Sport & Work n.92 Etica Tom Tom – malasanità, gogna mediatica e etica

La notizia riguardante il primario di Ortopedia dell’Istituto Gaetano Pini,  dr. Norberto Confalonieri, riportata come sconvolgente dai giornali, purtroppo non appare che essere il solito refrain mediatico che  a ritmi alterni interessa la “scoopistica” giornalistica senza andare minimamente ad incidere sulle reali cause di queste situazioni ormai così frequenti nel nostro Paese, sia di corruzione che di connivenze, che di incompetenza e di errori, tanto da essere raggruppate in maniera molto sbrigativa, ma significativa nella parola “Malasanità”.

MALASANITA’

Ebbene, io credo che nonostante questi episodi non rappresentino che la punta dell’iceberg del fenomeno, e tutti sappiamo che tale teoria ci mette di fronte ad un rapporto di 1 a 7 se non di 1 a 12, ci fanno ben capire che il problema è sottovalutato.

La malasanità purtroppo in Italia è qualcosa che è entrata ormai nel vissuto quotidiano di ciascuno, da quando si è passati dal sistema delle cosiddette casse mutue al sistema sanitario nazionale ed ai nosocomi universitari.

Infatti con la trasformazione delle casse mutue in sistema sanitario nazionale, si è sempre più ingrandita la fetta di denaro pubblico a disposizione dei partiti che correvano per ottenere il Ministero della Sanità………da sperperare e poi ancor più con il passaggio della sanità alle Regioni. Con gli ospedali divenuti universitari invece, si sono creati legami sempre più stretti tra Baronia e partiti, con società di assicurazione  e cliniche private; ma soprattutto tra questi e le imprese farmaceutiche, le quali hanno cercato di corrompere i medici a tutti i livelli: da quelli di famiglia tramite ordini indiscriminati di medicine su false ricette, a quelli ospedalieri tramite le forniture di materiale sanitario, a quelli universitari commissionando specifiche ricerche da strumentalizzare poi  per le protesi da applicare.

Inoltre come è venuto fuori da qualche ospedale, sembra anche tramite la presenza in sala operatoria di personale non medico (appartenente a case farmaceutiche per l’applicazione di alcune protesi sofisticate). E come si dice in inlese last but not the least: le diagnosi di tumori volutamente contraffatte da un medico attualmente condannato all’ergastolo, per poter effettuare operazioni false e lucrare così soldi dalla Regione.

Naturalmente come dicevo questa non è che la punta dell’iceberg, perché se poi si vanno a ricercare gli altri episodi di malasanità che vanno dagli errori di operazioni, all’uso di medicinali sbagliati, alla sottovalutazione diagnostica, alla difficoltà di effettuare esami clinici con apparecchiature sofisticate, alle code per ritardarli ed il dirottamento verso cliniche private diremmo chi più ne ha più ne metta.

Senza parlare ovviamente degli scandali delle ASL, perché non si finirebbe più, basta ricordare un nome per tutti quello della famosa “Lady Asl” condannata “per truffa, corruzione propria continuata, peculato continuato aggravato, falso ideologico e materiale aggravato commessi in danno della Asl Rmc, ove Aiello ricopriva l’incarico di capo dell’ufficio Affari Legali. Le indagini hanno rivelato l’esistenza di un rodato sistema corruttivo che vedeva coinvolti funzionari pubblici delle Asl capitoline, che portò all’erogazione di milioni di euro a società fantasma tra cui Ims e Medicom, riconducibili ad Anna Iannuzzi e al marito Andrea Cappelli (condannati con sentenza definitiva per associazione per delinquere falso materiale, corruzione, truffa aggravata e frode processuale)” come riportato nel sito  http://www.iltempo.it/cronache/2016/07/03/news/lady-asl-nuova-confisca-di-beni-1014312/  che ritengo esaustivo.

Comunque tanto per dare una ulteriore indicazione alle mie affermazioni, anche se credo non sia proprio necessario perché la situazione è sotto gli occhi di tutti e negli spazi di tutti i mass media un giorno si e l’altro pure, invito il lettore che volesse approfondire l’argomento per prenderne coscienza, ad andare sul seguente sito  http://www.ilfattoquotidiano.it/tag/malasanita/  dove vengono presentati in un breve riassunto diversi episodi di cui stiamo parlando.

Il problema coinvolge dunque molti attori ed è quindi di difficile soluzione tecnica. Infatti noi pensiamo alla corruzione, alla incompetenza, alla connivenza tra privato e pubblico, allo stravolgimento del sistema cosiddetto intra-moenia ecc., come qualcosa che dipenda dalle relazioni che si instaurano tra i suddetti attori al di fuori della legalità e perciò pensiamo ingenuamente, che se mettessimo migliori controlli sicuramente eviteremmo tali incresciose situazioni.

Ma non è così! Sarebbe solo un gioco di “guardie e ladri”!

Per chi volesse avere approfondimenti basta andare su  https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/transparency-curiamo/pdf-sito-produzione/report-curiamo-la-corruzione-maggio2016.pdf  che è la ricerca presentata il 5 aprile dello scorso anno da Transparency Italia in collaborazione con ISPE SANITA, CENSIS e RISSC, per capire come la percezione del rischio di corruzione nella pubblica amministrazione e soprattutto in sanità unitamente all’analisi dei rischi e degli sprechi siano  così sottovalutati che veramente ci fa pensare ad  una piaga insanabile, contro la quale non esiste cura.

Basta infatti riflettere su alcune percentuali inserite nel Rapporto allora presentato:

  • L’89,3% (degli intervistati) ritiene che la corruzione pervada le pubbliche amministrazioni a prescindere dalla loro attività”;
  • Circa il 50% degli intervistati ritiene che sia diffusa tanto nel settore pubblico quanto nel settore privato, e che sia ugualmente diffusa nei diversi paesi europei.
  • L’eccessiva ingerenza della politica nelle nomine dei vertici della Pubblica Amministrazione è vista come la causa principale di corruzione;
  • l’elevato livello di burocrazia e dallo scarso attaccamento e dalla scarsa attenzione nell’utilizzo del denaro pubblico.
  • Gli ambiti più a rischio sono le gare d’appalto (82,7% degli intervistati) e la realizzazione di opere (66,0% del totale).
  • La maggior parte dei dirigenti intervistati (66,7%) è convinto che ci sia la possibilità concreta che si verifichino episodi di corruzione nel loro ente, e addirittura un ulteriore 10,0% sostiene che il rischio sia  elevato.
  • Il 37,2% del totale, negli ultimi 5 anni ha registrato all’interno delle proprie strutture episodi di corruzione.

Senza ulteriori approfondimenti mi limiterò a sottolineare ciò che il rapporto dice riguardo alla media dei cinque rischi più gravi in sanità prendendone soprattutto due che a mio avviso sono i più emblematici il primo concernente “la nomina di soggetti di parte nelle commissioni di gara per garantire un occhio di favore nella selezione del contraente;” ed il secondo “ il comodato gratuito o la donazione di attrezzature, farmaci e dispositivi per generare maggiori consumi o spese non previste o non autorizzate.”.

Credo che il quadro sia abbastanza chiaro per capire e poter dire che non si tratti quindi, di una questione tecnica bensì di una questione etica. Però nella ricerca non c’è nulla, salvo mia svista, che evidenzi, al di là della giusta sfera di legalità e di controlli,  l’esistenza di coscienza etica o meglio ancora di formazione della coscienza etica nel vero senso del termine, che di solito viene erroneamente confuso con deontologia o business ethics.

GOGNA MEDIATICA

Dopo questo cappello non certo edificante della situazione, torniamo a considerare il soggetto da cui parte il nostro ragionamento e la cui inchiesta lo farebbe rientrare in uno, anzi io direi in quasi tutti i casi riportati pur essendo un primario di ortopedia molto noto ed esperto. Infatti in ciò che viene riportato dalle intercettazionilo dimostra, si va dall’incompetenza per certe operazioni sull’uso e risultato di attività e protesi, agli accordi con strutture private, ai ritardi degli esami clinici, alla corruzione ecc. Questo lo si legge nel sito  http://www.agi.it/cronaca/2017/03/24/news/chi_lortopedico_arrestato_per_le_mazzette_sulle_protesi-1619083/  dove vengono riportate sia le critiche rivolte ai suoi comportamenti, sia le intercettazioni. Ora per capire la gravità della sua posizione dobbiamo fare alcune considerazioni importanti in merito  alla sua figura professionale innanzitutto e poi a quella umana. Cercando di non valutare con semplici criteri di giudizio la persona, ma con dati di fatto le conseguenze delle sue azioni, ponendo sul piatto della bilancia la punizione della gogna mediatica di cui egli si è fortemente lamentato.

Tanto per cominciare prendiamo il fatto che egli è un luminare della scienza medica nel suo campo.  E’ il primario della Sruttura Complessa di Ortopedia e Traumatologia della Chirurgia della Mano del prestigioso Istituto Gaetano Pini e direttore del Pronto Soccorso Traumatologico. E’ anche fondatore e presidente in Italia della società internazionale di Chirurgia Ortopedica Computer Assistita (Caos).

Un professionista quindi di elevato livello che rappresenta un punto di riferimento per un sacco di gente: innanzitutto per l’ospedale di cui è primario, poi per i suoi allievi specializzandi, che lo vedono come modello e apprendono da lui che cosa fare in termini di diagnosi, di operazioni chirurgiche, di cura ecc., poi ci sono i suoi pazienti che non vedono l’ora di poterlo incontrare per ricevere la giusta cura; per risolvere problemi di salute che magari altri medici non hanno saputo fare……per alcuni magari è visto anche come l’ultima spiaggia, l’ultimo barlume di speranza per la propria infermità! Non parliamo poi della sua immagine nei confronti degli altri professionisti, suoi pari…..che cercano di confrontarsi con lui….di ricevere consigli…di discutere casi…..così come per i suoi telespettatori ed eventualmente anche radioascoltatori in attesa di ricevere una sua esperta indicazione, una sua possibile idea di soluzione….che dire?

L’altro elemento concerne invece un fatto che se verrà veramente dimostrato, creerà più di uno sgomento tra coloro che vorrebbero farsi operare con tecniche computerizzate di cui parla sul suo sito internet.  Così mentre nel suo sito enfatizza la precisione e la migliore qualità dell’impianto di protesi con tecnica computerizzata, in realtà sembra che ci siano casi, su cui sta indagando la magistratura, concernenti i pazienti  da lui operati con tecnica robotizzata che stando a ciò che viene riportato dai giornali in merito alle valutazioni della Procura su questo filone d’indagine, pare che  i malati venissero operati alla casa di cura San Camillo, dove il primario, (che è presidente della società internazionale di chirurgia computer assistita ed anche uno dei massimi esperti del settore) lavorava in regime di assistenza privata, e poi, al sorgere di difficoltà post operatorie, fossero trasportati al ‘Pini’. Speriamo che non sia vero perché se lo fosse, sinceramente non saprei come valutarlo.

Ma non finisce qui, perché c’è anche il risvolto umano da analizzare sulla base delle intercettazioni rilevate e che pur stando su tutti i giornali non voglio riportare per pudore e soprattutto perché le ritengo male interpretate dalla stampa, concernenti le “rotture di femori”, o gli “allenamenti su di una paziente per eseguire una complessa operazione da ripetere poi con sicurezza nella struttura privata” tutte cose che a mio avviso determinano il livello di durezza d’animo e di perdita di sensibilità nei confronti di una professione in cui esiste un giuramento che vincola la coscienza del medico ad operare sempre nel rispetto della vita e della sofferenza del malato.

A riguardo però cercherei di capire meglio il suo atteggiamento a livello umano, vale a dire che magari le frasi intercettate siano state dette più per “gradasseria” che per convinzione. A volte sappiamo che i medici soffrono di una sindrome di onnipotenza e magari esprimono a parole qualcosa che non corrisponde esattamente a verità. Magari vorrei pensare che quello che lui chiamava allenamento fosse in realtà un tentativo, che avrebbe fatto solo come sua ultima possibilità e il cui risultato gli sarebbe poi giustamente servito anche per altri interventi a prescindere dalla struttura pubblica o privata. Dal mio canto non posso e non voglio giudicare. La sua coscienza credo che lo faccia o lo farà sempre in maniera più incisiva.

La gogna mediatica purtroppo colpisce indistintamente sia il professionista che l’essere umano e a chi pensa che sia giusto, io credo che invece si debba rispondere che la gogna mediatica non serve, come non serve il controllo tecnico, perché le notizie sui giornali non vengono comunicate per una finalità sociale ed etica, ma solo per una finalità “scoopistica” e a contenuto fortemente economico.

La condanna immediata che avviene sui mass media sarebbe giusta se concernesse il biasimo sociale, ciò che noi in termini etici chiamiamo Censura sociale, vale a dire il rifiuto, l’allontanamento e l’emarginazione di chi adotta comportamenti non etici vale a dire non rispettosi della coscienza del rispetto delle regole e dei principi di umanità che formano la dimensione della dignità umana con finalità di farlo redimere.  Così come l’azione di controllo non deve essere effettuata in maniera azione-sanzione, bensì in funzione di miglioramento prospettico.

L’ETICA

Eccoci introdotti alla conclusione del nostro discorso. Tante volte abbiamo parlato della formazione della coscienza etica. Ecco ciò che ci vuole, anche se è un percorso lungo, anche se è un percorso dove non si trova molto consenso se non a parole. La formazione della coscienza etica, l’adesione a principio etici di comportamento sono gli unici deterrenti a ciò che invece il piano legale ed organizzativo cercano di raggiungere con le azioni di controllo terzo o esterno (purtroppo sempre corruttibile). Credo che solo quando si sarà effettivamente compreso che l’unico controllo valido è quello della coscienza del cittadino che deve essere formata sin dalla più tenera età, le cose potranno cambiare.

Quindi la gogna mediatica non serve a nulla, se non a creare emulazione in un mondo che si divide tra ricchi e poveri, e quindi tra dritti e fessi. Un mondo in cui si sviluppano strutture di peccato derivanti dai due grandi atteggiamenti umani: la brama di profitto e la sete di potere che insieme determinano lo svilupparsi della corruzione della concussione e della violenza.  Ricordo che il 6 aprile a Roma si terrà la seconda edizione della giornata di “Curiamo la corruzione in sanità”, ma non mi aspetto un gran cambiamento rispetto all’edizione del 2016.

Questa mia posizione dipende dal fatto che nonostante l’impegno di Trasparency Italia, nonostante l’intervento dell’Anac e dell’onnipresente Dr. Raffaele Cantone, nulla mi pare sia stato fatto in termini di presa di coscienza relativo ad una formazione veramente etica. Ebbi modo infatti dopola giornata dello scorso anno, di parlare anche con il presidente dell’ISPE sanità Dr. Giuseppe Macchia, offrendogli l’opportunità di creare un programma comune di formazione etica, mettendo a disposizione il know how del Comitato di promozione etica  www.certificazionetica.org e della 4metx, www.4metx.it, ma tranne quell’incontro iniziale in cui ho presentato le mie attività mettendo in evidenza che noi avremmo potuto veramente dare un grande valore aggiunto all’azione attraverso la strategia di certificazione etica che portiamo avanti ormai dal 2003, non ci sono stati sviluppi.

La conclusione dunque è che se le ricerche vengono fatte solo per presentare dati senza un vero obiettivo di salto di paradigma, aspettiamoci che ciò che di recente è accaduto al primario dell’Istituto Gaetano Pini, saremo costretti a riviverlo in altri casi e…nella nostra istituzionale inerzia e nel non fare nulla per creare un percorso etico in cui ciò che conti veramente sia la motivazione esistenziale e non gli atteggiamenti delle cosiddette strutture di peccato e questo anche e soprattutto per la professione medica ed il settore della sanità, a cui le azioni di controllo e di legalità non sembrano fare né caldo né freddo…… continueremo a scandalizzarci.

Romeo Ciminello

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo  dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd );  docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer  Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico  Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

 

Sport & Work n.82 -19/2016 -anno 3- Meritocrazia in termini etici rivolta al bene in comune” – seconda parte

LA COSCIENZA

Subentra così un altro elemento di sintesi che è la coscienza, la sola in grado di sintetizzare conoscenza e consapevolezza della dimensione umana. La coscienza dell’uomo infatti non richiede giudizi esterni, ma solo giudizi autonomi che è in grado di formulare se si tratta di coscienza avvertita, vale a dire che ha ricercato e compreso la verità dei propri caratteri di umanità.

Tale coscienza umana dunque non ha bisogno che di essere presente a se stessa. Se è così, se esiste questa coscienza, l’uomo per rispetto a se stesso resterà fedele ai caratteri della propria umanità e non arriverebbe mai a tradirli perché intimamente connessi con la propria natura. Molte volte però l’uomo non conosce questa coscienza, non conosce i caratteri della propria umanità, né la natura costitutiva della propria dignità e pertanto si macchia di azioni e misfatti che vanno contro la propria dignità. Non la perde, ma la contrasta fino a divenirne indegno, divenire cioè non meritevole della dimensione umana che possiede.

LIBERTA’ COME ESPERIENZA MORALE

Tornando alla libertà possiamo dire che in termini personali e sociali si sostanzia nell’esperienza morale, nel senso che la libertà conferisce significato all’esistenza ed è ciò che specifica e contraddistingue l’agire dell’uomo facendolo, per ciò stesso, agire morale. La libertà in questo senso è dunque la capacità di disporre di se stesso e quindi autodeterminarsi.

L’esperienza morale si presenta perciò come una esperienza di valore ed è innanzitutto contraddistinta dall’intuizione profonda del valore dell’uomo concreto e auto-proporzionato nella sua dimensione ontologica, come persona agente in conformità o meno alla sua dignità  insediata nella sua personalità unica ed irripetibile, secondo una minore o maggiore fedeltà al senso autentico della sua esistenza.

Ecco perché possiamo dire che la libertà umana autentica non sta perciò tanto nella possibilità di scegliere quanto piuttosto nello scegliere ciò che corrisponde ad una autentica crescita della persona secondo le sue potenzialità e la sua irripetibile vocazione allo sviluppo. Nella enciclica Populorum Progressio al punto 15 se ne dà una puntuale spiegazione.

L’essere umano quindi è libero o condizionato, ma se è schiavo non può esercitare in maniera attiva i caratteri della propria umanità.

LA SOFFERENZA

Passiamo ora al secondo  vincolo: la sofferenza.

La creatura umana, così come è soggetta alla libertà e quindi alla necessità di scegliere in ogni momento della propria esistenza, è altrettanto soggetta a questa inspiegabile contingenza: la sofferenza.  La sofferenza non solo fisica, ma anche morale, intellettuale, spirituale.

La sofferenza umana è un’energia di cui non conosciamo la portata e che comunque esiste e ci accompagna durante tutto l’arco della vita, sia nei rapporti con se stessi che nei rapporti con gli altri a cominciare a volte proprio dai legami familiari. Non credo che ci sia bisogno di dire di più su questo argomento se non che a volte la sofferenza ci viene da uno status interiore che non sappiamo spiegarci proprio come un dolore psicosomatico.

ISTIGAZIONE AL MALE

Infine il terzo vincolo: l’istigazione al male.

Per spiegare questo concetto mi servo di una citazione presa da S. Giovanni Paolo II che nel suo libro “Varcare la soglia della speranza” domandandosi da dove venisse il male, la risposta che aveva trovato era “ il male viene dalla decisione dell’uomo di fare il bene a modo suo”.

Credo infatti che questa possa essere una buona spiegazione, in quanto se togliamo le azioni ingiuste dell’uomo, le sue decisioni insensate, le sue ambizioni disumane, nel creato non esisterebbe il male perché l’armonia della creazione basata su leggi sempre ricorrenti, basate su principi  che governano strutture ed istinti, viene interrotta e rovinata quando l’uomo decide di fare il bene a modo proprio, senza rispettare i limiti ed i vincoli che la natura gli pone, a motivo del proprio egoismo.

L’uomo infatti può perfezionare i processi tecnologici, può trasformare gli elementi aggregandoli o smistandoli, può comprendere la struttura della materia, ma non è in grado di crearla. L’uomo può scoprire leggi, teoremi, principi, ma non può creare nulla di suo. L’uomo infatti muovendosi per intelletto e non per istinto, ha in sé quello che B.J. Lonergan chiama “insight” vale a dire la scintilla che gli permette di accedere alla conoscenza attraverso i propri atti, ma se questi atti sono rivolti al bene comune, l’uomo crea sviluppo, se sono rivolti invece al suo tornaconto personale, creano solo del male.

IL SENTIMENTO

Possiamo allora concludere con il quarto elemento che mi sono permesso di rilevare ed aggiungere:

il sentimento.

L’uomo pur credendosi un essere razionale, in realtà è capace di emozioni indicibili, di sentimenti sorprendenti e dunque totalmente ingestibili. Attenzione però che queste emozioni o questi sentimenti non sono solo buoni, ma a volte anche malvagi ed inconsulti, quindi non esiste solo l’amore, ma esiste anche l’odio, non esiste solo la pace ma anche la guerra.

Le emozioni mi sentirei di dire che sono gli agenti che guidano poi la razionalità, vale a dire che la orientano, che la indirizzano verso quel risultato a cui l’azione umana tende sia nel bene che nel male.

Credo a questo punto che parlare di meritocrazia contrapponendola tout-court a clientelismo o nepotismo, non abbia più molto senso, perché la meritocrazia come il nepotismo è un mezzo per raggiungere un risultato e tale risultato è da considerare sempre di ordine economico, sia sotto il profilo delle competenze, sia sotto il profilo delle scelte.

Valga un esempio per tutti che differenza c’è fra una cooptazione in cui chi propone garantisce la migliore e più appropriata scelta, anche se trattasi del proprio figlio, ed un concorso in cui il vincitore viene giudicato dalla giuria il migliore? Si tratta sempre di giudizi umani che non hanno senso compiuto se non esiste come presupposto la promozione del bene comune.

