Lavoro: la devastante crisi di Imprenditorialità

La recente, e da lungo annunciata, riduzione delle tasse in US è finalmente arrivata. Ma contrariamente a quanto si aspetta l’amministrazione Trump, con l’occhio sempre puntato alle classi lavoratrici che l’hanno votata, i benefici per questi ultimi potrebbero essere nulli. E non per fenomeni tecnico-fiscali ma per una causa più profonda: la “crisi di Imprenditorialità”. Un campanello d’allarme anche per il nostro paese.

Era l’estate del 2004, ricorda il New York Times, quando il Congresso approvò una legge per favorire il rimpatrio di miliardi di dollari, messi da parte all’estero dalle multinazionali, abbassando l’aliquota fiscale dal 35% al al 5,25%. Lo scopo era quello di consentire alle stesse multinazionali di mantenere le loro promesse se la legge fosse passata: incrementare di 500.000 unità i posti di lavoro, fare investimenti, aumentare le attività di R&D.

Cosa accadde realmente?

Economisti del MIT e di Harvard fecero degli studi un paio di anni dopo scoprendo che erano rientrati quasi $300 miliardi ma non si erano visti nè incrementi di investimenti, ne di R&D e nemmeno aumento dell’occupazione.

Una commissione del Senato riferì che le prime 15 corporation, in termini di importi, che rimpatriarono ridussero la loro forza lavoro in US di 20.931 unità mentre aumentarono l’acquisto di azioni proprie. Inoltre gli stipendi dei loro top manager aumentarono del 27% dal 2004 al 2005 e di un altro 30% l’anno dopo. La sola Pfizer ad esempio riportò indietro $35,5 miliardi, spese più di $20 miliardi di riacquisto azioni proprie dal 2005 al 2007, in questo stesso anno l’aggregato degli stipendi dei suoi primi cinque top manager era più altro di 13 milioni rispetto al 2004 e la forza lavoro in US si era ridotta di 12.000 unità.

Le nuove facilitazioni annunciate corrono il rischio di innescare un fenomeno analogo.

La domanda a questo punto è lecita: perchè tale comportamento da parte delle corporation?

Le spiegazioni che da l’articolo partono da lontano, certamente dalla scellerata scelta di aver considerato la remunerazione degli azionisti il fattore guida e prioritario e dell’azione della conduzione dell’azienda e, di conseguenza, del management.

La motivazione più profonda, vera causa di ciò che sta accadendo, a mio avviso però  è un’altra. L’Imprenditore (o lo spirito che anima lui e che potrebbe animare anche un manager: “l’Imprenditorialità”) è un soggetto ecologico. Egli guarda il mondo nel suo insieme e sa perfettamente che la prosperità della sua azienda dipende molto dal contesto. E’ per questo che si adopera per migliorarlo. I lavoratori, il mercato, l’insieme degli stakeholder interni ed esterni sono tutte parti integranti di questo sviluppo. In fin dei conti, se tale prospettiva viene accolta, è lo stesso investitore che si beneficia di questa differente politica di azione, come casi virtuosi dimostrano su larga scala anche in US. Insomma in questa ottica la remunerazione dell’azionista non è causa dell’azione di governo dell’impresa, ma effetto della prosperità dell’impresa stessa.

Se tale Imprenditorialità manca, e/o è ignota agli investitori che non sanno cercarla e richiederla a chi gestisce le loro aziende, il risultato è sotto gli occhi di tutti: enorme quantità di denaro utilizzate per risultati puntuali a breve termine (valore azione e dividendi) invece che per sviluppi complessivi a lungo (crescita globale dell’impresa e dell’ambiente di business e sociale in cui opera).

Da qui la rabbia delle classi lavoratrici (penalizzate da licenziamenti e cattivi salari e arrabbiate per questi furti legalizzati da parte di pochi), l’appoggio ai populismi, le divisioni tra classi sociali e tanto altro veniamo a conoscenza dalle notizie dei giornali e video su quanto sta accadendo oltre l’Atlantico.

