Le Storie di Marco: Le scarpe nuove

Eleonora ha appena compiuto diciotto anni.

Eleonora è una di quelle ragazze ancora piene di sogni ed illusioni, vuole essere bella, vestita alla moda come le sue amiche, vuole divertirsi e godere un’età che, appena pronunciata, sta già passando.

Eleonora per il suo compleanno ha chiesto, ed ottenuto, in regalo un paio di scarpe nuove: non quelle da ginnastica con le quali è andata a scuola tutto l’anno, ma un paio di quelle eleganti, che lei è andata a guardare nella vetrina del più bel negozio del paese ogni santo sabato dell’anno, in attesa del momento giusto per chiederle in regalo, quelle giuste per andare in discoteca a divertirsi, anche se lei in discoteca non c’è mai andata, perché i suoi sono all’antica, genitori un po’ anziani ed apprensivi che l’hanno sempre tenuta al riparo da un mondo che essi giudicano malato e pericoloso.

Adesso, però, Eleonora ha diciotto anni, è maggiorenne e può fare ciò che vuole: volendo potrebbe guidare la macchina, sposarsi, lasciare la scuola, andare a lavorare, ma soprattutto, ed è l’unica cosa che al momento la interessa, andare in discoteca a divertirsi insieme alle amiche, ballare, bere il suo primo liquore, fumare la prima sigaretta, conoscere il primo ragazzo e, magari, dare il primo bacio.

Sogni, illusioni di una ragazzina di diciotto anni.

Così Eleonora ha finalmente avuto le sue scarpe nuove, un sacrificio per i suoi genitori che non sono certo ricchi, ma diciotto anni sono un’età importante e poi lei è sempre stata ubbidiente, ha sempre aiutato la mamma nei lavori domestici, si è ben comportata a scuola, pur senza essere una cima.

Ora, con le sue scarpe nuove, Eleonora vuole andare in discoteca con le amiche, ma questo no, i suoi genitori non se la sentono ancora di concederglielo: hanno già tremato per giorni quando le hanno comperato il motorino, ma quello era praticamente indispensabile, visto che la scuola che la ragazza frequenta è in un altro paese, ma la discoteca è ancora più pericolosa della strada provinciale e dei camion che la percorrono, per una ragazza semplice e, in fondo, ingenua come la loro Eleonora.

Allora, per la prima volta, lei litiga con la mamma, piange, la maledice ed esce di casa sbattendo la porta: alla fine lei è maggiorenne e, che i suoi vogliano o meno, in discoteca ci andrà. Così raggiunge gli amici in piazza: ha ai piedi le sue scarpe nuove, un sorriso sul volto, ma il pianto nel cuore, perché in fondo le è spiaciuto litigare con la mamma, dirle tutte quelle brutte cose e scappare di casa in quel modo. Forse si divertirà, alla fine, con le sue amiche in discoteca, ma non sarà la stessa cosa come se le avessero dato il permesso: quell’ombra nera in fondo al cuore le ridurrà il divertimento di una grossa percentuale.

Le sue amiche guardano le sue scarpe nuove con un’invidia che non lasciano vedere, condendo i loro commenti con una serie di gridolini e di monosillabi di ammirazione.

Poi arrivano i ragazzi con le automobili, già, perché la discoteca è ancora più lontana della scuola e le toccherà tornare ad un’ora alla quale non è mai ritornata e, forse, la mamma morirà di preoccupazione e di crepacuore e le toccherà litigare ancora, ma Eleonora è maggiorenne, ha diciotto anni e le scarpe nuove.

Al primo momento la discoteca le dà un capogiro, con la sua vastità (è più grande della chiesa del suo paese), con le luci colorate che girano e lampeggiano, con la musica così forte che non ti ci puoi non divertire.

Presto dimentica tutto: la scuola che l’aspetta lunedì, le liti con la mamma, perfino che ha le scarpe nuove.

Eleonora non ha mai ballato in pubblico: fino ad ora lo aveva fatto sola nella sua stanzetta e pensava che si sarebbe vergognata della sua goffaggine, del far capire a tutti che non era mai stata a ballare fino ad ora; ma qui tutti si scatenano e non è necessario essere bravi, basta muoversi e poi nessuno ti guarda, perché ognuno è intento solo a divertirsi, a godere ogni attimo come se fosse l’ultimo di un mondo in preda ad una catastrofe che lo distruggerà fra pochi istanti.

Il tempo passa, Eleonora non conta più le ore, non guarda più l’orologio: il tempo e il mondo sono fuori di lì.

Ora qualcuno si è accorto di lei, dei ragazzi sconosciuti si avvicinano, le sorridono, le rivolgono la parola e il cuore le batte, perché finalmente qualcuno si è accorto di lei.

O forse delle sue scarpe nuove.

I ragazzi cominciano a ballare con lei, poi, nel vortice della musica, la portano verso il bar, parlano col barista, indicando lei e lui ride e poi le versa un liquido giallo – ambra in un bicchiere.

Cos’è?” chiede Eleonora.

J&B!” risponde il più bello dei ragazzi, quello alto, con le spalle larghe e gli occhi azzurri che, però, Eleonora non si accorge di quanto siano freddi e cattivi.

O forse GHB!” mormora fra i denti un altro ragazzo coi capelli ricci e un piercing sul sopracciglio e tutti sghignazzano e Eleonora ride anche se non ha capito il senso di quella che dovrebbe essere stata una battuta, ma ride per non far capire che lei è solo una ingenua ragazzina di paese, anche se è scappata di casa per andare in discoteca con le sue scarpe nuove. I ragazzi ridono ancora e ballano ed anche Eleonora balla con loro, anche se è stanca, se quello che le hanno dato da bere la fa sentire strana, ma già, lei non è abituata agli alcolici: solo un goccio di vino la domenica in un bicchierone d’acqua.

Ora è proprio intontita e non capisce più dove è, cosa le succede, perché non c’è più la musica, né le luci e fa freddo e c’è buio e i ragazzi non ridono più e non ballano, ma la accarezzano, le infilano le mani sotto la gonna e lei non vorrebbe, ma si sente troppo strana per reagire.

Qualcuno la bacia, stringendole forte le guance fino a farle male: no, non è così che sognava il primo bacio.

Non sa neppure chi l’ha baciata, se il ragazzo bello o quello riccio, o quello rasato a zero o tutti insieme.

Poi non sa più cosa le succede: sente mille baci e mille mani… e altro ancora che non capisce e perde i sensi.

Si riprende che l’alba comincia a sbadigliare ad est, dietro il capannone della discoteca oramai silenziosa.

Deve proprio averle fatto male il liquore, quello di cui non ricorda il nome, quello fatto da tre lettere; a dire il vero non ricorda niente del tutto, si sente solo strana, con un dolore al basso ventre: forse deve liberare la vescica, o forse l’ha già fatto, perché si sente bagnata là sotto.

Perché le sue amiche e i suoi amici con la macchina non l’hanno aspettata? Ora come farà a tornare a casa: sono tanti chilometri da lì al paese e la mamma le ha detto che chiedere un passaggio è pericoloso, che si possono fare brutti incontri, che ti possono capitare brutte cose, come anche se vai in discoteca.

E poi a quell’ora della notte, o forse del mattino, oramai, non passa nessuno.

Allora Eleonora comincia a camminare: forse fuori dal paese, sulla provinciale, troverà qualche operaio che va al lavoro o qualche camionista gentile che la porterà per un tratto di strada.

Cammina, ma sente dolore al ventre e poi anche ai piedi.

Allora guarda in basso e vede che le macchie di bagnato sulla gonna non sono urina, ma sangue e poi guarda i propri piedi: “Mio Dio, ho perso le scarpe nuove” dice fra sé, o forse lo urla.

E allora comincia a piangere: si accascia a terra, tenendosi il ventre con una mano e carezzandosi i piedi dove mille anni fa c’erano le sue belle scarpe nuove. Forse, un giorno, se fosse riuscita a fare pace con la mamma, avrebbe riavuto un altro paio di scarpe nuove, belle come quelle che aveva perso chissà dove e chissà come.

Di sicuro, però, non avrebbe mai più riavuto i suoi sogni e le sue illusioni.

Marco Ernst

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:

Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.

Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani

Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

 

 

Le Storie di Marco: Il ritorno

…E poi tutto, improvvisamente, divenne buio.

Una notte di pioggia, di freddo, di visibilità scarsa, una notte da restare in casa al caldo, una notte da cibi invernali: polenta o minestrone, cibi caldi e fumanti e risa in famiglia ed euforia pensando alle imminenti ore di riposo sotto calde coperte.

E invece in quella notte c’era chi viaggiava in macchina, come Nicola, quarantenne agente di commercio, che ritornava da un viaggio di lavoro.

Avrebbe potuto fermarsi a dormire in un alberghetto sulla strada, ma era lontano da casa da giorni e aveva voglia di ritornarvi al più presto, fra le sue cose, fra i suoi affetti: la compagna, il gatto, gli oggetti, i mobili sì, anche gli oggetti: cose note che, oramai, erano parte stessa di lui.

Ma non c’era solo lui per la strada, nonostante quella notte che invitava a stare in casa al tepore e alla luce, invece che fuori, al freddo e al buio.

C’erano altri che viaggiavano nell’oscurità: comparivano all’improvviso dalla nebbia fradicia d’acqua, con i fari come occhi spalancati di meraviglia nel vedere altri occhi puntarsi su di loro, brevemente, per poi essere nuovamente ingoiati dalla notte e dalla nebbia, dalla pioggia e dal freddo.

E in quella notte c’era in giro anche Salvatore, su quel catorcio di camioncino buono, oramai, solo per lo sfasciacarrozze, se solo il suo proprietario avesse avuto la possibilità di acquistarne poi uno nuovo.

I freni: malconci, un faro andato, la frizione oramai all’osso e l’avantreno cigolante.

E per tutti c’era quella brutta curva, l’unica sulla strada diritta come uno spaghetto, una curva da affrontare con prudenza, soprattutto con un mezzo in quelle condizioni e con la strada viscida di nebbia.

Ma anche Salvatore aveva fretta di arrivare a casa, mettersi a tavola e poi a letto ed allora pigiò sul pedale dell’acceleratore ed affrontò quella curva troppo, troppo forte.

Nicola vide all’improvviso le luci, anzi la luce superstite, venirgli incontro, sempre più vicina, sempre di più.

…Poi tutto, improvvisamente, divenne buio.

Si svegliò con un sapore metallico in bocca e con ogni parte del corpo che gli doleva, soprattutto il braccio destro.

Non sapeva dov’era, che giorno e mese fossero, non ricordava nulla, l’unica cosa che percepiva era il dolore al braccio.

Istintivamente portò il sinistro a massaggiarsi quello dolorante, ma non trovò altro che una manica vuota e ripiegata su se stessa: allora cominciò a urlare.

Furono lunghi giorni di cure (non era stato solo il braccio a rimanere offeso nell’incidente), di incontri con psicologi, di riabilitazione.

Riabilitazione un piffero! Come si fa a riabilitare un braccio che non c’è più?

Gli avevano ventilato la possibilità, più avanti, di mettere una protesi.

Poteva essere un aiuto per ritrovare una certa autonomia, ma non era più il suo di braccio.

Forse solo chi porta una protesi dentaria può capire cosa vuol dire saper di non aver più una parte di sé, ma i denti, i capelli, non sono certo paragonabili a un braccio.

La depressione era inevitabile.

