Lavoro: aprire agli stakeholder. Come?

Il coinvolgimento degli stakeholder, almeno nella progettazione del futuro aziendale, è un tema di interesse sempre più attuale. Come realizzarlo? In che modo gli stakeholder possono dare il loro contributo? 

Rubrik è un’azienda della Silicon Valley che fornisce soluzioni di Data Management in modalità cloud. Il suo fondatore e attuale CEO, Bipul Sinha, è impegnato in una operazione di “trasparenza radicale”, come riporta il WSJ: tutti i 600 dipendenti sono invitati alle riunioni del consiglio di amministrazione.

Anche se non viene nascosta la difficoltà di alcuni momenti, “…se sei sincero e trasparente, questo crea fiducia ed empowerment”. 

Non solo “…se si incoraggia una cultura dove le persone possono chiedere domande scomode, questo allarga il modo di pensare”; dunque un contributo, non un ostacolo, all’azione del management.

Certamente ci sono i lati negativi di questa apertura ma, come ricorda Sinha, “se creiamo fiducia allora le persone gestiranno senza problemi le buone e le cattive notizie perchè sapranno che sono parte di una storia più grande”.

Una modalità di “processo” dunque, con aspetti di gestione complessi (quanti dei nostri CDA di aziende quotate sarebbero in grado di gestirli, pur salvaguardando le informazioni sensibili?), che offre più di uno spunto di riflessione su cosa debba essere l’azienda, quali sono le reali risorse per “gestirla” e le modalità per progettarne il futuro sviluppo. Certo manca una “traccia” che aiuti a minimizzare gli effetti negativi, che orienti tutti a contribuire al disegno del futuro, ma è un primo passo.

Di segno opposto invece un’altra notizia: il recente, ultimo solo in termine di tempo, aggiornamento del piano industriale di una grande azienda quotata col “contributo” dei sindacati. In che cosa consiste questo aggiornamento? Ecco il dettaglio:

  • tutela dei livelli occupazionali;
  • contrasto al rischio esternalizzazioni;
  • ricorso ad esodi volontari e incentivati;
  • assunzioni;
  • congedi straordinari retribuiti al 40% e integrazione economica del 20% in caso di congedo parentale;
  • utilizzo delle somme risparmiate dall’azienda nel caso in cui le leve messe in campo si rivelassero meno onerose (finanziamento di ulteriori piani di esodo incentivato);
  • fruizione ex festività, ferie, banca delle ore e straordinari;
  • part time;
  • criteri volti a garantire l’avvio del confronto sulla contrattazione di secondo livello e prime previsioni riguardanti la mobilità.

Non è importante sapere di che azienda si tratti o quali sigle sindacali siano coinvolte; la domanda da fare è: i temi di interesse di questi signori (alla cui determinazione si è arrivati “dopo una trattativa estremamente lunga e difficile che ha visto momenti anche di grande tensione”!) contribuiranno allo sviluppo di questa impresa in modo tale che possa avere le risorse necessarie a sostenere gli impegni presi?

Detto in altri termini, i sindacati sono stakeholder capaci di dare un contributo reale allo sviluppo d’impresa, condizione necessaria per il benessere dei lavoratori che pure vogliono tutelare? E l’impresa è in grado di “aprirsi” in un confronto sano e sincero sui temi di fondo della strategia creando un clima di fiducia e collaborazione?

Pare siamo molto lontani dal modello Rubrik, ma fin quando il sistema degli stakeholder rimarrà ostile all’azione complessiva dell’impresa, e essa stessa alimenterà questa ostilità, quella “fiducia ed empowerment” di cui hanno bisogno tutti per costruire qualcosa che duri e prosperi nel tempo sarà difficile da ottenere, e di conseguenza altrettanto difficilmente arriveranno i necessari risultati economici.

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

l.martinoli@cse-crescendo.com
luciano.martinoli@gmail.com
http://ettardi.blospot.it
www.cse-crescendo.com
http://balbettantipoietici.blogspot.com/
http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/

 

Innovazione si, ma per gli altri?

Avete mai notato che i manager non accettano che si possa innovare nel loro modo di svolgere il loro ruolo?

Tutti impegnati a difendere le loro esperienze, le loro presunte abilità miracolose.

Spaventati della possibilità che una conoscenza a loro sconosciuta sia rilevante, spaventati di doversi reiventare.

E così si sommano le banalità, le finzioni.

Signori è troppa la conoscenza che dimenticate, che volete negare. Non potete pensare che tutto il patrimonio di scienze naturali ed umane non conti nulla. Che se anche non sapete nulla di tutto quello che riguarda l’uomo potete governare con successo gli uomini.

Non potete non ammettere che solo la conoscenza a voi sconosciuta vi permetterebbe di essere protagonisti di un vero sviluppo del nostro sistema economico. Umanamente: vi permetterebbe di essere liberi.

Se la rifiutate, continuerete nella tragica finzione prometeica dell’esperienza e del talento che sta distruggendo le nostre imprese e il nostro sistema economico.

