoro, pur in formato ridotto, accade la stessa cosa: essere senza alcuna tensione potrebbe essere del tutto inappropriato e influirà sulle performance lavorative; essere troppo tesi influirà senz’altro sulle prestazioni richieste.

Dunque occorre equilibrio nella tensione emotiva, privilegiando l’eustress (una giusta e valida tensione per fare ciò che viene richiesto e più questo è importante e più la soglia si eleva) e controllando o allontanando il distress.

Facciamo un esempio concreto. Allo sportello con una coda davanti sarà importante essere veloci e sintetici nel rispondere agli utenti e nello sbrigare le pratiche relative, se mancasse una tensione positiva i tempi potrebbero allungarsi generando fastidio alle persone in attesa. Altrettanto essere sgarbati, non rispondere, magari prendersela con il troppo lavoro, lamentarsi, potrebbe scontentare l’utenza e creare antagonismi o peggio.

Mantenere l’autocontrollo è uno degli aspetti fondamentali dell’attività lavorativa, specie nelle interazioni e questo significa privilegiare gli obiettivi (perché uno è lì, cosa gli viene richiesto, quale funzione ha, che stile deve adottare, ecc.) rispetto alle problematiche che s’incontrano.

Naturalmente il lavoro è influenzato non solo dall’interno (come uno si trova, in che clima vive, che tipo di relazioni ha con Capo, Colleghi, Collaboratori, come viene trattato, quanto è motivato, ecc.), bensì anche dall’esterno (la famiglia, la società, lo Stato, ecc.). Il che comporta talvolta di vivere frustrazioni, ansie, problemi, che agitano e mettono in difficoltà, così che quando si arriva sul lavoro si importano tensioni (magari eccessive) che influiscono su atteggiamenti e comportamenti adottati. In questo modo si rischia di impattare negativamente sul lavoro e con le relazioni, finendo per entrare in un loop. Insoddisfazioni “fuori”, insoddisfazioni “dentro”, accumulo di tensioni che possono portare a malessere, sia organizzativo che famigliare.

Dunque il benessere organizzativo può essere facilitato dall’Immagine aziendale, dal clima che si respira in azienda, dalla motivazione al lavoro, dai riconoscimenti che si ottengono, dallo sviluppo delle proprie capacità, dalla consapevolezza del ruolo svolto. Tutti fattori su cui l’Azienda può intervenire per creare un contesto culturale di rispetto reciproco, di affermazione delle competenze e capacità, di attenzione alle “persone”, tuttavia non può intervenire (se non in minima parte) sulle vicende extra lavoro che pure influiscono sul benessere/malessere organizzativo.

Occorre dunque la capacità di gestione dei fattori di stress (stressori) impedendo che possano essere trasferiti sul lavoro e nei rapporti aziendali, peraltro si richiede anche la capacità di comprensione di Capi, Colleghi e Collaboratori, per attutire, attenuare, le influenze negative del mondo esterno.

Insomma, il benessere organizzativo richiede sì investimenti aziendali rivolti a “far star bene i dipendenti”, tuttavia richiede anche la consapevolezza e il senso di responsabilità di tutti, coscienti che ognuno deve giocare il proprio ruolo per evitare di cadere nel distress o peggio di causarne altro.

I circoli virtuosi avvengono laddove in azienda si vive bene l’attività che si svolge, traendone soddisfazioni, così da portare “a casa” energie positive per affrontare e risolvere i problemi famigliari e sociali, riportando poi in azienda atteggiamenti positivi e comportamenti efficaci, in una ruota che gira costruendo salute e tranquillità.

Non sempre è facile, peraltro è certo il contrario, vale a dire cadere nella trappola dei circoli viziosi.

Dunque il benessere organizzativo come valore va riconosciuto come una leva per performare meglio in azienda, non solo come risultati individuali, bensì come successo globale, sia sul piano dei numeri, sia a livello di persone.

Altrettanto occorre riconoscere che l’eventuale malessere organizzativo ha ricadute sia sui risultati che sul clima, influenzando in larga misura la vita stessa dei dipendenti anche al di là del posto di lavoro, non solo sul piano emotivo, perché il distress continuato provoca anche patologie psicosomatiche.

Ne consegue l’esigenza di considerare la wellness un obiettivo comune per tutti.

Risulta che laddove la “visione” è chiara e la “missione” condivisa le persone vivono meglio, così come disporre di precise direttive genera sicurezza e stabilità, mentre le azioni di sostegno e supporto aiutano a superare le difficoltà e i problemi con maggiore serenità. L’attenzione alle persone e l’ascolto risultano ingredienti indispensabili e se diffusi producono senso di appartenenza e motivazione, così come l’assegnazione di responsabilità e un adeguato livello di autonomia. Il riconoscimento dei meriti è un corollario efficace per sentirsi parte attiva del sistema aziendale.

Una cultura ispirata alla wellness produce sempre risultati positivi e sprona l’orgoglio a sentirsi parte integrante di una comunità organizzativa efficiente ed efficace.