Tornò finalmente a casa, dalla sua compagna, e si rese conto presto che non aveva perso solo un arto nell’incidente; è difficile rimanere vicino a un uomo che deve essere lavato, aiutato a vestirsi, a cui andava tirata su la cerniera dei pantaloni, che poteva portare solo mocassini ed anche quelli non sempre riusciva a infilarseli da solo.

Non poteva durare e non durò; appena trovata una badante, Viola se ne andò, lo lasciò solo con la sua depressione.

Poi perse anche il lavoro: vero che coi soldi dell’assicurazione poteva acquistare un’auto con comandi speciali, ma un agente di commercio senza un braccio, gli fecero capire, non era una bella presentazione per la ditta, quindi gli offrirono una buona liquidazione purché si togliesse dai piedi, lui e il suo moncherino.

Badante va bene, ma Nicola imparò presto ad essere autonomo, per non dover dipendere dagli altri in tutto e per tutto; e poi Nicola non voleva più vedere nessuno, non voleva leggere la pietà negli occhi del prossimo, voleva stare solo, solo col suo dolore.

E così un giorno prese la sua nuova auto, quella col cambio automatico e se ne andò, partì da solo, senza avvertire neppure la badante, andò alla ricerca di se stesso, ovunque fosse finito, forse in un inceneritore insieme al suo braccio maciullato.

Oramai si era abbastanza impratichito con la protesi, non prima di aver rischiato di operarsi di appendicite solo per essersi infilato gli slip.

Ora portava solo pantaloni con l’elastico, senza cerniera lampo o bottoni e scarpe chiuse col velcro e continuava a considerare quella specie di giratubi che era la sua nuova mano come un alieno, un parassita che era lì, appiccicato al suo corpo senza farne veramente parte.

Il fatto era che insieme al braccio gli avevano amputato anche la voglia di vivere o anche solo di sorridere.

Era partito senza meta, si ritrovò al mare, nel paese dove aveva passato le sue estati dell’infanzia, dell’adolescenza, della prima giovinezza, anni felici e spensierati, gli anni della pesca subacquea, del tennis, della sala giochi, tutte cose per le quali servivano due mani.

A questo pensiero gli si riempirono, una volta di più, gli occhi di lacrime.

Era giunto in quel luogo al tramonto, un tramonto repentino di inizio primavera; il viaggio era durato una vita: aveva paura a guidare da dopo l’incidente, non si sentiva a suo agio a stringere il volante con la pinza d’acciaio, era in difficoltà a tirare fuori i soldi per pagare l’autostrada, anche se la donna al casello, visto il suo handicap, aveva atteso con pazienza.

Una forza misteriosa l’aveva condotto in quel luogo, dove era stato felice e il ricordo di una felicità perduta per sempre gli provocò una fitta di dolore da qualche parte dentro di sé.

Lì aveva conosciuto colei che se n’era andata non appena lo aveva visto in difficoltà, ma lì aveva avuto anche i suoi ultimi veri amici, quelli della fanciullezza, della spensieratezza.

Nella penombra che avanzava a tamburo battente, in cima alla scogliera del porto, intravedeva le acque nere e minacciose e se ne sentiva attratto irresistibilmente; ebbe un capogiro, allora si voltò e si diresse verso una delle poche pensioni aperte in quella stagione.

L’indomani c’era un pallido sole primaverile; stretto nel giaccone, con la protesi sprofondata nella tasca di questo, osservava, da una delle panchine sulla passeggiata a mare, un gruppo di donne che giocava a tombola in spiaggia, mentre bambini piccoli, non ancora in età scolare, raccoglievano palettate di sabbia umida.

Poi, nel pomeriggio, arrivarono da scuola i più grandicelli armati di pallone; il tutto gli infondeva una malinconica serenità.

Tornò al porto, guardò di nuovo le acque, ma con spirito diverso: forse nella vita poteva ricominciare a trovare dei valori sull’onda dei ricordi; forse la vita andava al di là di un arto mancante.

Aveva solo quarant’anni e ancora una ventina davanti a lui potevano essere anni validi in cui vivere attivamente.

Un braccio non era tutto: si vive soprattutto col cuore e con la testa e non solo intesi come organi.

Tornò alla pensione, si cambiò, indossò una tuta e lasciò in camera il giaccone.

Uscì ed iniziò a correre sul lungomare e mano a mano che i metri passavano, cominciò a sentirsi di nuovo vivo: stava correndo verso il ritorno alla propria vita.

Marco Ernst

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:

Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.

Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani

Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

Le Storie di Marco: La vittima

Erano le sette e trenta del mattino di un giorno lavorativo qualsiasi: un giorno triste e grigio di quelli che solo Milano sa produrre.

Sotto il piano stradale, però, alle fermate della metropolitana, le stagioni e le giornate sono ancora di più tutte uguali, fatte di luce al neon fredda, di gente assonnata, di gente frettolosa, di gente spesso scontenta e delusa.

A quell’ora alle fermate della linea rossa, la linea uno, della verde, la due e della gialla, la tre, la gente cominciava ad affollarsi numerosa, soprattutto in quelle poste in corrispondenza delle stazioni ferroviarie, quelle, dunque, che raccolgono pendolari che si alzano un’ora prima degli altri, che ritornano a casa quando la cena è già in tavola, a volte quando i figli piccoli sono già a letto, così che questi vivono, praticamente, da orfani di padre o di madre o di entrambi per cinque giorni alla settimana.

Ogni quattro o cinque minuti dal fondo delle galleria inizia un rombo che piano, piano cresce fino a diventare assordante, poi arriva la corrente d’aria spinta dalle vetture lanciate a una velocità che non conosce l’ostacolo delle code delle macchine private; finalmente dal fondo, dove la galleria fa una curva, compaiono due occhi luminosi che si avvicinano e s’ingrandiscono fino a diventare l’enorme bruco vomita e mangia-persone che, dopo il suo pasto, ripartirà lasciando i residui del pasto stesso sulle banchine: carte di caramelle e giornali usati solo in parte (tanto, la maggior parte di questi è gratuita).

Allora le persone in attesa sulla banchina, udendo il rombo, s’avvicinano alla linea gialla di sicurezza, prendono posizione nella speranza di essere i primi a salire e di trovare, così, un posto a sedere sulle vetture.

I più smaliziati hanno, da tempo, contato le piastrelle di linoleum per calcolare esattamente dove si fermeranno le aperture delle porte, così da essere i primi a salire in vettura.

Erano le sette e trenta del mattino, un mattino grigio di un grigio giorno feriale, alla stazione di viale Zara della linea gialla del metrò dove attendevano numerose le persone arrivate lì con il tram numero sette, con l’undici, con il cinque barrato che arriva da Niguarda, con i filobus della circonvallazione, con la celere che proviene da Monza, da Cinisello e da Sesto S. Giovanni; all’apparire dei fari della motrice, sbucati dalla curva e preceduti dal ruggito e dal respiro del mostro, tutti fecero, come in un balletto, un movimento in avanti, verso la linea di sicurezza.

Prima spuntarono, come previsto, le luci anteriori del convoglio, poi ci fu quel rumore assordante che cresceva sempre più, dato dalle decine di ruote d’acciaio che facevano attrito contro altro acciaio.

Il convoglio, che pur aveva cominciato a rallentare, arrivò all’inizio della banchina con ancora una buona velocità, preceduta da quel vento artificiale, caldo e dall’odore cattivo e viziato di chiuso, che non potendo scappare dai lati delle gallerie, fuggiva, compresso, davanti al treno.

Sì, il treno è un animale terribile, da film dell’orrore, davanti al quale tutti gli elementi della natura fuggono: le luci, i rumori, l’aria; solo gli umani, quasi ipnotizzati, si gettano nel suo intestino famelico.

Non appena la motrice fu all’altezza dell’inizio della banchina, il macchinista vide all’improvviso una figura nera stagliarglisi davanti, quasi a voler abbracciare il muso del bruco meccanico; prontamente azionò il freno e, allo stesso tempo, chiuse gli occhi e si portò le mani alle orecchie in un gesto istintivo.

Il rumore fu simile a quello di un frutto maturo, anzi, troppo maturo, che cade sulla strada e si spiaccica sulla stessa spandendovi il suo succo zuccherino.

Solo che quel frutto fino a poco prima pensava, forse amava, ed il suo succo era di un rosso quasi nero ed era sparso per almeno venti metri di rotaie.

Qualcuno urlò anzi, molti urlarono: difficile dire se fra quel coro ci fosse anche la voce del frutto che cadeva.

Sulla banchina c’erano persone che piangevano; una donna svenne, qualcuno, imprecando, s’avviò velocemente all’uscita per prendere un mezzo di superficie, conscio del fatto che avrebbe tardato al lavoro e che se non si fosse sbrigato, probabilmente, la polizia avrebbe fermato un po’ tutti in cerca di testimonianze, aumentando così il ritardo che già si preannunciava fastidioso.

In effetti la stazione fu bloccata e il traffico della linea metropolitana fu fermato nel senso di marcia del bruco assassino, ma presto sarebbe venuto meno anche nell’altro senso, per mancanza di vetture.

Gli altoparlanti gridavano informazioni, che pochi sentivano, sui tempi presunti d’interruzione del servizio, sugli autobus predisposti in sostituzione, e così la notizia dell’incidente, come un tam–tam, si trasmise tramite essi da S. Donato a piazzale Maciachini: di sicuro non sarebbero stati tempi brevi, visto che occorreva sollevare la vettura per recuperare quel poco che restava di recuperabile e ripulire il resto, sparpagliato per buona parte della stazione.

In lontananza si sentivano le sirene dei pompieri, delle forze dell’ordine: vigili, polizia, carabinieri, che “convergevano sul luogo dell’incidente” e le più inutili di tutte, le ambulanze.

Un ragazzo coi capelli lunghi portati in trecce alla moda “rasta”, sedeva a terra con la schiena poggiata ad una colonna e gli occhi fissi nel vuoto: sui capelli dei quali andava così fiero aveva frammenti di ossa e cervello; forse si sarebbe tagliato la chioma a zero, del resto era ora di cambiare look.

Una donna grassa con una borsa di tela al braccio sedeva su uno sgabello giallo di freddo metallo e singhiozzava: nelle sue mani era comparso un rosario.

Alcuni ragazzini con sulle spalle lo zaino coi libri di scuola, felici perché avrebbero perso, giustificati, la prima ora di lezione a scuola, sporgevano il collo oltre la catena di agenti e personale dell’A.T.M. allungandolo e cercando, forse, di dimostrare le leggi di Lamark sulle modifiche degli organi date dal loro uso, oltre che di vedere quella marmellata umana sparsa per metri, dalla quale erano fuggiti pensieri, aspirazioni, conoscenze, sentimenti, forse dolori.

L’ufficiale primo arrivato sul posto, un commissario di polizia di mezza età, era quello che avrebbe avuto giurisdizione sul caso; a questo punto i carabinieri se ne andarono: in fondo in una città come Milano i crimini non mancano di sicuro.

L’uomo, il commissario Mancuso, stava fermo sul bordo della banchina, con le punte delle scarpe che sporgevano fuori da essa: anzi, era proprio quelle che guardava, visto che il resto non era un bello spettacolo, se non per i ragazzini con lo zaino in spalla.

Più che guardare, però, Mancuso pensava, le mani sprofondate nelle tasche dell’ampio cappotto fuori moda ma che, visto il suo stipendio, doveva durargli almeno fino alla pensione.