Almeno lasciate stare l’etica perché, se anche di quella ci si deve ammantare, allora, la situazione diventa realmente insopportabile. Accettate, almeno con voi stessi, di essere devoti solo a piccole furbizie per evitare ogni resa dei conti.

Francesco Zanotti
f.zanotti@cse-crescendo.com
francesco.zanotti@gmail.com

Il peso degli “zombie” sulla ripresa

Le aziende “zombie” sono un ostacolo alla ripresa dell’Europa, afferma il Wall Street Journal. Il fenomeno, esistente in tutto il continente, è particolarmente virulento in Italia, come dimostra il mostruoso ammontare degli NPL. Come fare a risolverlo?

La Banca dei Regolamenti Internazionali, secondo quanto riportato da WSJ, definisce un’azienda “zombie” se ha almeno 10 anni di vita e le sue spese per interessi superano l’EBITDA. Altre organizzazioni usano definizioni diverse ma il concetto è lo stesso: sono aziende che sono tecnicamente morte e vengono mantenute in vita artificialmente da un costo del denaro basso.

Le motivazioni sono diverse, dalla speranza di recuperare il credito a quella di mantenere i posti di lavoro (dunque anche le Pubbliche Amministrazioni contribuiscono al fenomeno), ma è chiaro che “la zombificazione del settore corporate e bancario è un rischio per i nostri futuri standard di vita” come afferma Klaas Knot governatore della banca d’Olanda.

Si calcola che il 10% circa delle aziende in sei paesi dell’eurozona, compresa Francia Spagna e Italia, siano zombi. In particolare in Italia tali aziende occupano il 10% della forza lavoro complessiva e hanno inghiottito quasi il 20% di tutto il capitale investito nel solo 2013.
In alcuni casi le banche continuano ad incassare gli interessi, e alcuni debiti sono anche ripagati, ma è ovvio che la loro decisione di alimentare gli zombi le mette in condizione di avere meno denaro disponibile per le aziende in salute.

Alcuni affermano che questo è un effetto collaterale della politica di tassi bassi della Banca Centrale, che per stimolare l’economia e la crescita ha reso disponibili ingenti risorse a basso costo. E’ certamente plausibile ma mette in luce un altro aspetto ancora più grave: la incapacità di molte banche di essere attori propositivi di sviluppo dell’economia reale, trasformandosi anch’esse in “zombie”.
Alimentare clienti che non potranno pagare i propri servizi significa fornire loro “droga” di sopravvivenza. Ancor più grave se poi i denari prestati a soggetti ripetutamente inadempienti sottraggono risorse alle aziende sane. Scandaloso poi che le conseguenze di tali comportamenti debbano essere sopportati dalla comunità con onerosi esborsi in termini di aumenti di capitali (che non si sa mai se saranno gli ultimi).

Dar da mangiare agli zombie inoltre fa diventare zombie, come dimostrano le crisi bancarie nostrane. L’unico modo per scongiurare la creazione di queste aziende-mostro è capire, e nel caso indirizzare, i loro comportamenti progettati (descritti in un Business Plan), non solo valutare il loro patrimonio (anche uno zombie ha una “consistenza fisica”).
Quando vorranno capirlo le banche, attrezzandosi seriamente in tal senso?
Speriamo che lo facciano prima che la nostra economia si trasformi in una desolata landa popolata da morti viventi degna del più terrificante film horror.

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

l.martinoli@cse-crescendo.com
luciano.martinoli@gmail.com
http://ettardi.blospot.it
www.cse-crescendo.com
http://balbettantipoietici.blogspot.com/
http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/

Lavoro: ma la banca è un’impresa?

Le analisi dei giornali sulla recente riammissione in borsa di MPS fa sorgere tale dubbio a un uomo della strada quale io sono.

Il quesito mi è sorto spontaneo dopo la lettura dell’analisi apparsa sul sole24ore del 26 ottobre (L’idea del terzo polo). L’articolo tratta le ipotesi di uscita dello Stato, che arriverà a possedere poco meno del 70%,  dal capitale della banca e che potrà avvenire in tre possibili forme.

Esse sono: la vendita della propria quota in borsa, la cessione ad un altro gruppo bancario o la fusione con un altro istituto domestico. Tutte e tre sono, in misura diversa, condizionate da alcuni fattori. Il primo è quello delle “valutazioni di mercato al momento della way out“. Chi e cosa le determinerà?

In una “impresa” propriamente detta è la sua azione sul mercato a crearla, azione descritta in un piano industriale (o Business Plan), e la sua successiva realizzazione. Di questo al momento non vi è traccia o meglio la sua esistenza è totalmente ignorata dal mercato, almeno considerando i comportamenti degli investitori, riportati dallo stesso giornale, basati solo su considerazioni tecniche e non sul sottostante. Dove sono i piani innovativi di MPS che possono attrarre l’interesse degli investitori come accade per altre “imprese” da Tesla ad Amazon o, senza andare troppo lontano, da Luxottica a Brembo?

