Lavoro: La ricerca del significato, ispiratrice dei nostri comportamenti

Sia per le grandi organizzazioni sociali, gli stati, che per quelle più piccole, le aziende, il significato è l’unica spinta ai comportamenti convinti dei singoli. Viceversa, ogni essere umano è alla costante ricerca di tali significati per dare un senso a ciò che fa.

Questa riflessione mi è stata suggerita da due articoli di due giornali diversi. Essi hanno il merito di mettere sullo stesso piano “sociale” stati e aziende, partendo dalla loro necessità di fornire significati per continuare ad avere una identità e dunque une senso, rispettivamente politico ed economico.

Il primo articolo è del Wall Street Journal e il titolo ne è già una sintesi intrigante: “Trump, ISIS e la crisi di significato“. L’amministrazione USA ha trionfalmente comunicato, con la conquista di Raqqa la capitale dell’ISIS, la fine dello stato islamico. Nell’articolo però si ricorda che la battaglia più importante non è in medio oriente ma “…nei cuori e nelle menti. Il potere dell’Isis non deriva dai territori ma dalle idee” come purtroppo dimostrano anche i recenti attacchi proprio in territorio americano.

L’amministrazione Obama pensava che i giovani si unissero all’ISIS per scarse prospettive economiche e, da qui, l’impegno a crearle nei paesi di origine. Ma “…anche medici, esperti di computer e brillanti studenti si sono radicalizzati” e anche nei paesi occidentali. Dunque “le persone sono motivate dal significato più che dal denaro”.

“I paesi occidentali forniscono buoni servizi sociali, opportunità economiche e beni di consumo” continua l’articolo “ma sono sempre più indifferenti alle questioni di significato, ai principi per i quali vale la pena vivere… negli USA siamo fieri della nostra libertà, ma libertà per fare o occuparsi di cosa?” 

Per ironia della sorte proprio Trump dovrebbe sapere bene queste cose. Infatti ha vinto le elezioni presidenziali proprio per una specie di “richiesta di significato”. Qualsiasi siano i meriti delle posizioni di Trump egli inquadrò la sua opinione su “commercio, immigrazione e politica estera in termini di identità nazionale americana: Make America Great Again.” Hillary Clinton, al contrario, evidenziò solo soluzioni tecniche.

Ma ciò che spinge gli esseri umani a votare per un candidato o ad abbracciare una causa (per quanto feroce e terribile) è la stessa cosa che spinge agli acquisti di un prodotto o servizio o a vivere intensamente una esperienza di lavoro.

In un recente articolo di Harvard Business Review si evidenzia come molte aziende abbiano definito la ragione e il significato per la quale esistono, ma molto poche sono riuscite a farlo diventare una realtà per la propria organizzazione. Troppo spesso, soprattutto dopo l’uscita del fondatore, anima di ogni azienda, tale ragione viene interpretata al “ribasso”, cercando di migliorare gli aspetti tecnici del prodotto/servizio invece di rivitalizzarne continuamente il contenuto attraverso il significato che può prendere nel nuovo mutato contesto sociale.

“Lo scopo è più grande della stessa azienda, fornisce naturale coesione e richiede ampie valutazioni guidando innovazione e progresso” recita l’articolo.

L’esempio più famoso viene dalla battaglia tra Nokia e Apple. Nokia aveva un suo scopo, quel “Connecting People” che, con i suoi prodotti, effettivamente si realizzava. Aveva il dominio del mercato e una vasto portafoglio di brevetti e progetti di ricerca. Solo nel 2006 introdusse 39 nuovi modelli. Era così immersa nel realizzare il suo scopo che perse di vista il significato.  Quando Steve Jobs introdusse il primo iPhone come “un prodotto avanti di parecchie lunghezze che è di gran lunga più ingegnoso di qualsiasi apparato mobile ci sia mai stato e facilissimo da usare” Apple iniziò a “collegare le persone” ad un livello sbalorditivo.

Come fare allora a trovare o dare significati? Non è e non può essere un’operazione “ingegneristica”, fatta dall’esterno, ma squisitamente sociale, che può emergere spontaneamente ma anche attraverso una progettazione collettiva di tutti gli attori coinvolti.

Che bello sarebbe vedere un’elezione in cui un candidato non presenta il “suo” programma ma chiama tutti gli elettori a scriverlo affinchè lui lo realizzi. Lì dentro di sicuro ci sarà il “significato”.

E che successo avrebbe un’azienda che farebbe la stessa cosa per il suo piano strategico, alla cui elaborazione fossero chiamati tutti gli stakeholder. Il “significato” che conterrebbe sarebbe il motivo di attrazione dei clienti e di soddisfazione dei propri dipendenti (oltre che di tutti gli altri stakeholder).