In fondo il caso era semplice: disgrazia, suicidio o omicidio; il difficile sarebbe stato fare il percorso a ritroso, come in un film riavvolto, dal momento il cui il bruco aveva addentato il frutto maturo, fino a ricostruire tutta la vita dell’uomo, anche se pensare a quella cosa spalmata un po’ dappertutto, in modo irriconoscibile, come ad un uomo non era facile.

Maledizione – pensò – qui quasi quotidianamente ci sono incidenti, suicidi, qualche psicopatico che spinge le persone sotto il treno: ma è possibile che i progettisti, con tutto quello che hanno spese e che avevano  da spendere, non hanno pensato a mettere in tutte le stazioni delle pareti di plexiglas con porte scorrevoli in corrispondenza di quelle delle vetture, così da risolvere e risolverci almeno il problema di queste morti quotidiane? Eppure sembra l’uovo di Colombo e anche una sola vita umana sarebbe valsa la spesa!”.

Il commissario si girò di colpo e tuonò con voce potente, anche se un po’ roca per i due pacchetti di sigarette che fumava ogni giorno: “Qualcuno ha visto qualcosa, qualcuno sa qualcosa dell’incidente, oppure qualcuno conosceva la vittima?”.

Al risuonare della sua voce, il brusio dei pochi rimasti cessò del tutto, poi riprese ad un livello più basso e bisbigliante.

Mancuso ripeté una seconda volta la domanda, poi tacque in attesa che qualcuno si facesse avanti.

Ci fu un momento di silenzio, poi, come dal sottosuolo si levò una voce tremolante, come di vecchio o di persona sotto shock: “Non è stato un incidente, l’hanno spinto”.

Al momento tutti trasalirono, non riuscendo a capire da dove venisse quella voce terribile, poi qualcuno ricordò il ragazzo “rasta” seduto a terra:  già, dallo stato dei suoi abiti e dei suoi capelli doveva essere il più vicino al morto, o almeno gli era vicino quando era ancora vivo e poi, mentre moriva nel corso di quell’impossibile amplesso fra l’uomo e la macchina.

“Ma sei sicuro?” gli chiese il poliziotto, mentre gli porgeva la mano per aiutarlo a rialzarsi da terra; poi lo condusse al distributore automatico, inserì le monete e fece scendere un caffé extra zuccherato che gli porse senza una parola, in attesa delle sue di parole.

Il ragazzo scosse la testa in modo affermativo, sempre tenendo lo sguardo in un altro posto, forse in un altro tempo: “Era subito davanti a me: ho visto, appena il treno è arrivato all’altezza della banchina, una mano che mi è sbucata da sopra la spalla e lo ha spinto. Il tempo di girarmi e chi l’ha spinto era sparito in mezzo alla gente”.

“Quindi escludi che sia stata una spinta accidentale?”.

“Glielo ho detto: se fosse stato un incidente avrebbe spinto me, visto che ce l’avevo dietro, ed io avrei spinto lui; quello ha voluto ucciderlo”.

“Quello, hai detto? Quindi era un uomo, però non lo hai visto: giusto?”.

“Senta, io sono un metro e settantadue e quello ha passato il suo braccio sopra la mia spalla, quindi era molto più alto di me, difficile che fosse una donna, e poi la mano era quella di un uomo, un uomo dalla carnagione scura, secondo me un extracomunitario e badi bene, io frequento i centri sociali, quindi non sono un razzista né sono prevenuto contro gli stranieri… Un’ultima cosa: non ci giurerei, visto il rumore del metrò, ma mi sentirei di dire che quello – e indicò con un cenno del capo la poltiglia sulle rotaie – non ha gridato mentre cadeva. Strano…”.

Ora il ragazzo stava uscendo dallo shock.

Il commissario gli porse un fazzoletto pulito, uno di stoffa: lui era di una generazione che non usava quelli di carta, facendogli un cenno col capo ad indicare ciò che gli imbrattava capelli, viso e bavero del giaccone: lo stesso materiale che il ragazzo aveva indicato pochi secondi prima.

Il rasta cominciò a pulirsi alla meglio la faccia e i capelli dal sangue, e non solo da quello, che cominciavano a seccaglisi addosso; poi guardò il fazzoletto e cominciò a piangere: sì, se li sarebbe proprio tagliati i capelli.

Delle tre opzioni possibili, era uscita quella peggiore per il commissario; ora, per prima cosa, occorreva identificare la vittima, poi risalire alla sua storia e scoprire chi poteva voler uccidere un povero cristo, probabilmente un pendolare che va a lavorare alle sette e venti del mattino.

Era un’indagine così, dove bisognava investigare più sulla vittima che sull’assassino.

Fortunatamente (o forse no, a seconda dei punti di vista), le cose sono più resistenti delle persone, così dalla tasca del giaccone, divenuto ora un tutt’uno con vari organi e fluidi corporei, uscì intatto il portafogli della vittima: se non altro sarebbe stato identificato, si sarebbero potuti avvertire i parenti.

Già, ma di parenti Amedeo Marri, quarantasei anni, residente a Milano, non ne aveva alcuno.

Se non altro, più tardi, la telecamera di sorveglianza della stazione avrebbe confermato ciò che aveva detto il ragazzo: si vedeva una mano spuntargli sopra la spalla e spingere il Marri verso il suo capitolo finale.

Dietro la mano un braccio, e dietro questo un uomo alto, con una felpa col cappuccio tirato su, come spesso fanno gli stranieri, soprattutto i nordafricani: impossibile identificare il colpevole, almeno da quelle riprese: tutt’al più se ne poteva stabilire, con buona approssimazione, l’altezza.

Ora lasciamo, assieme al commissario e i suoi uomini, la stazione Zara della linea gialla del metrò e trasferiamoci al commissariato.

Sotto la stazione erano rimasti i pompieri, intenti a sollevare il convoglio per estrarne quel che restava di un corpo ormai irriconoscibile (in superficie avrebbero usato una gru, ma lì sotto…) e poi gli agenti della scientifica e quelli dell’istituto di medicina legale, con lo sgradevole compito di raccogliere tutte le tessere possibili di quel puzzle umano, compreso il fazzoletto usato dal ragazzo rasta; da ultimo c’erano gli addetti alla pulizia della stazione, pronti con segatura e idranti a lavare via tutto ciò che non fosse stato possibile recuperare.

L’avresti mai detto che un uomo aveva dentro tanta roba?” chiese uno degli addetti alle pulizie al suo compagno; l’altro lo guardò male e, forse l’uomo s’accorse dell’inopportunità della sua battuta.

“Se non altro – pensò il commissario – abbiamo un punto di partenza: nome e indirizzo della vittima“.

Il resto era poco più che routine: era quello che accadeva, purtroppo, quotidianamente nel loro lavoro: visita a casa del morto, informare i parenti, in attesa dei rilievi della scientifica (che avrebbe avuto il suo da fare a ricomporre lo sfacelo che tonnellate d’acciaio avevano fatto).

Forse era così solo ora, forse lo era stato da sempre, era certo che l’abbondanza di “clienti” di un lavoro che non conosceva crisi, era frutto di un pessimo rapporto delle persone con la propria e altrui vita, col ritenere dominanti su tutto il sesso, il denaro, il potere, per poi infliggere ed infliggersi dolore quando ciò viene a mancare.

Ma lui non era un filosofo, bensì un poliziotto, così il suo compito non era cercare di capire, ma solo di trovare e di punire i colpevoli per vendicare o meglio, per rendere giustizia alle vittime.

Convocati i suoi sottoposti più fidati, s’apprestò al sopralluogo in quell’abitazione che avrebbe atteso invano il ritorno del suo occupante.

Gli dava sempre un senso d’angoscia entrare in una casa ormai vuota: era un po’ come leggere le lettere di una persona, era scovare piccoli segreti, debolezze, cercando di capirli, ma rendendosi conto che è impossibile penetrare a fondo l’animo delle persone.

Le ricerche sul computer avevano dato esito negativo: quell’uomo pareva non esistere, confuso nell’anonimato della folla della città: non una multa, una querela, una denuncia, non un parente; solo un anonimo impiegato con una vita anonima e mediocre.

Davanti al portone un uomo spazzava il marciapiede: “Se non altro c’è un custode che ci dirà qualcosa” pensò il Mancuso; niente da fare: l’uomo era solo l’addetto alle pulizie, un uomo dalla carnagione scura, forse cingalese o pakistano, che parlava poco e male l’italiano e che non conosceva la vittima.

Mentre il poliziotto cercava di estorcergli qualche informazione che l’asiatico non era in grado di dargli, arrivò una donna anziana col carrello della spesa; la donna scostò un po’ indietro il foulard che le copriva la testa per guardare meglio i tre uomini che stavano facendo perdere tempo a quello che loro inquilini pagavano profumatamente: “Lei chi è, cosa vuole?” apostrofò il poliziotto più anziano.

“Sono un poliziotto e dovrei fare qualche domanda a chiunque sa dirmi qualcosa sul signor Marri: lei lo conosceva?”.

“Umpf, un poliziotto eh? Già dicono tutti così, poi ti s’infilano in casa e ti rubano la pensione; l’ha detto anche <Striscia la notizia> di stare attenti…”.

Mancuso sorrise amaro, mostrandole la tessera col distintivo “Guardi che sono un poliziotto vero e, comunque, se vuole possiamo parlare qui, senza entrare in casa sua…”.

“Venga, venga entriamo – lo invitò la donna che si era un po’ tranquillizzata e aveva perso l’aria di amara aggressività – tanto la pensione questo mese l’ho già spesa tutta e buona parte è andata nelle tasche di quello lì – e così dicendo fece un cenno col capo ad indicare l’uomo scuro che aveva ripreso a spazzare il marciapiedi – crede che sia andata al supermercato? Nossignori, sono costretta a frugare, dopo che hanno smontato il mercato, fra quello che hanno buttato via per recuperare qualche foglia d’insalata ancora buona o qualche frutto mezzo marcio, che però è anche mezzo buono…”.

“Mi spiace per lei signora – disse con sincerità il commissario che, coi suoi millequattrocentottanta euro al mese si sentiva un capitalista di fronte a quella donna e a migliaia di altri pensionati costretti a quella vita di umiliazioni – lei conosceva il signor Marri?”.

“Quello che è morto sotto il metrò? Poveretto, se non altro ha finito di soffrire, sì, perché non era certo una persona felice: sempre solo, tranne per quella ragazza che veniva ogni tanto a trovarlo, ma il sabato e la domenica, per esempio, era sempre solo in casa. Da poco, poi, gli era morto anche il suo gatto: ne aveva fatta una vera tragedia; io non posso permettermi neppure quello: però ne ho uno di ceramica che non mangia e che non sporca – disse in tono confidenziale con un sorriso amaro, poi ritornò a raccontare del suo vicino – per il resto non era una persona con la quale si poteva fare tante parole. Guardi, avrei giurato che sarebbe stato uno di quelli che trovano morti in casa dopo mesi: non so se ha capito il tipo…”.

Sì, Mancuso aveva capito: uno dei tanti invisibili dei quali nessuno si cura e per i quali la morte, spesso, è un sollievo.

Se non ci fosse stata la testimonianza del ragazzo rasta, poteva essere il classico caso di suicidio da solitudine, ma non tutti hanno il coraggio di compiere quel passo…

Congedata la donna, non prima di averle lasciato un biglietto da visita e la raccomandazione di chiamare se le fosse venuto in mente qualcosa d’altro, entrarono nell’appartamento con le chiavi, trovate anch’esse nella tasca del giaccone del defunto Amedeo Marri: erano ancora sporche di sangue e di altre sostanze che era meglio ignorare.