Giorgio Cozzi

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo

CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl

Partner Italiano di Extended Disc (Piattaforma evoluta di Analisi dei Comportamenti)

Ex Presidente di ASSORES (Associazione fra Società di Selezione)

Membro attivo di CRESCITA (Associazione fra Società di Ricerca e Selezione del Personale)

Trainer e Coach

Esperto di BBS (Behavior Based Safety)

Ha lavorato in Azienda presso Banca Popolare di Novara – Cotonificio Cantoni – Plasmon

Ha lavorato vent’anni in un Gruppo Internazionale di Training (Tack International)

Ha partecipato a Convegni Internazionali e Nazionali sul mondo del lavoro

Presidente di AISM, Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica, autore di libri sulla Parapsicologia

Autore di Turbomanagement – Sperlimg & Kupfer (con Bucci e Sprega)

Autore di Turbomanagement 2 – Franco Angeli Editore

Autore di Cambia, Adesso! – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

Autore di Le parole segrete della vendita – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

Lavoro:sperimentare il silenzio per imparare ad ascoltare!

Ogni Azienda che incontro indica la Comunicazione come il problema principale. A tutti i livelli. Verso il Cliente e gli interlocutori esterni, verso i Clienti interni, verso i Capi, verso i Collaboratori.

Nell’epoca del grande sviluppo tecnologico sembra che non si sappia più ascoltare.

E’ un fatto reale, generato dall’incremento delle cose da fare, delle interfacce da seguire, delle mail a cui rispondere subito (e troppe!), dal PC che incombe, dal tablet che ti segue dappertutto, dallo Smartphone che toglie il respiro.

La conseguenza è che ci stiamo tutti abituando a un rapido e talvolta superficiale apprendimento degli input e immediata elaborazione degli output per non lasciare che le cose si accumulino, col rischio di prestare meno attenzione a chi ci parla perché ci sottrae tempo prezioso da destinare al “to do”!

Quando il messaggio è semplice e trasmesso velocemente viene processato rapidamente e magari correttamente, ma appena si fa lungo e complesso ecco che l’attenzione si disperde, appunto richiamata da altre urgenze.

Ad esempio capita di notare che non si guarda più in faccia l’interlocutore, cogliendo una serie di segnali che aiutano a “capire” il messaggio, bensì si ascolta con metà cervello perché l’altra metà è impegnata in qualcos’altro.

Ovviamente la perdita di fedeltà dei messaggi è un costo molto elevato e solo con un adeguato feedback può essere ridotto, comunque spesso con tempi di recupero più elevati che quelli richiesti da un’efficace comunicazione.

Tra l’altro un ascolto poco attento lascia anche la sensazione di disinteresse e fa temere che in realtà non si è capito così bene ciò che si voleva trasferire.

Insomma, più che a comunicare bene, dovremmo cominciare a pensare ad ascoltare meglio.

“Invest time to save time” diceva Alfred Tack, uno dei miei maestri. Meglio dedicare tempo all’ascolto ed evitare errori dopo, piuttosto che fare in fretta e poi doversi correggere.

Solo che non siamo particolarmente attrezzati per ascoltare, in quanto tutta la cultura aziendale spinge verso fattori di efficienza (tra cui il tempo) e dunque più verso il trasferimento di informazioni che la loro condivisione.

Ecco dunque nascere l’esigenza di focalizzare l’attenzione su un ascolto attivo, presente, partecipe, efficace sia sul piano dei contenuti che a livello delle emozioni che accompagnano i messaggi e il trasmettitore.

Un’idea originale propone di silenziare la voce e di limitare l’udito, così che ci si possa allenare ad un ascolto globale, fatto di Comunicazione Non Verbale e se si vuole anche Paraverbale, ciò che richiede un’attenzione specifica ai messaggi che gli altri ci inviano, sottolineandoli con gesti, movimenti, espressioni, che danno corpo ai contenuti di quanto viene detto.

La modalità silenziata è una tecnica, forse paradossale (ascoltarsi senza parlarsi), che fa prendere coscienza di quanto poco e male ascoltiamo di norma e di come sia in fondo facile migliorare la Comunicazione e i risultati che ne discendono.

Un’Azienda dove l’ascolto è perseguito efficacemente è un’azienda migliore in cui vivere, ne risente il clima, la motivazione, il senso di appartenenza e soprattutto si generano meno problemi e conflitti, meno dispersioni, minore stress.

E’ sufficiente una sperimentazione di 4 ore, articolata fra attività di gruppo, altre in competizione, altre ancora in cooperazione, così da sperimentare ambiti diversi dove la Comunicazione deve essere adattata al contesto. Ovviamente nel silenzio interiore si vanno a riprendere talenti e risorse che sono nel sé profondo, generando non solo la presa di coscienza dell’importanza di una Comunicazione globale, bensì anche delle potenzialità che ognuno, dopo, potrà esprimere ogni volta che si troverà in situazione di Comunicazione.

Il beneficio che se ne ricava è sicuramente una crescita individuale, tuttavia diventa senz’altro anche una crescita di tutta la collettività aziendale.

Giorgio Cozzi

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo

CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl

Partner Italiano di Extended Disc (Piattaforma evoluta di Analisi dei Comportamenti)

Ex Presidente di ASSORES (Associazione fra Società di Selezione)

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Ha lavorato in Azienda presso Banca Popolare di Novara – Cotonificio Cantoni – Plasmon

Ha lavorato vent’anni in un Gruppo Internazionale di Training (Tack International)

Ha partecipato a Convegni Internazionali e Nazionali sul mondo del lavoro

Presidente di AISM, Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica, autore di libri sulla Parapsicologia

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Sintomi di disagio sociale: il pesce puzza dalla testa?