Nell’attesa che tutto ciò accada continuiamo a menare la nostra grassa e triste vita chiedendocene il perché. Ma non ci meravigliamo però dell’attrazione dell’Isis, del successo di Trump e di Apple o dei rovinosi fallimenti di aziende storiche.

Luciano Martinoli

Luciano Martinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

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Usura Bancaria, cominciano i primi successi per i clienti!

USURA BANCARIA: UNA VITTORIA PER IL RISPARMIATORE

Ancora un caso di usura bancaria ai danni dei cittadinio che segna una vittoria della giustizia. Ci troviamo di fronte al comportamento scorretto di alcuni istituti di credito nei confronti dei propri correntisti. 

L’ultimo caso di usura bancaria ai danni dei risparmiatori , quello che ha visto l’agenzia del Monte dei Paschi sita in via Roma a Marsala pignorata addirittura per quasi 164 mila euro.

Vittima di usura bancaria è stata, nel caso di specie, una coppia di commercianti marsalesi.

La storia della vicenda processuale vincente

La vicenda giudiziaria a monte di questa eclatante sentenza ebbe inizio con il fallimento della coppia di commercianti e con la successiva fortunata azione da loro intrapresa, prima del fallimento, mirata ad accertare la declaratoria di nullità delle clausole usurarie del proprio conto corrente acceso presso questa filiale.

L’azione, a seguire ben portata avanti dal curatore fallimentare, vedeva l’istituto bancario soccombente in ben tre gradi di giudizio. Nelle more processuali, la coppia di commercianti riusciva a riprendersi in mano i propri diritti, risanando la posizione debitoria con la revoca del fallimento.

Una sentenza di primo grado che fa sperare

Si tratta di una sentenza di primo grado che fa davvero ben sperare sull’odioso reato di usura bancaria. Intanto, sulla base della sentenza, l’avvocato di parte attrice si è presentato all’agenzia marsalese di via Roma del Monte dei Paschi di Siena per eseguire, insieme ad un ufficiale giudiziario, il pignoramento della somma che ammonta a circa 137 mila euro più interessi e spese legali, per un totale, come detto, di quasi 164 mila euro.

E’ questa la somma riconosciuta dal Tribunale di Marsala ai due correntisti.

Il caso di questa famiglia marsalese che ha resistito in giudizio con tutte le forze contro il Monte dei Paschi di Siena, ottenendo, in esecuzione della sentenza di primo grado, la restituzione dicirca 137.000 euro, ancora una volta si fa testimonianza dell’incrinarsi della posizione di supremazia in cui gli istituti di credito si sono da sempre arroccati sin dalla notte dei tempi.

Intanto l’agenzia in questione si è vista ex lege tenuta a staccare quattro assegni circolari per un complessivo importo di quasi 164.000 euro depositati nella cancelleria civile del tribunale di Marsala in attesa dell’assegnazione ai legittimi beneficiari.

Negli anni scorsi, anche altre agenzie (Unicredit e ex Sicilcassa) sono state condannate, sempre a Marsala, per anatocismo commesso a danno di alcuni loro clienti.

A queste condanne si aggiunge oggi, quindi, una sentenza di tale portata che davvero concorre a disegnare un quadro nuovo: quello del recupero dei diritti per i risparmiatori.

Quella descritta è una vittoria che davvero apre una breccia nel sistema bancario, una pronuncia che dà ampio respiro a quanti, finalmente, possono sperare di ottenere giustizia e riprendersi indietro i risparmi loro ingiustamente sottratti.

Concetta Andaloro

Concetta Andaloro, C.E.O. RESTART/Cons, Giornalista pubblicista dal 2008. Svolge la professione della Consulente d’Impresa specializzata nel MKT innovativo, nella ristrutturazione del Debito, nella ricerca di nuovi Mercati italiani ed Esteri, nell’erogazione di fondi e di Servizi in gratuità alle Imprese, tra cui la Formazione Finanziata Obbligatoria.

sito: http://www.restartcons.it

mail: restartcons@gmail.com

 

 

 

 

 

La forza straordinaria dell’imperfezione e della debolezza umana

Imperfezione perfetta

Siamo umani, per questo siamo esseri imperfetti, al diavolo la perfezione! Se fosse tutto fottutamente perfetto non commetteremmo mai errori, che ci rendono migliori, non avremmo un cuore che ci rende vivi anche quando soffriamo, e non vivremmo nelle nostre grandi passioni che ci nutrono e distruggono insieme. Io la chiamo “imperfezione perfetta” che ci rende dannatamente speciali. (Annalisa Carrera)

Venerdì 3 febbraio ho presentato la mia nuova conferenza dal titolo: La forza straordinaria dell’imperfezione e della debolezza umana, che si concludeva proprio con la citazione di cui sopra.