Mutatis mutandis è quanto accade, in scala più piccola in Italia. Le tanto reclamate richieste di diminuzione fiscale per le aziende porteranno a più investimenti o semplicemente più dividendi? Gli incentivi fiscali che pure hanno sbloccato in parte gli investimenti, ad esempio quelli sulla Industry 4.0, porteranno ad una crescita organica delle imprese, con più posti di lavoro, o solo a far sopravvivere per un altro po’ aziende già decotte? E cosa dire delle IPO dove dei soldi raccolti non rimane nemmeno un euro nelle aziende quotate?

Sono domande che possono trovare risposta solo se si cambierà radicalmente prospettiva, dalla politica degli incentivi alle valutazioni aziendali, smettendo di pensare di adottare azioni magiche di “sistema” e proponendo un nuovo patto: la richiesta di progettualità esplicita e pubblica da parte delle aziende e capacità di valutarla da parte di chi la deve finanziare a qualsiasi titolo.

In assenza prepariamoci a vedere sprecati i nostri soldi e ad impoverirci sempre di più a beneficio di pochissimi, sempre meno numerosi.

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

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Brexit e la crisi delle istituzioni rappresentative… anche a Belluno

Ciò che gli inglesi con il loro voto hanno mostrato è, da un punto di vista sistemico, qualcosa di più vasta portata. E’ esplosa una “bolla” sociale, ovvero una costruzione istituzionale, l’Unione Europea, a contatto con la realtà, il voto di una parte di coloro che dovevano essere rappresentati, non ha retto il confronto e si è mostrata per come, a torto o ragione, viene percepita.

Il fenomeno ha sue piccole e numerose dimostrazioni in ogni angolo del nostro, ma non solo il nostro, continente.

Recentemente è accaduto qualcosa di simile alla confindustria di Belluno dove un suo past president, Gian Domenico Cappellaroha lasciato l’associazione.

Le motivazioni? Le stesse che oggi qualsiasi membro di una comunità o associazione rappresentativa potrebbe addurre. Ripercorriamole nelle parole di Cappellaro:

“…non riesco più a identificarmi in questa associazione…”

“…modo “personalistico” di gestione di Confindustria da parte dell’attuale giunta.”

“…ritengo che comunque anche gli altri soci vadano ascoltati e le decisioni vadano condivise.”

“… se un associato non condivide alcune posizioni non deve essere considerato come un nemico”

Probabilmente anche molti inglesi hanno sentito nei confronti dell’Unione Europea sentimenti simili e li hanno espressi nel voto. Ma forse anche molti cittadini nei confronti delle loro burocrazie statali, dipendenti verso le grandi aziende presso le quali sono impiegati, membri di associazioni varie se potessero votare esprimerebbero la loro volontà di Brexit.

Siamo di fronte ad una nuova ondata di populismo o una rinascita di fascismi, come molta stampa ci propone?

Io ritengo di no, credo invece che siamo di fronte alla conclamata incapacità di queste classi dirigenti di tener conto della complessità della società del III millennio; incapacità che deriva dall’adozione di schemi mentali e risorse cognitive obsolete, che stanno mostrando ormai i segni del logoramento del tempo e che creano e faranno scoppiare, e temo che siamo solo all’inizio, bolle di questo tipo.

Non è questione allora di sostituire i “capi” con altri che, molto probabilmente, riproporranno gli stessi schemi e faranno gli stessi errori, ma di convincerli a dotarsi di nuove conoscenze che possano ispirare loro nuovi modi di essere e fare comunità.

La società in Europa, ma non solo, è ad un livello di maturità, sofisticazione e cultura che non ha precedenti nella storia dell’uomo. Un mondo di opportunità dunque che non si accontenta di rappresentanze burocratiche incapaci di esprimere progetti che la entusiasmino.

Lo capiranno prima di far cadere il mondo, con tutte le sue istituzioni,aziende, associazioni, ecc., in mano al “sempliciottismo” di fondo, sempre presente che non farà altro che peggiorare la situazione?

Luciano Martinoli
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Quale è il futuro del sistema bancario mondiale?