L’appartamento, a prima vista, era quanto di più anonimo ci si potesse aspettare: il disordine che vi regnava testimoniava di un uomo solo, con poche relazioni sociali e molti ricordi alle spalle.

Ai muri c’erano molti quadri senza cornici, firmati “Ame”, Ame come Amedeo, quindi aveva quella passione… ma sicuramente non aveva mai venduto una sola tela: dipingeva molto bene, per quanto ne capiva il commissario, ma i suoi erano temi troppo tristi ed intimisti, mentre la gente non ama pensare troppo; più che dipingere quadri, forse, sfogava sulla tela i propri sentimenti ed un evidente disagio di vivere.

Entrarono in bagno: sullo specchio c’era scritto: “Solo quattro”: forse era stato usato un vecchio rossetto appartenuto a chissà chi.

Cosa mai aveva voluto dire?

La stessa frase era scritta su vari fogli sparsi su un piccolo secretaire, sulla copertina di una vecchia agenda alla quale erano stati meticolosamente cambiati i nomi dei giorni anno dopo anno e cancellate le note scritte a matita per poterla riciclare; per altro le note riguardavano cose insignificanti quali scadenze e spese da fare.

Un po’ per tutta la casa si ripeteva ossessivamente quella scritta: ”Solo quattro”; chissà cosa significava? Quattro persone? Quattro giorni, mesi, anni, quattro cosa?

C’era su un cavalletto da pittore la sua ultima tela, ma non c’era dipinto sopra nulla, solo una scritta fatta col pennello: ovviamente la scritta diceva “Solo quattro”.

Evidentemente quelle due parole, negli ultimi tempi, erano diventate per lui una crescente ossessione.

Le uniche cose utili per l’indagine, oltre la scritta misteriosa, erano l’indirizzo del posto di lavoro del defunto e quello banca dove aveva il conto corrente.

Null’altro; quindi uscirono per sempre da quella casa abbandonata, come morta anch’essa.

Dall’uscio di fronte la donna anziana col foulard in testa li spiò andare via, sospettando che fossero andati a rubare la pensione al morto, che non era ancora in pensione.

Uscirono con un certo sollievo sulla strada.

Sul marciapiede opposto stava ferma una ragazza: guardava la casa, sul cui portone c’era un biglietto che annunciava la morte del signor Amedeo Marri, e piangeva; la prima e unica persona che, forse, piangeva per lui.

I poliziotti traversarono la strada: “Lo conosceva? Siamo della polizia”.

“Gli volevo bene, era buono, premuroso…”.

“E lui gliene voleva?”.

“No, lui non mi voleva soltanto bene, lui mi amava, ma io non potevo amarlo: era di un’altra generazione, soprattutto mentalmente”.

Solo ora Mancuso guardò bene la giovane: non doveva avere più di vent’anni, vale a dire meno della metà del morto.

Fecero salire la ragazza sull’alfa blu senza contrassegni: non volevano intimorirla portandola in commissariato, ma neppure interrogarla in piedi, in mezzo alla strada.

Il commissario le porse un fazzoletto pulito perchè si asciugasse le lacrime: doveva smetterla di distribuire i suoi fazzoletti a destra e a manca, non ne aveva quasi più; forse doveva tenere in tasca qualche pacchetto di quelli di carta da dare agli estranei…

Senza bisogno di farle domande, la ragazza cominciò a parlare lì, sul sedile posteriore dell’auto, forse perché ne aveva bisogno, perché doveva assolutamente sfogarsi: “C’eravamo conosciuti tempo fa, perché gli avevo chiesto d’insegnarmi a dipingere. Quasi subito eravamo andati a letto assieme, ma lui non si accontentava del sesso anzi, per lui quello era secondario: lui voleva l’amore, gli piaceva stare abbracciati, nudi, a lungo nel letto. Io dopo un po’ mi annoiavo a stare così, però gli volevo bene perché era buono, era speciale; no, non lo amavo ma gli volevo bene. Poi, un giorno, ho conosciuto un ragazzo e allora gli ho detto che sarei andata ancora da lui, ma che non avremmo più fatto l’amore… allora lui cambiò: non mi disse nulla, non insistette, ma divenne cupo, triste, a volte piangeva e non capiva che così facendo mi allontanava sempre di più, perché io non avevo voglia di passare le mie giornate in un ambiente triste e con uno che non faceva che piangere…”.

Cherchez la femme, pensò Mancuso: c’è sempre una donna in ogni caso di morte violenta… peraltro era un po’ sconcertato dalla mancanza di pudore della ragazza nel rivelare la natura dei loro rapporti, anche intimi; nuove generazioni…

La ragazza continuò: “Non avevo il coraggio di mollarlo, un po’ perchè stavo bene, comunque, con lui, e un po’ perchè lo vedevo troppo giù di corda. Negli ultimi giorni, poi, continuava a ripeter fra sé e sé <Solo quattro>, ma non mi ha mai voluto dire cosa significasse. Solo ora che non c’è più mi rendo conto di quanto mi manca”.

La ragazza, Virginia era il suo nome, riprese a singhiozzare nel fazzoletto che era stato del commissario Mancuso.

L’uomo – poliziotto cominciò a pensare che, forse, la ragazza era uno dei quattro a cui si riferiva quel povero infelice, forse il gatto, che anch’esso l’aveva lasciato, era il secondo dei quattro, la sua pittura che non interessava a nessuno il terzo e poi? Forse il suo lavoro, visto che è spesso la parte preponderante della vita di una persona…

Tutta la vita di una persona legata a quattro fili, come una marionetta che, tagliati quelli, s’affloscia su se stessa.

Al lavoro gli confermarono che il Marri era appassionato di ciò che faceva: ci si buttava a capofitto quasi per scordare il resto, ma nell’ultimo periodo non andava bene, era spesso teso e non mostrava più l’entusiasmo di una volta.

Forse voleva lasciare, tanto è vero che aveva chiesto un anticipo sulla liquidazione: diecimila euro, una bella sommetta, ma che cosa ne voleva fare?

Alla banca, dietro la presentazione di un mandato, confermarono il versamento dei diecimila euro, ma il ritiro, in contanti, degli stessi solo pochi giorni dopo.

Al commissario cominciò a frullare un’idea nella testa… ma era un’idea che aveva bisogno di essere supportata da prove.

Il giorno seguente Mancuso era nel suo ufficio, intento a rivedere l’incartamento relativo a quel delitto, un caso che non gli sarebbe spettato, visto che lui non era della omicidi, lui era solo di turno al momento del fatto, ma se fosse stato subito chiaro che si trattava di omicidio, ne sarebbe stato incaricato il suo collega Alfonso Grieco: lui sì che era della omicidi.

Suonò il telefono e lui rispose distratto; il centralinista gli comunicò che c’era una chiamata per lui da una certa Elvira Sala: non realizzò subito chi fosse, ma ne riconobbe la voce roca, da vecchia, non appena  gliela passarono e se la figurò con la cornetta grigia di un apparecchio obsoleto appoggiata all’orecchio coperto dal vecchio foulard di seta.

Si ricorda di me commissario?” chiese la donna, sicura ora che lo sentiva al numero da lei chiamato, che fosse un poliziotto vero e non un truffatore di pensionati.

Certo, signora, e la ringrazio di avermi chiamato, anche perché se lo ha fatto penso che abbia qualcosa di nuovo da comunicarmi”.

“Signorina, prego, comunque sì, mi è venuta in mente una cosa: forse il mio vicino aveva cambiato gusti sessuali, perché pochi giorni fa l’ho visto che si portava in casa un beduino, so che li dovrei chiamare extra – comunitari o stranieri, ma per me quello sono: beduini; comunque era uno giovane, molto alto e puzzava anche a distanza: non so come fa certa gente ad andarci insieme, con l’odore che hanno! Comunque, per quanto ne so, è venuto solo quella unica volta”.

Il commissario ringraziò la donna e riappese la cornetta: quanto aveva saputo andava a rafforzare il suo sospetto: la vittima, e non solo vittima dell’incidente in metrò, Amedeo Marri, aveva perso le quattro cose che costituivano la ragione unica per vivere: il lavoro non lo interessava più, la sua pittura non aveva sfondato, perfino il gatto l’aveva lasciato e la sua storia d’amore si stava spegnendo senza essersi, in realtà, mai accesa; quell’uomo voleva morire, ma non aveva il coraggio di farlo da solo e quindi aveva  probabilmente pagato qualcuno per farlo al posto suo.

Mancuso era tranquillo sulla sua interpretazione dei fatti: non c’erano dubbi.

L’assassino non lo avrebbero probabilmente mai più trovato: un anonimo in mezzo a tanti disgraziati, costretti dalla fame e dalla miseria a fare qualsiasi cosa per denaro, ma, in fondo, più che un omicidio aveva compiuto un atto di eutanasia, di pietà, verso un uomo nel quale il dolore aveva preso il sopravvento sull’istinto di sopravvivenza, o forse no: l’istinto c’era ancora, al punto che aveva dovuto rivolgersi ad un estraneo per fare ciò che quella forza misteriosa gli impediva di compiere da solo.

Probabilmente con quella cifra l’altro disgraziato adesso era già tornato al suo paese, magari ad impiantare un’attività che avrebbe sottratto alla miseria lui e la sua famiglia.

In Italia quel gruzzolo, invece, pur essendo il frutto di anni di risparmi sullo stipendio di un lavoro misconosciuto, valeva a mala pena la vita di un essere umano.

Un disgraziato che era troppo vile per affrontare il dolore e la vita ma, al tempo stesso, anche troppo vile per affrontare la morte guardandola in faccia e sfidandola e per questo era giunto a pagare un altro disgraziato come lui che facesse al suo posto il gesto estremo.

Ma alla fin fine, chi può capire e giudicare il dolore degli altri?
Marco Ernst

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani

Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

 

 

 

 

Le Storie di Marco: C’è un libro…

C’È UN LIBRO…

Si può morire a vent’anni? Beh, se c’è chi muore a quell’età, vuol dire che si può!

Ma anche se uno è brillante, iscritto a giurisprudenza, bello, ha successo con le donne? Il destino non guarda belli e brutti, geni o scemi!

Ma si può morire solo perchè si rompe una gamba della sedia della biblioteca universitaria e il morituro in questione cade all’indietro, battendo la testa su una cassettiera lasciata lì da un bibliotecario perché ha dovuto correre in bagno per un attacco di colite?

???????

Alessio era così: bello, intelligente, con davanti a se una brillante carriera da avvocato.

Ed Alessio era morto così, in quel modo stupido, per una serie di fatalità una più assurda dell’altra.

Ricordava, a sprazzi, come ultime cose l’enorme tomo di diritto privato, il “crack” della gamba della vecchia sedia con la targhetta metallica col numero d’inventario del comune e poi quel dolore acuto alla base del cranio, come la puntura di un’enorme zanzara maligna.

Lo ricordava mentre nuotava nel nulla, proiettato, o forse attirato verso una luce accecante.

Forse non era normale che ricordasse, ma la cosa era stata talmente rapida ed anomala, che qualcosa della vita precedente era rimasta.

Terminò il suo volo in un tempo non quantificabile: potevano essere anni o un istante, e si trovò in un luogo immenso dove la nitidezza di ciò che gli era più vicino contrastava con una nebbia perfino troppo densa per essere tale, forse una nube candida, che gli nascondeva le pareti o i confini del luogo dove si trovava.