Che differenza c’è tra una scelta nepotistica di un incompetente  e la scelta meritocratica, in senso positivo, di un competente? Che la seconda mira al bene comune, ma se anche la prima mirasse al bene comune la scelta nepotistica non avverrebbe.

STRUTTURE DI PECCATO

Una delle cause che nel nostro contesto socio-politico ed economico ci fa invocare la meritocrazia è la costruzione delle cosiddette “strutture di peccato” che sempre S. Giovanni Paolo II  riporta ai punti 36 e 37  della sua enciclica “Sollicitudo Rei Socialis” del  dicembre 1987.

Tali strutture  originate da un lato dall’interdipendenza e dall’altra dal peccato personale, si costruiscono su due atteggiamenti prettamente umani:  la “Brama di profitto” e la “Sete di potere” quando questi due atteggiamenti messi in campo come ricerca del profitto per il potere e ricerca del potere per il profitto, quando lo sono “ad ogni costo” ecco che generano le cosiddette “strutture di peccato”.

Per concludere direi dunque che non nella meritocrazia sta la soluzione del problema, bensì nella meritocrazia rivolta al bene comune. Allora non ci sarebbe problema  che il figlio del professore faccia il professore o che il figlio del politico faccia il politico o che un dirigente venga cooptato.

Il problema è che si parla soltanto di meritocrazia senza assolutamente riferirsi al bene comune e chi ne parla di solito, almeno nella nostra realtà politica è proprio chi non la pratica, ma non perché faccia del clientelismo o del nepotismo, ma semplicemente perché non sa neanche lontanamente che cosa sia il bene comune propriamente inteso.

QUALE SOLUZIONE?

Allora quale potrebbe essere la soluzione?

La soluzione è sempre politica, vale a dire che la finalità della politica è il bene comune ed il bene comune, quello propriamente inteso, si sostanzia nelle parole espresse dalla Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” al punto 26, che non vorrei qui citare per motivi religiosi, ma semplicemente perché è l’unica costituzione al mondo che ne esprime compiutamente il concetto e cioè ” l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.

In termini più semplici il bene comune  è l’immagine della famiglia, quella però dove gli affetti sono autentici e che misura il proprio bene sulla condizione del più debole, del più povero e del più sofferente. Infatti in una famiglia dove gli affetti sono veri e sinceri tutti i componenti “si fanno in quattro” per aiutare chi sta male e in difficoltà, perché sanno bene tutti i componenti, che la sua sofferenza è anche la loro sofferenza e quindi fanno del tutto per alleviarla.

Ecco perché il bene comune non ha niente a che vedere con il benessere comune che è addizionale e se esiste uno zero nell’addizione la somma resta comunque; mentre il bene comune si rappresenta invece come una moltiplicazione dove anche la presenza di un solo zero annulla tutto il bene che gli altri possono avere.

La soluzione allora è ritrovare questo obiettivo di promozione del bene comune, ma è possibile solo nella misura in cui ci sia una volontà di sviluppo; nella misura in cui si faccia un piano che vada ad incidere sulla cultura di umanità ormai da tutti abbandonata e sostituita con la cultura del tornaconto personale, con la convenienza del perbenismo interessato, con l’ipocrisia della politica che non ha alcun interesse ad investire sull’uomo per un ambizioso progetto sociale, ma solo quello della poltrona basata sulle “partite di giro”  e su scelte elettorali.

Il bene comune passa attraverso la cultura derivante dall’esempio familiare, dall’insegnamento della morale fin dalla scuola materna, dall’insegnamento delle lingue in una prospettiva multiculturale, dall’insegnamento dell’accoglienza e della solidarietà, dall’insegnamento del valore dei caratteri di diversità che sono la ricchezza dello sviluppo, dall’insegnamento e dalla riscoperta della pratica delle virtù, dall’insegnamento della nobiltà d’animo, dalla promozione di un modello sociale tendente all’uomo ed alla sua umanizzazione e non già all’accumulazione di capitali costi quel che costi, sia in termini di sofferenza che di vite umane.

Occorre insegnare  ai bambini che l’uomo pur se è debole possiede in sé la capacità umana di resistere a qualsiasi influsso, positivo e negativo. Questa capacità che si chiama “ostinazione”; rappresenta la nostra dotazione di volontà libera e autonoma che pur se è vero che in certi momenti ci fa impuntare come un mulo, con una acerrima caparbietà, è però una realtà che comunque dobbiamo saper apprezzare e sfruttare per la sua ambivalenza.

Infatti se da un lato essa esprime quella  virtù di tenacia positiva nella coerenza con le proprie idee, secondo le proprie convinzioni o con i propri principi, rappresentando concretamente la tradizionale perseveranza che è la fedeltà a se stessi  che arriva in certi casi a raggiungere persino l’estrema decisione del martirio o dell’atto di eroismo. Dall’altro lato però, rappresenta anche l’irremovibilità del male, l’accanimento nel vizio, la caparbietà ottusa, il puntiglio stupido che a volte può nascondersi sotto il cosiddetto senso del dovere, responsabilità gerarchica e via dicendo.

Quante volte nel mondo del lavoro, si sacrificano relazioni umane sull’altare del dovere, della puntigliosa qualità del risultato, del sistema gerarchico e via dicendo: il rapporto socio-economico diventa sempre più indicatore attento del secondo che non del primo.

Anche qui, come ovviare al trade-off meritocrazia-nepotismo-clientelismo? La soluzione sta nella cosiddetta certificazione etica, vale a dire in quel sistema che privilegiando i rapporti socio-economici li inquadra in una corretta configurazione umana, promovendo la cosiddetta coscientizzazione in termini di libertà e di azione esattamente corrispondenti alla dignità, non solo personale, ma anche del gruppo sociale o economico a cui si appartiene.

Il modello di riferimento è molto semplice perché i caratteri di questa certificazione, di cui ho più volte parlato, sono comprensibili da tutti…gli uomini di buona volontà… e sono: 1) la competenza professionale; 2) la conoscenza dei limiti etici della professione; 3) la trasparenza; 4) la censura sociale.   Se questo modello venisse applicato in tutti i settori sia privati che pubblici si creerebbe una nuova strategia di sviluppo concretamente mirata al bene comune.

Detto questo credetemi……parlare di meritocrazia, come non serviva per gli antichi greci non servirebbe neanche a noi !

 

Romeo Ciminello

 

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo  dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd );  docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer  Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico  Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

 

 

 

 

Sport & Work n.81-18/2016-anno 3- Etica Tom Tom: Meritocrazia in termini etici rivolta al bene comune – parte prima

A molti di noi sarà capitato di trovarsi di fronte a situazioni di  manifesto “nepotismo” da restarne non solo indignati, ma proprio sconvolti. Ciò poi,  non è vero solo per la politica, ma lo è ormai per qualsiasi settore in cui gli esseri umani vengono a trovarsi in un contesto sociale. In un contesto cioè,  dove il legame che unisce le persone è una struttura vale a dire un’organizzazione in cui le mansioni, le funzioni, i compiti o le cosiddette cariche vengono assegnate in corrispondenza della  mansione più o meno importante, attraverso una procedura di scelta o di selezione.

Preso atto di questa situazione, ecco che ci viene spontaneo aderire  a quel risentimento legittimo suscitato dalla percezione dell’ingiustizia manifesta e ci chiediamo perché non ci sia posto per la meritocrazia in questa nostra  realtà sociale oppure, perché di fronte a situazioni di manifesta incompetenza nessuno dei responsabili rileva le incapacità e tutto continua a procedere come sempre, come se nulla fosse.

O ancor di più, perché non si fa nulla di fronte alla tracotanza di certi “onnipotenti” messi in posti di comando non certo per le loro competenze e…..  per giunta con stipendi stratosferici??

Forse qualcuno ricorderà che l’ex presidente dell’INPS era arrivato a cumulare 26 incarichi?

LA MERITOCRAZIA……UN FAUX AMI

Purtroppo il “nepotismo”, che di solito fa rima e coppia con il “clientelismo” esclude quello che noi siamo soliti chiamare in termini positivi “meritocrazia”.  Ma si faccia ben attenzione che tale termine quando è nato non era rappresentativo di ciò che invece il senso comune attuale crede ormai che rappresenti e cioè il sistema di valutazione e valorizzazione degli individui, basato esclusivamente sul riconoscimento del loro merito: caratteristico della società liberista. Si tratta infatti di un “faux ami”, come dicono i francesi, vale a dire una “parola tranello”.

La spiegazione che forse non tutti conoscono è che tale termine pur se affine per assonanza etimologica, a  monarchia, oligarchia, democrazia, non ha nulla a che vedere con la cultura greca, che non ne aveva bisogno perché aveva altri principi di riferimento, ma “meritocrazia” è una parola che potremmo dire neologismo, apparso  per la prima volta nell’opera Rise of the Meritocracy (1958) del sociologo inglese Michael Young.

Questo autore lo aveva introdotto in senso dispregiativo per tratteggiare lo scenario di un futuro inimmaginabile indesiderabile e spaventoso in cui la posizione sociale di un individuo veniva determinata dal suo sviluppo cognitivo unitamente alla sua capacità di lavorare.  Tale sistema generando un’oppressione così forte nella società immaginata finisce per far scoppiare una rivoluzione cui le masse rovesciano i governanti, divenuti arroganti e distanti dai sentimenti del popolo.

Purtroppo non è facile districarsi sulla bontà o meno del termine, ciò che dobbiamo tenere bene in conto invece è la conoscenza delle caratteristiche dello stesso, i suoi principi di riferimento, il suo uso e la sua validità ontologica nell’organizzazione sociale.

Meritocrazia per noi è il contrario di nepotismo, come dicevamo e sappiamo che quest’ultimo  vige in politica da sempre, come sistema introdotto dalla storia del papato, che nelle vicende politiche del Rinascimento tendeva a favorire i parenti e gli amici attraverso l’abuso della propria autorità e di solito in cambio di consensi o di favori passati o attesi. Da allora ciò continua  anche nei nostri tempi ultramoderni e in tutti i Paesi, nessuno escluso: la politica non se ne è mai separata continuando come d’abitudine a far si che il più potente cerchi di favorire amici, parenti e conoscenti, perlopiù, nell’assegnazione di cariche. Il leit motif che in politica il nepotismo sia  prassi comune è entrato a far parte degli attuali usi e costumi nonché del nostro vissuto quotidiano, senza fare nomi sappiamo che alcuni esponenti dei nostri partiti o delle nostre istituzioni, sono figli, nipoti, parenti o amici di quelli che li hanno preceduti e che per loro influenza, magari solo elettorale, sono stati inseriti sulle varie poltrone.

Ciò però non accade solo nella politica, accade nella Sanità, nella Pubblica Amministrazione, nelle Banche, nei Tribunali, nelle Università nello Sport, nei Gruppi culturali, nella Televisione, nei Giornali insomma, non vi è settore che non subisca questa insanabile piaga.

Questo discorso però non ci deve far deviare dalla realtà: gli uomini non sono tutti eguali. Non sono tutti efficienti ed in grado di svolgere e completare i lavori nel medesimo modo. Ognuno ha i suoi tempi e purtroppo la cosiddetta meritocrazia non ne tiene conto.

Abbiamo un mondo omologato sulla produttività economica per cui le differenze di talenti tra gli uomini non valgono: tutti devono raggiungere i medesimi risultati…….si parla infatti di pari opportunità. Però non dimentichiamo che ci sono diverse abilità e non soltanto per i menomati fisici o mentali, ma per ciascuno di noi; quindi c’è chi arriva ad ottenere un risultato nell’immediato e chi ci riesce dopo un periodo di tempo più lungo e chi invece non ci riesce affatto,  perché non è dotato come gli altri, ma magari ha qualcosa in più che gli altri non hanno che purtroppo però per quel livello di giudizio non conta. A mio avviso infatti occorrerebbe introdurre un nuovo concetto: pari presupposti.  Un esempio può spiegare meglio. Va da sé che due atleti devono avere entrambi la pari opportunità di raggiungere il traguardo, entrambe sono ammessi alla gara, però uno di essi ha una malformazione ad un piede, secondo voi se partono dallo stesso punto chi arriverà primo al traguardo? Ecco perché allora si deve introdurre il concetto di pari presupposti, vale a dire che all’atleta menomato deve essere dato un vantaggio per poter concorrere con pari aspettative di successo.

A volte le capacità, il merito, dipendono da elementi esteriori che permettono di promuovere determinate potenzialità in chi ha i mezzi lasciando indietro chi invece non li ha.

Allora bisogna fare attenzione quando si parla di meritocrazia, perché si finirebbe per creare ciò che il termine inventato da Michael Young significa.

I GENI E LA SOCIETA’ DI MASSA

I geni ci sono, ma c’è anche la media, c’è anche la mediocrità c’è anche la incapacità di raggiungere certi traguardi, però la nostra società usa dei metodi mirati alla definizione del cosiddetto QI (quoziente di intelligenza). Per questo nella scuola c’è il metodo di valutazione INVALSI, nell’Università i test di accesso, nel lavoro i testi di attitudine, skill e competenza, le valutazioni EQF europee……..Il voler raggiungere a tutti i costi l’ottimo da parte della nostra società, senza tener conto che si tratta di una eccezione,  porta non solo all’esclusione di molti, ma ancor più alla robotizzazione dell’essere umano, ne sanno qualcosa i giapponesi con i loro sistemi di istruzione compulsivi e ed esclusivi.

In tale contesto occorre fare molta attenzione al concetto di classe, al concetto di élite che si contrappongono al concetto di “società di massa” che per dirla con Domenico De Masi nel suo bel libro Mappa Mundi dice che “Horkheimer e Adorno sgombrano subito il campo «Gli orrori che incombono sul nostro mondo non sono opera delle masse, ma di tutto quello e di tutti coloro che delle masse si servono, dopo averle innanzitutto create…..la massa è un prodotto sociale che dà agli individui un illusorio senso di prossimità e di unione, ma proprio questa illusione presuppone l’atomizzazione, l’alienazione e l’impotenza dei singoli».

Mette poi in evidenza che “nella società di massa, (per capirci quella formata dalla media delle intelligenze e delle competenze approssimative,) si crea una progressiva perdita di autonomia da parte delle non-élite, ossia della stragrande maggioranza delle persone, e l’affermazione progressiva di élite costituite da cerchie sempre più limitate, che però dispongono di quei mezzi e di quegli ausili tecnologici che le pongono in grado di manipolare le masse e mobilitarle fino al punto di trasformare la società negli «Stati-guarnigione» descritti da Lasswell”. Il merito dunque è importante, ma deve anche essere promosso in maniera equa e solidale.

Quando parliamo di  meritocrazia dunque cerchiamo di capirne il corretto significato in relazione alle diverse attitudini e potenzialità date all’uomo dalla sua natura e dalle sue condizioni di nascita, di censo, di clima, di situazione geografica, di realtà politica e sociale. Altrimenti andremo sempre più verso una cumulazione di cariche, di funzioni e di potere in mano ai cosiddetti “più bravi”.

GUIDELINES ETICHE

Dopo questa breve introduzione che mi ha permesso di inquadrare il fenomeno, vorrei sempre per dovere di lealtà, dare le guidelines etiche al lettore, approfondendo perciò alcuni elementi importanti concernenti i perché di questi comportamenti, quali ne siano le cause e  quando e perché tali prassi siano da ritenersi perniciose ed ingiuste sia nei confronti dei singoli che nei confronti del bene comune propriamente inteso.

Alla base di tutto ovviamente c’è una mancanza di etica! Mi pare chiaro. Se ci fosse una linearità comportamentale  ed il  rispetto per le diversità di ogni persona,  che mirando al bene comune avesse come obiettivo di mettere il migliore della categoria nella sua giusta collocazione, potremmo dire “l’uomo giusto al posto giusto”, noi  non staremmo qui a parlare ed avremmo un mondo se non perfetto, almeno coerente sotto il profilo umano. Invece non è così.

 Allora poiché non possiamo lasciare in sospeso il giudizio di legittimità e di merito su questa realtà che ci coinvolge così da vicino e così fortemente, proporrei di fare una disamina innanzitutto della mentalità che sottende alla diffusione del fenomeno; poi cercherei di comprenderne le cause e capire se poi la meritocrazia che invochiamo potrebbe risolvere i nostri problemi.

CAUSE DEL NEPOTISMO

Partirei dunque dalle cause che scatenano il cosiddetto clientelismo o nepotismo. Sono cause prettamente legate ai nostri limiti umani e storici. Infatti l’uomo è di per sé una creatura imperfetta perché soggetta come ho più volte sottolineato a tre grandi vincoli, il primo dei quali è la libertà, il secondo è la sofferenza il terzo è l’istigazione al male. Ma esiste ancora un altro vincolo che di solito non mettiamo in conto, ma che risulta essere anch’esso vincolante: il sentimento.

Quindi partendo da questo quadro della natura umana approfondiamone i concetti.

LA LIBERTA’

Riguardo alla libertà possiamo dire che è la più rilevante essenza costitutiva dell’essere umano. L’uomo infatti è tale in quanto è un essere libero, se non lo fosse sarebbe non un uomo bensì uno schiavo. Quindi l’uomo fonda la propria essenza sulla libertà perché questa rappresenta la misura della sua dignità. Vale a dire che la dignità dell’essere umano viene misurata proprio dal livello di libertà posseduto.

LA DIGNITA’

Questo discorso potrebbe sembrare un pochino complicato laddove non si conosca  a fondo e chiaramente la definizione del concetto di dignità che pur se usato generalmente da tutti, non tutti però è detto che siano  in grado di comprenderne in maniera concettualmente autentica il senso. Questo si spiega con il fatto che pure i dizionari non sanno dare una spiegazione effettiva della sua, come dicono, “quintessenza” dell’essere umano,  perché si limitano ad una espressione lessicale superficiale che non configura nei termini profondi e concreti il significato di questa “quintessenza costitutiva dell’essere umano”. Infatti la migliore definizione che mi è parso di trovare, anche se non completa, ma almeno molto approssimata è quella del dizionario Treccani che dice:  dignità s. f. [dal lat. dignĭtasatis, der. di dignus «degno»; nel sign. 3, il termine ricalca il gr. ἀξίωμα, che aveva entrambi i sign., di «dignità» e di «assioma»]. – 1. a. Condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso…” ( http://www.treccani.it/vocabolario/dignita/).

Ecco io mi interrogherei su che cosa vogliono dire queste parole che  per quanto molto bene articolate in realtà non definiscono il concetto che le sottende. Allora per tagliare la testa al toro vorrei dare la vera ed esatta definizione di dignità quale concetto autentico di questo elemento costitutivo dell’essere umano.

DEFINIZIONE DI DIGNITA’

La dignità è la piena conoscenza della dimensione della propria umanità, vale a dire piena consapevolezza di tutti quei caratteri rappresentativi dell’essere umano, in termini di diritti e doveri che lo differenziano dall’essere animale. Tra tutti i caratteri che potrebbero essere enumerati ce ne sono due che misurano questa dignità: la libertà e l’attività umana, cioè il lavoro, ma non come prestazione, bensì come attività creativa rivolta al bene comune.

Ecco allora delinearsi il fondamento su cui si struttura la dignità, che ciascun essere umano possiede e che nessuno potrà negargli o togliergli semplicemente perché è uomo. Ma anche qui c’è bisogno di una spiegazione in quanto molti ritengono che l’esistenza della dignità dipenda dalla bontà delle azioni che uno compie. No, la dignità è un dato di fatto appartenente  costituzionalmente all’uomo e dalla quale egli si può solo discostare o può abbassarne il livello attraverso l’errata visione o il cattivo uso dei due misuratori citati: libertà e creatività.
Romeo Ciminello

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo  dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd );  docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer  Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico  Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

 

Etica Tom Tom: come ritrovare l’etica nella logica del ricatto – seconda parte

IL SINDACO (DETTA SINDACA) DI ROMA

Non proprio così si presenta invece la situazione dell’attuale Sindaco di Roma che tutti storpiando la nostra bellissima lingua adesso chiamano “sindaca”. A cominciare dalla sua provenienza e passati professionali, si è messa in evidenza sia per mancanza di competenza politica e amministrativa, sia per legami che lasciano pensare che poi tutta questa volontà politica di rinnovamento non le appartenga perché sottoposta ad un beneplacito di un direttorio che la svuota di ogni contenuto amministrativo per la quale è stata eletta. Allora se deve rispondere è non ha libertà di scegliere ciò che è bene per Roma, significa che la sua azione viene manovrata come una marionetta e come? certamente attraverso un ricatto politico che non conosciamo. Ciò lascia pensare allora anche alla sua elezione: da che cosa è dipesa? Probabilmente anche questa da un ricatto più o meno evidente, dato che la sua inesperienza politica l’ha portata a presentarsi pur senza avere una squadra, pur senza avere un progetto amministrativo supportato da gente onesta ed esperta e soprattutto che non avesse legami con il passato. Tutto lascia immaginare che la sua elezione fosse poi condizionata alla scelta di assessori e collaboratori. La faccenda dell’assessore (detta assessora dai mass media) alla Sostenibilità ambientale prima, e, del prescelto Assessore al bilancio poi, lo lasciano immaginare; ci fanno pensare alla possibilità di un ricatto politico messo in atto da forze che l’hanno eletta; nonché dalla difesa dell’assessore ai rifiuti  fatta “nientepopodimenoché” da parte del  ras di Roma mafia Capitale: “ Dal carcere Buzzi difende la Raggi: “Con la Muraro nulla di illecito” Il ras delle coop di Mafia Capitale: “Con la Muraro non ci fu nulla di illecito, perdemmo gara”. Ma spunta un’altra conversazione: “Su quell’affare a Dubai ti aiuto” (cfr. http://www.ilgiornale.it/news/politica/carcere-buzzi-difende-raggi-muraro-nulla-illecito-1294768.html  )

Allora anche il problema delle olimpiadi negate a Roma potrà essere considerato frutto di un ricatto, così come il problema dei rifiuti, quello dello stadio, quello dei trasporti e via dicendo.