                                                                                      Colonne d’Ercole

foto luciano colenne d'ercole

Oltre lo stretto di Gibilterra alla ricerca di “fondamentali” dell’economia e della finanza migliori (o uguali?).

 

Sullo stato delle banche italiane c’è poco da aggiungere. L’enormità delle sofferenze accumulate, e che si continueranno ad accumulare, è nota a tutti. Esse sono frutto di una incapacità del sistema nostrano di adeguare i suoi “criteri di credito”(quindi di fare il loro mestiere) ad un mondo che stava evolvendosi velocemente (e non come vogliono raccontare, della “recessione” che è invece un effetto, non causa, di questa crisi). Purtroppo su questo fronte la principale preoccupazione è quella di liberarsene per… poter riprendere ad accumularne visto che l’argomento di come evitare di creare NPL non è oggetto di dibattito (e tantomeno area di progettazione strategica dichiarata in qualche Business Plan bancario).

Come vanno le cose oltralpe?

Sul sole24ore del 25 marzo  viene riportata la notizia di un aumento dei costi delle 5 principali banche inglesi del 40%, a 15 miliardi di sterline, per “le molteplici cause e contenziosi legali che le vedono coinvolte“.

Inoltre

Solo tra il 2011-2015 ammontano a 55 miliardi di sterline i costi spesati per le malefatte delle prime 5 banche inglesi. Ironia della sorte è una cifra più alta delle perdite cumulate dall’intero sistema bancario italiano negli ultimi anni. Per le banche italiane le perdite sono legate alle sofferenze sul credito, per le inglesi a politiche commerciali illecite.”

Il mezzo gaudio per il mal comune non può soddisfarci. A fronte di questi disastri, incapacità di fare banca in modo profittevole (per se e per gli altri) o fare profitti con pratiche truffaldine, la domanda iniziale del titolo di questo post irrompe spontanea.

Si potrebbe sperare che la tecnologia, come in altri settori, possa aiutare a ridefinire strategicamente l’intera finanza bancaria.

Purtroppo non è così. Da una recente ricerca di PWC, condotta sul top management di 46 paesi, sul FinTech, il settore di innovazioni ICT focalizzato sulla finanza,  risulta che:

“l’83% degli operatori finanziari tradizionali ha dichiarato di temere che la propria attività possa essere a rischio per la crescita del settore FinTech. Se a parlare sono poi gli istituti bancari, la percentuale sale al 95%

E’ una ulteriore dimostrazione, come ho ricordato in un post precedente, che la tecnologia non è una strategia, con buona pace delle roboanti affermazioni in tal senso dei nostri banchieri. Inoltre la tecnologia senza una strategia affossa un settore, non lo rivitalizza (come tali dichiarazioni chiaramente dimostrano).

Dunque il dubbio iniziale diventa sempre più inquietante ma almeno abbiamo individuato  una strada da percorre: le banche hanno bisogno di una “rivoluzione strategica di stampo imprenditoriale” che ridefinisca il settore dalle fondamenta.
In particolare, dovranno immaginare un nuovo sistema di servizi che non solo dia un contributo nuovo e sostanziale alla loro redditività. Ma diventi anche capace di stimolare analoghe “rivoluzioni imprenditoriali” nelle imprese. Per fare questo dovranno dotarsi di nuove risorse cognitive di cui oggi non dispongono. Soprattutto di conscenze e metodologie di strategia d’impresa.

Sapranno i banchieri di tutto il mondo, oggi impegnati in fusioni, scalate di potere e piani di ridimensionamento, affrontare questa sfida?

Lo sapremo quando il tema sarà al centro del dibattito.

Purtroppo ad oggi dobbiamo constatare, dai media e dalle dichiarazioni degli interessati (i loro Business Plan), che non è nemmeno in agenda.

Luciano Martinoli
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Brexit: conservazione stupida e scomposta fuga verso il passato

Ha vinto Brexit, ma non è importante la vittoria o la sconfitta.