In fondo il suo stato d’animo non era così malaccio, ma ricordava ancora troppe cose della vita precedente per non desiderarne ancora un po’: in fondo quel luogo, qualunque cosa fosse, sarebbe stato ancora lì fra dieci anni, o venti, o cento.

Da quel nulla ovattato comparve un uomo, doveva essere un uomo, ma poteva essere qualunque cosa, perché in quel luogo ciò a cui siamo abituati non esiste ed ha altre forme e nomi.

Benvenuto, Alessio” disse una voce ( ma poteva anche non essere una voce: un pensiero? Un canto? Un’immagine?).

Benvenuto un accidente! Con licenza parlando, anche perché fino all’altra vita avrei usato un’espressione più colorita! Cosa ci faccio qui? Io avevo ancora una vita davanti, non ho mai fatto del male e non meritavo di finire in questo modo, per una serie di fatalità stupide…” e così dicendo, Alessio, futuro brillante avvocato, sciorinò un’arringa degna del più abile degli avvocati, tanto da insinuare “un ragionevole dubbio” nel suo interlocutore.

Aspetta”, gli disse questi e sparì da dove era venuto per ritornare dopo un tempo che tempo non è, visto che lì il tempo non esiste.

Ora il tono del suo interlocutore era cambiato, forse era più severo, forse più ufficiale: “Ti comunico che ti è stata concessa una seconda chance: potrai tornare a pochi istanti prima dell’incidente e ricordare l’accaduto, in modo da poterlo evitare”.

La pagina del testo di diritto privato era sempre 625; alle spalle di Alessio si udì il cigolio dello schedario.

Il ragazzo si alzò di scatto, si voltò verso l’impiegato e lo apostrofò in modo aspro: ”Tolga di qui quest’affare, prima che qualcuno ci si faccia male!”.

“Ma…” tentò di abbozzare l’ometto, che stava veramente male, ma discutere gli avrebbe portato via più tempo, così affrettò il passo dietro il suo carrello ma, giunto in prossimità delle scale e dei gabinetti, non resistette: mollò quel maledetto schedario, si voltò e vomitò sulle scale, poi s’infilò nel locale di servizio prima di non riuscire a trattenere anche altro…

Alessio raccolse i suoi appunti, attento a non sedersi su quella sedia mortale, e s’avviò all’uscita.

Assorto nei suoi pensieri, però, giunto alle scale non vide il contenuto gastrico del commesso, vi poggiò un piede mentre l’altro era sollevato e fece l’intera scalinata rotolando come una palla da bowling e, ad ogni giro, una vertebra cervicale si rompeva.

Al termine dello scalone le sue sette cervicali erano una miriade di frammenti, molti dei quali conficcati nel midollo spinale.

Dopo il solito viaggio si trovò nel luogo della volta precedente, di fronte alla stessa entità giudicante.

Stavolta la sua arringa fu ancora più accorata: non era giusto avere un’altra opportunità per sprecarla in quel modo becero senza, peraltro, colpe di sorta.

Anche stavolta, dopo un consulto, gli fu concesso di tornare indietro fino a pagina 625.

Prima ancora di sentire il cigolio delle vecchie rotelle, Alessio era in piedi, il block notes fra le mani, proiettato verso la scala di servizio, quella vecchia che nessuno usava, una scala piena di polvere in forma di greggi di pecorelle grigie.

Nonostante l’ansia, scese piano, con cautela, per non cadere una seconda volta.

Finalmente giunse al pian terreno: al di là della porta c’era la strada, finalmente sarebbe stato fuori a quella che non era una biblioteca, ma una trappola mortale.

Spinse la porta, ma questa si mosse solo in alto, mentre nella parte inferiore appariva incastrata, forse gonfiatasi per l’umidità; spinse più forte: nulla, spinse ancora e la porta cedette e con essa il vetro polveroso che la sormontava orizzontalmente.

Alessio alzò il capo, forse già sapendo cosa lo aspettava, giusto in tempo per vedere l’enorme e pesante lastra precipitare come una mannaia a recidergli la giugulare.

Stavolta, al presentarsi dell’entit, non si cimentò in un’arringa degna di Perry Mason: chiese solo “Perché?”.

“Vieni”, disse la voce.

Alessio varcò con questi la cortina di nubi cotonose e si trovò in un ambiente identico al precedente, solo che qui, giusto del mezzo di quel nulla, c’era un leggio di legno intagliato, con sopra un libro enorme, da far impallidire il suo “Manuale di diritto privato”.

Il leggio sembrava molto antico, antico come il mondo, come l’universo.

“Vedi – gli spiegò la voce con un tono che era fra il dispiaciuto e quello di colui che cerca il perdono – c’è un libro, questo libro, dove ci sono scritte le date di nascita e morte, morte terrestre, intendo, di tutti voi. Tu hai bene argomentato, tanto che abbiamo tentato: forse il libro, che si è scritto da solo all’inizio dei tempi, poteva correggersi da solo”.

“È mai successo?”  domandò fra il curioso e lo speranzoso il giovane.

A dire il vero, mai. Ma chissà… forse un giorno.. Comunque vedrai, qui non è poi così male…”

Alessio si chinò verso il libro, dove c’erano scritti giorno , mese, anno e ora della sua nascita e della sua morte.

Cercò poi di voltare pagina: era curioso di saper qualcosa dei suoi amici, dei suoi conoscenti, ma l’altro uomo gli cinse le spalle con un braccio e lo costrinse dolcemente a voltarsi: “Ci sono cose che nessuno, neppure io, deve sapere. Vieni che ti spiego cosa succede qui…”.

I due sparirono oltre la nebbia, mentre il libro si chiudeva sul suo leggio ed iniziava il suo breve riposo.
Marco Ernst

 

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani


Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

 

 

Le Storie di Marco: Il nonno

Fino da quando iniziano i miei ricordi, vale a dire dopo i tre anni, sono sempre cresciuto col nonno, perché papà e mamma lavoravano e spesso non tornavano a casa per giorni, oppure arrivavano alla sera tardi, quando io ero già a letto.

Mi hanno raccontato che nei miei primissimi anni di vita c’era anche la nonna, ma poi lei è volata in cielo ed è rimasto solo il nonno a prendersi cura di me. È strano come in questo momento non ricordi neppure il suo nome: per me è sempre stato solo “il nonno” e basta: del resto c’eravamo solo noi nella grande cascina, quindi a che servivano i nomi?

Io lo chiamavo nonno e lui, a seconda dell’umore e della mia età che cambiava, mi chiamava “piccolo”, oppure “cucciolo” e poi, più tardi, “giovanotto” e “campione”. Il nonno mi faceva lavare, mi aiutava a vestirmi, mi preparava la colazione e mi accompagnava a scuola; nella bella stagione andavamo a piedi, anche se c’erano un paio di chilometri di strada da fare, però durante il tragitto parlavamo di tante cose, mi spiegava tutto ciò che vedevamo nei campi e che lui pensava mi fosse utile sapere.

In autunno e in inverno o se uno di noi due non aveva voglia, allora potevamo usare le biciclette o la vecchia 1100R del nonno che, nonostante l’età e la ruggine, per motivi misteriosi, riusciva ancora a camminare, almeno fino alla scuola e ritorno. Poi, nel pomeriggio, lui mi veniva a prendere e tornavamo insieme, mi preparava la merenda, mi aiutava a fare i compiti e spesso giocava con me.

Ma più frequentemente mi raccontava le sue storie e, ragazzi, come raccontava lui era meglio che andare al cinema. Lui aveva sempre nuove avventure di guerra, alla quale aveva, purtroppo, partecipato, oppure di caccia, sì, perché era stato un grande cacciatore e, anche se le sue prede erano, per lo più, lepri e fagiani, da come raccontava io m’immaginavo mitiche lotte con leoni e rinoceronti.

Poi mi prendeva sulle ginocchia, mi baciava e, con quella sua barba ispida, mi faceva morire di solletico. Ho amato e amo i miei genitori, ma era il nonno la persona più importante della mia vita. Solo che anche per lui gli anni passavano, invecchiava ed a un certo punto non se la sentì più di fare le nostre passeggiate, così a scuola ci andavamo tutto l’anno con la macchina.

Un giorno anche quella, però, ci lasciò e fu fatta demolire: quanto piansi! Anche lei faceva parte del nostro mondo segreto, di quell’insieme unico nel quale nessun altro era ammesso. Ora, spesso succedeva che la sera, nel raccontarmi le sue avventure, nonno si addormentasse, ma a me non importava: io rimanevo seduto sul cuscino ai piedi della sua poltrona, poi gli prendevo la mano come se da quel momento mi assumessi io l’incarico di proteggerlo, vegliando sul suo sonno.

Il nonno era anche un gran cuoco: forse non un cuoco raffinato come quelli che si vedono alla televisione (anche se la televisione non rientrava nel nostro cerchio magico), ma le poche cose che cucinava avevano un sapore irripetibile; il suo minestrone, in particolare, era così denso che ci potevi mettere il cucchiaio piantato dentro in piedi e poi ti si scioglieva in bocca con sapori che ti invitavano a non smettere mai di mangiarne.

La domenica cucinava la mamma e il nonno ed io le facevamo sempre i complimenti: come potevamo dirle che il “nostro” minestrone (cioè quello che faceva il nonno) era meglio delle sue lasagne al forno o del suo arrosto con le patatine novelle? La nostra cascina era, come detto, un po’ isolata sia dal paese, sia dalle altre case, per cui io non avevo molti amici: anzi, non ne avevo proprio.

Avevo, è vero, dei compagni di scuola, ma loro parlavano di cose che non conoscevo, di personaggi dei cartoni animati che io non guardavo alla televisione, raccontavano delle partite di calcio della domenica e, se io facevo tanto di raccontare le storie di caccia del nonno, tutti se ne andavano sbuffando di noia (come dire: “Sempre le solite vecchie storie”) e mi lasciavano solo. A me, però, non importava nulla anche se non avevo amici, perché avevo quel nonno speciale che era tutto per me: la mia famiglia e anche i miei amici.

Poi, un giorno dell’inverno in cui avrei compiuto i nove anni, mentre la sera il nonno mi stava raccontando una storia di guerra che sapevo già, reclinò la testa sulla spalla e si addormentò e non si svegliò più. Rimasi due giorni accanto a lui, a tenergli la mano che diventava sempre più fredda. Ci trovarono così mamma e papà quando tornarono il venerdì sera. Chiamarono un furgone nero che portò via il nonno sdraiato su una specie di lettino, con una coperta che gli copriva anche la faccia (per non fargli prendere freddo, mi dissero) e non me lo fecero più vedere.

Non ho potuto nemmeno dirgli “Ciao” e dargli un bacio. Dicevano che era molto vecchio e stanco, che era stato tanto male, ma ora non soffriva più. Io non chiesi mai nulla, andavo a scuola da solo, a piedi o in bicicletta, ma non con la mia, quella nuova che mi avevano regalato per Natale, ma con quella vecchia del nonno.

Ero molto triste, mi mancava la sua barba ispida che mi graffiava le guance, la sua voce, il bene che mi voleva. Forse non sono molto sveglio, perché ci ho messo quasi due anni a capire che lui era andato a trovare la nonna in paradiso. Dal giorno in cui il nonno si è addormentato, la mamma è stata a casa dal lavoro, l’ha fatto per me, ma non è la stessa cosa: intendiamoci, le voglio bene, ma lei non sa storie di guerra e non è mai andata a caccia.