Poi vi è l’andamento dei tassi di interesse, che certamente “condiziona i margini reddituali”. Questi però fanno riferimento alla “materia prima” che tratta la banca, ovvero il denaro. Se i margini di una “impresa” di un altro settore fossero condizionati esclusivamente dall’andamento dei costi della materia prima vorrebbe dire che non è capace di aggiungere valore ad essa. Dunque sarebbe un intermediario costoso, poco utile e forse dannoso nella filiera a cui appartiene, di conseguenza certamente destinato a scomparire. E’ questo il destino della MPS e delle banche in generale? In alternativa quali sono i progetti per aggiungere valore al denaro prestato?

Altro punto sono “le indicazioni della commissione Ue e soprattutto della Vigilanza della Bce”. Giustissimo, i regolamentatori con i loro comportamenti possono certamente influenzare le prestazioni aziendali in un mercato. Anche altre “imprese” si cimentano quotidianamente con i propri regolamentatori. Basti pensare al farmaceutico, l’alimentare, persino l’automotive. Ad esempio negli Stati Uniti vi è l’obbligo, da parte dei costruttori, di accantonare somme rilevanti nel bilancio per finanziare eventuali richiami delle auto che presentano potenziali difetti che possono creare problemi e danni. Ciò non ha impedito alla FCA, ad esempio, di avere recentemente una ottima performance di bilancio. Perchè quando si parla di banca il ruolo del regolamentatore è sempre considerato prioritario rispetto a quanto la banca dovrebbe fare con la sua azione imprenditoriale?

Nello stesso articolo si ricorda che MPS è rimasta “sostanzialmente un rete di distribuzione“, una “una pura rete che raccoglie, impiega e commercializza prodotti di terzi” e questa viene giudicata una “condizione di debolezza del modello di business che può rendere difficile un percorso autonomo e redditizio”. Per quale motivo?

A partire dagli anni ’80 si è diffusa, prima negli USA poi nel resto del mondo, il modello della concentrazione sul “core business” andando a dare in outsourcing sempre più fette della catena di fornitura: produzione, distribuzione, supporto post-vendita, ecc. Tale fenomeno ha investito tutti i settori industriali, sia di produzione di beni che di servizi. Le “imprese” si sono concentrate sulle attività a reale valore aggiunto: servire i clienti, progettando, e non necessariamente costruendo, prodotti e servizi per loro. Sul fronte delle relazioni con il mercato MPS pare stia continuando a fare bene, perchè allora non viene considerato un punto di forza da cavalcare come, ripeto, fanno da tempo le “imprese” di tutti i settori?

Mi fermo qui, anche se si potrebbe continuare. Spero che queste mie provocazioni possano stimolare un dibattito intorno a questi temi ma, sopratutto, spingere affinchè le banche, non solo MPS, finalmente si comportino da “imprese normali”. Se l’obiezione di fondo sarà “ma la banca è diversa”, non si capisce perchè allora deve comportarsi come una impresa uguale alle altre (avendo come unico interesse quello di fornire valore agli azionisti, con manager incentivati ad esso, ecc.). Se invece non è diversa, pur considerando le sue peculiarità (come qualsiasi azienda in tutti i settori industriali), l’eventuale impossibilità nel farla diventare impresa è nei fatti o negli uomini che le governano che non hanno, evidentemente, nuove conoscenze necessarie per poterlo far accadere?

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

l.martinoli@cse-crescendo.com

luciano.martinoli@gmail.com

http://ettardi.blospot.it

www.cse-crescendo.com

http://balbettantipoietici.blogspot.com/

http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/

 

 

 

Laplace è l’Intelligenza Artificiale!

Sembra che il principale utilizzo dell’Intelligenza Artificiale (IA) nel mondo degli affari sia come tecnologia predittiva. Una tale assunzione, però, poggia su una visione del mondo “laplaciana”, smentita dalla realtà e dalle conoscenze scientifiche.

Laplace credeva fermamente nel determinismo causale: “Possiamo considerare lo stato attuale dell’universo come l’effetto del suo passato e la causa del suo futuro. Un intelletto che ad un determinato istante dovesse conoscere tutte le forze che mettono in moto la natura, e tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta, se questo intelletto fosse inoltre sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi, esso racchiuderebbe in un’unica formula i movimenti dei corpi più grandi dell’universo e quelli degli atomi più piccoli; per un tale intelletto nulla sarebbe incerto ed il futuro proprio come il passato sarebbe evidente davanti ai suoi occhi” (dal suo Essai philosophique sur les probabilités).