Il problema è che si sono scontrati una stupida voglia di conservazione e una scomposta voglia di fuga verso il passato.

Una voglia di conservazione indecente da parte di chi voleva rimanere in Europa. Sì solo voglia di conservazione di un mondo che sta perdendo di senso. Non ho letto o ascoltato di un grande progetto di cambiamento che partisse da un’Europa unita. Oggi sul Corriere (che ancora non parla della vittoria di Brexit) si vede la foto di un leader incoscientemente inconsapevole della impossibilità della conservazione: Cameron mano nella mano con una moglie che più perfetta di così non si può. Dolce coppia che cammina in un mondo che immagina si esaurisca nel cerchio di una classe dirigente presuntuosamente inconsapevole dei guai del mondo. Molti ricorderanno la triste vicenda umana dell’ultimo imperatore Romano: Romolo Augustolo nominato e travolto dai “barbari”. Invece di essere costruttore di imperi è stato inconsapevole segno della fine di un impero. Come Cameron.

Dall’altra parte una voglia di ritorno al passato che è certamente una fuga da un futuro che sembra fatto solo di minacce, mentre il passato sembra glorioso. Magari anch’esso povero, ma, almeno, glorioso. Anche da questa parte non ho sentito di un grande progetto di cambiamento fondato sull’isolarsi.

Conclusione: aspettiamoci che questo scontro di stupide voglie di conservazione e scomposte fughe verso il passato diventi sempre più grave e si diffonda.

Lo si può superare solo con un progetto di futuro alto e forte che nessuna delle due parti che si sono confrontate nel referendum inglese potrà costruire.

Francesco Zanotti

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La “dannosa” ostinazione della finanza nel non voler guardare oltre (il suo naso)

Da giovedì 9 giugno la BCE può acquistare anche Corporate Bond, cioè obbligazioni aziendali. Essi devono essere emessi in euro, da aziende con investment grade (sopra la tripla B emessa da un’agenzia di rating, cioè la BCE fa quello che giudicano gli altri… ma questo discorso merita di essere affrontato in altro momento) e con sede in zona euro. La manovra rientra nell’ampliamento delle attività di quantitative easing pensate per far affluire liquidità al mercato nella speranza che, nonostante tutto quello che si è già fatto in questa direzione, vi sia la “ripresa”.foto articolo luciano

Servirà?
Abbiamo dei dubbi, come già volte detto da queste pagine, ma iniziamo ad essere in buona compagnia.

Liquidità, sì ma per fare cosa? Liquidità e basta è uno spreco di risorse oltre che un danno e la dimostrazione ce la fornisce, in un articolo di oggi, Morya Longo dal titolo eloquente: Il paradosso di una Borsa che drena ricchezza alle imprese.

La tesi, documentata, è semplice: in Borsa a Milano gli investitori hanno preso più soldi in dividendi di quanto le aziende abbiano raccolto con le quotazioni. E’ un fenomeno mondiale che apre sempre più interrogativi sul ruolo della finanza, unico settore merceologico al mondo che non serve più i suoi clienti ma solo se stessa (come questo articolo della London Business School of Economics evidenzia).

Le aziende però ricorrono alla Borsa anche per indebitarsi e, con quei soldi, comprare le proprie azioni allo scopo di innalzare il loro valore; a beneficio degli azionisti e… dei bonus dei top manager.

A questo devastante gioco ora si presta anche la BCE con la sua recente manovra. Infatti alcuni prospetti informativi che accompagnano le emissioni obbligazionarie, alcune di queste emesse da filiali di multinazionali non UE, citano esplicitamente l’obiettivo di share buyback ma, evidentemente, a Francoforte nessuno guarda queste cose. Eppure basterebbe rendere obbligatorio per l’acquisto di obbligazioni il Business Plan pubblico (per sottoporlo anche al giudizio del mercato) e valutarlo (farne un rating) per verificare l’uso dei denari presi in prestito. Cioè puntare lo sguardo “oltre il proprio naso” e guardare al sottostante, alla sua qualità strategica per valutare l’opportunità di sostenere finanziariamente, o meno, quel progetto d’impresa (e non semplicemente “l’impresa” perchè qualcun altro, un’agenzia di rating, ha detto che i soldi li restituirà, indipendentemente dall’uso).