Al mio fianco la scrittrice Cinzia Collu che ha letto i brevi racconti che anticipavano le slide e le mie spiegazioni. Ho parlato di spiritualità dell’imperfezione e di argomenti importanti e forse difficili da “assimilare”, quali errori, colpe, limiti, umiltà, perdono, liberazione dall’attaccamento, gratitudine, tolleranza, e molto altro ancora. A breve la registrazione della conferenza sarà pubblicata su questo sito e potrà essere visionata, ascoltata e da voi commentata, se lo riterrete utile.

Propongo solo uno dei brevi racconti letti:

Un fratello di Scetis commise una colpa. Fu convocata un’assemblea a cui fu invitato l’abba Mosé (detto Mosè il nero), ma egli non si presentò. Allora il sacerdote mandò qualcuno a dirgli: “Vieni, tutti ti aspettano”. Ed egli andò, portando con sé una caraffa crepata piena d’acqua. Gli altri monaci gli andarono incontro e chiesero: “Che cos’è questo, Padre?” L’abba rispose: “I miei peccati mi seguono e io non li vedo e oggi sto venendo a giudicare le colpe di un altro”. A queste parole gli altri non rimproverarono nulla al fratello, ma lo perdonarono”.

Morale: chi è senza peccato, scagli la prima pietra! Un monito a ognuno di noi.

Jolanda De Respinis

Jolanda De Respinis, Counselor Relazionale Esistenziale. Il counselor è il professionista che mediante ascolto, sostegno e orientamento, migliora le relazioni extrapersonali (in coppia, in famiglia, in gruppo) e intrapersonali (la relazione di ogni persona con se stessa). Jolanda esercita la professione presso il suo studio a Trezzano sul Naviglio (MI), con sedute individuali, di coppia e di gruppo e tiene conferenze nonché percorsi di crescita personale su varie tematiche che riguardano la sfera emotiva e relazionale.

 

Work & Management, rete d’imprese per Consulenza e Servizi Aziendali

           

Presentazione di Work & Management   –  Il nostro lavoro nel mondo delle aziende

Siamo lieti di presentare Work & Management, un marchio, un brand commerciale da diversi anni presente sul territorio nazionale. Una rete di consulenti e professionisti che diventano partner, che si riconoscono in una filosofia di eccellenza e che sono in grado di ricercare, identificare, progettare e realizzare soluzioni personalizzate ed ottimizzate per ogni problema a 360°.

Cosa contraddistingue Work & Management?

Affidabilità –  Competenza – Qualità – Professionalità 

L’attività è condotta da Giampaolo Santini, che ha maturato esperienze su molteplici realtà commerciali ed industriali (Direzione Aziendale, Area Direzione Personale e Risorse Umane, Area Tecnica, Organizzazione Aziendale

Ci proponiamo come “Partner delle Aziende” per arrivare al cuore del problema attraverso processi correlati

Offriamo un servizio completo su tutto il territorio nazionale, con accreditamento alle Regioni ed Attestazioni SOA e valutazioni con piattaforma EXTENDED DISC (vendite, gestione, imprenditoriale, team member, progetto, training).

I nostri punti di forza

  • Attività aziendale:

Certificazioni                                              Corsi di formazione

Gestione del personale                         Ricambio generazionale

Selezione del personale                        Servizi tecnici

Temporary Management                    Comunicazione-Formazione

 Usura e Anatocismo

  

Adempimenti: chech list gratuita per:

Sicurezza

Igiene Alimentare

Ambiente

 

e tanto altro

 

Giampaolo Santini

Via Enrico Fermi, 9 – 20090 Trezzano sul Naviglio (Mi)