Accogliendo questa visione del mondo, datata circa duecento anni fa e superata da altrettanti anni di evidenze scientifiche in quasi tutte le discipline della natura (per un approfondimento sul tema consiglio caldamente la lettura di questo brillante saggio del Prof. Giuseppe Longo) i sostenitori della tecnologia e gli esperti di strategia ne caldeggiano l’adozione per tutte le imprese. Fermo restando che, dal punto di vista strategico, l’adozione di qualsiasi tecnologia porta benefici in virtù del suo uso e non per le sue caratteristiche intrinseche (detto in altri termini la tecnologia NON è una strategia), parlarne in termini di usi ‘predittivi’ denuncia il “pregiudizio competitivo” di cui soffrono la maggior parte delle imprese, degli investitori e dei consulenti. Con tale pregiudizio intendo definire l’orientamento a cercare di fare sempre meglio quello che già fanno gli altri, innescando e accelerando la deriva strategica dell’impresa, invece che orientarsi ad una fase rigenerativa della stessa (orientata a creare un nuovo mondo).

Una evidente dimostrazione dell’esistenza e diffusione del pregiudizio competitivo è un recente articolo di Harvard Business Review. Gli autori  portano l’esempio dell’assistenza all’acquisto di Amazon. Il portale già oggi suggerisce, all’atto di un acquisto, altri oggetti che potrebbero essere di interesse del compratore. Si teorizza che con una maggiore raccolta dati (Laplace direbbe: conoscere… tutte le posizioni di tutti gli oggetti di cui la natura è composta) e più potenti tecnologie di IA (se questo intelletto fosse inoltre sufficientemente ampio da sottoporre questi dati ad analisi) Amazon potrebbe cambiare il suo modello di business da shopping-then-shipping (acquisto e poi spedizione) a shipping-then-shopping (spedisco e poi avviene l’acquisto). Cioè Amazon potrebbe spedire ai suoi clienti prodotti che sa, grazie a potenti strumenti IA, che hanno alta probabilità di acquisto permettendo così ai clienti di scegliere cosa acquistare e rimandare indietro ciò che non si desidera. Se l’IA dispiegata fosse sufficientemente potente i maggior ricavi dagli acquisti renderebbero economicamente conveniente l’infrastruttura necessaria per i resi che sarebbero minimi (per un tale intelletto nulla sarebbe incerto).

Al di là di considerazioni personali sul gradimento del bombardamento periodico di oggetti, tutto questo, come esplicitano gli autori, sarebbe finalizzato ad “anticipare” una tendenza, dunque la storia del mercato è scritta, anche se poi cadono in contraddizione quando parlano di “scommessa” da fare, dunque non sono sicuri che davvero accadrà così. Lo scopo dichiarato però è quello di realizzare il pregiudizio competitivo: consentire di acquistare da Amazon invece che dai concorrenti, acquisire un maggiore porzione del portafoglio dei clienti (higher share-of-wallet.), dunque realizzare una banale strategia di efficienza .

Quando Bezos partì 20 anni fa con la sua Amazon utilizzò una nuova tecnologia, all’epoca Internet, per proporre un nuovo paradigma di acquisto, quello online, non per rendere semplicemente  più efficiente gli acquisti. Infatti quasi tutti all’epoca gli diedero del folle, pochissimi compravano e all’inizio ebbe bisogno della fiducia degli investitori per sopravvivere. E’ stato poi facile e banale, per i sostenitori consapevoli o inconsci di Laplace, scambiare ex post ciò che voleva ed è riuscito a creare per una fortuita capacità di “anticipare” ciò che erroneamente si ritiene sarebbe in ogni caso accaduto.

Ben venga dunque l’IA e qualsiasi altra tecnologia, giudichiamone però gli effetti sul business a partire dalla strategia che si vorrà realizzare. Allora sì che saremo in grado di valutare e prevedere il futuro di quell’impresa.

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

l.martinoli@cse-crescendo.com

luciano.martinoli@gmail.com

http://ettardi.blospot.it

www.cse-crescendo.com

http://balbettantipoietici.blogspot.com/

http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/

 

Lavoro: un cambio di obiettivi per la ripresa economica

Oggi è diventato necessario scegliere la qualità anzichè la quantità:

Intervista alla Dott.ssa Patrizia Bonaca

Intervista a Patrizia Bonaca . Formatrice, coach econolistico®, dottore commercialista, mediatrice Consob, esperta in comunicazione e counseling. Docente di comunicazione efficace e professionista abilitata ex legge 4/2013, esperta di Focusing. E’ counselor olistico trainer iscritta a varie associazioni italiane di categoria professionali, tra cui la S.I.A.F. e A.N.CO.RE., ed estere tra cui l’Istituto di Focusing di NewYork.

L’ aspetto che ci ha indotti a voler intervistare la Dott.ssa Patrizia Bonaca è il seguente : dottore commercialista, quindi molto pragmatica e concreta,  una donna come si suol dire del “fare” che si dimostra anche “ donna del sentire” e ci siamo chiesti  come si possono fondere concretezza e pragmatismo con la visione spirituale legata alla parola? Spiccano tra le sue attività il CORSO DI ETICA E DEONTOLOGIA, la TEORIA PONTE . Altre realtà della Dott.ssa sono le sue continue conferenze indirizzate al pubblico in generale ed agli specialisti del settore economico e formativo in particolare.