Ma per necessità di “pars condicio” quando parliamo di ricatto non possiamo dimenticare i tanti ricatti operati dal segretario del PD attuale Presidente del Consiglio dei ministri. Le sue comunicazioni sono sempre definitive, sono sempre legate ad una bontà ineccepibile delle sue proposte perché il ricatto da cui parte è dal minimo di tacciare come “gufi” i contrari, al massimo di arrivare per bocca dell’Ambasciatore statunitense a Roma, a minacciare che l’Italia  diverrebbe un paese a rischio se si voterà no al referendum costituzionale previsto ancora per non si sa quale data.  Per non parlare del ricatto dietro la legge sulla riforma del lavoro, su quella Cirinnà, sulla “Buona scuola” e via dicendo…tutte leggi o quasi tutte passate sotto il ricatto del cosiddetto voto di fiducia….dove il presupposto fallimento del governo avrebbe per ipotesi portato anche ad uno scioglimento anticipato delle camere e dunque ad una perdita del diritto al vitalizio da parte dei parlamentari in carica per mancato completamento del periodo di lavoro. Il mantenimento della poltrona appare sempre un buon ricatto!

CONTESTO ECONOMICO

Per terminare non posso non dire due parole relative anche al sistema economico in tema di ricatto. Questo lo percepiamo subito dal clima economico che vige nel nostro Paese, dove l’obiettivo del Governo consiste nell’ “affamare il popolo” per ottenere un generalizzato voto di scambio, perché quando si ha fame purtroppo non si può far ragionare il cervello. Così invece di pensare agli investimenti che potrebbero essere effettuati in 16 settori del nostro Paese, dall’arte al turismo alla cultura alle bonifiche montane e boschive ecc., di cui molte volte ho parlato, e che potrebbero veramente risollevare l’economia italiana, il Governo continua a fare esclusivamente partite di giro. Si permette addirittura ad un Boiardo di stato come lo è divenuto il presidente dell’INPS, (l’allora prof. Tito Boeri, molto bravo nelle sue ricerche teoriche)  di “dettare legge” con proposte “panacea” che recano danno ai cittadini, contro un favore alle banche, sulla base del ricatto più subdolo: la situazione delle pensioni è colpa dei cittadini che non hanno accumulato il diritto al trattamento pensionistico in un regime a contribuzione, bensì in un regime a ripartizione. Evidentemente dimenticando tutti i suoi studi, non pensa al fatto che in nessuna nazione del mondo esiste un regime esclusivamente a contribuzione come lui indicherebbe; dimentica che il regime a ripartizione è stato attuato in passato sulla base di leggi e non per volontà dei cittadini che, pur volendo, non avrebbero potuto attuare un regime autonomo di contribuzione; dimentica inoltre che se invece di ricacciare gli extra-comunitari o di detenerli nei diversi CIE, CARA o altra struttura pro-tempore inventata, si facessero lavorare, le cose andrebbero meglio, dato che le opportunità esistono se il Governo fosse supportato per individuarle in maniera positiva dai propri “Boiardi” con consigli e proposte rivolte veramente al bene comune e non supportate solo dal ricatto del mantenimento della propria poltrona. Così infatti  non ci sarebbero problemi di pensioni se non di piccoli aggiustamenti dato che il governo potrebbe fare migliaia di investimenti per far lavorare gli immigrati e non sprecare le potenzialità che questi ci portano. Ma il ricatto non lo permette. Per diversi motivi, primo perché l’idea della precarietà futura porta ad una fidelizzazione partitica, secondo perché gli immigrati servono sia per coloro che hanno le strutture per accoglierli, sia per gli intrighi di “mafia capitale” per la quale “con gli immigrati si guadagna molto più della droga”, sia perché si alimentano motivi di contrasto e quindi di “utili soluzioni politiche”. Così si accrescono i rivoli economici supportati da un continuo ricatto che non lascia fuori nessuno a cominciare dalle banche per finire ai trasporti ed infine anche allo sport, dove la Raggi per motivi di corruzione non permette di fare le olimpiadi a Roma decretando la propria incapacità di governare…..ma se non si ha la capacità di controllare l’operato degli appalti e del corretto svolgimento delle attività, significa che non si ha la più pallida idea di come si governa ed allora…… poiché c’è la corruzione…non si faccia più niente! Restiamo fermi a guardare il mondo intorno a noi che si muove invece a velocità supersonica! Ovviamente gli ambienti in cui vige il ricatto economico sono tantissimi e variegati, come la Sanità, il Commercio, l’Ambiente, il Territorio ecc.

COME USCIRE DALLA LOGICA DEL RICATTO

Come uscirne. Non è facile quando ci si trova ormai in un ambiente tarato. Ricordiamo il proverbio che dice che una mela marcia messa tra le mele buone fa divenire marce  anche queste. Il problema è che non avviene il contrario, vale a dire che se poniamo una mela buona tra le mele marce non avverrà un processo inverso di miglioramento, bensì anche la mela buona diventerà presto marcia.

Il primo passo dunque  è di cercare di capire e di riconoscere cosa sta succedendo nelle nostre relazioni e rendersi conto che certe reazioni e certi comportamenti che attuiamo anche senza volerlo, rischiano di farci trovare implicati nelle modalità relazionali di un ricatto morale. Innanzitutto quindi dobbiamo avere contezza dei nostri comportamenti.

Il secondo passo implica una profonda riflessione mirata a cercare di capire quali siano le profonde motivazioni da cui traggono origine tali modalità e pertanto cercare di correggere i comportamenti che ci fanno star male sostituendoli con comportamenti supportati da maggiore razionalità.

Un tale processo che deve essere valutato a 360 gradi, vale a dire che non si deve frammentare il comportamento, ma renderlo analogo in qualsiasi tipo di relazione,  necessita di assoluta chiarezza, quindi gli step da seguire sono complessi ma non impossibili e sono guidati da 4 facili domande: 1) il mio comportamento è legale?  Non perché vi sia una legge scritta, ma perché esiste semplicemente una regola riconosciuta alla quale mi dovrei attenere in termini di onestà.  La regola ovviamente è quella che si basa sui principi etici di onestà e rispetto della dignità umana e ricerca del bene comune. 2) Il mio comportamento come si confronta con quello degli altri che conosco? 3) Il mio comportamento come si confronta con la mia coscienza? 4) Il mio comportamento come si confronta con la mia dignità di essere umano?

Ecco  quindi come definire la propria posizione all’interno della relazione, mettendo in luce i sentimenti che si provano e le convinzioni che ci guidano; affermare  ed essere pienamente coscienti di ciò di cui si ha bisogno e se questo è innato oppure è un bisogno indotto. Occorre ricercare onestamente dentro di se ciò che si è o non si è disposti ad accettare, ma tentando di capire fino a che punto si può essere resilienti; cercando di capire i motivi della propria rigidità dovuta all’attaccamento a certe situazioni di comodo;  desiderando di dare la possibilità all’altro di esprimersi allo stesso modo e quindi di lasciargli la possibilità di scegliere liberamente ciò che intende fare rispetto al perdurare della relazione stessa, accettando poi le sue decisioni.

Ovviamente tutto ciò sarà possibile nella misura in cui si saprà accettare l’idea del possibile cambiamento, sapendo di rischiare e sopportando con la dovuta fortezza che un comportamento adeguato possa anche avere come risultato immediato, seppur provvisorio, un disagio ancora maggiore rispetto a quello già sperimentato; tutto questo in vista di una collocazione etica del proprio assetto comportamentale  mirato ad un maggior benessere personale e ad un miglior funzionamento delle proprie relazioni.

Di conseguenza,  se si segue tale processo si reagisce in maniera più razionale ed autonoma quando ci si sente a disagio, quando si percepisce di sentirsi usati e defraudati della propria libertà. In questi frangenti, si corre il rischio di avere dubbi sulla propria capacità di fare quello che veramente si vuole, e che fa star bene, mettendo in discussione la propria autostima. Ecco quindi come recuperare la propria dignità contrapponendo l’etica alla logica del ricatto: ritrovare se stessi nella propria dimensione di umanità.

 

Romeo Ciminiello

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo  dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd );  docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer  Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico  Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

 

Etica Tom Tom: come ritrovare l’etica nella logica del ricatto – prima parte

COME E DOVE RITROVARE L’ETICA NELLA LOGICA DEL RICATTO

Nei percorsi di riflessione che in questa rubrica cerco di suggerire ai fini della riscoperta di ciò che si chiama etica e che non tutti conoscono a fondo pur invocandone quotidianamente l’applicazione quando si tratta del proprio interesse, un posto privilegiato appartiene a quella che chiamerei “la logica del ricatto”.

Per inquadrarla in maniera che nessuno possa dire di non aver capito, richiamerei innanzitutto l’attenzione sul contesto socio-politico-economico in cui viviamo nel nostro momento storico e poi scenderei nei particolari relativi a ciascun atteggiamento che coinvolge gli appartenenti ai vari gruppi sociali, alle categorie economiche ed alle correnti dei partiti. Ovviamente non ritengo di esaurire l’argomento con questo breve scritto, ma spero di poter indurre prima una sana curiosità e poi una riflessione che possa suscitare in ciascuno di noi la volontà di migliorare l’ambiente in cui vive semplicemente domandandosi: i miei rapporti sono lineari oppure permeati dalla logica ricatto?

Come rispondere? Quali elementi considerare per chiarire in maniera ineccepibile il proprio status e la propria visione relativi a questo fenomeno? Vediamolo insieme.

Io comincerei cercando di definire innanzitutto che cosa si intende per ricatto, qual è il propellente che lo alimenta, come nasce e in quali ambienti si pratica e si sviluppa in maniera più o meno subdola o evidente.

LA LOGICA DEL RICATTO

Per definire in maniera concreta la logica del ricatto essa va inserita nella realtà delle relazioni umane che come ben sappiamo sono di tre tipi: 1) di reciprocità; 2) di strumentalizzazione; 3) di esclusione. Detto ciò si capisce agevolmente che in ognuna delle tre relazioni vige una logica di ricatto più o meno evidente, o più o meno negativa. Potremmo dire quindi che la logica del ricatto è strettamente legata alla natura delle relazioni umane e possiamo anche fare l’equazione che il ricatto sta alla relazione come l’elemosina sta alla carità.

Entrando ancor più nella complessità del fenomeno possiamo dire che il ricatto si presenta ed è definibile come una potente forma di manipolazione in cui una persona sconosciuta o molto spesso anche a noi vicina minaccia, in modo esplicito o indiretto, di infliggere una pena o di rifarsi in qualche modo qualora non dovessimo ottemperare alle sue richieste o alle sue aspettative. Si tratta quindi di un’azione criminale.

Tutti noi sappiamo che il ricatto, quando è attuato in termini delinquenziali finalizzati all’estorsione è un’attività spregevole paragonabile all’usura; ma in genere non si pensa o non ci si accorge quasi mai, che ci sono delle forme che, pur non essendo criminali, sono egualmente abominevoli. Ciò avviene quando si subisce un tipo di ricatto messo in atto a volte proprio dalle persone con cui si hanno relazioni più strette, rapporti di confidenza, amicizia o intimità; da persone alle quali si è legati anche affettivamente e che vogliono ottenere qualcosa che, non rispettando la libertà e la volontà dell’altro, diviene un imposizione, veicolata da un ricatto, semplicemente perché finalizzata ad una soddisfazione, nel rapporto, ordinata in modo gerarchicamente subordinato o strumentale.

NATURA DEL RICATTO

In tale contesto possiamo individuare tre tipi di natura del ricatto: a) quello delinquenziale praticato da estranei; b) quello strumentale attivato da legami socio-economici; c) quello sentimentale  fondato su legami ideologici o sentimentali.

Va da sé che l’unica maniera di creare relazioni di pace e di benessere durature, di poter instaurare relazioni interpersonali lineari ed oneste nel rispetto innanzitutto della persona umana e della sua dignità in quanto tale e poi di tutti i diritti che ne derivano, è il rispetto dei principi etici.  1) non ledere; 2) lascia ogni cosa che hai ricevuto migliore di come l’hai ricevuta; 3) rispetta te stesso, gli altri e l’ambiente; 4) fai agli altri ciò che vuoi sia fatto a te; 5) fai tutto con amore.  Dei cinque  ritengo che il primo sia il più importante ai fini del nostro discorso.  Tale maniera contribuisce, sicuramente, al benessere individuale nonché sociale ed è questo il motivo per il quale occorre interrogarsi su come e dove ritrovare la natura etica dei rapporti in grado di sostituire al ricatto quei principi di onestà intellettuale e relazionale che rendano la relazione interpersonale un ambiente umano gratificante in cui si sviluppa il tessuto di autostima che permette a ciascuno di raggiungere e perfezionare le proprie potenzialità ed alla società di raggiungere il bene comune.

TORNACONTO: NATURA ECONOMICA DEI RAPPORTI

Tornando ai tre tipi di rapporto sopra enunciati potremmo anche sostenere come essi siano poi da considerare di natura strettamente economica, anche se non di contenuto esclusivamente monetario e patrimoniale. La natura economica risiede infatti, nella cosiddetta legge del tornaconto e pertanto i tre tipi di rapporto si risolvono in maniera simmetricamente proporzionata al tornaconto che ciascuno di noi percepisce egoisticamente come giusto ed appagante per sé.

RAPPORTO DI RECIPROCITA’

Infatti in una relazione di reciprocità, pur se non sembra e, le posizioni appaiono equilibrate, in realtà vige la legge del do ut des, ciò significa che il proprio agire, anche inconsapevolmente a volte, non è mai disinteressato, bensì corrispondente sempre a quanto ci si aspetta di ricevere, sia in termini economici, che di sentimento, che di successo, di riconoscimenti ecc. Diciamo che in tale tipo di rapporto vige l’ipocrisia dell’uguaglianza, vale a dire una guerra fredda basata sui rapporti di forza ben calcolati.

RAPPORTO DI STRUMENTALIZZAZIONE

Per quanto riguarda invece i rapporti del secondo tipo ossia quelli di strumentalizzazione il veicolo coercitivo appare più chiaro ed evidente, infatti in tale tipo di relazione esiste sempre un soggetto più forte, più capace, più abile e più dotato, in grado di far valere la propria volontà a prescindere dalle ragioni  più o meno giuste o valide dell’altro. In questo tipo di rapporto possiamo esplicitamente affermare che vige la legge della prevaricazione, vale a dire una sorta di minaccia deterrente, mirata ad impedire ogni ribellione oppure un comportamento difforme da quanto richiesto dal più forte. E si badi bene che tale imposizione può essere anche ipocritamente gradevole. Ciò lo si può cogliere nei rapporti di mafia che legano i cosiddetti “uomini di rispetto” ai propri sottoposti o nell’impresa, nei rapporti tra “capo e collaboratore” oppure nel partito con i segretari ai vari livelli,  per avere un incarico di rilievo, o,  una poltrona assicurata oppure ancora nei rapporti di forza esistenti a livello affettivo tra due innamorati, tra due amici o tra familiari.

RAPPORTO DI ESCLUSIONE

Infine per ciò che riguarda il terzo tipo di relazione quale il rapporto di esclusione, possiamo dire che si sostanzia come “rapporto di accaparramento”, vale a dire che l’esclusione dell’altro è per togliergli, in maniera truffaldina, ogni prerogativa o spazi da fruire, annientandolo e come persona e come diritti od opportunità. In maniera più ampia ciò è applicabile anche  agli Stati, ai Governi o alle Comunità. Ciò è evidente nella classifica gerarchica dei Paesi, industrializzati o in via di sviluppo, nei governi ecc. e diviene ancor più chiaro confrontando, proprio in questo periodo,  l’idea che si va imponendo di un’ Unione Europea a due velocità o a anche a tre! Infine la relazione di esclusione delle Comunità è talmente ampia e variegata che non ha bisogno di esemplificazioni, basti pensare ai diritti mancati delle minoranze.

RICATTO MORALE

Tornando alle relazioni interpersonali dobbiamo rilevare che tuttavia, a volte, sono accompagnate da aspetti non immediatamente riconoscibili, che condizionano il nostro agire, la nostra libertà, il nostro stato d’animo e in definitiva il nostro benessere.  Il ricatto infatti a volte, non si percepisce perché la violenza può non essere fisica, bensì psicologica, o ancor più di ordine morale: ciascuno di noi almeno una volta nella sua vita ritengo che abbia conosciuto questo tipo di “carezza condizionata” il cui aspetto fondamentale è il ricatto morale. Valga un esempio lampante che tutti abbiamo subìto o praticato: “se fai quello che ti dico allora sono contento e ti voglio bene!”

Questa potente forma di manipolazione messa in atto proprio dalle persone con cui si hanno relazioni strettamente personali, non importa di che tipo se politiche, sociali, od economiche, danno vita ad una figura specifica che si chiama “ricattatore morale” il quale fondando sul fatto che conosce molto bene come la personalità, la psicologia e la natura dell’altro reagiscono,  e,  non per niente è sempre una figura alla quale si è legati da motivi affettivi, ideologici o psicologici e che conosce esattamente quali siano le debolezze dell’altro da sfruttare a proprio favore, fa leva su queste, insinuandosi nei meccanismi intimi dell’altro sfibrandone la capacità di opposizione fino ad annientarne ogni resistenza.

Un meccanismo che a livello morale cerca sempre come obiettivo finale cogente l’insinuazione nel più debole,  del senso di colpa, della sua inadeguatezza, della sua posizione debitoria, addossandogli le responsabilità  del proprio malessere o dell’insoddisfazione o della disfatta procurata nel disattendere a volte anche semplici aspettative fatte passare dal più forte come legittimamente formatesi a causa del favore erogatogli.

CONTESTO SOCIO-POLITICO-ECONOMICO

Dopo questa premessa di ordine esplicativo andiamo ad analizzare come si evidenzia nella vita di tutti i giorni la logica del ricatto.

Intanto diciamo subito che il mondo della globalizzazione vive in un contesto economico di capitalismo di sottrazione, in un capitalismo cioè, in cui non esistono obiettivi  né  di onestà né di reputazione, tutto ciò che conta è esclusivamente il profitto che può accumularsi a discapito dell’altro ed il mezzo che veicola la fiducia, non è più la conoscenza personale, ma un indicatore di contenuto meramente numerario e cioè il prezzo. Nel mercato vero di questo tipo  infatti, non importa se si conosca o no la controparte, ciò che conta invece è la convenienza percepita nel livello del prezzo. Questo lo abbiamo appreso dall’incursione dei cinesi che ci hanno dimostrato una triste verità: il prezzo vince anche sulla qualità e sulla salute. Il prezzo vince sul diritto. Il prezzo è il punto di riferimento di ciascuno di noi. Oggi forse il detto che “ciascun uomo ha il suo prezzo” appare ancora più vero. In tale mercato dunque il ricatto è fatto sul prezzo: vuoi pagare poco? ti prendi quello che c’è. Vuoi lavorare? o ti accontenti di questo salario a queste condizioni oppure stai a spasso! Vuoi entrare in certe cerchie o gruppi più o meno esclusivi? devi pagare la tua quota….spesso salata e se non proprio come quota annuale, certamente come percentuale sui ritorni che si ottengono da tale partecipazione. Senza fare nomi, perché tutti se ci pensiamo un attimo sappiamo quali sono, diciamo che si tratta di gruppi di pressione che siano laici o religiosi non importa, ciascun partecipante subisce il proprio ricatto e…la cosa buffa è che inizialmente è sempre volontario!.

CONTESTO SOCIALE

Il ricatto nel contesto sociale in cui mettiamo anche quello affettivo, comincia dalla famiglia, dove i rapporti tra genitori e figli e fratelli e sorelle appare il più delle volte celato sotto il motivo dell’educazione, in realtà è un gioco molto sottile che rafforzando i legami di coesione, alimenta però risentimenti ed insoddisfazioni che crescono e si alimentano nel tempo. C’è il ricatto dell’affetto, c’è il ricatto della preferenza, c’è il ricatto della vacanza in base ai risultati, c’è il ricatto della “paghetta” che se si rispettano determinate regole potrà essere aumentata! Continuando la panoramica, il ricatto continua nella scuola, nei rapporti tra compagni, si evidenzia nel bullismo, nel possedere o meno i mezzi del gruppo, rappresentati, da smartphone, motorino, bicicletta, playstation ecc. Proseguendo nella dinamica inerente i gruppi, non possiamo non evidenziare i famosi gruppi parrocchiali o religiosi ai quali per appartenere devi dimostrare di esserne degno ed abbandonare tutto il resto per abbracciare determinate regole comportamentali che se non fossero dettate da invadente proselitismo probabilmente sarebbero anche accettate più facilmente. Poi ci sono quelle che negli anni 60 si chiamavano comitive e che oggi sono rappresentate dai cosiddetti social network. Quindi se non si partecipa a Facebook, a Twitter, a Whatsapp, Youtube,  Messenger,  Linkendin e ad altri network, si resta tagliati fuori, non si hanno amicizie. Quindi il ricatto sociale diventa forte, ma anche estremamente pericoloso perché a volte per partecipare devi accettare di postare foto e video, oppure di sottoporti a riprese di videoclip che pur se tenuti segreti e ritenuti gelosamente privati, basta un click per errore perché si diffondano su tutta la rete restando nell’eterna memoria dei clouds appartenenti a Google, a Facebook e ad altri server, che attraverso un motore di ricerca sono in grado di riportare d’attualità anche cose che il tempo una volta, avrebbe sopite e fatto dimenticare. Non voglio ricordare la storia triste del suicidio della ragazza di Napoli da poco passata per le cronache dei mass media. Il ricatto dunque diviene sempre più mediatico con il sistema dell’amicizia nei network, con il sistema del “taggare” o no una foto, di postare più o meno convintamente un video. Le cerchie delle amicizie, si fanno perciò sempre più ristrette e sofisticate, i club pur se ampliati rispetto al passato sono sempre più esigenti ed esclusivi e si badi bene, dettati in maggioranza da comuni livelli di censo e di possibilità economiche, sia che si tratti di attività umanitarie sia che si tratti di attività culturali. L’appartenenza e l’accesso diviene sempre più una prerogativa economica esattamente come diceva già una decina di anni fa Jeremy Rifkin con quel suo interessantissimo e profetico libro “L’era dell’accesso”. Riguardo a tale aspetto si potrebbero scrivere pagine su pagine, senza sforzare la fantasia, ma solo guardandosi intorno e classificando categorie di persone e di gruppi inseriti negli ambienti sociali a cui apparteniamo, che siano laici, religiosi, sportivi o culturali.