Ora ho quasi tredici anni, gioco a pallone nella squadra dell’oratorio (chissà quanto lui sarebbe stato orgoglioso di me) ed ho anche tanti amici: non sono mai solo. Mamma ha ripreso a lavorare, ma torna a casa tutte le sere alle sei. Eppure non sarò mai più felice come lo sono stato per i miei primi nove anni, perché mi manca lui, la sua voce, le sue storie, perfino la sua barba malfatta; mi manca il suo apparire così indifeso quando si addormentava, mi manca quel cerchio magico che esisteva solo con noi e per noi e che si è spezzato per sempre.

Spesso, però penso a lui e mi sembra di vederlo seduto al volante della 1100, con la nonna accanto, che mi fa un saluto con la mano: so che è felice perché è di nuovo insieme a lei e allora sono meno triste anch’io.

Marco Ernst

 

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani

Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

 

Le Storie di Marco: I bambini ci guardano

Loris era nato un po’ prematuro e, forse per questo motivo, era rimasto cagionevole di salute.

Ora aveva dieci anni e frequentava la quarta elementare, ma ancora pativa, spesso, di malanni non gravi, ma fastidiosi, quali ripetute influenze, raffreddori e bronchiti che correvano il rischio di degenerare in asma.

Così, da sempre, in primavera la mamma lo portava una decina di giorni al mare per cambiare aria, rispetto a quella mefitica di Milano, visto che, comunque, Loris a scuola era molto bravo e non avrebbe perso molto e recuperato in fretta.

Quell’anno, come detto era il decimo di Loris, l’inverno era stato particolarmente rigido e umido, mentre la primavera avanzata era già piuttosto calda; così la mamma aveva organizzato per fine aprile la breve vacanza al mare, a Laigueglia.

Papà, ovviamente, doveva rimanere a lavorare in città, ma si sentivano per telefono tutti i giorni: per Loris la mamma era importante, ma il padre era il suo mito e il suo modello.

Subito la prima sera in albergo, la direzione aveva organizzato una festa danzante per gli ospiti primaverili, un nutrito gruppo, data la temperatura.

La mamma era, come sempre, molto elegante: portava un vestito nero scollato, con una spilla d’oro a forma di rosa puntata al vertice della V della scollatura.

Era poi ben truccata e pettinata.

Mentre Loris sedeva ad un tavolo con una grande coppa di gelato, la mamma ballava, ballava sempre con lo stesso uomo, un giovane alto e muscoloso che a Loris risultò subito antipatico.

Al quarto ballo il gelato del bambino era quasi completamente sciolto e lui non aveva più voglia di mangiarlo.

Il giorno dopo, approfittando della bella e calda giornata, madre e figlio andarono in spiaggia: la mamma con un costume da bagno intero e il bimbo con un costume a slippino, ma indossando anche una maglietta dei power rangers, poiché c’era un po’ di brezza e lui era delicato.

Altri bambini non ce n’erano, poiché era tempo di scuola, così Loris si fece una piccola pista sulla sabbia e cominciò a giocare da solo con le sue biglie di plastica con inserite le fotografie dei campioni di formula uno: li conosceva tutti uno per uno, perché glieli aveva illustrati il padre, appassionato di automobilismo.

La madre prendeva il sole su una sedia sdraio, sfogliando distrattamente una rivista di moda; dopo un po’ comparve il giovane della sera prima e si sedette su un asciugamano a terra accanto alla donna.

Loris si girò in modo da non perdere di vista la coppia: ridevano, troppo per i suoi gusti: non sopportava la mamma quando faceva così.

A mezzogiorno il giovanotto muscoloso se ne andò e loro tornarono in albergo per il pranzo.

Nel pomeriggio, mentre la mamma riposava, Loris prese dalla borsa i quaderni e cominciò a fare i compiti, ma ripensando alla mattina, era distratto e dovette rifare un paio di volte alcuni esercizi di aritmetica che, in altre occasioni, non avrebbe mai sbagliato.

Quando mamma si svegliò oramai era troppo tardi per tornare in spiaggia, così fecero un giro per i carruggi del paese, a guardare le vetrine dei negozi.

La donna era particolarmente raggiante e sembrava felice: voleva comprare qualcosa di bello per il figlio, ma lui rifiutò: era di malumore e non voleva nulla.

Dopo cena la mamma di Loris si vestì nuovamente elegante e chiese al bambino se se la sentiva di restare solo, perché lei doveva uscire; era una domanda formale, alla quale il bambino non rispose e, del resto la sua risposta sarebbe stata ininfluente.

Quando la mamma uscì, Loris si affacciò, senza farsi vedere, dietro i vetri della finestra: sul lato opposto dell’albergo c’era il solito uomo in attesa.

La donna, nel vederlo, accelerò leggermente il passo e quando lo ebbe raggiunto, gli gettò le braccia al collo e lo baciò.

Loris aveva visto abbastanza: gettò Topolino di nuovo nella sua borsa, dalla quale l’aveva appena preso e si infilò a letto al buio, senza neppure spogliarsi.

Amore, ti sei addormentato vestito! Ora vai a farti una doccia, che poi andiamo in spiaggia” commentò la donna il mattino seguente.

Era rientrata molto tardi, eppure appariva già attiva e pimpante.

Come il giorno precedente, dopo un po’ arrivò mister muscolo.

La donna si alzò, respingendo delicatamente il suo tentativo di baciarla, e si avvicinò al bambino: “Senti, tesoro, tu resta qui a giocare, io vado a fare un giro in moscone; tu non puoi venire, perché in mare c’è troppo umido per te”.

Gli voltò le spalle e salì in moscone col suo cavaliere.

Ritornarono molto tardi; il piccolo attendeva sulla sdraio con le braccia conserte e l’aria triste, ma la madre non se ne accorse.

Oramai la cucina dell’hotel era chiusa, per cui andarono in un bar dove la mamma ordinò toast e coca-cola.

Loris bevve la coca, ma avanzò meta del suo pranzo.

Nuovamente la sera la mamma uscì.

Loris si avvicinò ai vetri, ma poi desistette: aveva già visto e capito abbastanza.

Andò a letto e non sentì la madre rientrare.

La mattina seguente la donna non era, però, così allegra come nei giorni precedenti.

Al tavolo della colazione dell’hotel lei non toccò quasi nulla; poi, senza una parola, preparò la borsa da spiaggia e vi si avviò col bambino per mano.

Solo quando vide arrivare il suo nuovo amico, invitò il piccolo ad andare a giocare un po’ più in là.

Loris si allontanò di un bel po’, costruì la sua pista, vi dispose le biglie di plastica e si sedette a terra, ma facendo in modo da non perdere un movimento della madre.

Quasi subito vide che la donna e il muscoloso non stavano chiacchierando amabilmente, ma discutevano come se litigassero, pur senza alzare la voce.

Ad un certo punto il giovane le voltò le spalle e se ne andò; a questo punto lei si alzò e corse verso la cabina, nella quale si chiuse a chiave.

Anche se Loris non l’aveva visto, aveva però intuito che stava piangendo, allora la seguì, abbandonando le sue biglie che, quasi subito, gli furono rubate da due bambini più piccoli.

In silenzio, senza quasi respirare, attese dietro la porta chiusa che i singhiozzi della madre cessassero, dopo di che bussò discretamente dapprima e poi quasi disperatamente, alla cabina.

Cominciò a singhiozzare: “Mamma, mamma, ti prego, torniamo a casa, ti prego mamma, voglio andare da papà, voglio tornare a casa nostra a Milano”.

La disperazione del bambino era tale e tanta che la donna uscì quasi subito dalla cabina: all’angolo dell’occhio aveva un po’ di rimmel sciolto.

Cercò di calmarlo, adducendo il fatto che lui aveva bisogno di mare e che le giornate erano così belle e calde che era un peccato sprecare il resto della vacanza, ma il bambino non si calmava e, a un certo punto, il suo pianto convulso divenne una crisi respiratoria vera e propria con un accesso irrefrenabile di tosse.

La donna, allarmata, lo aiutò a rivestirsi e lo riportò in albergo.

Nella loro stanza, entrambi in silenzio, prepararono i bagagli; nessuno dei due aveva voglia di pranzare.

La donna aveva capito che il bambino aveva capito tutto: un po’ non glielo perdonava e un po’ non perdonava se stessa.

Nel pomeriggio telefonarono in ufficio al rispettivo marito e padre: sarebbero arrivati a Milano l’indomani mattina verso le undici.

L’uomo garantì loro che avrebbe preso mezza giornata di permesso per andarli a prendere in stazione.

Queste parole rasserenarono un po’ il bambino.

La sera, dopo una breve cena, si ritirarono in camera e andarono a dormire di buonora, per alzarsi presto l’indomani.

Nel chiudere le tapparelle Loris gettò una veloce occhiata in strada: mister muscolo attendeva, invano, sotto un balcone della casa di fronte: il bimbo ebbe un piccolo sorriso di soddisfazione.

In circa tre ore di treno, la mattina seguente, furono a Milano:

Il padre di Loris, come promesso, li attendeva in testa al binario.

Loris lasciò la mano della madre e corse ad abbracciare il suo papà mentre scoppiava in lacrime.

Piccolo, come stai? Sei guarito?” gli domandò il padre.

No, non era tornato dal mare guarito, ma sicuramente ora era più grande.
Marco Ernst

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani


Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

 

 

 

Le Storie di Marco: cena di fine anno

CENA DI FINE ANNO

 Caro Sergio, il giorno 28 alle ore 21 terremo nel cortile della scuola la consueta cena di fine anno, durante la quale festeggeremo anche le pensionande. Ti attendiamo; facci sapere se porti un contributo dolce, salato o se porti da bere e quale contributo puoi dare per il regalo alle colleghe che ci lasciano. Ci sarà anche la preside a festeggiare con noi. Un bacione. Emilia”.

Questa l’e-mail che Sergio Scaglia, insegnante precario da sempre, ricevette e che gli causò una fitta al fegato.

* * *

Lui era sempre stato un insegnante capace, attento alle esigenze dei suoi alunni, coscienzioso, per quanto non ancora di ruolo ed anche divertente; in altre occasioni simili aveva intrattenuto ed allietato grandi e piccoli con i suoi numeri spettacolari.

Lui, infatti, veniva da una famiglia circense: genitori, nonni, zii e cugini vari dai quali aveva imparato un po’ di tutto: dalla giocoleria, alla magia, alle acrobazie, ma poi la crisi aveva colpito anche i circhi ed allora aveva messo a frutto i suoi studi dedicandosi all’insegnamento.

In quella scuola media, che ora si chiama secondaria di primo grado, lui non insegnava certo numeri circensi, anche se la cosa non sarebbe stata poi così male, ma materie letterarie ed aveva anche avuto le sue belle soddisfazioni, se non economiche, almeno morali.

Poi qualcosa era cambiato improvvisamente: la pubblica istruzione pareva essere diventata una palla al piede invece che le fondamenta dello Stato; tutto si era tramutato in nient’altro che burocrazia e giochi di potere e così, negli ultimi tre anni, per diversi motivi, Sergio non era mai riuscito a terminare l’anno scolastico e lui, che pure i salti mortali li sapeva fare, trovava difficile fare quadrare il bilancio, mettere insieme il pranzo con la cena, come si suole dire.

Anche in quell’ultimo anno aveva sperimentato una volta di più cosa vuole dire la parola mobbing e l’aveva fatto sulla propria pelle.