Citiamo uno per tutti quello tenutosi presso Il Quadrante di Atena il 5 dicembre 2016 dal titolo : Dai luce ai tuoi desideri! Dall’intervista le cui domande spaziavano dal significato della visione econolistica , alla comunicazione, al significato di fare impresa oggi per giungere al tema fisco . Di seguito vi riportiamo il testo integrale dell’intervista. Ai nostri lettori il piacere di approfondire, tramite quanto ci ha detto la Dott.ssa Bonaca, la nuova ed interessantissima visione.

“  La visione econolistica si occupa di valorizzare l elemento umano e le sue abilità sociale in modo che valga la pena di vivere la vita in modo pieno e soddisfacente sia da un punto di vista professionale che personale. Accettare, quindi, il cambiamento sociale in atto e aprirsi verso una visione a 360 gradi che includa e dia importanza alle qualità umane al pari di quelle tecnologiche e cognitive. Ritengo che la valorizzazione dell’ elemento umano sia l’unica via vincente per sopravvivere nel prossimo scenario economico, per questo da tempo mi occupo di mettere a disposizione dei professionisti e imprenditori corsi di comunicazione e ascolto efficace, gestione del tempo, gestione dei conflitti, con metodi sofisticati e veloci  di empowerment. Organizzo corsi in tutta italia e ho ideato il percorso econolistico per professionisti di nuova specie.

Tramite il mio approccio [ possibile verificare come a volte i conflitti che abbiamo siano delle vere e proprie ancore di salvezza. Ci mostrano quelle qualità che dobbiamo integrare e che servono alla nostra anima per adempiere il suo percorso di vita.

Occorre solo una lente per vederli meglio e un codice che riveli la lezione nascosta dietro. In genere quello che dietro ha a  che fare con la realizzazione dei nostri desideri più intimi.

Per poter comunicare efficacemente la prima cosa da imparare e saper ascoltare. L’arte dell’ascolto [ veramente molto difficile. Infatti, ascoltare non significa non parlare ma dare un attenzione sentita all’altro e questa predisposizione va allenata e imparata. Il motivo [ che sin da piccoli ci insegnano ad ignorare questa predisposizione che in un altro contesto sarebbe naturale.

Per questo il metodo del focusingitalianway pu; aiutarci a imparare la difficile arte dell’ascolto.

La visione econolistica insegna proprio questo! Una volta acquisita la lente di ingrandimento che ci permette di dare un significato più profondo alla nostra vita l-entusiasmo e la positività sgorgano da soli.

Ritengo che la ripresa economica parta soprattutto da un cambiamento di obiettivi che non possono essere solo personali, mi spiego meglio : fare impresa oggi significa tenere in considerazione vari aspetti non solo economici ma  anche il rispetto per l’ambiente, e verso le reali motivazioni dei  dipendenti. Immaginiamo una grande cellula, l’azienda, che è composta da tante micro parti che hanno tutte un intento comune .

Quindi è importante che la motivazione di ognuno sia diretta verso un unico scopo e anche il marketing deve essere consapevole cioè diretto ai reali bisogni delle persone che poi acquistano i prodotti.

Il fisco equo sarà una conseguenza di questo cambiamento del modo di agire, in quanto tutto ci; che implica evasione fiscale, deturpamento ambientale, spreco di risorse non sarà più preso in considerazione dall’utente finale. Sono testimone di un consumo intelligente e consapevole, oggi le persone sono accorte nei loro acquisti e soprattutto se sono rivolti ai loro figli.

L’esigenza di avere tutto, subito e per forza sta scemando! “

Non è più il tempo, oggi è diventato necessario scegliere la qualità anzichè la quantità. All’evasione fiscale va tolto il cibo e questo ci sarà quanto più tutti noi diventeremo responsabili ed econolistici “

Claudio Mantovani

Questa è l’Italia, la rassegnazione italiana non ha confini!

Uno degli sport nazionali, oltre il calcio, è l’autoflagellazione. Ma siamo proprio sicuri che gli altri paesi stiano meglio?

Consentitemi per una volta di fare una nota di metodo e non di merito. Riguarda lo sport italico di lamentarsi di qualsiasi cosa da noi non funzioni  evocando, con l’espressione finale “Questa è l’Italia”, la rassegnata impossibilità di qualsiasi miglioramento; sottointendendo la differenza con altri paesi normali (se non paradisiaci). Uno di questi è senz’altro gli Stati Uniti d’America che l’immaginario collettivo vuole ancora come un paese efficiente, ricco di grandi imprese e con bassa tassazione.

Ma è davvero così?

Prendiamo il caso delle tasse per le PMI.

Un recente articolo del Wall Street Journal descrive, a proposito degli sforzi dell’amministrazione Trump, la situazione del carico fiscale per le piccole e medie imprese.