La provocazione è d’obbligo: palazzine che cadono (dove ci sono state ristrutturazioni e non è la prima volta), liti stradali che finiscono in tragedia, femminicidi ripetuti (anche se “tutti sapevano”), corruzione dilagante (nonostante tutto ciò che sembrava essere stato fatto per ridurla), disaccordi epocali ad ogni livello (Paese, Europa, partiti sia all’interno che verso l’esterno, leggi buone che si arenano, pessime che vengono portate avanti, ecc.), entità inique (banche e le loro politiche del recente passato, istituzioni inutili, enti decotti o sovrabbondanti), comportamenti irrispettosi e truffaldini (i timbratori di professione, gli sfruttatori del lavoro pubblico), reati in aumento ovunque (rapine, furti, atti vandalici).

“Non ci resta che piangere” recitava Troisi ed è vero visto che non siamo più capaci nel mondo attuale, vissuto di corsa tra una mail o un telefonino, di riflettere sulle cose belle della vita, vediamo solo ciò che non funziona. La ragione è che è veramente tanto, troppo. Una ragione ulteriore è che non si vede alcun accenno (serio) alla soluzione dei problemi che angustiano la società attuale, tra l’altro in calo dal punto di vista delle risorse per sopravvivere, sempre più carenti.

Dove sono gli illuminati che dovrebbero dare un orientamento? Dove sono i Capi che gestiscono le situazioni difficili e portano le navi al sicuro? Dove sono i valori che dovrebbero imperare in un momento complesso e difficile come l’attuale?

L’uomo della strada è smarrito e deluso, non capisce più dove sta la verità (semmai ci fosse) e non coglie segnali di interessi comuni presidiati ai vari livelli.

Il disagio è ormai molto diffuso, lo si avverte sul lavoro e nella vita sociale.

Ognuno ha probabilmente le sue responsabilità, tuttavia chi ha ruoli di potere e influenza ha molte responsabilità in più. Chi ha assunto ruoli di guida di un partito, di una banca, di un ente, di una funzione, ha in primis una responsabilità sociale, sia verso i propri rappresentati, sia verso i cittadini (di cui anche lui, la sua famiglia, il suo entourage fa parte) e dovrebbe pertanto presidiare che l’attività svolta personalmente e dalla struttura che guida sia orientata verso il benessere di tutti gli stakeholder(più semplicemente la collettività), pianificando, coordinando, controllando, verso il comune obiettivo.

Se per strada si litiga alla morte (4 morti e 286 feriti per liti stradali nel 2017), è mancata educazione culturale e civica; se una palazzina cade uccidendo 8 persone qualcuno è mancato all’appello delle responsabilità; se c’è un femminicidio qualcuno non ha intrapreso le azioni opportune e ancora una volta è mancata la cultura e il rispetto; se la corruzione cresce qualcuno non vede, non interviene, non previene; se ci sono scontri personali o di potere che bloccano ogni iniziativa qualcuno ha privilegiato i propri interessi di “bottega” che quelli di tutti; se le banche hanno commesso infrazioni o favorito alcuni a discapito di altri qualcuno ha guidato o lasciato fare ciò che era vietato, compromettendo l’interesse dei “piccoli” risparmiatori; se un ente non ha più ragione di esistere o si gestisce a costi inaccettabili qualcuno  ha fatto finta di niente o ha manovrato per la perpetuazione di una inadeguatezza; se si timbra in modo sistematico per 5/6 persone che sono a spasso o a fare sport o a fare la spesa invece di essere sul lavoro, qualcuno l’ha consentito o non è intervenuto; se i crimini aumentano qualcuno non gestisce il potere di controllo o di prevenzione o peggio di giustizia.

Naturalmente questi sono solo piccoli spunti per un disagio che appare certamente ancora più grande: la società complessa ha portato molti vantaggi e anche parecchi costi (sociali per lo più).

Ora, è evidente che chi ha più ruolo, potere e responsabilità, è in una posizione che può incidere moltissimo e può influenzare benissimo i sistemi che dirige e a cascata tutti possono partecipare nel concorrere a finalità più etiche, più nobili, più virtuose, dove l’esempio che scende dall’alto può essere un modello di riferimento per i comportamenti di tutti.

Più la testa del pesce è sana, forte, motivata, eticamente orientata, più è salubre la società nel suo insieme.

Giorgio Cozzi

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo

CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl

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Trainer e Coach

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Sport & Work n.98 – Le intuizioni degli imprenditori, frutto di competenze,talenti o quid extra sensoriali?

Mi sono sempre domandato cosa ci fosse alla base di certe intuizioni felici degli imprenditori creativi, quelli che, magari contro ogni dato di realtà, hanno fatto scelte coraggiose che poi, e solo poi, si sono rivelate esatte.

Vi porto un esempio concreto: ero stato incaricato di fare una sorta di ricerca di mercato per un prodotto che non decollava. L’imprenditore “sentiva” che c’era qualcosa che non andava, ma credeva nel prodotto, che era una diversificazione rispetto al business normale. Intervistai gli interni, un mare di critiche, non ci credevano e non credevano in quel prodotto e in quel mercato.

Feci una serie di interviste a Distributori e Clienti e il quadro che raccolsi non fu affatto promettente.

Elaborai uno scenario in cui apparivano le critiche e i motivi per cui la cosa non funzionava e poneva seri rischi per il futuro, insomma nemmeno la rete commerciale esterna era favorevole a quel prodotto.

L’imprenditore mi ascoltò, raccolse il tutto, mi ringraziò, disse che aveva capito molte cose e invece di rinunciare alla diversificazione, reimpostò la strategia e investì sul rinnovamento del prodotto, sia sul piano   tecnologico che delle funzioni per le quali era stato messo a punto.