L’obiezione che in genere si oppone a questo tipo di osservazione è sempre la stessa: non è mestiere delle banche (o della finanza in generale) occuparsi di queste cose.

Ma perchè, allora, da Draghi in giù tutto il mondo finanziario invoca cambiamenti (politici, fiscali, produttivi, ecc.) arroccandosi invece in un pervicace immobilismo fuori luogo e tempo, come lo stato di salute delle banche dimostra?

Perchè gli investimenti in infrastrutture immateriali quali l’istruzione, dunque la conoscenza, come ricorda il Governatore Visco, riguarda gli altri e non il settore finanziario in generale e quello bancario in particolare?

Quanto ci costerà questa ostinata miopia, questa ottusa volontà di non voler guardare oltre il proprio naso?


Luciano Martinoli
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Banche: da un articolo di 6 anni fa…quanta verità!

Sulle sofferenze … scritto quasi 6 anni fa …

foto zanotti

E’ molto triste il pronunciare l’avevo detto …

Ma ancora oggi non ci siamo arrivati a riconoscere quanto già scrivevo 6 quasi sei anni fa sul tema delle sofferenze su un altro nostro blog

http://balbettantipoietici.blogspot.it/2010/09/ed-allora-parliamo-del-fare-banca-al.html

Ecco il testo integrale. Chi ha orecchie per intendere, intenda …

Partiamo da un dato reso noto dall’ABI ieri e pubblicato sul Sole 24 Ore di oggi (23 settembre 2010): l’aumento delle sofferenze, cioè il peggioramento della qualità del credito.

Riporta il giornale che le sofferenze bancarie ammontano a 70 miliardi di Euro. Ricordiamo che questa cifra corrisponde a 140.000 miliardi di lire, ad una ventina di finanziarie “normali”. E’ una cifra che sembra a tutti astronomica, ma va valutata facendosi una domanda: le banche se le possono permettere queste sofferenze? Leggiamo un altro dato: il rapporto tra sofferenze lorde e impieghi è arrivato al 4% (mentre era al 2,3% a novembre 2009). Ma quante sono le sofferenze rispetto al patrimonio netto delle banche che stanno manifestando queste sofferenze? Detto più brutalmente: queste sofferenze vanno solo a ridurre il patrimonio netto delle banche oppure sono superiori? Non conosco la risposta precisa a questa domanda (credo la si possa trovare facilmente, lo farò), ma so che il patrimonio delle banche non è che un percentuale molto bassa dei soldi che prestano (gli impieghi). Il 4% di sofferenze è un colpo importante al patrimonio netto del sistema. Se non lo dimezza, ci manca poco.

Questo dato inizia a rendere evidente che la recente e non finita crisi finanziaria non sia nulla al confronto della prossima futura crisi delle sofferenze che sarà frutto della crisi di un sistema economico che, invece di rinnovarsi completamente, pensa solo a cercare di funzionare meglio, alla ricerca di una impossibile duratura competitività. Non dettaglio questa mia tesi perché di essa ho parlato a lungo su questo blog. E su questo blog pubblicherò un documento che riporta i vari post che ho scritto su questo tema.

Credo che questo dato (l’aumento delle sofferenze) chiami noi tutti i cittadini, molto più della vicenda di Profumo e di Unicredit, a parlare del futuro del sistema bancario perché nella sostanza, ne siamo tutti azionisti. E siamo azionisti che stanno perdendo parte del patrimonio.

Parlare … cambiamo verbo: progettare. Credo che noi tutti cittadini dobbiamo partecipare alla progettazione del sistema bancario prossimo venturo.

Allora provo a proporre alcune domande che possano guidare questo percorso progettuale.

In questo post proporrò la prima. Nei prossimi giorni le altre.

Quale ruolo può avere la banca nel promuovere lo sviluppo economico?