Il primo dato che salta agli occhi è che le aziende con meno di 500 dipendenti (che da noi non sarebbero proprio piccole ma nemmeno grandi) costituiscono il 99,9% del business. Dunque il paese dei grandi colossi è di fatto un iceberg dove la parte sommersa, ovvero non visibile all’uomo della strada d’oltreoceano, è molto maggiore del picco, per quanto grande.

Queste aziende, tra tasse dovute allo stato dove risiedono e quelle federali, pagano in balzelli vari quasi la metà dei loro guadagni!

Il National Federation of Indipendent Business (una sorta di confindustria delle PMI) chiede annualmente ai suoi iscritti di elencare i principali problemi di cui soffrono. L’anno scorso 5 dei 10 principali problemi erano relativi alle tasse: troppo alte, schemi e codici troppo complicati, enorme costo per adeguarsi in termini di denaro e tempo e, udite udite, regole che cambiano troppo frequentemente.

La descrizione dei codici per il pagamento delle tasse supera le 70.000 pagine e, secondo l’Internal Revenue Service (la locale Agenzia delle Entrate), i proprietari di piccole aziende spendono all’anno quasi due miliardi di ore e 18 miliardi di dollari per pagare le tasse!

Mutatis mutandis non sono le stesse cose di cui si lamenta la stragrande maggioranza dei piccoli e medi imprenditori in Italia (terminando sempre  con “Questa è l’Italia”)?

Dunque mal comune mezzo gaudio? Certo che no perchè non ci risolve i problemi nostrani. Però, di fronte a queste (e tante altre evidenze) smettiamola di autoflagellarci pensando che altrove sia meglio: ci pone in una condizione psicologica che toglie la necessaria serenità ad affrontare e risolvere i problemi che pur abbiamo e ci spinge ad un fatale immobilismo che non risolve nulla, anzi aggrava tutto.

Criticare fa bene, suicidarsi no.

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

l.martinoli@cse-crescendo.com

luciano.martinoli@gmail.com

http://ettardi.blospot.it

www.cse-crescendo.com

http://balbettantipoietici.blogspot.com/

http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/

Lavoro: Ingrassare gli investitori o l’Azienda?

Mentre Wall Street passa dal buy back di azioni ai dividendi, un gigante tecnologico persegue la vera via per aumentare il valore a lungo termine dell’azienda per tutti gli stakeholder.

E’ notizia recente che l’uso della liquidità per il riacquisto di azioni proprie, che comporta un’artificiale rialzo tecnico del valore delle azioni, sia stato abbandonato da gran parte delle aziende di Wall Street a favore di erogazione di maggiori dividendi. Le motivazioni sembrano essere i valori troppo alti delle quotazioni. Colpisce però che queste risorse “faticano a trovare un impiego più nobile come potrebbero essere gli investimenti” come giustamente ricorda un articolo del sole24ore di qualche giorno fa, a conferma della diffusione di quel deficit di imprenditorialità già evidenziato nell’analisi di liquidità dei grandi gruppi tecnologici (post precedente).

Vi è però un’azienda che sta mostrando una via totalmente diversa: Amazon.

Pur producendo molta cassa, Amazon ha il minor numero di strumenti finanziari a bilancio in quanto il grosso del denaro è in investimenti.

Come ricorda il prof. Scott Galloway dalle pagine del Wall Street Journal, Amazon ha “cambiato il patto di base con i mercati finanziari, gestendo il suo business a break-even mentre gli investitori rilanciano il prezzo delle azioni.

La politica di investimento aggressivo, rispetto a quella dei dividendi, ha inoltre un altro importante effetto. Gestendo di continuo il break-even, di fatto non paga tasse sui profitti.

A partire dal 2008 Wal-Mart ha pagato $64 miliardi in tasse federali sul reddito mentre Amazon solo $1.4. Inoltre, mentre pagava poche tasse, Amazon ha aggiunto $220 miliardi di valore alle azioni possedute dagli azionisti nei 24 mesi passati, equivalenti all’intera capitalizzazione di mercato di Wal-Mart.

L’articolo continua sottolineando l’estremo pericolo che Amazon, più che Google o Facebook o Apple, può costituire una minaccia per l’intera economia vista la sua pervasività in tutti i settori,.

E’ però chiara la lezione che viene dal gigante dell’e-commerce: investire in azienda è la chiave per l’aumento del valore sia a Wall Street che a Main Street.

Ovviamente investire significa avere progetti e prendersi rischi. Bezos da segni di saper fare tutte e due le cose, gli altri, da entrambe le sponde dell’Atlantico, ascoltando le loro dichiarazioni e leggendo i loro poveri Business Plan, molto meno.

Che rilancio dell’economia reale possiamo allora aspettarci da questi soggetti? Quando potremo leggere, da parte anche delle nostre grandi imprese nazionali, di importanti piani di investimento e trascurabile politica di dividendi, stabilendo un patto con gli azionisti simile a quello di Amazon?

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

l.martinoli@cse-crescendo.com

luciano.martinoli@gmail.com

http://ettardi.blospot.it

www.cse-crescendo.com

http://balbettantipoietici.blogspot.com/

http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/

 

Sport & Work n.100-15/2017-anno 4 – Il mondo del lavoro chiama, i giovani rispondono?