Dopo due soli anni la crisi di mercato segnò profondamente il prodotto tradizionale e il nuovo prodotto diventò la ragione di esistere dell’Azienda, la linea principale, la notorietà il successo.

Tutto sembrava remare contro, ma lui ci credeva, aveva una visione, “sentiva” che poteva essere il suo futuro, rischiò ed ebbe ragione. Non era la prima volta, il fiuto aveva funzionato come sempre. Certo la tenacia, l’impegno, gli investimenti, sicuramente hanno giocato un ruolo nella via razionale, tuttavia la via intuitiva era stata quella che aveva creato il futuro.

Ecco certe intuizioni a mio avviso possono richiamare facoltà extra sensoriali, nel senso che la creatività viene aiutata dalle capacità della mente di leggere la realtà e le informazioni in un modo diverso che lascia spiragli per opportunità da cogliere. Talvolta comunque, conoscendo tanti imprenditori creativi, sembra di cogliere pensieri e visioni che non riposano su fatti oggettivi bensì su una sorta di previsione del futuro che non risponde a leggi di causa effetto, bensì come dice Jung, di significato.

Forse, come sosteneva l’eccellente psicoanalista, esiste un akasha, un inconscio collettivo, dove tutte le informazioni sono inserite e se ci si connette, si può “pescare” un effetto tra i tanti possibili, che si realizzerà, anche se tutto sembra dimostrare il contrario.

Del resto in campo scientifico molte volte le teorie o le spiegazioni sono nate in stati di sogno (vedi Kerkulè), dove evidentemente le informazioni possedute si collegano tra loro in modi imprevedibili e diversi dallo stato di veglia, aprendo a soluzioni innovative.

Il passo tra la pura creatività e la sensibilità extra sensoriale è breve, perché le funzioni cerebrali attivate sono abbastanza simili e gli stati di coscienza che facilitano l’una (ideazione fuori dagli schemi) e l’altra (intuizione senza una ragione valida di sostegno, come una missione) sono affini.

Certo, gestire un’Azienda richiede molta razionalità, eppure senza innovazione e rottura degli schemi non si sopravvive a lungo, per cui occorrono entrambi, ma se si osserva bene la storia di molte aziende, spesso alla base c’è un atto inconsulto, dettato da una visione soggettiva così potente da risultare irrinunciabile e che fa superare ogni difficoltà, appunto perché si “vede” e si “crede” in un sogno che nella mente è già realizzato e si intuiscono le mosse per conseguire quel risultato.

Ho incontrato molti Imprenditori sensibili al paranormale, anzi che spesso hanno vissuto esperienze paranormali, per cui sono consci che la conoscenza non è solo delle cose materiali e razionali, bensì anche frutto di connessione a dimensioni diverse, più ricche e alternative.

Chissà, invece di studiare i sensitivi su telepatia, chiaroveggenza, precognizione, potremmo studiare gli Imprenditori creativi e scoprire che il paranormale presso di loro è di casa, pardon di fabbrica.

Giorgio Cozzi

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo

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Stress da lavoro e da vita quotidiana, ma vogliamo veramente vivere così?

I BUCHI DI MEMORIA SONO UNA DISGRAZIA E I TARLI DELLA MENTE ANCORA PEGGIO

I media riportano in questi giorni una serie di fatti incresciosi, terribili e incomprensibili.

Che lo stress da lavoro e da vita a cavallo tra casa e ufficio, con figli, stia creando disagi che talvolta possono innescare “dimenticanze” tragiche è purtroppo un dato di fatto che si osserva sempre più spesso, anche se sono rari quelli fatali che arrivano alla cronaca con le sue tracimazioni e diffusioni nefaste, senza pudore e senza pietà.

Chi lavora nel campo della percezione, della mente, del comportamento umano, ben capisce le distorsioni che possono accadere ad una persona, sia sul lavoro, sia in casa, sia sulla strada.

Il grado di attenzione, di presenza, di consapevolezza di dove sei e cosa stai facendo è calato e non di poco.

Le cause vengono fatte risalire agli eccessi di ansia, allo stress continuo della pressione lavorativa e sociale, al clima malsano che stiamo tutti vivendo, in parte condizionati dalla continua stimolazione negativa che arriva dal contesto pubblico e dai media che enfatizzano ogni evento (la notizia è un prodotto, anche se di rapida obsolescenza, subito seguita da altra più incisiva e sempre negativa).

L’infortunistica si sa che oggi dipende molto più dal comportamento umano che da fattori tecnici specifici e in qualche modo anche eventi come quello della dimenticanza della bimba in macchina (fatto non isolato) rientra in questo campo, dove tutti dovremmo reimparare a focalizzare l’attenzione sulle cose che contano (le vere priorità) anziché lasciarci distrarre dagli stressori quotidiani.

Tuttavia il quadro di riferimento generale è che questa sorta di oblio, di buco di memoria, sembra alquanto più diffuso di quanto non faccia apparire la notizia giornalistica.

Infatti, se si guarda per un attimo a come vengono gestite le crisi famigliari e a quanti casi di violenza riempiono la cronaca (e sono solo la punta dell’iceberg), ci si rende conto che il disagio à molto alto e la fragilità individuale e sociale molto acuta.