Aveva toccato con mano cosa significa essere una persona per bene in mezzo ad altre che non lo sono o che preferiscono girarsi dall’altra parte, fare finta di non vedere ciò che accade.

Di nuovo, a marzo, aveva dovuto giocoforza dare le dimissioni perché non sopportava più le umiliazioni inferte alla sua dignità.

Solidarietà da parte delle persone che avevano lavorato con lui, uguale a zero: non una mail, non un messaggio con due sole parole: “Mi spiace”.

Ed ora questa gli sembrava proprio una presa in giro: gli chiedevano soldi, dopo avergli fatto perdere lo stipendio, gli chiedevano cibo dopo averlo idealmente affamato e una volta di più questo lo trovava intollerabile, un’ennesima offesa alla sua dignità di professionista e, prima ancora, di uomo.

Poi proprio lei, Emilia, la vicepreside, quella che lavorava sotto, sotto, quella che era stata all’origine di tutto, quella dei bacini alla Giuda.

Era il caso, una volta per tutte, di fare qualcosa.

Doveva farlo per sé e per tutti coloro che non avevano il coraggio di ribellarsi, magari perché erano relativamente giovani e con una carriera davanti.

* * *

Il giorno ventotto alle ventuno e quindici, perché era importante che tutti fossero già là, compresa la preside e la bidella che era la sua spia preferita, Sergio fece il suo ingresso nel cortile della scuola.

Essendo già tutti presenti questo non passò inosservato.

Aveva in mano un sacchetto di carta di quelli coi manici; subito la vicepreside Emilia gli si fece incontro, probabilmente per baciarlo e prendere il cibo per la cena collettiva, ma l’uomo la tenne a distanza con un gesto della mano, senza una parola.

Poi estrasse dal sacchetto una bottiglia e se ne versò un grosso sorso in bocca, quindi ne tirò fuori una fiaccola fatta di un bastone con avvolto uno straccio imbevuto di benzina e infine un accendino, con cui diede fuoco alla torcia.

In molti ci fu un sorriso: ecco il suo contributo, un numero d’intrattenimento, il mangiafuoco! ma altri non erano così tranquilli e felici.

La prima fiammata partì, ma non verso l’alto, bensì ad altezza uomo e ci furono le prime urla di dolore e paura.

Altro sorso dalla bottiglia, altra fiammata verso coloro che cercavano di scappare; crepitavano i leggeri vestiti sintetici, i capelli, tutti ora bruciavano. Si sentiva un odore di benzina e di barbecue, nonché di lana bruciata: i capelli acconciati nel pomeriggio dalle signore.

Poi ci fu solo odore di arrosto carbonizzato.

Nessuno udì le urla, perché la scuola era isolata ed anche se fosse, ad una festa un po’ di movimento vocale è normale!

Bruciava per bene la preside, dato il grasso abbondante del suo corpo sgraziato, bruciavano la sua vice, la bidella e tutti: colpevoli e complici.

Bruciarono le pensionande che tanto nulla più avrebbero potuto dare alla scuola; alla fine si sarebbero contati ventotto cadaveri, proprio come la data di quel giorno memorabile, sempre che si fosse riusciti a separare i corpi fusi insieme dal calore.

Sergio versò sul falò che andava scemando gli ultimi residui di benzina, che per un attimo lo rinvigorirono e poi vi gettò la bottiglia che esplose quasi subito.

Silenzio: non si sentivano sirene, nessuno aveva visto il fumo o le fiamme, nessuno aveva sentito le urla.

La benzina era stata efficace, ma non aveva certo un buon sapore, quindi Sergio si diresse verso i bagni della scuola, che conosceva bene, per sciacquarsi la bocca dai residui.

Il sapore cattivo era duro a passare, proprio come quello delle umiliazioni, delle vessazioni: non lo ricordava così pessimo dai tempi in cui era Mustafà il mangiafuoco al circo di famiglia.

Su un tavolo nel cortile erano rimaste ancora una bottiglia di Coca Cola ed una di aranciata che non erano scoppiate al calore: non certo fresche, ma sarebbero state l’ideale per mitigare il sapore e l’odore della benzina in bocca, ma no: lui non voleva nulla in regalo da quella gente.

Uscì chiudendosi per sempre il portone della scuola alle spalle.

Avrebbe bevuto qualcosa di dolce a casa sua, qualcosa che gli facesse dimenticare quel sapore e tutta quella brutta faccenda si soprusi e umiliazioni.

Marco Ernst

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani


Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

 

Le Storie di Marco: la villa sulla collina

LA VILLA SULLA COLLINA

 

Successe tutto durante quella maledetta festa.

Elio lo sapeva che non avrebbe dovuto andarci, che non era roba per lui, che non era il suo mondo, ma Cristina era una cara amica e compagna di università, facoltà di psicologia ed era così diversa dal resto della sua famiglia ed era anche così dolce che non le si poteva dire di no.

Elio ne era innamorato? Forse sì o forse no, però comunque la stimava, le era affezionato, stava bene con lei ed era un piacere discorrere e disquisire con quella ragazzina così al di fuori del mondo della sua famiglia, un mondo di ricchi spesso spocchiosi e arroganti.

Ma non basta stare bene con una persona, non basta il piacere della sua compagnia e conversazione per dire di amarla e così lui alla fin fine non l’amava: era un’amica e basta, una vera amica e non è detto che questo sia da meno che essere innamorati.

Certo che se non fosse stato per quel rapporto, per quel legame speciale che lo legava a Cristina, non sarebbe andato alla festa per il compleanno del fratello di lei, che era anch’egli un amico, ma non così speciale come la sorella, oppure sarebbe già fuggito da quella gente che detestava, un po’ per principio, un po’ per convinzioni politico – sociali, un po’, un po’ tanto, perché stando in mezzo a loro, conoscendoli meglio, il disprezzo non poteva che salire.

Bastava guardare la villa dei genitori di Paolo e Cristina (e non era invidia): una ventina di stanze, piscina riscaldata e scopribile, sala multimediale, sala musica, sauna, palestra, tutto ciò che una persona può desiderare loro l’avevano e forse anche di più: bambini, bambini viziati in barba alla miseria.

E pensare che i nonni di Elio vivevano in un bilocale, che per definire “bi” ci voleva una bella dose di ottimismo, con riscaldamento dato da una vecchia stufa a cherosene e un bagno di un metro per uno con solo la tazza del water e un lavandino che pareva quello del camper della Barbie.

Nessuna invidia, no, solo una questione di giustizia, perché i suoi vecchi nonni avevano lavorato per oltre quarant’anni per dieci, dodici ore al giorno, non si erano arricchiti con operazioni finanziarie al limite della legalità, il limite inferiore, ovviamente.

Cristina era sparita a fare gli onori di casa, discorreva con giovani della sua casta, lui non lo considerava nessuno: l’occhio dei ricchi distingue subito un piccolo borghese e non vuole mischiarcisi; stava lì con in mano un bicchiere di un qualche cosa che non aveva mai bevuto e mai avrebbe potuto forse permettersi e meditava di andarsene alla chetichella, senza salutare, tanto non interessava a nessuno che lui fosse lì o altrove, che fosse vivo o morto.

Uscì in giardino, laddove per giardino si intendeva un parco di cui non si arrivava a vedere la recinzione: certo la vista era magnifica, si vedevano le luci della città che cominciavano ad illuminarsi con il calare del sole, e poi più in là, buona parte della pianura ed erano in tanti ad essere usciti a guardare quell’orario magico per la vista e fu allora che si levò quel fungo di polveri, ceneri, gas e particelle mortali e che tutti lo videro da quella posizione privilegiata.

Presto, di sotto” – gridò con tono isterico il padre di Cristina, già perché in quella casa non mancava neppure un bunker antiatomico sotterraneo.

Tutti cominciarono ad urlare, qualche donna a piangere e tutti corsero verso la casa, le scale, la salvezza; qualcuno cadde, nessuno lo aiutò, qualcuno fu calpestato, altri spinti a terra in malo modo.

In prossimità della porta blindata e schermata la gente si spingeva, sgomitava, volavano pugni e calci e poi chi aveva potuto arrivare fu dentro e il padrone di casa chiuse la porta; di fuori qualcuno bussava, implorava, gridava, ma non gli fu aperto.

La formale cordialità, la falsa gentilezza, i sorrisi, le voci mai troppo alte di poco prima erano rimaste fuori dalla porta del bunker.

Gli invitati erano centocinquanta, quando si contarono erano ottantatre le persone lì dentro: Cristina c’era, suo fratello, il festeggiato, no.

Il bunker era stato progettato per dieci persone, i padroni di casa e i loro servi e rifornito di cibo e bevande per dieci persone e per tre mesi .

La madre di Cristina piangeva la mancanza del figlio, ma nessuno osò aprire la porta, anche perché oramai non gridava più nessuno là fuori; la donna si avvicinò alla domestica filippina e la colpì con un tremendo ceffone: come aveva osato salvarsi, mentre suo figlio era morto?

Elio in un angolo, stretto peggio che in metropolitana pensava con dolore ai suoi genitori, ai suoi nonni che non avrebbe mai più rivisto.

Questo fu l’inizio: dopo alcune ore il terrore si affievolì in un borbottio e un pianto sommesso, ma il peggio doveva ancora iniziare.

Un signore, fino ad allora molto distinto e distaccato si avvicinò ad un uomo molto anziano e senza dire nulla gli spezzò il collo: “Beh, che c’è? Qui c’è da mangiare, da bere e da respirare per una decina di persone: quel vecchio sottraeva risorse vitali a gente più giovane”.

Ci fu in sottofondo un mormorio d’approvazione ed a questo punto ognuno cominciò a guardare male il proprio vicino: i vecchi, le persone di servizio, anche solo quelli antipatici o i concorrenti in affari cominciavano a essere presi di mira dai loro opposti: i ricchi, i padroni, gli intrallazzatori che si erano messi in caccia sul sentiero di guerra.

Volarono i primi cazzotti in uno spazio dove era difficile persino muoversi, i cacciati reagirono, un giardiniere sudamericano stese un broker, ma fu sopraffatto da quattro signori in smoking  che lo colpirono fino a fargli perdere i sensi.

Certo, per uno studente di psicologia era un esperimento interessante vedere come il pericolo annullava le convenzioni sociali, l’ipocrisia, il falso perbenismo.

Mentre gli scontri infuriavano, una voce urlò: era lei, Cristina, in lacrime per la morte del fratello: “Ma insomma, razza d’idioti, cosa vi ammazzate a fare, per cosa? La volete capire che da qui non usciremo mai, che il mondo che conoscevamo è finito e noi non stiamo vivendo, ma sopravvivendo? Siamo morti e non ce ne accorgiamo!”.

Per un attimo tutti si arrestarono e smisero la loro personale caccia all’intruso, un paio di donne svennero, un anziano banchiere fu colto da un infarto, ma nessuno lo soccorse, poi un uomo dietro il muro di teste gridò: “Se dobbiamo morire, allora godiamoci gli ultimi giorni” e detto questo si avventò su una ragazzina di quindici anni, figlia di un ambasciatore rimasto fuori, le strappò i vestiti e le si gettò sopra.

Uno lo stordì con un estintore, ma solo per prenderne il posto; altri imitarono il primo uomo e si lanciarono su ragazze, donne, anche un bambino.

Ricominciarono le risse, le botte, morsi, urla, insulti, grugniti di piacere e strilla di dolore e terrore.