CONTESTO POLITICO  

Il ricatto nel contesto politico è forse il substrato del tessuto che regge l’odierna impostazione democratica, dove vigono tolleranza, rispetto dei diritti, accettazione ed inclusione delle minoranze…tutte belle parole:

non si tratta di una questione di poco conto, anzi è estremamente attuale in questo nostro tempo in cui regna  l’idolo della tolleranza  e del rispetto di ogni diritto. La sostanza è proprio questa: non solo gli ideologi, i cattivi maestri  ed i falsi profeti di turno che esaltano ed idolatrano la menzogna ipocrita dell’indifferenza spacciata per amore e che invece crea ricatti, ma anche ciascuno di noi è continuamente sottoposto ad una scelta di campo, ad una strategia di prevaricazione dettata dal proprio interesse e dai propri fini non sempre veramente ed eticamente rispondenti a criteri di onestà individuale ed intellettuale. Ci si lamenta sempre del malaffare politico, ci si lamenta sempre degli intrighi di partito e poi in qualche modo siamo invischiati nella rete dalla necessità di scegliere di votare qualcuno che non conosciamo. Ecco allora che in questo contesto nascono i ricatti più perniciosi che vanno dal voto di scambio, al favore all’amico, alla speranza di ottenere un determinato obiettivo. Purtroppo la nostra politica non è soltanto basata sulla clientela, ma anche sul ricatto parlamentare, sulla necessità di completare una legislatura per ottenere il famoso “vitalizio”, il ricatto che si evidenzia nella strumentalizzazione di determinati comportamenti, nella scelta delle liste, nel vecchio voto di preferenza. I partiti ancorché sembra abbiano perso la loro forza politica, continuano a mantenersi come strutture di comando senza regole, senza etica, ma con l’unico obiettivo del potere, della spartizione dei soldi pubblici della possibilità di affidare poltrone in un sottobosco enorme di strutture e composizioni territoriali che partendo dal comune, arrivano attraverso provincie, anche se nominalmente scomparse, e regioni sino alle compagini nazionali. Attualmente una delle realtà di questo tipo che potremmo definire da

manuale appare quella rappresentata dal Movimento Penta stellato che forte di una facciata di onestà celata dietro la “democrazia della Rete” in realtà subisce il ricatto del suo “Mentore” che pur essendo un comico, non disdegna fare politica….magari che non l’abbia scoperta come fonte di reddito che noi non conosciamo? Il futuro ce lo saprà dire. Una cosa è certa: il Movimento ancorché sia in parlamento non fa e non sa fare politica evidenziando una incompetenza che va dalla mancata capacità di compiere accordi con altre forze, alla utopia delle strategie attuate, che pur invocando la declamata “onestà”, taglio dei corrispettivi parlamentari, poi in realtà non fa nulla di veramente pratico ed incisivo, se non a parole, perché quando si tratta di andare sul pratico o si trovano con la cosiddetta “pappa pronta” come la situazione di Torino in cui l’attuale sindaco si trova a gestire qualcosa che qualcun altro prima, anche se con debiti, aveva già definito ed organizzato come buona politica e non per niente l’ex sindaco di Torino è forse uno dei pochi politici riconosciuto in Italia non solo “politicamente” competente, ma anche politicamente “onesto” sia come parlamentare che poi come sindaco di Torino. La speranza è che l’esponente attuale sappia approfittare dell’eredità ricevuta e continui a perseguire il bene comune dei propri cittadini.

Romeo Ciminello

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo  dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd );  docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer  Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico  Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

 

Etica Tom Tom: Democrazia senza Morale, senza Onestà, senza Etica

Prendendo spunto dall’articolo apparso sulla Repubblica di venerdì 8 aprile a firma Stefano Rodotà che aveva appunto il titolo LA DEMOCRAZIA SENZA MORALE, vorrei fare una riflessione ..onestà ed etica sulle considerazioni, non solo di questo “maestro” del nostro tempo, ma anche di come i mass media si interessano all’argomento dopo che la “Piazza” ha salutato il feretro di Casaleggio al grido di Onestà..onestà!!!

ALCUNI APPROCCI ALLE IDEE  DI MORALITA’ E DI ONESTA’

Non vorrei offendere nessun fan del prof. Rodotà, il quale oltre che docente universitario è stato anche parlamentare e “Garante della Privacy” e pertanto in grado di dare degli indirizzi anche di “iniziativa parlamentare” per offrire alla nostra democrazia quegli input  di onestà necessari alla sua fioritura.

Né tanto meno vorrei deludere i fan di quello che sembra apparire come il “Maestro del perbenismo e bon ton” che cura la rubrica “lettere&commenti e idee” del medesimo Giornale.  Egli infatti avrebbe dovuto immaginare che, se ci si presenta nel “salotto buono” di Giovanni Floris, consapevoli di non avere argomenti e competenze per azzittire quel vulcano di contrasto alle malefatte della politica, che si chiama Marco Travaglio,  essendo coscientemente, impreparato, come più volte egli stesso ha ammesso, non poteva cercare di “buttarla sul perbenismo”; né sviare il discorso dando lezioni su come esprimersi  invece di rispondere con argomenti pertinenti o controbattere le affermazioni di Travaglio sulla inutilità delle modifiche costituzionali.  Forse più di qualche telespettatore si sarà chiesto: ma che ci è andato a fare? La costituzione è la base della nostra democrazia e se non la si difende, con argomenti oggettivi, come ha dimostrato Travaglio, ci troveremo di nuovo nel baratro del totalitarismo.

Inoltre non intendo neanche portare critiche a Emanuela Falcetti di “Italia sotto inchiesta” di Raiuno, che stimo per il suo coinvolgente entusiasmo giornalistico, che però per parlare di Etica inizia con esaltare il fatto che Raffaele Cantone Responsabile ANAC possa finalmente agire attraverso la Guardia di Finanza per le indagini fiscali contro la corruzione. Questo grazie ai controlli discrezionali della guardia di finanza presso i vincitori degli appalti, ed ai detentori del Rating di legalità, con blitz dentro i cantieri. Notizia ottenuta grazie a  Cristina Bartelli di Italia Oggi, come se fosse la soluzione ultima dei nostri problemi di corruzione! Nella stessa trasmissione poi si è passati a parlare della legge sulla trasparenza, con Lorenzo Salvia del Corriere della Sera, a suo dire trasformata grazie all’emendamento che dovrebbe sostituire il  proposto regime di “silenzio-diniego” con una “risposta obbligata e motivata entro….trenta giorni”??? Vi pare possibile? Anche qui viene invocato l’intervento di Cantone! Povero quest’ultimo….deve stare su mille fronti ce la farà?! Poi per continuare, sempre nella stessa trasmissione, la medesima Conduttrice chiama il prof. Giovanni Valotti a parlare di insegnamento dell’etica nelle scuole come riportato in un suo articolo dal Corriere della sera.  Il Professore molto cortesemente spiega come l’articolo che sarebbe dovuto uscire con il titolo “Insegnare l’onestà” sia stato cambiato poi dal titolista del quotidiano, senza avvisarlo, in “Il dovere di insegnare etica nelle scuole”. Il Professore mette poi ancora in evidenza che è certamente importante organizzare i controlli, inasprire le leggi, ma non basta; occorre educare all’onestà nelle scuole. Insegnare i veri valori e cambiare il sistema. La Conduttrice sottolinea la necessità di fare una campagna per insegnare l’etica e si augura che il prossimo concorso degli insegnanti permetta l’inserimento di personale che possa comunicare tali valori. Finisce dicendo che “la corruzione non è poi una cosa astratta, ci costa tantissimo e sono i soldi nostri…., ci mettono la mano in tasca e ci portano via tanti soldi… la nostra corruzione ci costa 800 miliardi di euro” Poi chiede al Prof. Valotti: – “Che cosa può fare per i bambini…..a cominciare dalla raccolta differenziata dei rifiuti”? Lo mette anche un pochino in difficoltà   quando gli chiede “cosa direbbe ad un bambino per far capire cosa sia l’onestà…, …una definizione di onestà…”- prosegue –“ Lei è in un aula …in prima elementare…deve iniziare a dire che cosa è l’onestà…..che cos’è?”  e  dopo qualche tentennamento  in cui il prof. Valotti ripete “è difficile è difficile” trova finalmente la risposta: “E’ il comportarsi bene in ogni momento della giornata da quando ti svegli a quando vai a dormire”! La conduttrice molto lieta della risposta si impegna a fare tutto quanto è in suo potere per insegnare l’etica nelle scuole, perché è assolutamente necessario.

COME PRESENTARE IL CONCETTO DI ONESTA’

Va bene la risposta? che cosa dire ad un bambino di prima elementare? E cosa potremmo rispondere invece ad un adulto? Qual è il concetto vero di onestà? Ecco perché mi domanderei ancora che cosa sia voluto significare il termine “onestà” nelle teste di coloro che lo gridavano in Piazza a Milano per onorare il loro leader scomparso. L’onestà, come tutti sappiamo è un termine astratto nel concetto, ma molto concreto nella prassi e allora? Come interpretarlo, perché nella sfera pubblica del nostro Paese  sembra non incidere sulle responsabilità di chi governa, comanda e gestisce il potere? Quali sono gli elementi che permetterebbero di applicarlo in ambito di moralità come concetto etico senza fare falsi ed ipocriti moralismi? Quali sono le sue configurazioni? Perché c’è bisogno di onestà per permettere ad un sistema democratico di crescere in equilibrio?

EDUCAZIONE ALL’ETICA E QUINDI ALL’ONESTA’

Rispondere a queste domande non è difficile a chi pratica l’onestà; ma poiché nel nostro Paese, paiono essere molto pochi coloro che radicano tale concetto in una prassi consolidata di tradizione familiare fondata sull’onore della propria dignità, rispondere con cognizione di causa non risulta generalmente facile e spontaneo. Infatti spesso avviene che il corretto significato lo si confonde in maniera sistematica svilendolo e collegandolo unicamente ad elementi di ordine economico. Ecco perché ho voluto introdurre l’argomento citando questi episodi: ritengo importante chiarire in maniera scrupolosa che i concetti di cui stiamo parlando e che dovrebbero informare la nostra visione socio-politico-economica  devono essere chiari. Apprezzando la buona volontà di ciascuno, credo che non basti un articolo di giornale, o citare un articolo della costituzione, o fare del perbenismo oppure fare una confusione di trasparenza, controllo anticorruzione e raccolta differenziata, per definire l’onestà, la morale e l’etica.  Per far sì che la nostra struttura di democrazia sia veramente quella di una organizzazione rispettosa dei diritti ed altrettanto attenta al rispetto dei doveri di ciascuno si deve essere chiari, non si devono confondere né i termini e né i concetti.  Solo per questa via potremo arrivare a imparare come rammendare, con fili di rinnovata umanità, il tessuto di fiducia e di coerenza sociale, attualmente fortemente sfilacciato in ogni settore.

Cerchiamo dunque di ordinare il pensiero per condividerlo con quanti ritengano veramente necessario ricondurre il nostro vissuto in un ambito veramente etico in cui l’onestà possa considerarsi prassi abituale nelle configurazioni che l’essere umano può manifestare in ogni sua azione.

Io non faro ricorso, per contrapporre l’onestà alla corruzione, come il prof. Rodotà né alle lettere di Italo Calvino,  né alla satira di Ennio Flaviano, cercherò invece, come mi viene sollecitato dalla rubrica Etica Tom, Tom, di indicare un percorso di definizioni lineari, che possano essere considerate delle guide lines e non semplici opinioni di chi scrive, su cui costruire una convinzione concreta di ideale democratico, rispettoso dell’etica ed intriso di onestà. Delineando in un breve excursus storico le cause che hanno determinato la caduta dei valori di onestà cercherò di inquadrare i principi di riferimento che ci vengono dall’insegnamento del Magistero sociale in termini di democrazia. Quindi tenterò di mettere in evidenza come si configura il concetto di onestà.

CAUSE STORICHE DELLA CORRUZIONE

Dopo l’ultimo conflitto mondiale, e dopo il ventennio fascista, nel nostro Paese veniva riedificata la democrazia. Non certo fondata sui tasselli elementari del pragmatismo politico e del costituzionalismo rappresentativo anglosassone, ma su una integrazione, anche opportunistica, tra la fedeltà a principi religiosi e attività politica. La maggioranza del Paese essendo intrisa di ideali cattolici ha coltivato pertanto una doppia fedeltà,  stentando ad indentificarsi nelle regole e nei limiti della politica democratica di tipo squisitamente laicista.  Così il modo di concepire la politica, pur se per certi versi emancipato, era ancora legato ad un rapporto intrinseco piuttosto confessionale per cui non è un segreto dire che questo modo di concepire la politica incline al familismo, e al clientelismo a supporto di uno sviluppo economico di enorme portata che caratterizzava quegli anni, abbia prodotto una diffusissima corruzione.

SFERA PUBBLICA NELL’INIZIATIVA PRIVATA

Proprio da quel periodo, relativo alla metà degli anni sessanta, del secolo scorso, inizia lo sconquasso culturale che, giorno dopo giorno, ci ha condotto alla presente situazione. Questo si spiega con il fatto che, quando la sfera pubblica diviene sempre più invasiva dell’iniziativa privata, sottoponendola a pesante tutela, ogni argine all’affarismo politico e alla politica degli affari viene a cadere.  Fu così che sotto la prospettiva dello sviluppo in mano dirigista, si permetteva ai partiti sia di governo che di opposizione, con strategie pur se apparentemente diverse, di convogliare flussi di denaro verso gruppi politici, che li generavano a loro volta, attraverso la creatività dei loro interventi economici finalizzati allo sviluppo del Paese. Tutto girava intorno alle prospettive di sicurezza sociale, di libertà di movimento, di lavoro, sanità e previdenza per tutti. La componente di corruttela all’interno dei partiti aveva come conseguenza diretta  il centralismo dei partiti stessi, come organizzazione esclusiva per la mediazione politica e per la redistribuzione al loro interno delle ricchezze generate attraverso progetti e leggi finalizzate a dare posti di lavoro, a distribuire consulenze, a creare aree di influenza e di consenso. La fedeltà al partito, la disciplina di partito, anche se diviso in correnti, portavano all’idolatria del partito, della sua unità e compattezza, alla quale dovevano essere sacrificati gli interessi politici individuali, le opinioni dissidenti e ricondotta a unità ogni varietà ed ogni diversità a salvaguardia del più grande interesse di partito. Oltre a ciò l’elemento portante del sistema proporzionale, unitamente ai governi di coalizione, introduceva progressivamente  un cambiamento globale del sistema.  Tutto teso alla difesa del consolidamento di una democrazia parlamentare classista e duratura, con dirigenti di partito ed esponenti parlamentari divenuti essi stessi soggetti di una strategia di “occupazione di poltrone” e divisione di poteri e privilegi, il sistema clientelare si evolveva  attuando le dovute spartizioni, con precisione certosina, sulla base del cosiddetto “Manuale Cencelli”.

AFFARISMO POLITICO

L’affarismo politico che si celava dietro le cariche ministeriali soprattutto delle partecipazioni statali e del ministero dell’industria trovava ampi spazi di gestione nelle compagini dei grandi enti pubblici: IRI, FINSIDER, FINMARE, FINMECCANICA, Istituti di Diritto pubblico,  ed altri enti statali, e parastatali.  Gli accordi per il governo del patrimonio richiedevano un’ambiguità ideologica che mettesse insieme destra e sinistra, che imponeva a chi stava al potere di sostenere cause di conservazione corporativa, di staticità produttiva, di immobilismo istituzionale lasciando all’avversario l’iniziativa del cambiamento. Così chi era al governo faceva i propri interessi, sostenuto comunque da una opposizione che non essendo in grado di governare, si limitava a fare i propri tramite governi ombra o semplici ed inconcludenti manifestazioni di piazza.  Senza dilungarci in questo avvilente, seppur  realistico quadro, diciamo per concludere, che il culmine di quel periodo fu raggiunto dal cosiddetto CAF che determinò poi, con la vicenda di Mani Pulite, la cosiddetta fine della prima Repubblica e l’avvento del ventennio berlusconiano che avrebbe sublimato il sistema. Non per niente gli episodi di corruzione e di mala politica nonostante la seconda Repubblica, hanno continuato a susseguirsi a ritmi quotidiani senza soluzione di continuità, rafforzando il detto famoso “plus ça change, plus c’est la même chose” .

MANCANZA DI SENSO DELLO STATO

E’ evidente che nel nostro Paese si è verificato un gravissimo vuoto di cultura politica che si manifesta in una aperta immaturità della nostra coscienza civile ed in una consapevole indifferenza verso il rispetto delle regole dello stato democratico. Il tutto determinato da una mancanza profonda di onestà politica e personale che ha aperto spazi di corruzione inimmaginabili, ma pur sempre concretamente e mafiosamente realizzati. Si è consolidata quella cultura che comunemente si definisce “mancanza di senso dello stato” generata dalla richiesta eccessiva di favori clientelari e di protezione da parte dello stato nei più diversi settori. La commistione tra affari e politica dai contorni mafiosi, nonostante l’impegno ed il sacrificio di alcuni esponenti del potere giudiziario, non è mai stata veramente combattuta. Il terreno culturale politico della tradizione social democratica e liberaldemocratica, non è mai stato efficacemente curato mancando quindi di creare quegli anticorpi di onestà necessari per evitare che la corruzione dilagasse ed entrasse a far parte integrante del nostro costume socio-politico, al punto che i reati di truffa ai danni dello Stato, le prassi di concussione, corruzione e violenza, si estendessero a tutti i livelli politici e amministrativi della nostra società, dalla sanità, all’agricoltura dai segretari di partito ai politici locali, fino a permeare tutti i gangli vitali e i più diversi livelli civili quali artigiani, bancari, medici, avvocati, giudici, militari della guardia di finanza, imprenditori e cooperative.

LA CASTA E I CETI DEBOLI

Si è instaurato ormai una falsata coscienza civile che ci fa reputare lo stato ed i beni pubblici come proprietà di nessuno e quindi di facile accaparramento da parte di chiunque ne abbia il potere perché facente parte della “casta” oppure  dei ceti protetti che hanno potuto approfittare della copertura politica dei grandi partiti. Chi ha pagato invece sono i ceti deboli, quelli per i quali l’onestà di chi governa o dirige è un valore di umanità con cui misurarsi quotidianamente: i disoccupati, gli esodati, i cassaintegrati, i malati, i disabili,  i pensionati, gli emarginati, gli immigrati tutte persone rimaste fuori dalla grande protezione politica proprio per la loro difficoltà ad integrarsi e ad essere elemento di attenzione politica e sociale. La mancanza di onestà ha fatto saltare non soltanto la difesa della legalità democratica, ma anche della moralità individuale e sociale  quale condizione imprescindibile per la difesa dei diritti democratici e degli interessi dei nuovi poveri generati dal regime battente di globalizzazione.

LO STATO DEMOCRATICO

Al termine di questo quadro  pur se deludente,  inserirei dunque il richiamo del Magistero al concetto di bene comune propriamente inteso come recitato al punto 26 della Costituzione pastorale “Gaudium et Spes”  quale obiettivo privilegiato della politica e i  punti  41,42 e 43 dell’enciclica Pacem in Terris in cui si evidenziano i concetti relativi alla struttura e funzionamento dei poteri pubblici organizzati e suddivisi nella maniera più idonea “in relazione con le situazioni storiche delle rispettive comunità politiche: situazioni che variano nello spazio e mutano nel tempo”  in cui la forza della legalità sia la base della sfera di competenza e di funzionamento dei poteri pubblici chiamati a risolvere la complessità dei problemi nell’ambiente in cui operano. La maniera è la seguente: “Il potere legislativo si muova nell’ambito dell’ordine morale e della norma costituzionale, e interpreti obiettivamente le esigenze del bene comune nell’incessante evolversi delle situazioni; che il potere esecutivo applichi le leggi con saggezza nella piena conoscenza delle medesime e in una valutazione serena dei casi concreti; che il potere giudiziario amministri la giustizia con umana imparzialità, inflessibile di fronte alle pressioni di qualsivoglia interesse di parte, e comporta ¨pure che i singoli cittadini e i corpi intermedi, nell’esercizio dei ¨loro doveri, godano di una tutela giuridica efficace tanto nei loro vicendevoli rapporti che nei confronti dei funzionari pubblici (Cf Radiomessaggio natalizio di Pio XII, 1942).”

COME DEVONO ESSERE LE PERSONE INVESTITE DI AUTORITA’

Data però la complessità della vita sociale così varia e dinamica, gli ordinamenti giuridici non possono essere sempre adeguati alle esigenze ecco perché devono essere curati i rapporti tra i singoli esseri umani, i corpi intermedi e i poteri pubblici e disciplinati in quadri giuridici propriamente definiti.   Essendo sempre gli uomini i responsabili delle strutture di potere si richiede che “le persone investite di autorità per essere, nello stesso tempo, fedeli agli ordinamenti giuridici esistenti, considerati nei loro elementi e nella loro ispirazione di fondo, e aperti alle istanze che salgono dalla vita sociale; come pure per adeguare gli ordinamenti giuridici all’evolversi delle situazioni e risolvere, nel modo migliore, i sempre nuovi problemi, devono avere idee chiare sulla natura e sull’ampiezza dei loro compiti; e devono essere persone di grande equilibrio e di spiccata dirittura morale, fornite di intuito pratico, per interpretare con rapidità e obiettivamente i casi concreti, e di volontà decisa e vigorosa per agire con tempestività ed efficacia.”