La risposta “tradizionale” è: fornire le risorse finanziarie per lo sviluppo. Ecco io credo che non basti più. Credo che le banche debbano fornire alle imprese tutte quelle conoscenze e quei servizi che possano permettere loro di riprogettare da capo la loro identità.

Prima di fornire queste conoscenze e servizi devono, però, possederle, possederli e saperli erogare.

Quali nuove conoscenze e servizi? Le nuove conoscenze di strategia d’impresa che nascono dalle scoperte della nuova sistemica (che io penso debba essere definita “quantistica”). Esse permettono di valutare in modo completamente diverso le imprese e i loro progetti strategici. Esse permettono di scegliere quali imprese finanziarie e quali no. Non solo, ma attraverso di esse è possibile fornire alle imprese servizi che moltiplicano la loro capacità di progettazione imprenditoriale. Perché non basta saper scegliere le imprese, ma occorre anche aiutarle a diventare non competitive, ma completamente nuove.

Forse occorre ridire tutto in modo più diretto: le banche stanno aumentando le sofferenze perché non sanno valutare le imprese e i loro progetti strategici. E quando anche lo sapessero fare, non riuscirebbero ad aiutare le imprese a migliorare progetti strategici zoppicanti.

Banche incompetenti? No! Le banche usano le migliori conoscenze e metodologie tradizionali. Il problema è che queste conoscenze e metodologie non bastano più. Ed occorre che ne acquisiscano di nuove per poterle riversare alle imprese arricchite di servizio.

Che ne pensano le banche di questa domanda e del mio tentativo di risposta?

Che ne pensiamo tutti noi cittadini, azionisti morali e sostanziali di questa domanda e di questo tentativo di risposta?”

Francesco Zanotti
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La liquidità è abbondante ma non arriva all’economia reale

Soldi dall’elicottero

Si torna a parlare di “helicopter money”, o “helicopter drop”, la metafora di stimolare l’economia reale lanciando dall’alto soldi sulla gente . La stampa ne aveva già parlato in passato (si veda il mio post di quasi 3 anni fa– Sport & Work n.4 del 23 aprile 2013).

Qualche giorno fa il tema è stato riproposto quasi contemporaneamente da Isabella Bufacchi, dalle pagine del sole24ore, e Martin Sandbu dal suo FT Free Lunch, il quotidiano magazine elettronico del Financial Times.

Entrambi riprendono il tema partendo dalle evidenti incapacità delle iniziative di politica monetaria di raggiungere il loro obiettivo di stimolo all’economia. “La liquidità è abbondante” ricorda la Bufacchi “ma non ne arriva a sufficienza alle famiglie e alle imprese, dunque all’economia reale”.
Problema certamente vero e allora le due analisi si concentrano su come le banche centrali si potrebbero dotare di un “elicottero”, e sulle sue caratteristiche tecniche, come ultima spiaggia per risolvere il problema.

In questa, come in analoghe disquisizioni su questo tema degli stimoli all’economia, ci si dimentica sempre ciò che invece ci ricorda lo storico Alessandro Giraudo nel suo saggio Quand le fer coûtait plus cher que l’or: “l’helicopter money può funzionare solo se il mercato sottostante sul quale viene gettato denaro è in grado di generare crescita perché è un ambiente sano e florido. Se la pioggia di monete cade sul deserto o nel vuoto, inutile farlo.”

Come dargli torto?

Allora, come ripetiamo da tempo su queste pagine, l’unico modo di realizzare questa modalità, senza necessariamente avere l’elicottero (lo potrebbero fare le banche e il mercato dei capitali da subito), sarebbe quello di capovolgere la prospettiva riconoscendo che sono le aziende che “generano crescita” e dunque “un ambiente sano e florido”, non il contrario. Di conseguenza il denaro andrebbe “gettato” solo a quelle capaci di produrre Business Plan in grado di generare crescita, e le altre stimolarle a fare tali Business Plan.