Telefono: 331/93.777.24 – 335/52.60.114

workmanagement360@gmail.com

www.workmanagement360.it

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ATTIVITA’ AZIENDALE
CERTIFICAZIONI:
certificazione ISO: 9001-14001-16001
certificazione Igiene Alimentare: 22001
certificazione sulla sicurezza: OSHAS 18001
certificazione sulla responsabilità sociale: SA 8000
GESTIONE PERSONALE:
consulenza amministrativa/fiscale
consulenza del lavoro
consulenza legale
diritto del lavoro
gestione risroese umane
ricerca e selezione del personale
somministrazione
paghe e contributi
relazioni sindacali
riduzione costi del personale
project management – progettazione e pianificazione di progetto
responsabilità civile d’impresa – D.L. 231/01
ricambio generazionale
start-up, organizzazione, charge management
TEMPORARY MANAGEMENT:
marketing strategico
pianificazione e controllo
PRIVACY – D.Lgs. 196/03
risorse finanziarie per la realizzazione di progetti strategici di sviluppo
soluzioni informatiche
CORSI DI FORMAZIONE
assessment(valutazione comportamentale)
coaching individuale – coaching collettivo (metologia di sviluppo personale)
comunicare con il virtuale ( tablet, smartphone, smartwatch)
comunicazione assertiva – farsi ascoltare, saper spiegare
corsi di formazione settore assicurativo:
capi area
venditori servizi finanziari
corsi di formazione manageriale commerciali
corsi di formazione motivazione sportiva per dirigenti, tecnici, atleti
corsi di motivazione aziendale:  come superare gli ostacoli e trovare nuovi stimoli
corsi di formazione  sicurezza comportamentale (BBS-percezioni del rischio)
corsi di formazione vendite:
tecniche di vendita
negoziazione
autorevolezza
customer service
field sales management
D.Lgs. 81/08 – testo unico tutela salute e sicurezza sui posti di lavoro
D.Lgs. 193/07 – igiene e sicurezza alimentare
deep walking – costruire l’autodeterminazione conoscendo se stessi ( x dirigenti)
FORMAZIONE ESPERIENZIALE:
outdoor training – giocando si impara
teatro aziendale – soluzione di problemi e mettersi in scena
gestione riunioni
marketing aziendale e sportivo
problem solving (risoluzione di problemi)  & decision making(processo decisionale)
team building – team working ( metodologia per sviluppo su lavoro in gruppo)
time management
SERVIZI TECNICI
acque di scarico: analisi e campionamento
ambiente: check list gratuito per controllo adempimenti
antinfortunistica
censimento e gestione presenza di materiali contenenti amianto e/o di fibre
artificiali vetrose (FAV)
emissioni in atmosfera: controllo e campionamento
Gis-Web: conoscenza del territorio per i Comuni
igiene alimentare: chech list gratuito per controllo adempimenti
impianti di allarme e sicurezza
impianti antincendio
impianti elettrici ( industriali e civili – compreso progettazione)
impianti idraulici ( industriali e civili – compreso progettazione)
indagini ambientali finalizzati alla salubrità della matrici “sottosuolo e/o acque”
indagini ed analisi microbiologiche ambientali
monitoraggio di aerodispersi ambientali
piani di emergenza di Protezione Civile (PEC)
piani di zonizzazione acustica comunale(PZA)
piani di governo del territorio(ex art. L.R. 12/05)
prevenzione incendi – CPI
progettazioni: architettoniche
                              urbanistica
                              direzione lavori
                              sicurezza cantieri
                              pratiche catastali
rifiuti speciali solidi e/o liquidi: supporto alla gestione
rischio geologico, idrogeologico, sismico: normativa, prevenzione, elaborati tecnici
rischio incidenti rilevanti (RIR): applicazione normativa, prevenzione, elaborati tecnici
ristrutturazioni edili (compresa progettazione)
settore energetico: certificazione energetica
                                         diagnosi
                                         certificati bianchi
                                         studio aziende energivore
                                         risparmio energetico
sicurezza: chech list gratuito per controllo adempimenti
sostenibilità ambientale: agende 21 locali
telecomunicazioni: telefonia
                                        cablaggio reti
                                        riduzione costi
UPS, Raddrizzatori e Batterie – Fornitura e servizi manutentivi
SERVIZI VARI
assicurativi
comunicazione e immagine
eventi: aziendali, culturali, sportivi – progettazione, allestimenti, noleggio stands – cabaret
intermediazione immobiliare: civile e industriale
progettazione grafica: stampa cataloghi, brochure, etichette, stampa digitale
promozione aziende: comunicazione, immagine, informazione, pubblicità
pulizie: civili, industriali
(aggiornamento del 4 settembre 2017)

 

PIR, Piani Individuali di Risparmio: la pagliuzza e la trave…

I PIR – Piani Individuali di Risparmio-  sono di gran moda. Ma per quanto riguarda i possibili problemi per i risparmiatori, però, si indica solo la pagliuzza, e ci si dimentica della trave.

Tutti conoscono il monito evangelico “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?” (Matteo 7:3-5).

Si applica letteralmente al caso dei PIR. La pagliuzza è costituita dai temi fiscali. Certamente è importante il tipo di imposizione fiscale. Una imposizione fiscale sfavorevole è certamente fastidiosa come una pagliuzza.