ONESTA’

Per finire possiamo dire che ad un bambino di prima elementare possiamo spiegare l’onestà dicendogli che “ Non si deve mai dire una bugia, a nessuno, ma dire sempre la verità anche quando questa ci può costare un castigo” perché l’onestà è un carattere essenziale per vivere e edificare la propria dignità.

Ad un adulto invece direi: l’onestà si può definire come dice S. Tommaso d’Aquino nella questione 145 della Somma Teologica:

  • Onestà è stato di onore, l’onore si deve alla virtù, perciò onestà equivale a virtù.
  • Onesto è lo stesso che decoroso, cioè bello, ma bello di bellezza spirituale, che si ha quando l’agire e il conversare dell’uomo è proporzionato alla chiarezza spirituale della ragione.
  • Onesto, dilettevole e utile soggettivamente sono lo stesso: così la virtù è decorosa, è oggetto di compiacenza ed è utile alla felicità; ma nel significato differiscono, perché onesto è ciò che splende di bellezza spirituale, dilettevole è ciò che appaga il desiderio, utile è ciò che serve a uno scopo; e se tutto ciò che è onesto è utile è anche dilettevole, non tutto ciò che è dilettevole è anche onesto o utile.
  • L’onestà è la parte integrale della temperanza, perché se la temperanza trattiene dalle cose turpi, l’onestà importa bellezza spirituale che è l’opposto del turpe.

 

Romeo Ciminello

 

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo  dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd );  docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer  Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico  Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

 

 

 

Sport & Work n.71 – 8/2016 – anno 3 Etica Tom Tom – Il terrorismo e le colpe

Gli  atti di terrorismo che hanno insanguinato Bruxelles  sono un attentato al la nostra vita quotidiana, che per quanto vogliamo che rimanga la stessa in realtà ci accorgiamo non solo che è cambiata, ma che  il cambiamento sta assumendo profili di incomprensibile natura.

Nella riflessione che mi accingo a fare correi mettere in evidenza alcuni caratteri di umanità e disumanità che compongono la nostra visione di democrazia, di sicurezza e di libertà.

Vorrei approfondire i significati che ciascuno di noi si sente di dare agli avvenimenti, sia in termini di colpa, che di risentimento e rischio di far svanire tutto il cammino di appropriazione umana della realtà, iniziato con la cosiddetta “Era dei lumi”.

NORMALITA’ SOCIALE

Volenti o nolenti dobbiamo prendere atto che il nostro sforzo di vivere una normalità sociale fatta di libertà e di relazioni soggettivamente scelte ed umanamente intrattenute sta divenendo una  prerogativa del passato.

Il clima di incertezza e di tensione che avvertiamo ogni qualvolta  stiamo per prendere una metropolitana, stiamo per andare al cinema o a teatro oppure partecipare ad una manifestazione è veramente indescrivibile.

La realtà che ci permetteva di agire liberamente in quanto uomini coscienti di appartenere ad un mondo costruito con razionalità e basato su carte costituzionali e dichiarazioni dei diritti umani, appartiene al passato.

La sicurezza di poter trovare momenti di piena libertà, fuori dall’angoscia del lavoro e dalla paura della solitudine incontrando altre persone con cui condividere momenti di svago e di spensieratezza è minata alla base, dall’incertezza di poter subire, nonostante controlli e misure di sicurezza, un improvviso ed imprevisto attentato.

STRATEGIA DELLA PAURA

In tale contesto dobbiamo amaramente notare che in alcuni luoghi, in alcune strade, non troviamo più neanche i cestini per gettare la carta di una caramella: sono stati tolti per paura che potessero essere contenitori di bombe o esplosivi.  Così quando vediamo una qualsiasi borsa, sacchetto o zaino incustoditi: il primo pensiero è della possibilità che sia una bomba in attesa di esplodere;  che sia il mezzo per compiere un attentato di cui noi stando lì vicino potremmo esserne le ignare vittime.

Ecco che la paura e poi il panico si impossessa i qualcuno di noi fino a fargli rinunciare ad uscire di casa, a prendere la metropolitana, a recarsi in aeroporto, ad andare ad un concerto.

RESTRIZIONI, BARRIERE E ODIO RAZZIALE

La nostra libertà globalizzata fondata, almeno per noi dell’Unione Europea, sulla moneta unica e sul trattato di Schengen, sta sempre più restringendosi per cause dovute ad una errata concezione dei concetti di democrazia, di socialità e di accoglienza che informano le relazioni umane, specialmente quelle relative al mondo dell’immigrazione, dell’asilo politico e della libertà religiosa.

Sappiamo bene che le tre barriere che dividono gli uomini sono da sempre la lingua, la moneta e la religione, ma ora questi elementi sono ancor più accentuati dall’odio, non solo razziale e religioso, ma anche e soprattutto dalla paura di possibili azioni terroristiche che ne derivano.

Ma possiamo continuare così? possiamo continuare a subire questo stillicidio di paure che ci costringono a rinunciare, anche se inconsciamente non lo avvertiamo, alle nostre sicurezze?

Come non chiederci il perché di tale situazione? Come non domandarci di chi è la colpa di questi  avvenimenti fuori da ogni contesto di umanità?

I NOSTRI RAPPORTI E COMPORTAMENTI

Senza voler fare né vittimismi e né false ipocrisie, io ritengo che ciascuno di noi sia chiamato ad interrogarsi, non nel contesto dei grandi sistemi e delle situazioni istituzionali, bensì sul proprio vissuto quotidiano, sulla qualità delle relazioni intessute con i vicini, sulla finalità dei rapporti con gli altri, sulla bontà dei comportamenti attuati in ogni circostanza.

So che è difficile perché per spirito egoistico noi siamo abituati a guardare esclusivamente a ciò che fanno gli altri, alle loro azioni, ai loro comportamenti cercando di giudicarli con un metro direttamente proporzionale alla conoscenza che ne abbiamo ed alla loro vicinanza. Vale a dire che più siamo vicini e conosciamo certe persone, più il nostro giudizio diviene rigido ed inflessibile.

Una volta tanto sarebbe bene che questo giudizio lo ribaltassimo su di noi con la nostra  capacità di attagliarlo inflessibilmente alle diverse situazioni.

IL GIUDIZIO

Un giudizio che abbia quei caratteri di soggettività che ci caratterizzano nell’osservazione dell’altro, dei suoi caratteri peculiari, delle sue manifestazioni non solo comportamentali, ma anche a volta solamente estetiche.  Se per un momento fossimo capaci di usare lo stesso metro anche con noi stessi, ci accorgeremmo senz’altro che c’è qualcosa che non va nel nostro atteggiamento. Ci accorgeremmo che il giudizio verso gli altri è perentorio e non ammette repliche, mentre quello verso noi stessi implica sempre una spiegazione, una giustificazione, un perché molto chiaro che spazza via ogni dubbio.

Ecco come si spiegano le chiusure delle relazioni, l’interruzione dei rapporti, la crescita delle incomprensioni, e lo sviluppo di semi di rancore da cui giorno dopo giorno si genera quello che pur se non pienamente avvertito presenta i caratteri dell’odio.

Ma questo odio che cresce non appaga gli animi, ne determina invece una continua insofferenza non solo verso gli altri, ma anche verso se stessi per non sapere trovare la soluzione giusta per far esplodere la bomba che si cova nel proprio animo.

COME EVITARE L’ESCALATION

Ma come si può fare per evitare questa escalation? Come trovare in noi una maniera per gestire i nostri sentimenti e quindi i risentimenti che poi arrivano a generare quelle istigazioni  ai cattivi comportamenti a cui ciascuno di noi si sente sollecitato per spirito di rivalsa o di pretesa giustizia.

Vi è un dato di fatto ineludibile che coinvolge ciascuno di noi ed è che l’uomo in ogni epoca ed in ogni luogo è stato ed costretto sempre a vivere in relazione con gli altri, anzi per maggior precisione potremmo dire in un sistema relativamente stabile di relazioni con il gruppo umano a cui appartiene.  Ed è proprio in questo gruppo che impara a rapportarsi con gli altri, impara le emozioni e la razionalità, l’uso dei concetti rispondenti a democrazia e a morale, nonché a quelli di cui parlavamo di amore e odio.  Con ciò possiamo giungere quindi alla conclusione che molta parte delle caratteristiche inerenti alle nostre azioni ci provengono dall’educazione ricevuta nel gruppo e dall’esperienza fatta nel gruppo.

LE  DIVERSE NATURE DEI GRUPPI

Ma mentre prima potevamo configurare questo gruppo in modo preciso, come la famiglia, la comunità locale, la comunità religiosa, il gruppo etnico, l’ordine professionale, il partito politico ed ogni associazione di qualsiasi tipo, quali costellazioni di relazioni possibili e stabili che materialmente e psicologicamente permettevano lo sviluppo equilibrato della persona umana e del singolo, oggi pare non sia più così.

Oggi vediamo sempre più che il gruppo o la comunità, ancorché suddivisi in quelle caratteristiche   appena descritte, hanno perso il loro carattere di relazione personale e sono diventati sempre più di natura immateriale, concettuale, potenziale, eventuale ed ipotetica, come viene espresso dalla realtà virtuale.

Alla famiglia tradizionale basata su legami di sangue, si oppone quindi una famiglia ipotetica basata su percezioni e legami soggettivamente intesi; così la comunità locale, basata su tradizioni e legami di gruppi familiari legati da vincoli di “comparaggio”, oggi è sostituita dalle amicizie condominiali, dagli interessi legittimi comunemente difesi, all’interno di mere strategie economiche; la comunità religiosa assume oggi caratteri sempre più sofisticati che non si riferiscono soltanto al trascendente, ma più semplicemente, alle realtà degli animalisti, dei vegetariani, dei vegani, degli ambientalisti, degli scambisti, che fanno delle loro convinzioni un credo assoluto, ecc.; così il gruppo etnico, mentre una volta era individuato nelle differenze evidenti di lingua di storia e di religione oltre che di costume e tradizioni, oggi questi gruppi etnici sono rappresentati senz’altro da immigrati, ma anche da quelli di seconda e terza generazione, che nati sul territorio, vivono la vita di quel territorio e magari non hanno mai visitato i luoghi di origine dei propri genitori o dei propri nonni o bisnonni; ma non solo, il gruppo etnico oggi si può anche suddividere in diversi modi, quali gruppi di genere, oppure gruppi virtuali, meglio conosciuti sotto il nome di “social network”; altrettanto dicasi per gli ordini professionali, che tranne per alcuni strenuamente difesi da improbabili lobby, si ritrovano sempre meno caratterizzati dalla professione che cambia, dalle prassi che evolvono e che determinano una confusione fortemente lesiva dei diritti dei singoli. Esattamente ciò che è avvenuto per il mondo del lavoro e delle professioni, basti pensare al cosiddetto “Smart working”. In tale disamina, poi dobbiamo riscontrare che il partito politico rappresenta la cartina tornasole del cambiamento: non rappresenta più nessuno, anzi ad analizzarne alcuni aspetti peculiari,  si può dire che rappresenti in maniera pragmatica un tutti contro tutti, legato esclusivamente ad interessi faziosi economici e di parte, e, non più all’obiettivo di bene comune di mazziniana memoria.

LA COSCIENZA DEL RISPETTO DELLE REGOLE

Sono saltate tutte le regole che governano la comunità e che si ritrovano nel senso di appartenenza politica ad uno stato. Non ci sono più regole che mirino ad una organizzazione globale della convivenza, fra singoli gruppi dagli interessi contrastanti; non esiste più l’intento di creare una organizzazione della convivenza che sia la migliore possibile nelle attuali condizioni storiche.  Il problema è politico e inevitabilmente un problema etico che nasce e si sviluppa nel modo in cui il singolo deve rapportarsi agli altri singoli e all’intera comunità globale in cui è inserito.

Ma non cambiano soltanto i gruppi, cambiano anche i singoli  e la loro coscienza del rispetto delle regole, attraverso le diverse identità che essi possono assumere nella Rete, attraverso gli avatar, le identità virtuali, i furti di identità, le identità veicolate non più da una esistenza reale, ma da un esistenza virtuale, come quelle dei cartoni animati.

LA CONVIVENZA CONFLITTUALE

Il modello attualmente riscontrabile è quello della convivenza conflittuale che si configura in una organizzazione statale esclusivamente rivolta a garantire in termini lockiani, il diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà, per cui l’aiuto a chi è in difficoltà non è assolutamente obbligatorio ed è lasciato alla liberalità del singolo e quindi volontaria e non vincolata da obblighi di solidarietà.

In un tale modello non esiste altro fine che il tornaconto personale, sia che si tratti di beni, sia che si tratti di terra sia che si tratti di persone. Non esistono diritti umani, nonostante le leggi, non esistono legami organizzativi se non finalizzati ad un do ut des. Anche le tasse infatti vengono considerate come un corrispettivo dei servizi forniti dall’organizzazione pubblica dello Stato.

Ecco perché le tasse sono avversate dalla maggior parte dei cittadini in quanto, anche se necessarie, sono considerate comunque una violazione del diritto di proprietà in quanto dettate da una imposizione che non lascia al singolo quella libertà di scegliersi e pagarsi direttamente i servizi che reputa necessari, a prescindere che il suo contributo possa essere di sostegno ad altri che non sono in grado di pagarseli.

Approfondendo, capiamo che anche per  il rispetto delle leggi vige lo stesso principio, nel senso che l’obbedienza alle stesse non è richiesta dalla necessità di conseguire il bene comune, ma solo dalla necessità di salvaguardare quel minimo di pace sociale che consenta di tutelare i propri diritti soggettivi ed i propri interessi legittimi nel migliore dei modi.

OBBEDIRE ALLA LEGGE SE CONVIENE

Ecco perché non esiste un vero dovere morale di obbedire alla legge, ma una semplice convenienza individuale la cui inesistenza giustifica la disobbedienza alla stessa.

Tutto ciò è comprensibilissimo se ci si rivolge alla logica dell’evasione fiscale ed alla violazione sistematica del codice della strada, o del codice del consumo, dove l’interesse personale che si salvaguarda è sostenuto anche dal bassissimo rischio che si corre di essere puniti. Le pagine dei giornali ce lo raccontano tutti i giorni!

Tale atteggiamento deriva dalla convinzione di ciascuno che il bene comune consiste prioritariamente nella tutela dei propri interessi e in generale del proprio bene privato.  Anche se rattrista constatarlo, questa è purtroppo la mentalità che supporta il modello culturale, importato dagli Usa ed ora fatto proprio dai nostri Paesi europei ed in particolar modo da una gran parte degli italiani. Ecco perché si parla di convivenza conflittuale in quanto lo Stato è chiamato a svolgere la funzione di mitigare gli interessi dei singoli, spesso in conflitto tra di loro, e pertanto con l’applicazione della legge, cercare di mitigare l’asprezza dei conflitti che sorgono fra interessi discordanti,  per salvaguardare gli interessi dei più deboli, in quanto come ben sappiamo in regime di convivenza conflittuale vige sempre il dominio del più forte.

IMMIGRATI: NON-PERSONE

Questa struttura mentale che rifiuta quindi di riconoscere l’esistenza dell’altro in quanto tale e benché suo concittadino, diviene ancora più categoricamente esclusiva quando si tratta di persone o meglio di individui “non-persone” come gli immigrati. Gente che non ha diritti di cittadinanza e quindi esclusa per definizione dalla vita del nostro Paese.  Allora pur se appare evidente il servizio che essi compiono sul nostro territorio, il contributo che danno al nostro PIL, in realtà vengono sempre additati come coloro che rubano il lavoro, coloro che fanno concorrenza sleale, coloro che devono essere rimpatriati ecc., quando non sono considerati potenziali terroristi.  Contro la piaga dell’immigrazione allora, invece di pianificare soluzioni costruttive, come potrebbero esserlo un servizio civile, una suddivisione di gruppi sui diversi territori, un impiego massiccio di forza lavoro  necessaria in tutti quei settori che ormai i cittadini italiani ed europei si rifiutano di coprire, si fa una distinzione tra immigrato economico, richiedente asilo oppure rifugiato, senza rendersi conto che coloro che arrivano da noi, in questa Europa patria dei diritti umani, sono tutti nelle stesse condizioni: la sopravvivenza.

Quanti di loro vengono abbandonati nei CIE, invece di essere identificati ed accolti. Quanti di loro potrebbero essere avviati al lavoro sulla base delle professionalità che esprimono e che non vengono considerate. Quanti di loro potrebbero inserirsi nei territori provinciali scarsamente popolati? Tanto per argomentare una riflessione alla portata di tutti, se facessimo un semplice calcolo indicando in 150.000 il flusso di immigrati annuo, e prendendo in considerazione gli 8.092 Comuni rilevati nel censimento del 2011, con una semplice divisione si dimostra un aumento di popolazione pari a 18,54 persone per ciascun municipio. Non credo che tale accoglienza sia insostenibile.

SACCHE DI ODIO E DERIVE TERRORISTICHE

Il clima di conflittualità fortemente accentuato e molte volte esasperato, non tiene conto delle necessità degli esseri umani, ma solo del colore della loro pelle oppure della diversità della loro lingua o peggio ancora della volontà di mantenere le loro tradizioni, ecco che si generano sacche di odio e derive di terrorismo. Si grida, e a ragione, contro gli assassini di gente inerme, ma non si tiene conto di due cose: la prima è che guerre ed atti terroristici hanno sempre necessità di impiegare delle armi o degli esplosivi che vengono sistematicamente forniti dai Paesi produttori di armi, tra i quali c’è anche l’Italia; la seconda è che gli atti terroristici perpetrati in Europa sono stati attuati da europei, anche se appellati “immigrati di seconda o terza generazione”!

Allora interroghiamoci, sul perché i terroristi che hanno colpito in Europa non provenivano  dal medio oriente, ma erano nativi?  invece di fare “ammuina” interroghiamoci su come deve essere risolto il problema, che se da un lato possiamo cinicamente rilevare, crea orrore e morte, dall’altra crea “occasioni di lavoro o scoop giornalistici” che permettono a giornalisti, inviati, esperti di terrorismo, consulenti strategici, avventori di talk show televisivi, di ottenere i loro revenues oppure a politicanti in cerca di consensi elettorali ottenere audience e affermazione!

GIORNALISTI E RESPONSABILITA’

Nessuno pensa che certe cose è meglio non dirle, che è meglio non accentuarle, che è meglio non strillarle onde evitare da un lato il panico e dall’altro la possibile emulazione di altri gruppi eversivi? Le notizie vanno date, ma esiste anche una precisa responsabilità sul metodo di comunicazione adottato. E’ meglio non strillare le notizie, o ricamare sulle incapacità dell’intelligence, o indicare luoghi che potrebbero essere assaltati o che potrebbero essere oggetto di attentati ancora più disastrosi come i siti contenenti materiale radioattivo.

Allora impariamo a controllare i nostri impulsi, a non influenzare in maniera negativa con la nostra comunicazione chi ci guarda, ci legge  o ci ascolta;  impariamo a capire che probabilmente certe realtà considerate solo notizie da “sbattere in prima pagina” possono essere anche “pilotate” da servizi deviati al sostegno di lobby dagli obiettivi più svariati. Se capiamo tutto ciò capiremo inoltre che non possiamo continuare a piangere e a dare la colpa solo a questi terroristi! Dobbiamo interrogarci su chi dirige, nascostamente, le strutture di destabilizzazione, indicando gli obiettivi e fornendo armi e logistica per gli attentati. Anche i mass media dovrebbero interrogarsi sulle diverse “stupidaggini” che ignavi giornalisti e opinion leader strombazzano ai quattro venti senza rendersi conto di fare il gioco dei terroristi.

Mi domando infatti come sia possibile che nessuno di loro, nello strillare notizie e fatti, come se fossero un trofeo di vittoria si sia chiesto o aveva capito che le parole di Salah Abdeslam: “finalmente non vedevo l’ora di essere arrestato, sono felice di non essermi fatto saltare in aria” non era che una parola d’ordine: un detonatore verbale che invece di essere oscurato è stato non solo male interpretato, ma anche visto quasi “in senso buono”!!!!!

Se continuiamo ad avere questo tipo di dirigenza imbecille non potremmo che prospettarci un futuro di terrore sempre più…..assurdo ed inimmaginabile.

E…noi continuiamo a piangere…nell’attesa che prima o poi …….

Romeo Ciminello

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo  dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd );  docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer  Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico  Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

 

Etica e sviluppo, Italia come il Congo, dov’è il riscatto generazionale?

ETICA E SVILUPPO NEL CONGO (REPUBBLICA DEMOCRATICA)
Parlando di etica, a volte non facciamo caso che si tratta di un concetto che in una parola racchiude l’intero significato della vita dell’essere umano. Certo, sentendo questa affermazione, qualcuno potrà pensare che sono un “visionario pazzo e categorico” intento a sostenere, in questo mondo fatto di relativismo conquistato a forza di spot televisivi, di slogan pubblicitari e di scoop giornalistici, l’unicità di una verità sull’uomo che va sotto il nome di etica.

IGNORANZA DELL’ETICA
Tale contestazione, pur se non condivisibile, appare ampiamente giustificata dall’ignoranza esistente nelle conoscenze della gente comune che presenta grandi difficoltà nel definire (senza ricorrere a Wikipedia) concetti come, dignità, come personalità, come coscienza morale ed infine come etica. Questo a mio avviso appare sia stato fortemente voluto da chi ha detenuto il potere a partire dall’inizio della cosiddetta “Seconda Repubblica” e cioè dalla metà degli anni ‘90 del secolo scorso.