L’aggressività che si ritrova in ogni dove è un ulteriore dato che conferma una patologia sociale di un certo rilievo, peraltro rinforzata da quei comportamenti fuori norma ed extra umani che le faide religiose (o politiche? O egoistiche?) stanno alimentando, creando tensione, propensione al panico, insicurezza, ambiguità, ansia. Tutti fattori che certamente inibiscono lo sviluppo di una società sana, matura, equilibrata.

Allargando l’orizzonte si nota che a livello politico le forze sociali sono in continua lotta fra di loro, senza minimamente considerare il bene collettivo (l’Italia è in ripresa, ma meno degli altri Paesi europei; il PIL cresce, ma meno degli altri; il debito pubblico cresce e più degli altri) e senza tracciare una benché minima rotta di sviluppo economico e sociale.

Anche questa variabile, apparentemente lontana dal disagio sociale crescente, ha un’influenza, destabilizzando sempre più e impedendo una visione positiva verso il futuro, fenomeno che riduce l’energia propulsiva di chi ha voglia di combattere e di contribuire ad una crescita che è sempre meno fruttuosa per il singolo e sempre più necessaria per la collettività (di cui il singolo è comunque parte).

Si ha proprio la sensazione che manchi respiro, che ci sia carenza di valori, che si viva per il qui e ora anziché per il domani che è dove tutti vivremo (meglio o peggio).

La tensione sociale è pervasiva, si manifesta ad ogni livello, a partire da chi ha ruoli politici o di governance (frequentemente senza alcuna etica o responsabilità sociale), lo dimostrano i continui risvolti delle indagini sulla concussione e sugli interessi privati in atti pubblici e come dice più o meno il PM Davigo “I politici rubano ora come allora, solo che oggi non se ne vergognano neppure”.

Il dramma è che questa entropia senza fine genera disgregazione sociale e ha un costo che sta diventando sempre più alto, per cui chi vuole lavorare bene fa sempre più fatica e paga le conseguenze in termine di stress e di anomia sociale: forse è per questo o anche per questo che “i buchi di memoria” appaiono sempre più gravi.

Meditiamo gente, meditiamo.

Giorgio Cozzi

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo

CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl

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Sport & Work n.93 – 8/2017 – anno 4 – Lavoro: Venti di ripresa

VENTI DI RIPRESA

Nonostante tutto, la ripresa c’è. E’ ben vero che ci sono tante difficoltà, che diverse Aziende sono in crisi o riducono il personale, che gli enti parastatali devono fare efficienza soprattutto a scapito dell’occupazione, che i giovani stentano a trovare un lavoro a tempo indeterminato, che il disagio sociale è ad un livello di guardia, tuttavia non si può nascondere che esistono anche segnali incoraggianti.

Comunque è diminuita l’occupazione, i “seniores” stentano meno a ritrovare un lavoro dopo averlo perso, le assunzioni hanno ripreso e grandi aziende comunicano le opportunità che ora si presentano, la selezione come mercato specifico del lavoro ha ripreso fiato dopo anni di astinenza.

Un esempio pratico. Due anni fa ero incaricato di ricercare un Tornitore nel bolognese e ho fatto molta fatica a concludere con successo l’operazione, sia per un turno particolarmente ostico, sia per l’assenza di professionalità adeguate, ma di persone senza lavoro ne ho trovate tantissime.

Ho ripreso per la stessa posizione in questi giorni la ricerca e il contesto si è subito mostrato molto diverso.

Molti occupati, già a tempo determinato, più selettivi nell’accogliere la proposta, con diverse opportunità in mano, moltissime le rinunce a priori, indipendentemente dall’offerta economica.

Il contesto è adesso sicuramente diverso, molte altre aziende sono impegnate nello stesso tipo di ricerca, appunto perché la professionalità di un Tornitore CNC autonomo e ben preparato non è poi così diffusa e se ne sente un gran bisogno.

Ancora una volta si notano le due velocità: quella del mondo aziendale che richiede competenze già in essere e il mercato che presenta più persone da addestrare che addestrate. E’ la conseguenza della mancanza di investimenti sulla risorsa umana: le competenze vanno sviluppate e se nessuno si impegna a farlo prima o poi scarseggiano o mancano del tutto.

Accade in diversi settori, dove le technicalities sono fondamentali e dove si pretende di disporne senza fare scuola come era d’uso una volta nelle grandi aziende “scuole di pensiero”.

Invece abbondano le professionalità alte, spesso oggetto di accorpamenti di ruoli o estensione di ruoli che avvengono nelle multinazionali, dove si accentrano funzioni negli headquarter tagliando posizioni locali.

Questo spinge a internazionalizzarsi sempre di più cogliendo opportunità meno legate al suolo geografico e più orientate a valorizzare competenze estese a più paesi dove la residenza può essere un optional.

Un altro esempio è il mondo dei neolaureati che oggi trovano stages facilmente (alcuni remunerati adeguatamente e molto istruttivi, altri pura speculazione economica) che in ogni caso aumentano le possibilità di successo, grazie alla rete di relazioni che si sviluppano e alla verifica delle buone caratteristiche personali e professionali. Sta comunque funzionando.

Non è ancora iniziato il flusso Brexit, siamo ai primi passi, ma è prevedibile che ci sarà un’ondata di ritorno di professionalità elevate, di taglio comunque anglosassone, visti i numerosi italiani residenti nel Regno Unito per ragioni di lavoro. Opportunità o minaccia si vedrà.