Ma ci fa dimenticare la trave. Una trave grande e pesante. E’ costituita dal rischio di perdere tutto il capitale. E’ costituta dal rischio che le imprese nei cui titoli sono finite i soldi dei risparmiatori falliscano.

Si dirà, ma chi le seleziona sa come distinguere il grano dal loglio, per continuare a usare un linguaggio evangelico (Matteo 13, 24 segg.). Chi le seleziona sa scegliere le imprese il cui titolo continuerà ad aumentare di valore.

Ecco, questo non è vero. Per mille ragioni. La più semplice è che l’andamento del titolo non è che segua così pedissequamente l’andamento dei risultati delle imprese. Ma la più rilevante è che chi seleziona le imprese non ha alcuno strumento per prevedere i risultati futuri delle imprese. Con gli strumenti a disposizione della finanza è come se si scegliesse a caso. E non è il caso di buttare il risparmio nel gioco della roulette. Rischia che sia una roulette russa.

Ma purtroppo della trave nessuno vuole parlare.  Qualcuno ci dà una mano a parlarne?

Francesco Zanotti

f.zanotti@cse-crescendo.com

francesco.zanotti@gmail.com

 

Lavoro: Il cigno nero delle banche

Questo post vuole essere una lettera aperta al sistema dei media, ai Sindacati, agli Organi di controllo, alle Autorità politiche ed agli uomini di buona volontà. Per informare che nessuno si vuole occupare della redditività del sistema bancario. Si fa finta che bastino aumenti di capitale. E allora accadrà che la redditività delle banche andrà continuamente peggiorando e, quindi, gli aumenti di capitale si dovranno susseguire gli uni agli altri a spese della collettività e a danno di tutta l’economia. Un cigno nero gigantesco appare all’orizzonte.

Uso l’immagine del cigno nero perché oramai è diventata di uso comune.

Contrariamente, però, a tutti gli altri cigni neri, che compaiono all’improvviso, questo, molto più grande di molti altri, ce lo stiamo costruendo con le nostre mani. Il cigno nero è presto descritto: le banche sostanzialmente si rifiutano di fare piani per ricostruire la redditività perduta. E questo non è socialmente accettabile.

Ma, andiamo con ordine. Tutti sanno che una impresa in crisi riesce a sopravvivere se i Soci (o il mercato finanziario) immettono capitale. Ma tutti sanno altrettanto bene che, perché questo capitale non si sprechi, l’impresa in questione deve avere un piano per aumentare la sua redditività rispetto ad un passato che l’ha vista “mangiarsi” il capitale. E, ovviamente, prima si valuta il piano di redditività di una impresa e poi si decide se aumentarne il capitale. Nessun azionista accetterebbe di mettere prima i soldi e poi, forse, di parlare della redditività dell’impresa.

Per le banche accade, invece qualcosa di anomalo (è questa cosa che costruisce il grande cigno nero). Anzi, accade esattamente il contrario: prima chiedono di essere ricapitalizzate e, poi … Ecco, neanche poi si preoccupano di fare piani per aumentare la loro redditività perduta.

Forse questo accade perché le banche non sono imprese come le altre (ma allora perché vogliono considerarsi imprese e non più alberi della foresta pietrificata di lontana memoria?). Infatti la collettività è costretta a fornire loro capitale, anche contro voglia, per evitare guai peggiori, di tipo sistemico. Ma, proprio per questo, la collettività dovrebbe chiedere alle banche piani di redditività. Non è accettabile che le banche si facciano forti del fatto che tanto i soldi glieli dobbiamo dare in ogni caso e, quindi, non vogliono fare la fatica di fare Piani di redditività.

Ma dai, mi si dirà, le banche certamente definiscono piani di redditività, li chiedono addirittura anche ai clienti …Vi garantisco che non è vero! Siamo andati ad analizzare i piani di redditività delle banche commerciali vigilate dalla BCE. Abbiamo scoperto che circa la metà non rendono disponibili piani di redditività recenti. E le altre presentano piani di redditività che non contengono praticamente nulla di significativo. In più, esistono banchieri che dichiarano esplicitamente che è inutile fare piani di redditività perché la redditività delle banche dipende da fattori fuori dal controllo della banca stessa. Qui potete accedere ad una sintesi della nostra ricerca.

A questo punto il lettore si chiederà perché le banche non vogliono fare piani di redditività … Ecco non voglio imbarcarmi nell’immaginare strani complotti. Penso che la spiegazione sia semplice: non li fanno o li fanno incerti e insufficienti perché non hanno né scienza né esperienza nel fare piani di redditività. La cultura delle banche è, da sempre, patrimoniale e non reddituale.