Il Ministro dell’Economia parla chiaro: i segnali di ripresa sono forti e solidi e probabilmente duraturi, dunque congiuntura favorevole.

Ne sapranno approfittare gli Italiani? Le strutture pubbliche sono pronte a facilitare l’utilizzo positivo di un trend favorevole?

L’Export è aumentato sensibilmente, nonostante l’euro forte, quindi le nostre imprese (almeno molte) ci sanno fare e propongono prodotti innovativi, qualitativamente eccellenti, competitivi su tutti i mercati.

Peccato che la macchina pubblica sia un carrozzone lento, burocratico, inceppante. Doveva esserci una “semplificazione” (appositi Ministeri, sic!) ma la cosiddetta “lean organisation” appare ancora allo stato di teoria e di belle parole spese dai politici, mentre le azioni concrete languono.

Nonostante ciò l’Occupazione ha avuto sussulti positivi, Jobs Act o no, comunque si segnalano molte più ricerche di personale che nel recente passato e si assiste ad assunzioni in numeri maggiori.

Rimane una latenza in almeno due aspetti.

Il primo è frutto della mancanza di investimenti sulle competenze. Una parte della popolazione, “esperta” è andata in pensione o è diventata obsoleta professionalmente perché non ha cambiato il “sapere” e il “saper fare” delle nuove tecnologie e dei nuovi sistemi. Nessun o scarsi investimenti sui giovani perché apprendessero le basi degli esperti e potessero acquisire il know how successivo. Così che il gap tra ciò che serve alle Aziende e quanto il mercato del lavoro offre, come competenze, si è dilatato.

Per cui da una parte ci sono le opportunità, dall’altra mancano le persone o essendo rare non cambiano (hanno controfferte vantaggiose per rimanere dove sono, se bravi).

Il secondo è rappresentato dalla differenza tra gli interessi dei giovani (soprattutto neo laureati) e le offerte delle Imprese. A RTL 102.500 diversi imprenditori si sono lamentati dei rifiuti ottenuti da chi volevano assumere, dopo una dura selezione, appunto perché volevano fare ciò per cui si erano (culturalmente) specializzati e non ciò che si offriva loro. Ovviamente è un diritto legittimo, anche encomiabile se si vuole. Solo che c’è anche l’analisi di realtà, questo è quello che offre concretamente il mercato del lavoro, e in più c’è una considerazione da fare: l’inizio di un’esperienza lavorativa consente di acquisire competenze reali e di valutare meglio sia le proprie ambizioni, sia le alternative reperibili sul mercato.

Insomma, fare esperienza sembra una strada che facilita e non che ostacola la propria crescita personale.

Sembra in qualche modo che la cultura dominante favorisca uno stereotipo di lavoro in antitesi con la realtà specifica del mercato di oggi, così come esistono molti lavori che i giovani non laureati e non in possesso di competenze particolari si rifiutano di fare.

Negli Stati Uniti il lavoro è il lavoro, se uno ha bisogno di lavorare non guarda al prestigio o allo status professionale, accetta un lavoro e lo fa, poi può sempre ambire a qualsiasi altra opportunità che trova, coerentemente, sul mercato.

Da noi sembra più comodo parcheggiare a lungo in famiglia, essere a carico dei genitori, in attesa che la buona novella porti soluzioni adeguate.

Non si può fare di tutte le erbe un fascio, ma è certo che esistono dei gap sostanziali tra domanda e offerta di lavoro e le istituzioni pubbliche dovrebbero formare e informare i giovani perché acquisiscano consapevolezza delle dinamiche presenti sul mercato del lavoro.

Contemporaneamente dovrebbero investire molto di più sulle Imprese perché coprano il gap con iniziative di vera formazione alle competenze necessarie e alla costruzione di sentieri di carriera che consentano ai giovani di decidere non solo nel “qui e ora”, bensì anche in visione prospettica.

Il trend favorevole va sfruttato opportunamente sia dalle Imprese che dai giovani (altrettanto vale per i “riconvertiti” che hanno ora più possibilità) e per farlo occorre una legislazione più leggera nelle regole e più snella nelle pratiche, oltreché più abile negli incentivi.