TUTTO COMINCIA DAL 1994
A partire da quel periodo infatti si sono progressivamente distrutte le certezze interiori dell’essere umano, concernenti la propria dignità. Pur se la rivoluzione è cominciata dal ’68, nel nostro Paese i suoi effetti si sono prodotti a cominciare dal ’94, quando in sostituzione di una classe dirigente capace, ma corrotta, formata, ma svilita nei suoi principi dalla mela marcia del cosiddetto C.A.F (Craxi, Andreotti, Forlani) il cui obiettivo era di non portare a termine alcuna opera se non a prezzo di tangenti di ritorno, ben definite e ben spartite nel rispetto di quella proporzionalità conosciuta sotto il nome di “Manuale Cencelli”, la sua generalizzata concretizzazione comincia dal 1994.

In quell’anno infatti si insedia nelle istituzioni della nostra Repubblica, una classe dirigente, non solo corrotta come la precedente, ma fornita di una tracotante ed incompetente pretesa di governare il Paese attraverso il consenso ricercato con il mito della televisione, con il mito del grande fratello, con l’obiettivo dell’affermazione politica più in forma mediatica che istituzionale, con la certezza che la possibilità di accumulare ricchezza è data a tutti con l’appartenenza e la militanza in un determinato partito, che le istituzioni potessero essere gestite in base al cosiddetto Spoil System, a favore di seguaci fedeli sempre pronti a difendere il loro leader.

UNA REALTÀ SCONCERTANTE…SEMBRA QUASI DI STARE IN CONGO!!
Ecco la realtà che da allora perdura sino ad oggi, aggravando sempre di più il sistema Paese dove il valore della moneta si è svilito; dove i patrimoni di alcuni si sono dimezzati a causa della mancata gestione della transizione all’euro; dove la disoccupazione è follemente aumentata al 12,7% e quella giovanile ha raggiunto quasi il 44%; dove la riforma del lavoro tramite jobs act ha superato o meglio “estinto” il rapporto di lavoro; dove la tassazione usurante è al 48%; dove la burocrazia è asfissiante con una infinità di adempimenti per una qualsiasi iniziativa; dove la scuola è stata distrutta; dove l’università è presidiata per lo più da portaborse; dove le istituzioni di governo sono sempre più riformate in maniera strumentale; dove le leggi sono ad personam o meglio maccheronicamente “ad partitum”; dove le banche non esistono più come servizio pubblico a sostegno di risparmiatori e imprese; dove le privatizzazioni si effettuano per fare favori agli amici; dove la borsa esprime prezzi perennemente pilotati; dove i controllori istituzionali come Banca d’Italia e Consob sono sempre estranei a tutti i crack e le malefatte che i sistemi da esse presieduti esprimono un giorno si e l’altro pure; dove le assicurazioni assicurano in maniera inversamente proporzionale al costo dei premi; dove la posta non arriva più e se arriva, quando arriva, è non più di una volta a settimana; dove il gioco d’azzardo è diffuso per volere istituzionale; dove la corruzione, concussione e violenza invece di essere avversate sono supportate dalle mancate leggi sul conflitto di interesse; dove il sistema sanitario è quotidianamente smantellato; dove la connivenza tra politica e terzo settore ha creato la quinta mafia dal nome “Roma Capitale”; dove un decreto salvabanche manda sul lastrico migliaia di famiglie e uccide un risparmiatore; dove il sistema pensionistico è minacciato proprio da chi dovrebbe difenderlo come l’INPS; dove il debito pubblico ha raggiunto il 130% del PIL; e poi non so cos’altro dire se non che ……mi sembra di stare proprio in Congo!!!

L’UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL CONGO (RDC)
Ebbene anche se questa può sembrare un’espressione da luogo comune in realtà da parte mia è proprio la sensazione che provo basata sull’esperienza reale in quanto essendo docente nella facoltà di economia e sviluppo dell’Università Cattolica del Congo, dove insegno etica e sviluppo e teorie dello sviluppo, posso usare la suddetta espressione con cognizione di causa. Infatti essendo in forza presso l’Università Cattolica del Congo con sede a Kinshasa dal 2013, devo dire che ogni volta che torno a Roma dopo la permanenza per motivi accademici in questo Paese, credo di tornare in un mondo diverso e invece mi accorgo che forse la situazione che mi si presenta ogni volta in Italia è ancora peggiore di quella che lascio nella RDC.

LA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Per far capire la situazione della RDC, anche se si configura in maniera quasi analoga a quella del nostro Paese appena tratteggiata, ci vorrebbe un sacco di tempo e molte pagine di libro; ma non essendo questa la sede per scrivere un saggio, mi limiterò a dare alcuni flash interessanti per coloro che vogliono approfondire la propria conoscenza sulla realtà che lega il mondo sedicente sviluppato a quello reputato in via di sviluppo.

Come osservato per il nostro paese, anche nella RDC al primo posto e in maniera di gran lunga più consistente si pone la corruzione, così nella classifica di Transparency international relativa all’anno 2014 troviamo che se l’Italia è al 69° posto su 175, la RDC è al 154° su 175. Ma la considerazione che vorrei fare è di valutare il fatto che mentre la RDC è un Paese in via di sviluppo, ancora pesantemente oppresso da un colonialismo Belga che non cessa di opprimere ogni angolo del Paese, l’Italia è un Paese che appartiene al G8 e pertanto è uno dei paesi più industrializzati del mondo, anche se siamo soliti dire che non sappiamo se l’Italia sia l’ultimo dei Paesi sviluppati o ahimè il primo di quelli in via di sviluppo!

RICCHEZZA E POVERTÀ
Ma tornando al Congo devo dire che l’esperienza che sto vivendo è veramente edificante in quanto pur se il paese ha grandi difficoltà, i giovani studenti sentono dentro di sé la necessità di un riscatto generazionale che spero con il mio lavoro accademico di supportare in maniera corrispondente alle loro aspettative.

Devo sottolineare infatti che questo Paese ha una estensione di 2 milioni e trecentoquarantacinquemila KM2 , vale a dire quasi otto volte l’Italia, settanta volte il Belgio e quattro volte e mezzo la Francia, con ricchezze inestimabili di ogni tipo, sia minerali, che animali e vegetali, per non parlare delle risorse umane di grandissima intelligenza e profonda umanità.

La popolazione si situa intorno ai settanta milioni di persone che ovviamente si perdono nella sconfinatezza del territorio. La domanda che sorge spontanea è perché questa nazione pur se estremamente piena di inestimabili ricchezze (basta guardare un qualsiasi atlante economico) quali oro, argento, diamanti, manganese, coltan, ferro ecc., acqua in abbondanza sia minerale che riveniente dal fiume Congo che per portata è secondo nel mondo solo al Rio delle Amazzoni in Brasile; abbondanza di legno pregiato derivante dalle foreste che contengono alberi di mogano, teck, palissandro ed altri legni pregiati; abbondanza di terre coltivabili di una fertilità inaudita, se si pensi soltanto al fatto che in alcune zone del Sankuru il riso nasce e cresce senza bisogno di essere irrigato! Che in alcune zone si coltiva una delle migliori qualità di caffè, che il mais e le arachidi trovano un ambiente di estrema fertilità in cui crescere; si pensi che anche il bestiame cresce in abbondanza con pascoli naturali senza bisogno di coltivazioni e allevamenti in stallaggi che invece sono indispensabili nel nostro Paese; perché dunque ci domandavamo, questo Paese è classificato come paese in via di sviluppo tra i più poveri esistenti sulla faccia della terra? Perché il reddito pro capite annuale assomma a Usd 420 che significa vivere con 1,15 dollari al giorno e dove secondo la classifica Onu tra il 41% ed il 60% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno? Perché un Paese così ricco è considerato estremamente povero? Proprio questa domanda mi ha spinto ad andare ad insegnare presso l’Università Cattolica del Congo a Kinshasa.

ESPERIENZA A KINSHASA
La mia prima esperienza è stata veramente terrificante, vedendo da un lato la maggioranza delle persone alle prese con tutte le difficoltà che ciascuno di essi deve affrontare per sopravvivere e dall’altra una sparuta minoranza con ricchezze enormi che spinge sempre a domandarsi come abbiano fatto ad accumularle in si grande volume. Durante i miei corsi ho sempre cercato di capire questa situazione ponendo agli studenti dei perché a mio avviso esistenziali chiedendo loro perché pur avendo miniere di oro, argento, diamanti ecc., non c’era alcuna industria locale che lavorasse questi minerali. Sicché ho sempre detto ai miei studenti che essi erano poveri seduti su pozzi di petrolio, poveri seduti su miniere di oro, argento, diamanti, coltan ecc.

Un’altra domanda è perché pur avendo abbondanza d’acqua non c’è acqua corrente nelle case e tanto meno acqua potabile? Un’altra ancora è perché pur avendo grandissime dighe sul fiume Congo in grado di sviluppare milioni di megawattora, il Paese è senza elettricità continuativa? Poi ci sarebbero anche altre domande, come perché non ci sono strade, perché non ci sono ferrovie perché c’è un’assenza indescrivibile di infrastrutture? Perché alcune derrate alimentari pur essendo di ottima qualità non sono commercializzate dai produttori che sono costretti a farle marcire, come per esempio i fagioli del Kasai occidentale di ottima qualità, che non possono essere trasportati, sicché in altre parti del Paese si è costretti ad importarli dal Sud Africa?

Un’altra importante domanda è perché pur avendo miniere d’oro molto proficue, non hanno oro da depositare nella banca centrale per creare un sistema monetario convertibile sul tipo gold exchange standard? Il Paese pur avendo come moneta di riferimento il franco cfa, in realtà usa il dollaro statunitense per le transazioni più importanti nonostante i divieti delle autorità monetarie.
I miei studenti cercano di dare una risposta a questi perché, ma mancando della necessaria esperienza non riescono a chiarire fino in fondo i meccanismi che sottendono tale situazione.

CAUSE DEL SOTTOSVILUPPO
Senza dilungarmi ulteriormente spiego quali a mio avviso sono le cause di questo sottosviluppo.
Innanzitutto occorre mettere in evidenza che gli abitanti della RDC che hanno subito una delle più cruente e spaventose colonizzazioni e poi con l’avvento di Mobutu al potere anche una delle più feroci dittature sperimentate dall’Africa Subsahariana, vivono la loro condizione di soggezione ai belgi e l’incapacità di un loro sviluppo autonomo, in sostanza per quattro carenze fondamentali quali 1) la mancanza di conoscenze; 2) la mancanza di capacità organizzative; 3) la mancanza di precisione e la mancanza di disciplina; 4) la mancanza di autodeterminazione.

Per spiegare meglio direi subito che le conoscenze in loco non esistono perché i colonizzatori non hanno voluto uno sviluppo autonomo della popolazione e pertanto nel Paese non dovevano essere trasmesse conoscenze di alcun tipo alfine di mantenerli “schiavi liberi” da sfruttare.

Riguardo invece alla mancanza di capacità organizzative c’è da dire che questo accade perché la popolazione è abituata per tradizione ad organizzarsi secondo canoni precisi e vincolanti che partono dai legami esistenti nella famiglia, nel clan, nelle tribù, nei villaggi nel territorio. Una tale impostazione comporta una conflittualità che non permette di aggregarsi intorno ad una idea comune.

La mancanza di precisione invece implica il fatto che essi nella maggioranza dei casi, fanno tutto a mano senza la tecnologia e l’obiettivo è quello di portare a termine la cosa, a prescindere dal livello di approssimazione scelto.

Uno dei casi più eclatanti è la puntualità. Per loro non esiste la puntualità o il rispetto della precisione nell’orario: per loro ritardare di un’ora, di tre ore o una giornata non ha alcun significato. Va da sé che laddove esiste un’assenza di precisione non possa esistere una disciplina accettata e condivisa per raggiungere la massima efficienza metodologica e strategica finalizzata all’obiettivo.

Infine la mancanza di autodeterminazione fa si che nessuno di loro si sente in grado di terminare un’impresa o una iniziativa perché pur se dicono di voler fare una cosa, poi trovano mille scuse per non farla.

ETICA COME COSCIENZA DEL RISPETTO DELLE REGOLE
Detto ciò forse ho reso l’idea del grande lavoro che si sta facendo con gli studenti per trasmettere loro una coscienza etica che partendo dalla dignità e dai principi di riferimento crei in ciascuno di essi la coscienza del rispetto delle regole e quindi anche la bellezza di poter tenere certi comportamenti che risultano edificanti non solo per il singolo in termini di antropologia personale, ma anche e soprattutto la collettività in termini di antropologia sociale.

Il lavoro non è certo facile, perché la forza di volontà unita alla vivace intelligenza espressa dalla maggior parte di loro deve fare i conti con la loro indolenza, quasi elemento costitutivo della loro personalità. Tuttavia riescono a comprendere a fondo i caratteri fondamentali sia dell’etica pura che dell’etica applicata alle differenti situazioni sia professionali che comportamentali, grazie alla loro istanza di riscatto fondata sulla percezione della necessità di uno sviluppo che sia sostenibile, equo, solidale e duraturo.

IL TRIANGOLO DELLO SVILUPPO
Come ben rappresentato dalla teoria il triangolo dello sviluppo si basa sulle tre progettualità fondamentali quale 1) la progettualità sociale, che focalizza il tipo di società a cui si vuole pervenire nel corso dei futuri cinquant’anni che tipo di classi individuare; 2) la progettualità politica come supporto a quella sociale con l’obiettivo di bene comune propriamente inteso; 3) la progettualità economica come elemento di supporto alle altre due progettualità in termini di capacità di impiego del patrimonio esistente e a disposizione della collettività.

DAL P.I.L. ALL’I.P.I. (INDICE DI POTENZIALITÀ INUTILIZZATE)
In tale ottica si guarda ovviamente a quelle che sono le teorie dello sviluppo distinguendole da quelle della mera crescita economica e passando pian piano dall’indicatore di crescita del PIL ad un indicatore molto più concreto quale quello dell’IPI vale a dire l’Indice delle Potenzialità Inutilizzate sia in termini umani, che animali e territoriali del Paese.

Il tutto si basa sulla creazione di una nuova visione imprenditoriale che prende piede dalla concezione d’impresa come bene d’ordine mirato allo sviluppo e non già come mero investimento capitalistico promosso dall’attuale mondo sviluppato. Gli studenti sono entusiasti di apprendere questa nuova impostazione e lavorano con lena all’approfondimento dei concetti etici che li presiedono facendo uno sforzo non semplice per acquisire nuove tecniche di valutazione dell’investimento produttivo.

CAUSE DI CONTRASTO ALLO SVILUPPO
Ovviamente a questa realtà positiva va posta per contro la spiegazione delle cause di contrasto a questo sviluppo, che solo se si conoscono possono essere superate o quanto meno gestite.

LE CLASSI
La prima è la conoscenza del contesto sociale in cui vivono e si sviluppano le diverse classi quali 1) la classe dominante formata dalle due branche più ricche ed autoritarie quali da una parte le grandi famiglie con i loro clan in quanto coordinatori della vita del villaggio e delle attività produttive; la classe politica in grado di dare attraverso il sistema burocratico molta forza ai militari, alle forze di polizia, ai tecnocrati ecc. e dall’altra parte il potere ecclesiastico dei vescovi, dei parroci e delle congregazioni religiose capaci di aggregare ed indirizzare migliaia di fedeli verso i propri obiettivi. 2) la classe intermedia formata da intellettuali, professionisti, imprenditori, manager, politici e burocrati di enti pubblici locali in grado di gestire opere ed iniziative di piccoli gruppi o imprese all’interno della loro condizione locale e territoriale. 3) la classe subalterna formata da tutta quella parte di società che aspira ad un lavoro per ottenere un salario da poter spendere per i bisogni rivenienti da un’offerta di mercato sempre più mirata e subdola verso un consumismo generalizzato. 4) infine la classe degli oppressi e degli esclusi che sono i sottoproletari che lavorano nei campi, nelle periferie urbane, gli addetti alla pulizia delle strade, gli addetti ai lavori domestici semigratuiti; in questa classe rientrano anche gli esclusi criminalizzati come delinquenti e prostitute, mendicanti e tutta quella serie di persone analfabete che non hanno capacità di aggregarsi per rivendicare i loro diritti.

FORME DI CAPITALISMO E QUADRATO DELLE POVERTÀ
La seconda è il contesto da cui in opposizione al triangolo dello sviluppo si determina progressivamente radicato nelle diverse forme di capitalismo, il quadrato delle povertà, il quadrangolo dello sfruttamento, le diagonali delle tecnologie: proviamo a spiegarle meglio.

CAPITALISMO E QUADRATO DELLE POVERTÀ
1) il quadrato delle povertà è dato dal contesto del capitalismo che a seconda delle situazioni può assumere diverse forme: a) capitalismo di addizione; b) capitalismo di sottrazione; c) capitalismo di rapina; d) capitalismo di condominio; e) capitalismo di relazione; f) capitalismo di religione. In questo contesto la capacità di accumulazione deriva dallo sfruttamento dei mercati derivante dai quattro traffici che formano il quadrato delle povertà e cioè 1) Petrolio; 2) Oro; 3) Energia /tecnologia; 4) Armi. Questi quattro mercati oltre che assumere forme speculative esasperate per ottenere specifici obiettivi, alimentano sempre conflittualità il cui risultato è l’impoverimento di chi subisce questi traffici, sia in termini di produzione che di distribuzione;

QUADRANGOLO DELLO SFRUTTAMENTO
2) il quadrangolo dello sfruttamento è dato proprio dall’assenza di competenze cognitive, antropologiche e tecnologiche oltre che economiche di cui si è già parlato come le mancanze di conoscenze, di organizzazione, di precisione e di autodeterminazione. Queste mancanze situandosi al vertice dei lati dei mercati vanno a formare l’angolo di depressione che genera lo sfruttamento.

DIAGONALI DELLE TECNOLOGIE
3) infine le diagonali delle tecnologie, sono le linee portanti interne della povertà espressa nel quadrato. Tali tecnologie formano direttrici che tagliano ciascun angolo generando depressione più o meno elevata a seconda che intersechino i lati di mercati conflittuali o molto conflittuali come per esempio il lato Energia e tecnologia che incontra il lato armi nell’angolo definito autodeterminazione la semi-diagonale rappresentata dalle cogno-tecnologie va ad incidere sull’angolo in maniera diversa a seconda che il grado della componente autodeterminazione si sposti di più verso il lato armi o il lato energia/tecnologie. Sperando di aver reso l’idea possiamo dire che le quattro semi diagonali che tagliano i vertici degli angoli formati dall’incontro dei differenti lati sono le tecnologie 1) informatiche; 2) nano; 3) bio; 4) cogno. L’aggregazione di queste tecnologie nell’ambito del suddetto quadrangolo determinano le capacità di sfruttamento e quindi il grado di povertà esprimibile dal paese.

I TEMPI DELLA GLOBALIZZAZIONE E PERNICIOSITÀ CONNESSE
4) Tutto questo discorso si inserisce nella globalizzazione e precisamente nei suoi quattro tempi la cui variazione concettuale è ormai riconosciuta da tutti: a) il tempo cronologico; b) il tempo virtuale; c) il tempo distanza; d) il tempo reazione. A questi quattro tempi vanno fatte corrispondere altre quattro forze perniciose trasversali 1) l’accelerazione; 2) la superficialità; 3) la velocità; 4) la violenza.

INSEGNANTI PER UN’UNIVERSITÀ DI LIVELLO INTERNAZIONALE
Alla luce di questo quadro d’insieme si capisce quanto siano necessarie le conoscenze ed la RDC non ha università che possano competere con quelle internazionali, lo sforzo che stiamo facendo con il Board è quello di trasformare l’Università Cattolica del Congo RDC in una università di livello internazionale che possa accogliere qualsiasi tipo di studente e di qualsiasi provenienza geografica certi che potrà avere una preparazione veramente di eccellente livello.

Per far ciò la Conferenza Episcopale del Congo RDC che è anche la proprietaria dell’Università, sta costruendo un nuovo campus in una località quartiere di Kinshasa che si chiama Mont ‘Ngafula il progetto è già pronto e si stanno cercando i fondi per avviare la costruzione, nel frattempo però occorre prendere atto che non ci sono professori di Paesi progrediti disponibili a venire ad insegnare in Congo, perciò quello che vorrei proporre in conclusione è una importante iniziativa che ha bisogno però della collaborazione di persone che credono nella possibilità di riscatto dell’Africa e in questo caso del Congo, veicolata dalle conoscenze e dalla cultura sempre più integrata e portatrice di valori etici.

NON TRASFERIMENTO DI FONDI MA TRASFERIMENTO DI CONOSCENZE
Infatti se il mondo prendesse coscienza che lo sviluppo per questi Paesi non passa per il trasferimento di ricchezze monetarie provenienti da donazioni, bensì attraverso il solo trasferimento vero, serio e reale di conoscenze e competenze per lo sfruttamento delle risorse esistenti, sicuramente lo scenario sarebbe molto diverso.

INSEGNANTI SENZA FRONTIERE
Per far ciò e sopperire alla mancanza di professori, lancerei un’idea innanzitutto al Direttore di questo Giornale on line e poi a tutti i lettori di S&W di farsi promotori di una raccolta di fondi da depositare presso S&W per la creazione di una fondazione che si chiamerà “Enseignants Sans Frontieres “ (ESF) per avere fondi da impegnare nei viaggi e nei soggiorni accademici di tutti i docenti che volontariamente si renderanno disponibili, sulla base di un preciso programma, per andare ad insegnare presso l’Università Cattolica del Congo, ma poi anche presso altre università nel mondo, dove mancano le specifiche competenze scientifiche e di docenza. Se il Direttore è d’accordo e se i lettori ci vogliono aiutare nei prossimi numeri spiegheremo come procedere.