Di fronte a questa situazione, che vogliamo fare? Continuare a non vedere, non sentire e non parlare del fatto che le banche chiedono soldi senza curarsi di dire come faranno a non esser costrette a chiederne ancora in futuro? Vogliamo continuare a coltivare l’illusione che intervenga Giove pluvio a costruire le condizioni che permettano alle banche di recuperare la loro redditività senza fare nulla? Vogliamo, invece, forse, attendere la prossima stagione di capitalizzazioni a spese della collettività per intervenire? Penso che non sia dignitoso fare alcuna di queste cose.

Allora ho provato a scrivere questa lettera aperta perché, almeno, si inizi a dibattere il tema del perché, in pratica, le banche non si vogliono occupare della loro redditività … Forse non riuscirò ad attivare nessun dibattito, ma almeno, quando questo cigno nero sarà così grande che ci calpesterà tutti,  cioè tutta la collettività dovrà sottoporsi ad un nuovo salasso per ricapitalizzare nuovamente le banche, mi prenderò una soddisfazione e tutti i vantaggi conseguenti del poter dire: l’avevo detto … Lo so, è triste consolazione, ma che volete farci …

Francesco Zanotti

f.zanotti@cse-crescendo.it

francesco.zanotti@gmail.com

 

Sport & Work n.90 – 5/2017 – anno 4 Strategie di marketing: come aumentare la fiducia dei tuoi fan?

Essere presenti oggi sui social è una moda. Spesso le imprese e le società commerciali, anche di piccole dimensioni, non si rendono conto che l’opportunità può trasformarsi in un boomerang negativo se non si presta attenzione ai contenuti. Non si può improvvisare, perché si entra in una comunità virtuale, con le sue regole anche nella relazione con i propri clienti o con quelli potenziali.

Nei giorni scorsi, uno dei siti più seguiti dagli esperti in materia, www.socialmediaexaminer.com, ha fornito sei consigli, che condividiamo e quindi vi proponiamo integrandoli e modificandoli sulla base della nostra esperienza. Ricordando che le tecniche di content marketing, cioè di promozione della propria attività con un’attenzione strategica ai contenuti, richiede specializzazione e professionalità.

Il primo suggerimento proposto da Alexi Venneri è di usare in modo appropriato l’umorismo, perché a volte potrebbe essere fuori luogo. E per verificare che non lo sia, meglio confrontarsi con qualche amico o collega, che sia però capace di esprimere un’opinione senza alcuna remora.

Il secondo riguarda la correttezza dei contenuti (fact-check and spell-check your content). Prenditi il tempo necessario per verificare che quanto scritto sia corretto dal punto di vista lessicale e grammaticale, prestando attenzione al significato delle parole e, se occorre, scegli il sinonimo migliore. È più difficile scrivere un concetto in poche righe che in una pagina intera.

Il terzo modo è di rispondere a tutti i commenti e alle lamentele, partecipando attivamente alle conversazioni con i tuoi fan/follower. In questo modo accresci, e le diverse piattaforme social premiano questo aspetto, la fiducia di chi ti segue e quindi dell’azienda che rappresenti. Se non hai tempo di fare questo, meglio chiudere subito ogni propria pagina social.

Se hai un servizio che i cittadini possono utilizzare per fare segnalazioni e l’applicazione interagisce con i social media, occorre, e questo è il quarto modo, controllarne frequentemente il corretto funzionamento. Altrimenti si rischia di perdere fiducia e degli strumenti potenzialmente molto efficaci diventano, d’un tratto, dei boomerang.

Il quinto suggerimento riguarda le cosiddette rogue o duplicate pages, cioè quelle pagine o profili che vengono utilizzati con il nome della propria azienda e che, in qualche modo, riconducono, senza però la necessaria chiarezza, al proprio marchio. Ci possono essere delle persone che lo fanno in buona fede e altre, invece, per danneggiare l’organizzazione nella quale lavorano o concorrente. Per chi lavora all’interno, la soluzione potrebbe essere quella di stabilire delle policies, impedendo quindi l’utilizzo del proprio brand in modo improprio. Si può comunque coinvolgere l’assistenza delle diverse piattaforme per bloccare qualunque situazione anomala. Perché avere due profili quasi identici su un medesimo social disorienta anche i motori di ricerca.