Certo è che questi segnali di ripresa dovrebbero aiutare a rendere più positivo il contesto del mondo del lavoro anziché continuare a configurarlo come depresso e inadeguato.

Il lavoro c’è, bisogna impegnarsi per essere nel posto giusto al momento giusto.

Giorgio Cozzi

 

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo

CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl

Partner Italiano di Extended Disc (Piattaforma evoluta di Analisi dei Comportamenti)

Ex Presidente di ASSORES (Associazione fra Società di Selezione)

Membro attivo di CRESCITA (Associazione fra Società di Ricerca e Selezione del Personale)

Trainer e Coach

Esperto di BBS (Behavior Based Safety)

Ha lavorato in Azienda presso Banca Popolare di Novara – Cotonificio Cantoni – Plasmon

Ha lavorato vent’anni in un Gruppo Internazionale di Training (Tack International)

Ha partecipato a Convegni Internazionali e Nazionali sul mondo del lavoro

Presidente di AISM, Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica, autore di libri sulla Parapsicologia

Autore di Turbomanagement – Sperlimg & Kupfer (con Bucci e Sprega)

Autore di Turbomanagement 2 – Franco Angeli Editore

Autore di Cambia, Adesso! – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

Autore di Le parole segrete della vendita – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

 

Sport&Work n.88-3/2017-A.4 Uno sguardo al mondo del lavoro: luci e ombre all’orizzonte!

Le statistiche parlano chiaro, sono un dato inesorabile: la disoccupazione è aumentata in dicembre (ora a 11,9%), grazie anche alla diminuzione degli Inattivi; i giovani salgono a poco più del 40% disoccupati; mentre gli occupati sono comunque 200.000 in più rispetto al 2015 e c’è una tendenza positiva al reperimento del lavoro di “donne” e “over 50”. Il tutto mentre in Europa sostanzialmente tutti i Paesi UE hanno statistiche migliori, come del resto sul PIL.

Le variabili introdotte hanno un avuto un effetto iniziale che si è spento via via che il tempo passava e la ripresa non avveniva, mentre qualche riscontro ultimo sembra portare vantaggi momentanei (così si pensa) al sistema dei voucher.

Il contesto dunque può essere visto in parte come bicchiere mezzo pieno e in parte come mezzo vuoto, dove il vuoto riguarda soprattutto i giovani e gli estromessi dal sistema occupazionale.

Del resto ogni giorno si apprende che la tal Banca o la tal Azienda dovranno dismettere gruppi consistenti di dipendenti (Almaviva ne è l’emblema), alla ricerca di un’efficienza economica che sembra sempre più difficile da raggiungere.

La confusione resta sovrana: da una parte la ricerca di persone specializzate è diventata molto complicata, sia perché la mobilità è diminuita (paura di lasciare il sicuro per l’incerto?), sia perché la mancanza di costruzione delle professionalità ha lasciato un vuoto consistente; dall’altra molte persone ricercano una collocazione (non più per carriera, bensì per sopravvivenza) senza riuscire a risolvere il problema perché detentori di competenze non più significative o quantomeno corrispondenti alle esigenze delle Aziende.

Il gap che avevamo toccato con mano negli anni passati è diventato più ampio, la forbice tra domanda e offerta si è allargata, rendendo tutto più complesso e non facendo incontrare opportunamente chi necessita di lavoro (soprattutto i giovani come si è visto e ben si sa) e chi ha bisogno di competenze da inserire nell’organizzazione.

Solo per fare un esempio, Progettisti e Meccanici Manutentori sono oggetto di continua ricerca, il mondo dell’Export offre continuativamente opportunità, Specialisti settoriali sono mosche bianche.

Molte Aziende hanno smesso da anni di formare nuove professionalità, contribuendo inesorabilmente alla penuria di “Professionisti” attrezzati per l’abbisogna.

Lo stuolo di laureati culturali (sicuramente leva importante per la collettività) poco si confà alle richieste di “tecnici” (Ingegeri Meccanici e Ingegneri Gestionali) che vengono prenotati molto prima della laurea.

Le forme di tirocinio e stage sono comunque un grosso aiuto, particolarmente dove la formazione è autentica e l’affiancamento agli esperti produttivo, generando talvolta soluzioni interessanti per i giovani e per le Aziende, tuttavia il più delle volte il ricorso è a mano d’opera a costi contenuti.

Insomma, ciò che appare chiaro è che manca una cultura innovativa nel mondo del lavoro e mancano le metodologie per integrare domanda e offerta, così come la volontà di investire sulla professionalità che, come dicono i grandi personaggi intervistati dai media, è la necessità più urgente ed importante.

La Formazione non può essere solo ed esclusivamente nozionistica, bensì deve essere integrata da conoscenze organizzative e gestionali, oltreché relazionali, indispensabili per operare con successo nelle organizzazioni produttive.

Le idee devono essere sviluppate e chi meglio dei giovani (preparati e non espatriati) può dare un contributo all’innovazione di cui c’è un grande bisogno nelle Imprese?.

La capacità di apprendere e di rapportarsi con gli altri è una leva chiave nel mondo attuale in profonda trasformazione tecnologica e chi meglio dei giovani può aderire a questo modello evolutivo?

Fare squadra è una ragione di successo nella complessa attività aziendale e chi meglio dei giovani può sentirsi parte attiva e forza energetica propulsiva per i gruppi di lavoro?

Queste semplici considerazioni indicano che occorre una forte politica di sviluppo della competenza nei giovani e un’altrettanta forte incentivazione alle Imprese perché creino i presupposti per la crescita dei giovani e la costruzione di professionalità adeguate.