Romeo Ciminello


Romeo Ciminello
, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd ); docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

Sport & Work n.60- Etica tom tom: i luoghi della politica..i luoghi della democrazia

Quante volte abbiamo sentito e ripetuto queste parole, pensando che veramente i luoghi della politica fossero quelli della democrazia.

Ebbene credo che le vicende che ci coinvolgono emotivamente, politicamente e razionalmente necessitino di una riflessione per comprendere dove ci situiamo. Abbiamo bisogno di realizzare da che parte stiamo e quanto siamo se non colpevoli, almeno implicati in maniera negativa in questa attuale dicotomia che ci fa vedere espressamente che i luoghi della politica non sono e non possono essere assolutamente ritenuti i luoghi della democrazia.

Ma prima di procedere vorrei chiarire il percorso che vorrei fare in termini etici, vale a dire in funzione della ricerca del bene comune che sia la politica sia la democrazia dovrebbero garantire con la loro espressione.

Intanto diciamo subito che l’etica, quella vera, pur non essendo apprezzata da nessuno se non a parole, trova la sua massima espressione nella politica. E poi la politica, che configura l’aspetto più edificante dell’attività umana, quale espressione di antropologia sociale propria dell’essere umano, trova il suo compimento naturale nell’esercizio della democrazia.

Ma etica, politica, democrazia, che significato hanno al giorno d’oggi dove l’unico elemento importante della nostra vita è divenuto il successo economico? l’apprezzamento mediatico, il fanatismo politico? Non voglio entrare né in luoghi comuni né tantomeno voglio entrare nel merito delle situazioni perché sono troppe ormai a qualsiasi livello, dalla politica, all’economia, alla società, all’imprenditoria, in un intreccio così ingarbugliato di interessi che proprio dall’ultimo episodio di Mafia capitale che ha portato al processo iniziato il 5 novembre scorso, ci fa capire che il luogo della politica e quello della democrazia si integrano in un luogo dove mafia, malaffare, corruzione e malversazioni varie trovano il proprio ambiente più consono.

La Politica
Per avere comunque una corretta visione della realtà che ci implica e per attivare un più approfondito senso critico, andiamo a ricercare il significato profondo delle tre parole iniziando con politica. La politica è la capacità umana di mettere al servizio della comunità i propri talenti, le proprie capacità, skill e attitudini. La politica è l’agorà del pensiero antropologico, dove si cimentano gli esseri umani con maggior spessore di umanità, con maggior contenuto di dignità.

La politica è l’espressione del volto umano che si fa servizio per un fine di nobiltà di cui solo gli uomini possono essere portatori. Uno stile di vita ed una integrità di comportamento che danno vita e risalto alla dote più ricca che l’uomo possa esprimere nella sua realtà: la dimensione della propria umanità.

Ma questa dimensione è fatta di principi e valori autentici che l’essere umano non è soltanto chiamato a vivere, ma anche e soprattutto a testimoniare e comunicare nella loro solenne bellezza. Alla base di questa dimensione ci sono principi di lealtà, di trasparenza, di agonismo tutti tesi al risultato, cioè al raggiungimento del meglio..del meglio, potremmo dire!

I luoghi della Politica
Allora se inquadriamo la politica nella sua giusta cornice capiamo subito quali siano i luoghi autentici della politica: sono quelli in cui l’uomo esprime la propria capacità di concorrere per il raggiungimento di quegli ideali di vittoria contro gli ostacoli materiali ed immateriali che si oppongono al raggiungimento della pienezza della propria personalità umana, unica ed irripetibile.

Ma come si rende possibile ciò? Quando vediamo che la politica dipende innanzitutto dalla cultura, espressa dalle famiglie, dall’istruzione, dall’educazione nonché dall’apertura mentale del contesto socio-ambientale che deve convergere non solo filosoficamente, ma anche sociologicamente verso il bene comune?

Ma come possiamo configurarci mentalmente questo concetto quando la vita quotidiana ci mette di fronte ad una realtà invivibile formata da un traffico urbano bloccato dagli ingorghi, e non solo nelle città dei paesi sviluppati, ma ancor più in quelle dell’estremo oriente, dell’ Africa, e dell’America latina; una realtà dove si respira un’atmosfera sempre più inquinata, ma dove, per contro, esiste una politica sociale, sanitaria, educativa, culturale e ambientale sempre più evanescente e in abbandono; una realtà in cui il divario tra ricchi e poveri, dimostrato dall’indice di Gini, è sempre più galoppante; una realtà dove merci e derrate alimentari e persino l’acqua, percorrono assurdi viaggi da un continente all’altro.

Non parliamo poi della disoccupazione che cresce in proporzione inversa al progresso tecnologico facendo sì che milioni di giovani alla fine dei loro studi non trovando lavoro divengano NEET (Not Engaged in Education, Employment or Training) affogando nella depressione o divenendo facile preda della violenza e dello sballo.

Una realtà in cui i diversi governi, in assenza di modelli a cui conformarsi o su cui impostare le proprie politiche socio-economiche, non sapendo come mantenere il potere, si attaccano a discorsi demenziali di sviluppo basato solo su partite di giro e non su visioni concrete in termini di sviluppo sostenibile, equo e durevole, facendo gli interessi di lobby sempre più massonicamente raggruppate, quando non mafiosamente strutturate.

L’attuale società, frutto ad un tempo, del conflitto tra capitalismo di sottrazione tutto focalizzato sull’economicismo, sul produttivismo, sul possesso, accumulo e consumo insensato di beni superflui, e l’economia collettivistica che rivendicando l’eguaglianza e l’autonomia dell’individuo, faceva della lotta di classe una insensata bandiera sotto la quale coercire e restringere le libertà degli uomini, stenta a trovare il suo luogo della politica.

Le Classi
Il luogo della politica come diceva Gian Antonio Gilli nel suo libro “Come si fa ricerca” sono le classi perché “l’appartenenza di classe influenza pressoché ogni aspetto del comportamento degli individui, e ogni momento della loro vita.”

A riprova di ciò mette poi in evidenza come la classe sociale incida sulla persona e quindi sulla sua antropologia personale e sociale, perché egli imputa alla classe sociale di appartenenza: le probabilità di sopravvivenza dalla nascita; le probabilità di conseguire il massimo dell’istruzione formale; le capacità di porsi nei contesti dialettici parlando con proprietà di concetti e completezza di esposizione su ogni argomento; fa dipendere inoltre anche il tipo di lavoro che “si sceglie”; il reddito; il livello e lo stile di vita; il comportamento sessuale, religioso, politico; fa originare ancora la probabilità di contrarre determinate malattie, di essere rinchiusi in carceri o manicomi ecc.

Ecco perché il luogo della politica si instaura nelle classi determinandone il livello di forza e dividendole in classi dominanti o in classi subalterne e rendendo quest’ultime ovviamente sfavorite rispetto alle prime.

I Movimenti
Un altro luogo della politica è rappresentato dai movimenti, che negli ultimi cinquant’anni hanno caratterizzato il cambiamento della nostra visione socio-politica rivoluzionando valori che sembravano scolpiti dal tempo e dalla tradizione.

Movimenti che hanno portato il rifiuto della tradizione, la volontà di sottrarsi all’omologazione globalizzata, la volontà di guardare il mondo con altri occhi che non quelli del capitalismo o del marxismo, la voglia di riscoprire la spiritualità dell’essere umano, ma anche uno stile di vita precario, una istanza religiosa ad un tempo eclettica e fondamentalista, la sostituzione del linguaggio puro con uno imbastardito e immaginario; l’invenzione di un’ arte ed una musica fuori dagli schemi unitamente alla formulazione di nuovi messaggi sulla libertà sessuale e personale, sull’amore e la fratellanza universale, sulla pace, sulla mitezza e sulla tolleranza nonché su una rinnovata capacità di indignazione.

Grazie a queste nuove categorie di pensiero, senza entrare nel merito della loro bontà, si è introdotta una maggiore libertà di manifestare; maggiore libertà sessuale non solo per il cosiddetto gender, ma anche per le coppie di fatto, per le famiglie allargate; la tolleranza ha portato un maggior rispetto della diversità religiosa.

Grazie ai movimenti si sono introdotti concetti più ampi di cooperazione, di medicina alternativa, di salvaguardia ambientale, di cucina vegetariana, vegana o etnica, come dimostrato nell’ultimo EXPO di Milano; sono stati introdotti nuovi modelli di cura personale, di libertà di abbigliamento e di libertà di movimento che permette raduni sempre più internazionalizzati e festival globali.

I movimenti che sono sempre stati luoghi determinanti della politica anche se apportatori di cambiamenti conflittuali e non sempre da tutti condivisi, hanno comunque avuto anche un loro antenato, certamente fortemente agonistico, ma mai conflittuale e sempre portatore di ideali universalmente riconosciuti non solo sani, ma anche umanamente edificanti. Forse il più antico e titolato del mondo rappresentato dal movimento sportivo e concretizzato in maniera eccelsa nelle manifestazioni olimpiche.

Il Movimento Sportivo
Ma allora se il concetto è chiaro capiamo subito che il primo dei luoghi dove si fa politica è lo sport! Sembrerebbe un controsenso, ma ad una analisi un pochino più fine, risalta subito come nello sport si faccia politica, ma si badi bene, la politica con la P maiuscola da non confondere con il bieco interesse della sfera partitica o del settarismo ideologico.

Perché dico questo? Perché sono convinto che se c’è un luogo dove si esprime la capacità politica dell’uomo è lo sport. Non per niente quando si segue una squadra di calcio, tanto per fare un esempio, si fa attenzione a tutta la serie di principi di antropologia sociale che ne determina le capacità, il gioco, l’affiatamento, il sacrifico, la lealtà, la ricerca del risultato, la nobiltà dell’agonismo.

Ecco queste sono tutte cose che hanno una forte connotazione politica. Hanno quell’impatto ad un tempo emotivo e razionale di trascinamento, di ammaliamento spirituale che nella tensione al risultato non lascia tempo a distrazioni.

Un impatto che coinvolge non solo i giocatori in campo, ma anche gli spettatori, che siano presenti allo stadio o che siano davanti ad un televisore, l’impatto è sempre lo stesso, capace di sprigionare quell’entusiasmo creativo su cui si fonda la vittoria dell’uomo contro le sue avversità.

A questo punto però vorrei anche sottolineare che cosa intendo per avversità, e non certo l’avversario, o meglio il contendente; per avversità intendo l’incapacità di esprimere al meglio le proprie capacità, la necessità di sentirsi considerato il migliore, la capacità di trovare nella propria sfera di umanità quale dimensione divina della perfezione.

Un’illusione che porta l’uomo a trasformare se stesso raggiungendo picchi altissimi di essenzialità umana. Ma questo avviene non soltanto nelle gare sportive di squadra, come il calcio, la pallavolo, il basket, il rugby ecc., ma anche negli sport individuali come il tennis, la box, il fioretto ed altre specialità individuali, perché la gara non avviene e non deve avvenire contro l’avversario o il contendente, la gara deve avvenire con se stessi, la precisione delle azioni, dei colpi, delle giocate, non viene mai fatto per diminuire la forza, la potenza o l’abilità dell’altro, bensì per dimostrare a se stessi quanto si è in grado di far capire all’altro dov’è la perfezione dello stile, dov’è la bellezza del gioco, dov’è lo splendore della vittoria! In questo senso ritengo che il luogo primo della politica sia proprio lo sport e con ciò, anche il luogo della democrazia per antonomasia.

Infatti in uno sport che sia di squadra o individuale vige sempre una eguaglianza, vige sempre una finalità sociale, vige sempre una rappresentanza, vige sempre una libertà e soprattutto come sinonimo di democrazia, vige la regola della partecipazione, della non esclusione dell’integrazione.

Fatte queste considerazioni, però andiamo a verificare come invece questo luogo della politica e della democrazia, sia divenuto per certi versi il luogo della prevaricazione, della corruzione del malaffare della violenza.

Non sto a raccontare episodi che possono andare dalla testata famosa di Zidane, all’attuale spinta di Valentino, per cui al posto di tutti i valori che abbiamo ricordato la politica diventa partitica e la democrazia diventa dittatura.

Partitica intesa come affermazione dei propri interessi a discapito di qualsiasi altro obiettivo.

La Rete: il Twit-tatore
Inquadrato l’argomento non appare difficile fare il salto di paradigma e cercare i luoghi della politica nelle aggregazioni territoriali, nelle competizioni elettorali, nelle sfide ideali che siano di destra o di sinistra o di centro, non importa, ciascuno cerca di portare l’acqua al proprio mulino.

Si stabiliscono regole si creano strutture, si fanno comizi, si creano confronti e tutti rivolti alla ricerca del cosiddetto consenso politico. Il luogo del consenso allora diviene la piazza, l’aula consiliare, il parlamento, ma in termini mediatici questi luoghi della politica possono divenire anche virtuali come i social network con i vari face-book, whatsapp e twitter .

Ed ecco che il luogo della politica diviene anche il talk-show, la tribuna politica, lo spettacolo di ricorrenza, il tempo del telegiornale. Ma il luogo della politica trasforma anche colui che la pratica facendolo divenire una star televisiva, un amico di face-book o peggio ancora un “Twit-tatore” come qualcuno definisce il nostro massimo rappresentante di governo in una sorta di neologismo che unisce in se il carattere della superficialità dello strumento, alla perniciosità del sistema politico, o meglio partitico attuato. Ma non finisce qui.

I partiti
I luoghi della politica, quando divengono “luoghi della partitica” il buon Alexis de Tocqueville nel suo libro la Democrazia in America (pag. 187-188) aveva già capito che “I partiti sono un male inerente ai governi liberi, ma non hanno in tutti i tempi lo stesso carattere e gli stessi istinti…” e continua dicendo in proposito “[…] Vi sono epoche in cui le nazioni sono tormentate da mali così grandi che si pensa ad un cambiamento totale della loro costituzione politica. ..[..]E’ il tempo delle grandi rivoluzioni e dei grandi partiti. ..[…]..Vi sono dunque epoche in cui i cambiamenti che si operano nella costituzione politica e nello stato sociale dei popoli sono lenti e insensibili….[….] E’ il tempo degli intrighi e dei piccoli partiti.

Io chiamo grandi partiti politici quelli che badano più ai principi che alle conseguenze, alle generalità più che ai casi particolari, alle idee più che agli uomini.

Questi partiti hanno in genere lineamenti nobili, passioni più generose, convinzioni più salde e procedimenti più franchi e arditi degli altri. L’interesse particolare che ha pur sempre la sua parte nelle passioni politiche, è in essi più abitualmente nascosto sotto il velo dell’interesse pubblico e talvolta riesce anche a celarsi alla vista di quelli stessi che agiscono sotto la sua spinta.

I piccoli partiti, al contrario, sono in generale senza vera fede politica: non essendo sostenuti da grandi obiettivi, hanno un carattere egoistico che si manifesta in ogni loro azione: si entusiasmano a freddo, sono violenti nel linguaggio, timidi e incerti nell’azione; impiegano mezzi puerili come gli scopi che si propongono.

Per questa ragione, quando un tempo di calma succede a una rivoluzione violenta, sembra che i grandi uomini scompaiano ad un tratto e che le anime si rinchiudano in se stesse. I grandi partiti rovesciano la società, i piccoli l’agitano; gli uni la ravvivano, gli altri la depravano; i primi talvolta la salvano scuotendola fortemente, mentre i secondi la turbano sempre senza profitto.”

Come è attuale questo scritto. Ma andando avanti possiamo constatare che i luoghi della politica sono diventati i tribunali, basterebbe fare un nome per tutti, oppure ancora peggio, come è accaduto in questi giorni ai componenti della giunta capitolina, il luogo della politica diventa lo studio di un notaio che ne raccoglie le dimissioni, oppure peggio ancora la sede di un partito che minaccia la “non rielezione”.

Chissà che cosa dobbiamo pensare dei cambiamenti costituzionali in fieri nel nostro Paese e di che cosa avverrà del principio di divieto di mandato imperativo.

I luoghi della Democrazia
Dopo l’excursus sui luoghi della politica, andiamo a verificare quali sono i luoghi della democrazia.

Una volta come dicevo era la piazza, era l’urna elettorale, era l’impianto della nostra costituzione, nei suoi caratteri di democrazia rappresentativa incastonata in un bicameralismo perfetto ed in una tripartizione dei poteri trasparente, equilibrata e soprattutto integrata da una figura che possiamo dire di “futuristica incompresa sostanza” come quella del Presidente della Repubblica che pur essendo un rappresentante perfetto della tripartizione, ne raduna in sé l’unità, senza responsabilità politica.

Ora come possiamo pensare i luoghi della democrazia? Vale a dire i luoghi della partecipazione libera e volontaria alla costruzione del bene comune? La piazza non c’è più, se non per i “grillini” strumentalizzati dal loro capo carismatico che si appropria di reconditi benefici derivanti da una piazza più attuale e condizionante come la rete, come il blog, come i social network.

Non ci sono più comizi e quando il popolo si raduna nella strada o nella piazza di solito lo fa perché attirato da qualche concerto. La piazza invece dovrebbe essere il luogo primario della democrazia in quanto per andare in strada o in piazza non si ha bisogno né di credenziali, né di competenze specifiche o strumentali: in piazza si sta e basta.

Ecco perché Giorgio Gaber cantava “C’è solo la strada su cui puoi contare la strada è l’unica salvezza c’è solo la voglia e il bisogno di uscire di esporsi nella strada e nella piazza perché il giudizio universale non passa per le case le case dove noi ci nascondiamo bisogna ritornare nella strada nella strada per conoscere chi siamo.”

Le Istituzioni
Allora quali sono i luoghi della democrazia? Oltre a quelli astratti della politica, i luoghi della democrazia sono le istituzioni con le loro strutture e con i loro spazi, i luoghi della democrazia sarebbero anche le aule consiliari dei Comuni o le Aule del Parlamento, ma questi luoghi purtroppo dimostrano sempre più di non essere apprezzati dai detentori della “poltrona” perché sono state deprivate dei loro fondamenti ideali ed allora la democrazia scade a dittatura della maggioranza, quella contro cui si scagliava De Tocqueville nel libro citato.

Questa dittatura che si basa da un lato sull’ignoranza da parte di coloro che sono in posti di governo, della dignità e del rispetto dei luoghi della democrazia, dall’altro come nel caso del Sindaco Ignazio Marino, dell’ignoranza politica, di governo e soprattutto di essere lui il tenutario di un luogo secolare della democrazia come è quello del Campidoglio.

L’ignoranza di Ignazio Marino
La sua colpa è perciò l’ignoranza, non solo amministrativa, ma soprattutto politica, di lasciarsi imporre di governare la sua città, i suoi elettori, “sotto schiaffo” di chi avrebbe dovuto sostenerlo e non con assessori suoi diretti delegati, ma con “portaborse” pur se tecnici “soidisant” qualificati, imposti però, da un segretario di partito che ha dimostrato sinora di non riconoscere e rispettare né i luoghi della politica e né tantomeno quelli della democrazia, imponendosi nei contesti nazionali e locali, senza base elettiva, con la protervia del dittatore che vuole “tutto e subito” a suon di twitter.

L’oscurantismo renziano
E ancor peggio di aver traghettato il ventennio berlusconiano in un “oscurantismo” renziano dove si confondono le idee spacciando per ripresa, semplici numeri statistici del PIL, dovuti alla favorevole inversione di tendenza del prezzo del petrolio e del cambio dell’euro.

Spacciando per aumento dell’occupazione, contratti sostitutivi promossi dall’improbabile Jobs Act che fanno solo la gioia di cooperative e imprese che licenziano e poi riassumono per ottenere il bonus di 8 mila euro.

Spacciando per lavoro a tempo indeterminato e quindi sicuro, quello basato su una norma che permette di licenziare sempre e comunque, potendo addurre motivi discrezionali.

Spacciando gli 80 euro in busta paga come ulteriore possibilità per gli stipendi più bassi, facendo in realtà una partita di giro, reperita tagliando le pensioni.

Spacciando come legge da introdurre quello che il Presidente dell’INPS, da lui designato, discrezionalmente pensa e dice, senza alcun consenso o base legislativa.

Spacciando l’abolizione dell’IMU per una misura di politica economica invece che di un incentivo alla sua rielezione;

spacciando una spending review in deficit per una manovra di sostegno che nasconde aumenti automatici di imposte derivanti da clausole salvaguardia nel prossimo futuro.

Spacciando le leggi sul gioco “d’azzardo” e i relativi abbuoni fiscali, come aiuto per il Paese.

Spacciando la revisione della costituzione per un passo avanti nella democrazia del nostro Paese…..e spacciando la sua presenza, mediatica, a qualche gara sportiva…..come preoccupazione per lo Sport, senza però prendere alcuna misura per la promozione e l’educazione sportiva in nessun ambiente istituzionale.

E come se non bastasse, tutto a colpi di fiducia e…. per giunta, a conclusione discorso con la giunta del Sindaco Ignazio Marino, anche con la minaccia di non rieleggere i consiglieri capitolini del PD che non si fossero dimessi.

Non c’è che dire……è un modo di onorare sia i luoghi della politica che quelli della democrazia….in maniera veramente singolare!

Avendo preso troppo tempo non posso approfondire il termine etico nella politica, ma per chi fosse interessato, rimando alla lettura del post che scrissi il 22/12/2012 sul programma dell’attuale presidente del Consiglio, in cui mi permettevo di sottolineare il significato e l’importanza dell’etica nella politica: http://agenda-etica.blogspot.it/2012/11/il-programma-di-matteo-renzi-e-letica.html ed il post dell’11/10/2013 http://agenda-etica.blogspot.it/2013/10/che-significa-letica-nella-politica.html .