Il sesto suggerimento è relativo alle risposte. Occorre occuparsi sia di quelle negative, verso le quali c’è generalmente una maggiore attenzione, sia di quelle positive. Infatti, se chi si lamenta o protesta si attende un riscontro immediato, chi esprime apprezzamento desidera ugualmente attenzione. E se si utilizza la tecnica SEO nelle risposte, rigirandole anche sul proprio sito o blog, cresce il proprio posizionamento nei motori di ricerca. A beneficio della visibilità, della reputazione e, quindi, degli affari.

Claudio Trementozzi

Social content manager

Cosa vogliono gli investitori?

Anche quest’anno, Larry Fink il CEO di BlackRock, il più grande investitore del mondo (più di 5000 miliardi di dollari in gestione), ha scritto ai CEO delle principali aziende nelle quali investe chiedendo sempre la stessa cosa: crescita di lungo termine.

Ormai è una preoccupazione diffusa tra gli investitori di lungo termine: quella di ritrovarsi, tra qualche anno, proprietari di limoni spremuti. Spremuti da debiti, investimenti non fatti, dividendi troppo generosi erogati, e altro. Le preoccupazioni sono globali e investono anche l’Italia perchè anche qui BlackRock ha preso partecipazioni importanti nelle migliori aziende del nostro paese. Dunque nessuno si senta escluso dalla ramanzina.

Ma cosa dice Fink?

Purtroppo inizia dimostrando, anche lui, una “miopia strategica”. A fronte di cambiamenti epocali avvenuti lo scorso anno (Brexit, Medio Oriente, Trump, ecc.) si aspetta che questi cambiamenti siano considerati nei nuovi piani strategici. Da un personaggio del suo livello era da aspettarsi un richiamo a progetti “alti e forti” che, almeno in Italia, continuano a mancare. L’invito a reagire non è in grado di combattere quel “short-termism” che affligge l’economia globale, per farlo bisogna cambiare il mondo non adeguarcisi. La solita Apple non pare sia stata toccata da cambiamenti epocali citati dal capo di BlackRock e come lei alcune (troppo poche) altre.

Fink poi denuncia “l’impegno retorico” sulla sostenibilità a lungo termine contrastata, nei fatti, dal “furioso” ritmo di riacquisto di azioni proprie e di concessione di dividendi, non giustificati da un livello di profitti che sono ben inferiori alla somma di questi riacquisti e dividendi. Una denuncia che suona quasi scandalosa e un richiamo agli investimenti che, solo loro, possono garantire il futuro delle imprese.

BlackRock, insieme ad altre grandi aziende di investimento mondiale, è da tempo preoccupata della tendenza al “tirare a campare” delle aziende trimestre dopo trimestre. Ma se anche minaccia, come fatto nella lettera, di “esercitare il diritto di voto contro direttori in carica… in caso di risposte insufficienti… a proteggere gli interessi economici dei nostri clienti (famiglie e singoli risparmiatori)”, dimostra, anche lui a quel livello, di non avere strumenti efficaci, nè di controllo nè di stimolo.

Volendo essere ottimisti, se Fink si esprime, e non da ora, in questa direzione almeno lui, e quelli come lui, si pongono il problema dello sviluppo delle imprese.

C’è da chiedersi quando si accorgeranno che la strada per realizzarla passa dall’adozione di strumenti che ci sono nell’ambito della disciplina che continua ad essere ignorata da tutti: la Corporate Strategy

Luciano Martinoli

luciano.martinoli@gmail.com

l.martinoli@cse-crescendo.com

Banche: c’è un quadro più inquietante di quello che racconta la stampa

Cosa c’è di scandaloso nei piani delle banche?

Dal nostro rapporto sui Business Plan, quest’anno focalizzato sulle banche, emerge un quadro ancora più inquietante di quanto la stampa racconti a proposito delle numerose tornate di ricapitalizzazione. purtroppo nessuno ne parla. Questo significa che tutti dovranno tornare a mettere mano al portafoglio …

Il nostro consueto rapporto annuale sui Business Plan quest’anno si è concentrato sulle banche commerciali vigilate dalla BCE.

Il perchè di questa scelta risiede nell’importanza che il sistema bancario riveste in qualità di infrastruttura di sviluppo del nostro sistema economico.

Il sistema bancario è impegnato in progetti di aumento di capitale (finalizzati alla gestione degli asset problematici, come NPL, titoli illiquidi, al rafforzamento patrimoniale e all’espansione della capacità di credito) che, certamente, non sono banali come la tabella sottostante rivela.

Considerando gli importi richiesti, e la frequenza delle ricapitalizzazione, c’è da essere preoccupati, e anche molto. Infatti appare evidente che dal 2010, chi più chi meno, quasi ogni banca si è mangiata (o gli è stato eroso) parte del patrimonio.