Purtroppo oggi in questo dibattito l’azienda non è mai presente, se non sullo sfondo, perché non si sa cosa essa sia e si banalizza il suo funzionamento (che è la causa dei 350 miliardi di euro circa di sofferenze delle banche italiane, attribuiti genericamente, e con miopia, alla “congiuntura sfavorevole”).
Guardare l’economia dal basso delle aziende, e non dall’alto delle banche centrali, conoscere lo stato dell’arte mondiale della disciplina che si occupa di questo livello (la Corporate Strategy), e non la politica monetaria (che si sta dimostrando un’arma spuntata), dotarsi dei migliori strumenti di valutazione e di stimolo degli intenti aziendali, i modelli avanzati di Business Plan non le analisi di bilancio, sarebbero utili modi per distinguere i “terreni fertili” dal “deserto”.

Solo dopo avrà senso costruire elicotteri.

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.

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Un estate anomala? uno sguardo al tempo atmosferico e alla finanza

Negli Stati Uniti il Labour Day si festeggia il primo lunedì di settembre. Quest’anno cade proprio nel primo giorno del mese. Il lungo week-end di inizio settembre segna pertanto la fine delle vacanze estive e il ritorno a scuola degli studenti.

Anche in Italia abbiamo ripreso da pochi giorni le attività lavorative dopo la pausa estiva, nonostante, dal punto di vista meteorologico, quella di quest’anno sia stata una delle peggiori estati da molti anni, soprattutto al Centro-Nord Italia, con le continue piogge e le temperature al di sotto della media stagionale.

Il tempo di quest’estate è stato un’anomalia senza precedenti? Per nulla. I dati meteo ricordano brutte estati anche nel passato. Come osservano gli esperti, ci sono state estati peggiori; per esempio, durante gran parte degli anni Settanta: estati non solo piovose, con un livello di precipitazioni paragonabile a quello attuale, ma anche fredde.

In particolare nel ‘72, ’76 , ’78 e ’80. Allora, addirittura, una parte della comunità scientifica pensava erroneamente che si stesse andando verso una nuova glaciazione.

Le prime ondate di calore durature dopo la fase “fresca” degli anni ‘70 risalgono invece al 1982 e al 1983. Il perché di quest’estate piovosa va ricercata negli otto mesi precedenti. Tutta colpa dell’inverno o meglio della cosiddetta “configurazione meteorologica anomala”, come la chiamano gli esperti, che si è creata sull’Atlantico tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014.

In inverno la corrente a getto è rimasta bloccata per mesi sull’Atlantico settentrionale, favorendo l’ingresso di perturbazioni sull’Italia. Questo fenomeno ha provocato un abbassamento della temperatura delle acque dell’Atlantico, che ha avuto a sua volta ripercussioni sull’andamento dell’estate. Inoltre, quest’anno l’alta pressione africana, quella a cui si legano le ondate di calore, è stata molto debole per effetto del Monsone Indiano.

Del resto, anche sui mercati finanziari l’estate è stata piuttosto “anomala”, dopo un inverno ed una primavera “strani”. L’anno era cominciato con le previsioni di inizio della “normalizzazione” della politica monetaria e di attese di risalita dei tassi obbligazionari; invece, complice anche il maltempo dei primi mesi dell’anno in America, i tassi obbligazionari sono scesi continuamente.

Il Monsone Indiano si è visto anche sui mercati azionari, con la Borsa indiana che è stata la migliore in assoluto segnando una performance da inizio anno superiore al 25%.

Siamo entrati nel periodo estivo con l’uscita anticipata della Nazionale dai Mondiali di calcio e con la sconfitta storica della Nazionale brasiliana nel confronto con quella tedesca, ma soprattutto con i mercati azionari europei in decisa flessione dopo le sanzioni alla Russia, successive all’abbattimento dell’aereo civile in Ucraina del 17 luglio e i dati negativi sul PIL del secondo trimestre in Germania, Francia ed Italia.

Siamo arrivati al 22 agosto, quando al noto appuntamento dei principali Banchieri Centrali a Jackson Hole, il Presidente Draghi ha lanciato un messaggio forte e chiaro sulle intenzioni della BCE di utilizzare qualunque strumento disponibile per frenare la spirale deflazionistica e far riprendere il ciclo dell’economia reale.