Romeo Ciminello

Romeo Ciminello, nato a Roma il 5/4/52, Laurea in Scienze politiche (1978); Specializzazione in Commercio Estero e Marketing internazionale (1981); specializzazione in cambi (1981); specializzazione in Discipline Bancarie (1985); attestato di Mediatore civile (2011); docente di Etica e Sviluppo nella Facoltà di Economia e Sviluppo dell’Università Cattolica del Congo Kinshasa (www.ucc.cd ); docente di Finanza d’Impresa presso l’Università di Trieste –Gorizia Campus, ( dal 1991 al 2005); docente di economia dello sviluppo presso la Facoltà di Scienze sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma (1994-2012); ha insegnato anche presso l’Università di Cassino e di Salerno; Quadro direttivo presso Banco di Roma – Unicredit (1976-2012); è Presidente del Comitato di promozione etica onlus (www.certificazionetica.org ) è Direttore scientifico presso la Società 4metx srl (www.4metx.it ) ; è Membro del Collegio dei probiviri della Konsumer Italia (www.konsumer.it ) è Autore di diverse pubblicazioni tra cui Etica Finanza e mercati (Tipar Ed.1999); Il significato cristiano del lavoro (Tipar Ed.2006); Il significato cristiano della Responsabilità Sociale dell’Impresa (Tipar ed. 2008); autore del blog etico Agenda-etica (www.agenda-etica.blogspot.com ); promotore di diversi convegni su tematiche di etica-socio-politico-economica e autore di diversi articoli su stampa specializzata.

Sport & Work n.51 – Mediazione Civile, una nuova idea di giustizia

Mediazione Civile – Nuova idea di giustizia e bisogno etico di conciliazione

ADR (Alternative Dispute Resolution), acronimo di cultura statunitense che come al solito ci precede con un gap minimo ventennale.

Il termine indica l’insieme dei metodi di risoluzione delle liti in alternativa al processo civile e per questo la mediazione che ne deriva è detta stragiudiziale.

Le tecniche di esecuzione, possono essere quelle dei metodi utilizzati nel settore commerciale, o procedure che si applicano nel campo della mediazione sociale secondo i casi , le capacità relazionali e l’abilità del mediatore.

L’importanza del sistema alternativo al normale procedimento legale, si percepisce immediatamente se soltanto pensiamo alla grande massa di processi pendenti che il sistema della nostra giustizia deve affrontare. Quindi per snellire il lavoro e non accumulare ulteriore ritardo nella risoluzione delle cause civili è necessario percorrere vie nuove.

Se poi il cittadino, adeguatamente informato si rende conto che per risolvere una controversia gli occorreranno meno tempo, meno denaro e meno aggressività riuscendo a volte anche a salvare la relazione preesistente con l’altra parte, non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni.

Prima di entrare nel dettaglio tecnico, preparato e semplificato per rendere chiaro il quadro di riferimento mettiamo in evidenza la necessità di porsi di fronte a tale nuova opportunità con lungimiranza.

Se parliamo di alternative, dobbiamo cominciare ad evitare di pensare esclusivamente in termini giudiziali e pertanto, senza aver nulla contro la categoria, metterei fuori dal gioco gli avvocati, semplicemente perché se il sistema è alternativo, occorre trovare strade totalmente innovative, che non ricorrano alle norme sancite dalle leggi, per redimere i conflitti e quindi non coinvolgano coloro che per professione sono abituati a trovare “cavilli” formali e sostanziali per allungare strumentalmente i motivi della propria parcella o per vincere i processi.

Credo che quanto sto dicendo, tranne qualche rara eccezione, sia quasi nell’esperienza di tutti coloro che per una qualsiasi vicissitudine si siano rivolti ad un legale.

Un’altra importante sfaccettatura della mediazione che respinge l’intervento di un avvocato è a mio avviso, la ricerca di un equilibrio di pacificazione, vale a dire che per poter fare ricorso ad una mediazione occorre trovare all’interno di se stessi la motivazione essenziale che sottende la risoluzione della controversia che è quella di tornare ad un equilibrio di pace, vale a dire uscire da un tunnel di aggressività, repressione, risentimento e a volte rabbia che si nutre normalmente nel corso di un processo. Tutto ciò prelude pertanto ad una visione totalmente nuova che si inserisce in un sistema di relazione triangolare in cui la finalità non è quella di far rientrare una fattispecie concreta in una più generale ed astratta per definirne le modalità di soluzione, si tratta bensì di trovare la maniera, attraverso qualcuno che sia capace, cioè il mediatore, di dare “a ciascuno il suo” vale a dire perseguire una logica win-win, contro quella usualmente stabilita dal diritto tradizionale di perdente e vincente.

Questo salto di paradigma implica una visione etica non sempre promossa dalle istituzioni esistenti, perché non si indirizza verso la ricerca del bene comune, ma esclusivamente verso una più elementare ragione di giustizia, come siamo abituati, dove ciascuno portando avanti le proprie ragioni cerca di raggiungere le proprie pretese individuali (contendenti) e acquista il servizio ad esprimerle; e poi farle sostenere nel procedimento, in base a strutture processuali, formali e sostanziali, da professionisti (avvocati), lasciando ad una terza parte la definizione di chi ha ragione (giudice).
Ecco tutto questo, nella logica wini-win, viene superato dalla volontà delle parti, sempre in un sistema triangolare, ma più autentico soprattutto nelle finalità, dove ciascuno in base alle proprie ragioni, esprime al mediatore i propri obiettivi, intenzioni e pretese individuali.

Il mediatore, che non ha veste, né di avvocato delle parti, né di giudice di un procedimento, è una figura di piena terzietà e svolge la funzione di facilitatore che tende ad aiutare ciascuna parte a capire esattamente quali siano le proprie ragioni, non tanto per farle valere, quanto più per confrontarle in maniera ponderata con le ragioni dell’altro in uno spazio di soluzione che possa soddisfare entrambi.
La via non è giuridica, ma stragiudiziale, vale a dire di qualsiasi forma e natura che sia in grado di rendere le parti soddisfatte nei propri obiettivi.

Ecco dunque la motivazione per cui nella mediazione ha scarsa ragione di presenza il riferimento alle vie legali, che comunque potranno essere sempre egualmente perseguite in caso di mancata risoluzione della controversia. Nella logica della risoluzione alternativa esistono tante soluzioni possibili, legate all’individuazione dell’interesse reale e non delle mere questioni di principio che nella maggior parte delle volte sottendono cause civili e commerciali.

Un po’ di storia

Riguardo al concetto di mediazione civile e commerciale va sottolineato che esso si è sviluppata prima nei paesi in cui vige il common law (paesi anglosassoni) estendendosi poi a quelli di civil law (paesi latini).
Per coloro che volessero approfondire l’argomento consiglierei di collegarsi al seguente link:

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=2&ved=0CCoQFjAB&url=http%3A%2F%2Fwww.giureta.unipa.it%2Fphpfusion%2Fimages%2Farticles%2F21_Foddai_DirPub_16112012.pdf&ei=aLZYVeCPPIOxUfuxgOgB&usg=AFQjCNFKuWjwNAi1LW2VYDLca-THX8XD-g&sig2=-nh4tLiXBu0fFTVAko_iiw&bvm=bv.93564037,d.d24

La più importante figura iniziatica può essere riferita negli Stati Uniti a Frank Sander, professore di Diritto a Harvard, il quale fu invitato dal Presidente della Corte Suprema ad elaborare e presentare il documento sulla risoluzione alternativa delle controversie in occasione della Conferenza Pound nel 1976 di Minneapolis, in relazione proprio alla definizione delle esigenze del mercato già espresse da Roscoe Pound addirittura in un suo celebre discorso del 1906. Tale documento trovò attuazione definitiva negli Stati Uniti, con l’ ADR Act nel 1998 e la diffusione di tale nuova strategia passò poi nel Regno Unito ed in Australia, approdando infine nei paesi Europei, dove dobbiamo evidenziare che la Comunità Europea promuove e incentiva la diffusione e lo sviluppo negli Stati membri delle tecniche di conciliazione e arbitrato in quanto tecniche per migliorare l’accesso alla giustizia per il cittadino, anche perché agevolano la semplificazione e lo sviluppo dell’integrazione sociale e commerciale delle imprese e dei consumatori europei.

La Comunità Europea, attraverso la direttiva 2008/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 maggio 2008, relativa a determinati aspetti della mediazione in materia civile e commerciale raccomanda come linee guida da seguire alcuni principi applicabili agli organi stragiudiziali che partecipano alla risoluzione consensuale. Il suo forte interesse per lo sviluppo della conciliazione è relativo al miglioramento sociale ed economico. All’Unione Europea spetta perciò il compito di dare all’ADR promozione; garanzie per lo sviluppo; controllo per garantirne la qualità.
Principi per lo svolgimento dell’attività

Molto brevemente, sottolineando la differenza sostanziale della mediazione/conciliazione dalla realtà processuale della giustizia civile, riepilogo i principi informatori dell’attività di mediazione/conciliazione che si riassumono nei seguenti concetti: Imparzialità (come terzietà assoluta); Trasparenza (come integrità formale e sostanziale); Efficacia (come determinazione al conseguimento dell’obiettivo) ; ed infine Equità (quale tutela dell’uguaglianza delle opinioni delle parti nel conflitto).
Anticipando le conclusioni direi che tale attività pertanto può essere definita di estrema natura etica, perché non solo è sostenuta da mezzi di profondo spessore umano, ma è rivolta ad una finalità di ristoro dell’equilibrio relazionale di pacificazione reale che ciascun essere umano cerca nella sua vita di conseguire.
La mediazione in Italia

Lo Stato Italiano ed il Ministero della Giustizia, seguendo le direttive dell’Unione Europea, hanno riconosciuto la necessità di incidere sui tempi della giustizia civile italiana e migliorarne l’efficienza con l’introduzione della mediazione civile e commerciale obbligatoria con il D.Lgs. 28/2010 anche se poi dichiarato incostituzionale (Corte Cost., Sentenza n. 272 del 6 dicembre 2012).

In seguito è stato riformato parzialmente, mediante il D.L. 69/2013 recante “Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia” (cd. “Decreto del Fare” del 21 giugno 2013, convertito con modificazioni dalla Legge n. 98/2013, in particolare mediante l’art. 84 recante interventi di modifica ed integrazione del D.Lgs. 28/2010.

Con tale decreto, che reintroduce la mediazione obbligatoria per molte materie, una delle novità è che gli avvocati iscritti all’albo sono di diritto mediatori.

Quindi la mediazione così riformata e reintrodotta sarà obbligatoria per un periodo sperimentale di quattro anni, nel corso dei quali il Ministero dovrà eseguire un monitoraggio sugli esiti concretamente registrati nella prassi, e la sua applicazione è iniziata a decorrere dal 19 settembre 2013.

Le procedure dell’ADR in Italia introdotte nel nostro ordinamento per deflazionare il contenzioso o attuate da privati per gestire i reclami delle imprese fondano sul carattere dell’obbligatorietà della mediazione. Quindi tutte le controversie che riguardano le materie obbligatorie (condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e diffamazione a mezzo stampa o altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi bancari e finanziari) dovranno necessariamente andare in mediazione, ossia per l’avvocato delle parti vi è l’obbligo di informare i propri clienti sulla necessità di esperire il tentativo di conciliazione.

L’obbligatorietà della mediazione civile e commerciale torna perciò ad essere condizione di procedibilità in relazione a numerose controversie e le materie sono state confermate le medesime del D.lgs. 28/2010 ad eccezione di quelle relative alla responsabilità per danno da circolazione stradale, esclusione fortemente voluta dall’Avvocatura, e dell’aggiunta delle cause relative alla responsabilità sanitaria, oltre che medica.

Tale obbligatorietà comporta che l’accordo raggiunto dalle parti, se sottoscritto anche dai legali, ha valore di titolo esecutivo. In tutti gli altri casi, l’efficacia esecutiva è subordinata all’omologa, su istanza di parte, del presidente del tribunale (quale ufficializzazione a carattere esecutivo)
In caso di mancato accordo delle parti in sede di mediazione, il procedimento continuerà ovviamente davanti al giudice.

Cos’è la Mediazione Civile e Commerciale?

La mediazione civile e commerciale è l’attività professionale svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o più soggetti sia nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia, sia nella formulazione di una proposta per la risoluzione della stessa: le parti collaborano per trovare una soluzione comune soddisfacente per entrambi, ed in questo processo detengono un potere decisionale. L’ADR è finalizzata alla deflazione del sistema giudiziario ed è strumento per evitare l’interruzione di rapporti di durata ( es. Locazione ) in caso di contrasti tra le parti, cosa che non viene contemplata in un normale processo innanzi al giudice.
Ad ogni buon conto e per evitare di essere troppo lungo per capire i caratteri della mediazione vi invitiamo al collegamento al link http://www.altalex.com/index.php?idnot=64200 dove vengono spiegati con competenza, anche se brevemente, in maniera completa. Si spiega la nozione, la modalità del procedimento, i diritti di informazione dell’assistito, il tempo della domanda, le condizioni di procedibilità, l’improcedibilità processuale, i poteri del giudice, il mancato esperimento del tentativo, il procedimento di mediazione, l’assistenza dell’avvocato, l’assenza della parte, l’efficacia esecutiva e l’esecuzione dell’accordo, l’attribuzione delle spese processuali in caso di mancata mediazione,ed infine gli organismi di mediazione ed il registro degli stessi nonché l’elenco dei formatori.
Chi può fare il Mediatore?

Per terminare questa parte di dettaglio credo che sia molto importante dare una corretta indicazione su chi è il mediatore e quale sia il percorso formativo previsto dalla legge per questa figura. Il mediatore è la persona che, svolge la mediazione senza avere potere decisionale o di giudice sui destinatari del servizio medesimo.
Pertanto possono svolgere l’attività professionale qualificata di Mediatore coloro che hanno superato con profitto uno dei corsi tenuti dagli enti formatori accreditati presso il Ministero di Giustizia della durata minima di 50 ore.

Ecco il link https://mediazione.giustizia.it/ROM/AlboEntiFormazione.aspx.

Comunque la riformulazione della legge prevede che all’art. 16 comma 4-bis gli avvocati iscritti all’albo sono di diritto mediatori.

Gli avvocati iscritti ad organismi di mediazione devono essere adeguatamente formati in materia di mediazione e mantenere la propria preparazione con percorsi di aggiornamento teorico-pratici a ciò finalizzati, nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 55-bis del codice deontologico forense.
Dall’attuazione della presente disposizione non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Per chi volesse cimentarsi in questa nuova professione posso far notare che il corso mira a trasmettere nozioni certamente relative alle norme riguardanti la mediazione/conciliazione ma non di diritto, bensì di comunicazione efficace e di ascolto attivo, nonché tecniche di gestione delle relazioni nell’ambito del conflitto interpersonale o societario.

Il corso può essere frequentato da tutti i laureati ( anche con laurea di I livello ) e da tutti coloro che sono iscritti presso Albi o Collegi Professionali, ognuno mettendo a disposizione delle parti la propria competenza nei vari settori d’interesse.
Coloro che avranno frequentato il corso, in base anche alle proprie esperienze e competenza contribuiranno in tal modo a far superare effettivamente i problemi concreti delle rispettive parti, salvaguardando il rapporto tra di esse e conseguendo risultati rapidi e considerati giusti poiché liberamente scelti.

Il mediatore può iscriversi fino a cinque organismi di mediazione. Naturalmente l’attività è legata ad un periodo di tirocinio, ad un aggiornamento periodico concernente la disciplina di attività, nonché la valutazione da parte dell’organismo di mediazione sui risultati ottenuti nel tempo.

Considerazioni etico-sociali

Dopo questa doverosa carrellata tecnica credo sia importante rilevare anche il risvolto etico della mediazione come inizialmente appena accennato. Innanzitutto c’è da notare che il mediatore non può essere un professionista qualsiasi, né tantomeno un professionista che esplica l’attività per esclusivo bisogno di occupazione.

Il mediatore deve avere soprattutto una motivazione esistenziale alla relazione umana.

Tale affermazione, nella mia esperienza, è giustificata dal fatto di aver compreso che le tecniche se non supportate da una motivazione esistenziale lasciano il tempo che trovano. Infatti anche le migliori attitudini e competenze se non supportate da una sensibilità profondamente umana non riescono a dare il risultato atteso. Si tratta di un fattore fortemente collegato ai valori che il mediatore deve sentire fortemente dentro di se.

I valori non possono essere disgiunti da un forte senso etico, vale a dire di quella urgente ricerca di solidarietà in termini di bene comune che rende urgente il dirimere le controversi per ristabilire un equilibrio di pace.
Purtroppo queste attitudini e questi valori non sono insegnati nei corsi di formazione, l’etica come al solito è negletta.

Essendo anch’io un mediatore potenziale, per aver conseguito l’attestato di frequenza alle 50 ore del corso prescritto, nonostante la mia esperienza in merito ad alcune controversie, devo mio malgrado rilevare che in tale corso non solo non è prevista alcuna indicazione in merito al risvolto etico della mediazione, ma neanche l’interesse dell’Organismo formatore ad inserirne le nozioni più elementari.

Ciò che si insegna è la tecnica procedurale e comunicazionale che non tiene in conto le motivazioni esistenziali inerenti la professione.
Eppure ritengo che la Mediazione/Conciliazione non possa assolutamente prescindere da quello che io chiamo “negoziato etico”, vale a dire quella risoluzione alternativa delle controversie che passa attraverso i caratteri di umanità delle parti che devono essere innanzitutto coscienti delle ragioni dell’altro.
Ciò che non si insegna a suscitare nel mediatore è il fatto di come indurre le parti ad ascoltare, anche se non si è d’accordo, le ragioni dell’altro e partire da quelle per dirimere la controversia.

Alla luce di tutti gli elementi riportati che non sono assolutamente da considerare esaustivi intendo concludere queste mie considerazioni dicendo che la mediazione deve avere un carattere di negoziato etico per essere portata a buon fine, ma ciò è possibile solo laddove si promuove ed insegna una cultura di pace una cultura in cui il cittadino e le sue esigenze siano poste al centro dell’attenzione della giustizia sociale che deve caratterizzare ogni norma. L’istituzione della Mediazione avrà successo laddove si arrivi ad interpretare i bisogni veri dei cittadini, affinché non sia più un esercizio del potere astratto quello che decide l’esito delle controversie.

Le parti accettando la mediazione si impegnano in un processo di riavvicinamento e questo approccio consensuale e volontario aumenta la possibilità per le parti di mantenere, una volta risolta la lite, le loro relazioni commerciali o di altra natura. La mediazione stragiudiziale aiuta le persone a chiarire le loro relazioni interpersonali e le loro emozioni oltreché a risolvere i loro problemi giuridici in quanto le argomentazioni sono filtrate solo dalle parti stesse, e solo loro sono giudici della loro situazione ecco perché non capisco la necessità dell’intervento di avvocati come mediatori.

Anche se Nader definisce la risoluzione extragiudiziale “Un’ideologia dell’armonia che sottende un sistema di controllo culturale che esclude l’accesso da parte dei cittadini al riconoscimento e al godimento dei diritti” ciò non toglie che l’istituto della mediazione, laddove impostata su principi etici ci porta a cambiare prospettiva sui valori più importanti per vivere con noi stessi e con il prossimo in armonia. Credo che ormai sia chiaro a tutti che un’interpretazione del conflitto in funzione dei soli parametri giuridici ed economici sarebbe destinata a lasciare in ombra realtà che sfuggono a spiegazioni razionali. La mediazione, invece, conduce ad accordi tendenti a soddisfare appieno i bisogni delle parti. Il fattore umano, centrale nel conflitto, che va oltre gli interessi, soddisfa i bisogni certamente reali, ma anche esistenziali e profondi.

Rappresenta uno stile di gestione del conflitto adatto per chiunque abbia responsabilità nella gestione delle liti nella sfera lavorativa e privata. Con la mediazione non è più un giudice super partes che risolve la controversia, ma le stesse parti che scoprono, rafforzando la loro dignità, di avere un punto di equilibrio comune che, seguendo i cinque principi etici quali quello di:
non ledere
quello di lasciare ogni cosa migliore di come la si è ricevuta
quello del rispetto di se stessi, dell’altro e dell’ambiente
quello della giustizia
ed infine quello dell’amorevolezza in tutto ciò che si fa, determina che se le questioni che riguardano i cittadini vengono trattate in modo equo ossia in modo rispettoso dell’equilibrio complessivo del sistema, oltre le strette affermazioni giuridiche, si inaugurerà una nuova idea di giustizia in quanto la conclusione di una controversia non vedrà più un vincitore e un perdente, ma si tenterà di trovare un equilibrio fra le parti, che verrà da un processo spontaneo e volontario.

La mediazione si chiama stragiudiziale perché si svolge al di fuori del tribunale, in alternativa al giudizio e per evitare una causa.
Le parti in lite trovano soluzioni creative e più ad ampio raggio, rispetto alle poche previste in tribunale (vincere o perdere).

Chi negozia un accordo fa qualcosa che supera i limiti del giudice: i problemi si possono ora risolvere con l’aiuto di chi fin ora abbiamo visto solo come un ostacolo.
Così la nostra dignità e quindi il sentirsi intimamente in pace con noi stessi ci guadagna da un atteggiamento di empatia con il prossimo.

E questo porterà pian piano a creare una nuova idea di giustizia che non è più quella assoluta di un tribunale, ma si trova nell’equilibrio che si riesce a raggiungere fra entrambe le parti. La giustizia legale non è più un’arma per una guerra, ma mezzo per la riappacificazione con l’altro e di conseguenza con noi stessi.

Flaminia Caruso

Flaminia Caruso, abita a Ladispoli(Roma), laureata in Sociologia, mediatore civile e commerciale, iscritta al Comitato di Promozione Etica verso la Certificazione Etica, collabora con il giornale Sport & Work da maggio 2015.