Saranno i recenti aumenti di capitale, alcuni fatti con intervento pubblico, davvero gli ultimi?

La via maestra non è quella di chiedere a questo o quel politico assicurazioni in merito (nessuno ha la sfera di cristallo) ma è quella di valutare i piani di redditività delle banche al fine di verificare se vi sono descritte, in modo circostanziato, attività credibili per aumentare la redditività delle banche e così mantenere, se non addirittura aumentare, il proprio patrimonio.

Ecco allora che siamo andati a valutare, con il nostro sistema di Rating, la qualità dei Piani di Redditività contenuti nei Business Plan. Questa volta però, prima ancora di cimentarci nell’esercizio di Rating, abbiamo voluto aggiungere una misura di “livello di significatività”, ovvero la risposta alla seguente domanda: i Business Plan contengono un livello minimo di informazioni che consentono un giudizio (Rating) sul piano di redditività?

La risposta, e da quì lo “scandalo”, è no!

Di fatto tutti i piani sono appiattiti sulla dimensione patrimoniale.

Quei pochi elementi che riguardano come aumentere la redditività evocano una immagine di fare banca sempre uguale a se stessa, con qualche spolverata di “innovazione” (le tecnologie), l’immancabile taglio costi, la focalizzazione sul settore retail e poco altro. Progetti di futuro imitativi e conservativi che, come l’esperienza insegna e la teoria conferma non possono portare ad alcun aumento di redditività.  temiamo fortemente che tutto questo porterà le banche verso continue nuove ricapitalizzazioni. Salvataggi che si rincorreranno gli uni agli altri.

Come sempre, nello spirito dei nostri rapporti, non ci fermiamo alla denuncia dei guai, ma rischiamo una proposta. Essa parte dalla constatazione che l’incapacità progettuale (perchè è di questo che si parla) è generata dal fatto che le conoscenze di cui dispone la classe dirigente bancaria sono inadeguate alle sfide del XXI secolo. Se così è, allora la proposta è evidente: occorre fornire nuove risorse cognitive alle classi dirigenti bancarie perchè riescano a sostenere la responsabilità collettiva di un “pubblico” risparmio da valorizzare e del credito all’economia reale da veicolare nella giusta dimensione dello sviluppo (e non della sopravvivenza delle aziende).

Luciano Martinoli

luciano.martinoli@gmail.com

l.martinoli@cse-crescendo.com

Un dibattito sul futuro delle aziende: il caso inglese

La richiesta di contributi sulla Corporate Governance è l’occasione, per il Governo Inglese, di stimolare un dibattito sull’economia. Cosa si fa invece da noi?

Qualche mese fa il Governo Inglese ha emesso un Green Paper sulla riforma della Corporate Governance. Non si tratta solo di una richiesta di suggerimenti su dettagli tecnico-burocratico sul funzionamento delle Corporate, ma l’apertura di un vero e proprio dibattito per “una economia che lavori per tutti e non solo per pochi privilegiati“,  come lo stesso Primo Ministro May chiarisce nell’introduzione. Si tratta, già in queste parole di un’importante cambio di prospettiva, mai considerata da parte di un Governo e un ente sovranazionale, ovvero che l’economia non va affrontata solo dall’alto ma è la somma dei comportamenti delle singole aziende e che da lì bisogna ripartire.

Vi è inoltre la volontà di dare supporto a “…business forti che si focalizzino sulla creazione di valore a lungo termine e suscitino sicurezza e pubblico rispetto”  oltre a ripristinare “fiducia e sicurezza dei clienti, dipendenti e del più ampio pubblico” delle Corporate.

Intendimenti di ampio respiro, articolati in un questionario, aperto a commenti e divagazioni sui temi, al quale risponderemo proponendo come unica nuova regola l’adozione obbligatoria di un linguaggio per progettare e render pubblico lo sviluppo della Corporate (come rendiamo noto da anni da questo blog).

Vi sono iniziative nostrane analoghe?

All’orizzonte non se ne vedono. I governi italiani sembrano essere capaci di accogliere e promuovere istanze esterne certamente importanti, come l’Industry 4.0, ma appaiono totalmente inetti nello stimolare un dibattito su “un progetto di lungo periodo sul destino del Paese“, come invocava un articolo del sole24ore di qualche giorno fa che indicava in tale mancanza una delle radici della difficile simbiosi banca-impresa, così vitale per lo sviluppo di qualsiasi economia.

Anche in questo caso, forse, è un problema di linguaggio. Come esprimere, infatti, il desiderio di un dibattito su un progetto se manca il linguaggio progettuale?

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

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