Il pacchetto di interventi deciso lo scorso 5 giugno comincerà ad essere implementato proprio a partire da settembre: l’erogazione del credito bancario al settore privato è condizione essenziale per la ripresa economica. Da settembre le banche avranno accesso a 400 miliardi di euro di convenientissimi prestiti a 4 anni dalla BCE, mentre sullo schema di acquisto degli Asset Backed Securities stanno lavorando per superare i nodi di natura tecnica.

Sull’altra sponda dell’Atlantico, il ritorno a scuola sembra più tranquillo. Le tensioni geopolitiche non hanno scalfito minimamente il trend rialzista di Wall Street. I dati macro americani hanno delineato prospettive di accelerazione del ciclo economico, mentre la stagione degli utili societari ha presentato elevate percentuali di revisioni al rialzo.

E “ciliegina sulla torta”, le parole di Draghi e della Yellen a Jackson Hole hanno ulteriormente rafforzato la convinzione che le politiche monetarie rimarranno espansive e sosterranno la crescita economica mondiale. L’indice S&P500 ha pertanto raggiunto il massimo livello storico superando i 2000 punti, con la chiusura del 26 agosto.Grafici Sp 500 Nasdaq

Nel frattempo, l’indice Nasdaq raggiungeva il livello della chiusura del mese di marzo del 2000. Molti analisti hanno continuato senza tregua ad esortare profonde correzioni man mano che si raggiungevano livelli sempre più alti; tuttavia, piuttosto che lanciare moniti occorre monitorare i fondamentali e cioè se i prezzi borsistici sono più o meno giustificati dai fondamentali economici. Questi ci dicono che il premio per il rischio è in continua diminuzione, che gli utili societari stanno accelerando e che i tassi obbligazionari sono ai minimi storici.

Il rialzo in corso dell’indice S&P500 è uno dei più longevi degli ultimi 35 anni, con 284 settimane rispetto alle 263 dal 1982, alle 276 dal 1994 e alle 261 dal 2003. Da ora in avanti, tuttavia, il rialzo del mercato azionario potrà essere sostenuto solo dalla forza degli utili societari e dalla crescita economica.

Il rendimento del Bund tedesco a 10 anni è sceso intanto al record di 0.88%, quello francese a 1.23%.

Rendimenti Obbligazionari Italia – Germania – Francia a 10 annitassi obbligazionari 10y

Questi livelli sono ben al di sotto di quelli raggiunti negli anni ’30 o durante il XIX secolo. I tassi di interesse scesero a livelli così bassi solo a Genova nel XV secolo senza altri precedenti nel resto dell’Europa dell’epoca. La debolezza dell’Euro, tuttavia, derivata dall’ampliarsi del differenziale con gli USA e il rinvigorito atteggiamento espansivo della BCE hanno riacceso prospettive più positive sulla ripresa dell’economia europea, Russia permettendo.
Anche il ritorno a scuola degli studenti della zona-Euro potrà avvenire con qualche speranza di tenere l’ombrello dentro lo zaino.
Filippo Bergonzi

Filippo Bergonzi, classe 1971, lavora presso Banca Fideuram dal 2007, ricoprendo la qualifica di Private Banker ed occupandosi principalmente di pianificazione finanziaria, successoria e previdenziale. Appassionato di economia e finanza comportamentale, dopo la Laurea in Scienze Politiche indirizzo Economico, ha iniziato il suo percorso professionale nel 1998 presso B.S. Ltd. occupandosi inizialmente della gestione di contratti derivati su materie prime, acquisendo una significativa esperienza nei modelli di controllo del Rischio. Nel 2003 entra in Banca Mediolanum acquisendo competenze tecniche e relazionali con la qualifica di Family Banker. Iscritto all’Albo dei Promotori Finanziari con delibera Consob 14931/2005, segue diversi corsi ed approfondimenti presso i principali interlocutori finanziari e Sicav Estere.