Elio aveva appena perso i genitori, i nonni, il suo futuro, il suo mondo.

Non visto, mentre tutti erano intenti a sbranarsi a vicenda, scivolò verso l’ingresso, prese un lungo respiro ed aprì la porta blindata.

Marco Ernst

 

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani

Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

Le Storie di Marco: disposofobia

L’avevano lasciato solo.

Tutti.

Tutti lo avevano abbandonato, quelli che lui aveva amato: la maggior parte di loro perché erano morti.

L’ultimo in ordine di tempo, il suo cane e allora lui, Gianni, dopo un po’ di tempo aveva lavato accuratamente il suo lettino, l’aveva messo ad asciugare sul balcone e poi l’aveva rimesso accanto alla sua sedia, ai piedi del tavolo della cucina, dove era sempre stato il suo posto.

Poi aveva lavato e lucidato le ciotole del suo Moky e le aveva anch’esse rimesse al loro posto di sempre, fra il tinello e il cucinino di cottura.

Le cose erano lì perché non era possibile che tutto finisse per sempre: prima o poi Gianni si sarebbe svegliato da quel brutto sogno, Moky sarebbe stato ancora lì a dargli l’ultimo amore della sua vita, sarebbe tornato indietro e con lui tutti gli altri.

Il perché era difficile da capirsi ai più, ma poi, quali più? In casa sua non veniva oramai quasi più nessuno, se si escludeva, molto saltuariamente, la signora che faceva le pulizie più grosse: lavare pavimenti e vetri, cambiare il letto lottare inutilmente contro l’accumulo di polvere.

Del resto non era né facile, né agevole fare pulizie lì dentro, in una casa che puzzava solo di ricordi e fantasmi.

Prima del suo Moky se n’erano andati i due amori assoluti della sua vita, quelli che non ti tradiscono, che non ti lasciano: sua madre e suo padre.

Eppure anche loro lo avevano tradito, lo avevano lasciato da solo, forse perché erano troppo stanchi di vivere e lottare? Ma lui cosa c’entrava? Perché doveva sempre pagare, soffrire lui per tutto e per tutti?

Ah, ma sarebbero tornati anche loro prima o poi, perché c’erano le loro cose ad aspettarli: gli armadi erano pieni dei vestiti di sua madre, sì, perché lei ci teneva ad essere sempre bella ed elegante, con borsetta e scarpe in pendant con l’abito e i suoi abiti lui li aveva conservati, appesi nell’armadio, i più preziosi preservati in sacchi di plastica anti – tarme.

E poi c’erano i suoi romanzi gialli, che acquistava settimanalmente, anzi glieli acquistava il marito, nonché padre di Gianni.

E poi ancora c’erano i gioielli, le scarpe, i bijoux: tutto, tutte le sue cose, così come erano quel giorno… quel giorno troppo lungo e doloroso da ricordare.

Ovviamente tutti quei vestiti, cappotti, pellicce, avevano sfrattato le cose di Gianni dal guardaroba e li avevano confinati su sedie, poltrone, sulla cyclette, in fondo ai tanti letti inutili in una casa grande che stava diventando troppo piccola per così tanti oggetti.

Negli armadi, poi, c’erano anche le camicie di suo padre, i suoi maglioni, i pigiami, anche se lui non aveva così tanti abiti come la moglie, ma quando fosse tornato tutto doveva essere lì per lui.

Se Gianni si fosse liberato di quelle cose, non ci sarebbe stata più speranza, nessuno sarebbe ritornato, perché non ne avrebbe avuto un motivo.

Moky come avrebbe fatto senza lettino e ciotole?

E suo padre senza le sue giacche, i cappotti, l’impermeabile, i cappelli e le sciarpe, lui che oltretutto pativa il freddo?

Ma di suo padre c’erano anche le carte, migliaia, milioni, le sue carte di lavoro, le poesie che scriveva di nascosto, i biglietti del pullman per il cimitero di quando andava a trovare l’amata moglie o la sorella scomparse, biglietti che lui aveva conservato.

Pile di carte sulla scrivania, per terra nel suo studio, libri del suo lavoro, libri che aveva scritto nella speranza di dare un po’ più di agiatezza alla famiglia.

Già la famiglia: le loro foto appese alle pareti, nelle cornici su ogni tavolo, scrittoio, comodino, ricordi di momenti felici, di momenti passati, di momenti loro e solo loro, di Gianni stesso che non li voleva dimenticare, che era stato eletto a custode dei ricordi dai quali non si sarebbe mai separato fino all’ultimo.

E poi tutti i ninnoli e i soprammobili e i centrini sotto i vasetti di peltro, sotto le statuette di teck che erano la passione di sua madre

Un tempo, ogni tanto, invitava qualche amico a casa, magari per una pizza, una cena, un aperitivo, un caffè; un tempo…

E quelli commentavano: “Che bella casa, che hai”.

Poi il commento era diventato:  “Che casa grande che hai”.

E poi non c’era più stato un poi: non era più una casa da mostrare ad estranei, a gente che non avrebbe capito, che avrebbe visto solo il disordine, l’accumulo di oggetti per loro inutili e non avrebbe capito cose c’era sotto, cosa quegli oggetti celavano, cosa era legato ad ognuno di essi.

Gianni non voleva passare per malato, per maniaco, neppure essere compatito, tanto meno aiutato, magari con proposte di collaborazione per mettere ordine, per gettare, per cancellare ciò che era stata tutta la sua vita, i ricordi, i momenti lieti.

Qualche volta era partito a lancia in resta, deciso per liberarsi di alcune cose, per fare un po’ di spazio e poter gestire meglio la pulizia della casa, ma dopo ore di lavoro si era ritrovato con un nulla di fatto, con borse piene e lo stesso caos, la stessa mancanza di spazio vitale ed allora tanto valeva lasciare tutto com’era senza il dolore di separarsi dai suoi ricordi.

Probabilmente non mancava molto al momento in cui anche lui se ne sarebbe andato: se non si decidevano i suoi fantasmi a ritornare, avrebbe lui vinto la propria pigrizia, la propria stanchezza e li avrebbe raggiunti, solo, nudo, senza oggetti, foto, ricordi che a quel punto non sarebbero più serviti.

Che poi “gli altri” facessero ciò che volevano, che ritenevano giusto, che buttassero tutto: vestiti, foto, poster, ricordi, vite vissute.

Gianni non voleva neppure pensare a quello, gli dava troppo dolore quell’idea ed era tanto stanco di dolori: era una vita che soffriva, aggrappato all’ultima ancora di quegli oggetti che gli servivano per non dimenticare.

A volte si legge sui giornali di gente come lui: qualcuno ne ride, qualcuno scuote la testa, nessuno si sforza di capire.

Quelli intelligenti, quelli che studiano le cose degli altri hanno dato anche un nome a quell’accumulo compulsivo: disposofobia, ma si può dare un nome all’amore e al dolore, a ciò che una persona prova nell’animo?

Qualcuno prima o poi avrebbe gettato tutto e forse non avrebbe avuto torto, perché è meglio dimenticare di avere provato gioie e dolori, di avere provato momenti importanti della vita: di certo si soffre di meno.

Marco Ernst

Marco Ernst, nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.

Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani


Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.

 

 

 

Le Storie di Marco: Falso riflesso

E’ una giornata di luglio, una strana giornata di un luglio strano: fa quasi freddo.

In riva ad un piccolo lago sto cercando di pescare, per ingannare il tempo, per illudermi che questo sia la felicità.

E’ un far trascorrere le ore aspettando… cosa?100_0224

Si attende sempre, qualcosa d’insolito, un evento che ci cambi la vita, ma la vita intanto trascorre ed è lei che cambia in continuazione se stessa.

Non succede un gran ché: i pesci sentono per istinto che quella è una giornata strana, che quel vento teso e freddo non è vento da luglio e così non abboccano.

Sulla superficie del laghetto danza lievemente il mio galleggiante, sospinto dalle ondicelle e dal vento che, a volte, rinforza.

Gli alberi sulla riva opposta sembrano danzare anch’essi, o almeno lo fa la loro immagine sdraiata sulla superficie inquieta, laddove le loro cime creano una linea nera e irregolare che contrasta con l’azzurro del lago che riflette il cielo, anche se questo si va ora addensando sempre più di nubi minacciose.

Si crea, così, un falso riflesso che ti fa sforzare lo sguardo e t’inganna la vista.

A volte credi di avere visto un’abboccata, ma no, è solo il vento che muove la leggera sagoma di balsa, ma soprattutto è quel falso gioco di luce fra la cima degli alberi e il riflesso del cielo sull’acqua.12049237_1693913444179084_954083036006457403_n

Salpi la lenza ed hai la conferma che non era che un crudele scherzo di luce e che l’esca è ancora intatta.

Allora provi a rilanciarla, ma questa va sempre a finire là, al confine fra il buio e l’azzurro, dove più è difficile vedere.

Piano, piano, recuperi un poco più verso riva, ma il barbaglìo ti segue, e la piccola boa è sempre su un confine indeciso e tremolante.

Così trascorre quasi tutta la giornata, quella che ti doveva traghettare verso… quella passata aspettando…

A sera, poi, la luce si fa arancione fra le nuvole cupe e cariche di promesse e minacce, il sole s’abbassa e il riflesso è ancora più ingannatore.2 laghi

Ora c’è un movimento più deciso dell’astina dipinta di giallo, è quello che in fondo aspettavi da tutto il giorno, no?

Ma non puoi fare la figura del grullo ferrando il nulla, dando la caccia a falsi riflessi sull’acqua: così non fai niente, subisci quella natura, oggi strana, che ti sovrasta.

Forse hai perso la sola opportunità di quel giorno, come hai perso per tutta una vita, ingannato da falsi riflessi che ti hanno sempre impedito d’agire e di cogliere magari l’unica, fuggente occasione che ti era concessa.

Marco Ernst


Marco Ernst,
nato a Bergamo, ma da sempre residente a Milano. Laureato in Scienze Naturali insegna matematica nelle scuole medie inferiori. Dal 2002  ha pubblicato 20 volumi di racconti in proprio, di cui 4 di esperienze, aneddoti e proposte scolastiche.
Con editore ha pubblicato:
Morte al conservatorio – Greco & Greco edit.
Morte e trasgressione  –  Greco & Greco edit.Spirito noir collection II (due racconti in una silloge con De Giovanni ed altri) – Salani
Ha ottenuto cinque primi posti in concorsi letterari e otto volte si è classificato fra il secondo e terzo posto, una volta sesto, oltre a numerose segnalazioni e ingressi in finale. Selezionato per la fase finale a 12 di Tramate con noi, di radiorai. Contattato da Rai 3 per il programma Masterpiece (ma cercavano solo chi non ha mai pubblicato con isbn). Invitato due volte alla manifestazione “15 poeti alla ribalta” del c.d.z. 3 di Milano, da cui son stati tratti due volumetti presenti anche nella biblioteca del consiglio dei ministri. Ha un blog di racconti e poesie (marcoernst.wordpress.com) che ha avuto, a marzo 2014, oltre 63.000 contatti da 106 nazioni diverse e decine di commenti oltre a quelli pervenuti su face book dove ho un profilo con più di 790 contatti e amministra due gruppi letterari: iraccontidimarco e giallistitaliani. Ha pubblicato anche una ventina di fiabe sul sito tiraccontounafiaba.it dove ha superato gli 81.000 contatti personali. Due volte ammesso al premio Zucca per racconti gialli o noir.