Già molti anni fa un decano come Alberto Galgano diceva che il tasso di investimenti in formazione e consulenza era un indice distintivo delle economie più brillanti e noi in Italia non abbiamo brillato perf lungo tempo: c’è sempre un domani e oggi dobbiamo investire sulle risorse culturali e tecniche per far sì che il domani sia migliore dell’oggi.

Giorgio Cozzi

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo

CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl

Partner Italiano di Extended Disc (Piattaforma evoluta di Analisi dei Comportamenti)

Ex Presidente di ASSORES (Associazione fra Società di Selezione)

Membro attivo di CRESCITA (Associazione fra Società di Ricerca e Selezione del Personale)

Trainer e Coach

Esperto di BBS (Behavior Based Safety)

Ha lavorato in Azienda presso Banca Popolare di Novara – Cotonificio Cantoni – Plasmon

Ha lavorato vent’anni in un Gruppo Internazionale di Training (Tack International)

Ha partecipato a Convegni Internazionali e Nazionali sul mondo del lavoro

Presidente di AISM, Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica, autore di libri sulla Parapsicologia

Autore di Turbomanagement – Sperlimg & Kupfer (con Bucci e Sprega)

Autore di Turbomanagement 2 – Franco Angeli Editore

Autore di Cambia, Adesso! – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

Autore di Le parole segrete della vendita – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

Sport & Work n.83 – 20/2016- anno 3 La sorpresa e le ansie USA: chi si aspettava Trump?

Adesso è facile dirlo e chissà quanti lo faranno: avevo la sensazione che Trump ce la potesse fare! Anch’io dopo la faccenda disgraziata delle mail ho avuto il sentore di un cambio di rotta, ma come tutti coloro che non avevano previsto in alcuna maniera l’elezione di Trump o la sconfitta di Hillary, sono rimasto sorpreso.

Vincere contro il proprio stesso partito è davvero un’impresa storica (Bush padre ha dichiarato che avrebbe votato per la Clinton e così molti alti repubblicani eccellenti).

L’urna ha dato un responso diverso con una clamorosa sconfitta dei democratici e una forte prevalenza dei repubblicani, ciò che avrà conseguenze importanti al Congresso.

L’evento ha generato subito preoccupazioni per ciò che potrà accadere, viste le dichiarazioni “forti” di Trump, dall’avvicinamento a Putin, alla contrapposizione verso la Cina, alla questione immigrati e Mexico, alla minaccia di far pagare la Nato all’Europa (che tifava Clinton), ce n’è di che spaventarsi.

Tuttavia gli USA hanno dimostrato di sopravvivere (e bene) a Presidenti particolari, attori o deboli o subentrati, è un Paese forte in sé, complesso e articolato e nel Congresso ha sempre dimostrato profondità e valore (al di là delle tendenze “militari”).

La sorpresa dunque è l’uscita dagli schemi, i sondaggi smentiti, la campagna invelenita che avrebbe dovuto penalizzare Trump più di Hillary (ma anche lei per la sua dabbenaggine e inconsistenza) e i partiti completamente fuori gioco rispetto alla volontà popolare espressasi per proprio conto su valori che sembrano andare al di là di schieramenti aprioristici.

I tempi sono cambiati, l’epoca digitale trasforma ogni cosa e ogni informazione, genera velocità di pensiero e di reazione, unisce rapidamente chi la pensa in un modo o in un altro, influenza pesantemente i comportamenti, consente confronti impensabili in precedenza.

Così si spostano le preferenze e si autonomizza il voto, forse si approfondisce anche meglio la materia in questione (con la riforma francamente non sembra così, ma se uno vuole informarsi davvero lo può fare) e comunque si formano opinioni e c’è spazio per manifestarle, appunto influendo su scelte e comportamenti.

La vicenda americana dimostra che non c’è mai nulla di scontato e che la democrazia, quando il popolo viene sollecitato, comunque si afferma e determina le scelte strategiche di un Paese.

Cosa succederà ora? E’ troppo presto ora e fasciarsi la testa prima degli eventi potrebbe essere inutile e dannoso.

Il pragmatismo che si annuncia come il leit motiv della nuova presidenza USA sarà in ogni caso un filone da seguire con attenzione, forse da imitare su alcuni aspetti, forse da controbattere su altri, ma gli USA son gli USA ed è bene non sottovalutare gli effetti (ci si augura positivi) dei cambiamenti che sicuramente interverranno in quel Paese.

Le sorprese andranno tenute in conto anche per quanto ci riguarda più direttamente, comunque si orienti il nostro Paese prepariamoci a cambiare e a sostenere l’impatto dell’epoca digitale 4.0
Giorgio Cozzi

 

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo
– CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl
– Partner Italiano di Extended Disc (Piattaforma evoluta di Analisi dei Comportamenti)
– ex Presidente di ASSORES (Associazione fra Società di Selezione)
– Membro attivo di CRESCITA (Associazione fra Società di Ricerca e Selezione del Personale)
– Autore di Turbomanagement – Sperlimg & Kupfer (con Bucci e Sprega)
– Autore di Turbomanagement 2 – Franco Angeli Editore
– Autore di Cambia, Adesso! – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)
– Autore di Le parole segrete della vendita – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)
– Trainer e Coach
– Esperto di BBS (Behavior Based Safety)
– Ha lavorato in Azienda presso Banca Popolare di Novara – Cotonificio Cantoni – Plasmon
– Ha lavorato vent’anni in un Gruppo Internazionale di Training (Tack International)
– Ha partecipato a Convegni Internazionali e Nazionali sul mondo del lavoro
– Presidente di AISM, Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica, autore di libri sulla Parapsicologia

 

 

Sicurezza stradale? Usiamo la testa

ALLA GUIDA DI AUTO, MOTO, CAMION, PULLMANN C’E’ LA COSCIENZA?