 

Giorgio Cozzi

Giorgio Cozzi, Sociologo e Psicologo

CEO di ISO Interventi Socio Organizzativi Srl

Partner Italiano di Extended Disc (Piattaforma evoluta di Analisi dei Comportamenti)

Ex Presidente di ASSORES (Associazione fra Società di Selezione)

Membro attivo di CRESCITA (Associazione fra Società di Ricerca e Selezione del Personale)

Trainer e Coach

Esperto di BBS (Behavior Based Safety)

Ha lavorato in Azienda presso Banca Popolare di Novara – Cotonificio Cantoni – Plasmon

Ha lavorato vent’anni in un Gruppo Internazionale di Training (Tack International)

Ha partecipato a Convegni Internazionali e Nazionali sul mondo del lavoro

Presidente di AISM, Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica, autore di libri sulla Parapsicologia

Autore di Turbomanagement – Sperlimg & Kupfer (con Bucci e Sprega)

Autore di Turbomanagement 2 – Franco Angeli Editore

Autore di Cambia, Adesso! – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

Autore di Le parole segrete della vendita – Seneca Editore (con Gianluigi Olivari)

Lavoro: cinquantenni, lavoratori della Terra di Mezzo

Ogni anno, a settembre si ripropongono i teatrini politici dove si parla di lavoro e di occupazione.  Ritroviamo i rinnovi dei contratti collettivi di lavoro ed i buoni propositi per l’occupazione che pare sia in netta crescita.

Il ministro Gentiloni sta incensando il recupero dei posti di lavoro persi durante la forte crisi dal 2008 al 2013: ben 900.000, solo???

No, i conti non tornano. Eppure sia a Villa D’Este come all’inaugurazione della Fiera del Levante ed in tutte le occasioni di intervista, non ha mai smesso di fornire questo dato né di comunicare che il lavoro per i Giovani esiste. Progetti per lavoro giovanile, facilitazioni per assunzione dei giovani, numeri confortanti di imprese che hanno assunto Giovani.

Ma dei Cinquantenni che hanno a carico figli giovani che studiano, famiglie da mantenere, mutui da pagare, bisogni a cui far fronte ogni giorno, non pensa più nessuno?

CINQUANTENNI i veri INVISIBILI.

Il mondo del lavoro non li considera più, le competenze acquisite, gli anni dedicati alla formazione di sé stessi e della propria professionalità, le notti perse per terminare un progetto importante per l’azienda dove lavoravano: una vita di bellezza professionale buttata al vento.

Perchè? Esiste il luogo comune che assumere una persona di esperienza costa, che un cinquantenne è vecchio e che si ammala. Perchè i giovani no? Basta andare in un ufficio pubblico, oppure in una banca e vedere l’età media di coloro che sono alla macchina del caffè, assenti per malattia, latitanti in bagno oppure chiusi in lunghissime riunioni a parlare del nulla: max 40 anni, cravatta, camicia e poche regole standardizzate, ma nessuna idea innovativa, nessuna voglia di assumersi delle responsabilità.

Il lavoro concepito come responsabilità, potere di scelta, progettazione del nuovo, sta sparendo. La  competenza che si acquisisce nel tempo, i giovani non posso averla per ovvi motivi.

Sogno una società ideale, dove Senior geniali e preparati, con un po’ di rughe mentali ma tanta competenza, possano lavorare accanto a gruppi di Junior a cui trasmettere tutta la loro esperienza. Ed i ragazzi, con la loro freschezza, possono trasformare in linguaggio moderno ed attuale la linfa esperenziale ricevuta. Un lavoro di gruppo eccezionale, una formazione sul campo che vale 100 ore di studio, ed altrettante di stage dove più che far fotocopie, non fanno.

Ma non torniamo alla scandalosa proposta di qualche anno fa:  affiancare Senior nelle imprese a Junior, in tempi ed ore definiti, solo per dare ai Cinquantenni l’illusione di servire ancora a qualcosa. Non è così che la nostra PMI può crescere.

Alla fine, il concetto di base è sempre lo sviluppo delle nostre PMI, dove la qualità del lavoro in senso generale, sta diminuendo a scapito di prodotti e servizi forniti.

A questo proposito, ci sono aziende innovative che aiutano le nostre imprese a crescere sia in Italia che all’estero, a superare le difficoltà ed a raggiungere il successo meritato.

Marketing innovativo, non è semplice campagna web o ricerca di mercato, ma è un progetto personalizzato sull’esigenza dell’impresa: ogni caso ha una sua vita, una sua strada da percorrere.

Le imprese oggi, hanno problemi di liquidità, fanno fatica a reperire fondi e finanziamenti per i loro progetti. Esistono alternative interessanti, come il mercato finanziario dei Mini Bond, ancora troppo poco usato in Italia. Vogliamo parlarne?

Ad affrontare questo tema è un giovane, ma chi lo ha formato ed il gruppo di lavoro che lo segue è composto da Senior. Noi siamo un perfetto gruppo di lavoro al servizio della PMI Italiana: nessun cinquantenne invisibile, nessun Junior che fa fotocopie: questo è lavoro etico.

 

Concetta Andaloro

Concetta Andaloro, C.E.O. RESTART/Cons, giornalista pubblicista dal 2008. Svolge la professione della Consulente d’Impresa specializzata nel MKT innovativo, nella ristrutturazione del Debito, nella ricerca di nuovi Mercati italiani ed Esteri, nell’erogazione di fondi e di Servizi in gratuità alle Imprese, tra cui la Formazione Finanziata Obbligatoria.

sito: http://www.restartcons.it

skype: Andalarossa

mail: restartcons@gmail.com