A guardare le statistiche e i resoconti quotidiani dei media si direbbe proprio di no.

Molti avranno visto un TIR articolato fare inversione di marcia sull’autostrada apenninica tra Bologna e Firenze, in prossimità di una galleria e di una curva: il massimo dell’incoscienza e un potenziale rischio di strage.

Fortunatamente l’operazione altamente rischiosa non ha prodotto danni e il camionista è stato giustamente sanzionato.

Tuttavia se per una volta la fortuna ci ha visto bene, in molti altri casi la “sfiga” interviene con molto più diritto a guastare le feste e a provocare incidenti mortali spesso plurimi.

Talvolta qualcuno rimane segnato per tutta la vita, moralmente, psicologicamente, fisicamente.

A guardare bene ciò che succede sulle strade non c’è da meravigliarsi se le statistiche sugli infortuni stradali sono così elevate.

Basta vedere quando c’è traffico e la velocità media si abbassa cosa succede.

Molti si buttano sulle corsie di destra, spesso ignorate, e tagliano diagonalmente per rientrare tre quattro macchine più in là.

Il gioco vale la candela? Basta un nonnulla e quella che è una “furbata” diventa una tragedia.

Anche le corsie di accelerazione sono sotto gli occhi di tutti, dalle stazioni di servizio o dai caselli molti si immettono o a velocità bassissime, creando ostacoli, o “buttandosi dentro” con la pretesa di dominare la strada.

Senza poi dimenticare che chi vuole sorpassare si pone a 10 centimetri dall’auto cha ha davanti “pressandola” perché si scansi al più presto, o segnalando 100metri prima che lui sta arrivando e che bisogna togliersi di mezzo.

Insomma si assiste spesso a una diffusa diseducazione stradale, che non tiene minimamente in conto il rapporto fra la vita e la morte, fra il proprio interesse/diritto e quello degli altri.

Esiste una diffusa aggressività, forse anche nella società intesa nel senso più vasto, che trova spazio per affermarsi pure sulla strada. Solo che lì il rischio non è un diverbio, bensì la vita stessa che viene messa in gioco con enorme superficialità.

In più c’è la frequenza di incidenti in date zone, qualcuno potrebbe parlare del chilometro maledetto, secondo alcune teorie esistono nodi dovuti a campi elettromagnetici che rendono certe zone più soggette a incidenti, ma si sa e non si fa nulla per fronteggiare l’evento.

Le statistiche indicano chiaramente quali sono i “punti caldi” degli infortuni automobilistici, ma nessuno interviene a segnalare la pericolosità.

Uno per tutti il tratto Fidenza-Fiorenzuola, spesso interessato da incidenti (sarà l’immissione della Brescia Piacenza? La frequenza di camion che si sorpassano a manetta? Sarà l’impazienza di superare le colonne che si formano per il traffico?), qualche ragione ci sarà e sarebbe ora di fare qualcosa di concreto, spesso basta la pura informazione.

Naturalmente se si vuole accrescere la cultura dell’educazione stradale con il beneficio di minori incidenti (tempi e ore perse in coda), di minori feriti e morti, qualcosa bisogna pur fare e si avrebbero risparmi sociali di notevole portata.

La “guida consapevole” è un’esigenza primaria e non la si impara né nelle scuole guida per la patente, né empiricamente sulla strada (dove si impara il contrario) e sviluppare la coscienza è un impegno morale e sociale di alto valore.

L’educazione stradale è la via maestra per sviluppare attenzione alla guida, consapevolezza dei rischi a cui si va incontri con certe manovre, sensibilità per la salvaguardia di sé, della propria famiglia, degli altri.

Soprattutto serve avere chiaro le conseguenze degli incidenti, fatto a cui nessuno pensa sino a che tocca, purtroppo, con mano, quanto esse siano importanti e deleterie.

Siamo tutti bravi a guidare, ma con un po’ di umiltà, ognuno di noi ha molto da imparare su come si guida in sicurezza.

Giorgio Cozzi

 

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo

– CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl

– Partner Italiano di Extended Disc (Piattaforma evoluta di Analisi dei Comportamenti

– ex Presidente di ASSORES (Associazione fra Società di Selezione)

– Membro attivo di CRESCITA (Associazione fra Società di Ricerca e Selezione del Personale

– Autore di Turbomanagement – Sperlimg & Kupfer (con Bucci e Sprega)

– Autore di Turbomanagement 2 – Franco Angeli Editore

– Autore di Cambia, Adesso! – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

– Autore di Le parole segrete della vendita – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari

– Trainer e Coach

– Esperto di BBS (Behavior Based Safety)

– Ha lavorato in Azienda presso Banca Popolare di Novara – Cotonificio Cantoni – Plasmon

– Ha lavorato vent’anni in un Gruppo Internazionale di Training (Tack International)

– Ha partecipato a Convegni Internazionali e Nazionali sul mondo del lavoro

(Presidente di AISM, Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica, autore di libri sulla Parapsicologia).