Ambiente: FAV, fibre artificiali vetrose, killer silenzioso!

Le FAV: insieme all’amianto, un altro killer silenzioso si aggira per le nostre case?!

Purtroppo, si!

Dopo l’amianto, abbiamo un altro killer silenzioso che si aggira per le nostre case e i nostri luoghi di svago e di lavoro: le “FAV”, acronimo di “Fibre Artificiali Vetrose”, che dovremo imparare prima possibile a saper riconoscere, per poterci difendere…

Nel termine “FAV”, in effetti, facciamo ormai usualmente rientrare una tipologia di materiali costitutivi di una serie di prodotti di larghissimo e consolidato utilizzo nel campo, per esempio, delle costruzioni per civile abitazione che  “industriale/produttivo”, ancora oggi liberamente “lavorabili” e commerciabili, nonostante ne sia stata accertata, per alcune di esse, la natura cancerogena!.

Come nel caso dell’amianto, anche le “FAV” presentano (purtroppo…) interessanti caratteristiche, in particolare nel campo dell’isolamento termico, tanto da assicurare, in questo settore, importanti risparmi energetici. E’ facilmente comprensibile, quindi, il “successo commerciale” di cui godono, a tutt’oggi, questi prodotti (e non solo nel settore edile…).

 

Dai “tappetini” posati direttamente in opera (ad esempio, nei sottotetti e/o nelle controsoffittature, per migliorarne l’isolamento termoacustico) ai componenti dei “sandwich” dei pacchetti di rivestimento delle condutture dei canali aeraulici, dai pannelli divisori per pareti perimetrali fino ad arrivare al riempimento delle centrali termiche di vecchia concezione, purtroppo sono innumerevoli i posti in cui è possibile riscontrare la presenza di materiali con “FAV”….

Caratteristiche fisiche.

Ma da dove deriva la problematica connessa alle “FAV”?

Esattamente come nel caso dell’amianto, dalle loro caratteristiche fisiche!

Esse, infatti, presentano una struttura costitutiva normalmente amorfa (o vetrosa), a differenza delle fibre minerali naturali, che presentano una struttura interna ben determinata: ciò implica che la sfaldatura, nel caso delle FAV, tende a far sì che le fibre che le costituiscono tendono a fratturarsi (spezzarsi) trasversalmente con tipica frattura concoide (detta “shell like”), creando fibre sempre più corte ma senza la riduzione del diametro della fibra stessa. Conseguentemente, ai fini della loro caratterizzazione, la normativa di settore invita a porre particolare attenzione a due parametri costitutivi fondamentali:

  • la concentrazione degli ossido alcalini terrosi tra gli elementi costitutivi;
  • il cosiddetto “diametro nominale” (espresso in “μm”: si ricorda che il micrometro è un’unità di misura della lunghezza corrispondente a un milionesimo di metro, cioè un millesimo di millimetro).

I potenziali rischi per la salute.

Le analogie con l’amianto, purtroppo, non si fermano alle caratteristiche fisiche…

La natura costitutiva delle “FAV”, implica purtroppo la capacità delle fibre stesse di penetrare nell’organismo per inalazione, viaggiando all’interno delle vie respiratorie raggiungendo anche le diramazioni terminali più distali!

La probabilità che un determinato tipo di fibra possa indurre effetti patogeni sull’organismo umano dipende da una serie di fattori (forma, dimensioni, composizione chimica e mineralogica, reattività, biopersistenza connessa alle caratteristiche chimico-fisiche). Una volta arrivate all’interno delle vie respiratorie, per la “risposta” dell’organismo alla loro presenza risultano cruciali due aspetti:

  • l’efficienza dei meccanismi intrinseci di difesa del Soggetto interessato;
  • le caratteristiche chimico fisiche e tossicologiche in ragione della diversa composizione chimica delle FAV, che ne condiziona sostanzialmente le possibilità di rimozione, allontanamento o dissoluzione.

Studi epidemiologici hanno, purtroppo, evidenziato che la patogenicità di una determinata fibra vetrosa risulta condizionata in maniera significativa dalla sua biopersistenza: in sostanza, più a lungo una fibra persiste nel tratto respiratorio, tanto maggiore è la probabilità che essa determini effetti nocivi sul medio-lungo periodo.

Una volta depositatesi in un qualunque tratto delle vie respiratorie, le FAV risultano in grado di attivare processi infiammatori, con presenza di cellule infiammatorie negli spazi alveolari, interstiziali peribronchiali e perivasali, che in caso di elevata biopersistenza delle fibre, per l’attivazione di fibroblasti e la deposizione di matrice connettivale possono determinare anche alterazioni anatomopatologiche del parenchima polmonare: . in sostanza, e questo è l’aspetto più preoccupante, pare consolidata la possibilità che l’esposizione a  particolari tipologie di FAV induca meccanismi di cancerogenesi.

Oltretutto, diversi studi hanno valutato anche la “genotossicità” di alcune delle “famiglie” di “FAV”, ipotizzando possibili rotture cromosomiche per interazione diretta della superficie delle fibre con il DNA o di possibile interazione del DNA con agenti ossidanti reattivi, prodotti dalle cellule attivate dopo l’avvenuta fagocitosi,. Le conclusioni sembrano dimostrare l’esistenza di una similitudine dei meccanismi genotossici delle FAV analoghe ai meccanismi correlati all’esposizione alle fibre di amianto.

Ed allora, come ci difendiamo?

Come sempre, per poterci difendere da un nemico subdolo occorre prima di tutto saperlo riconoscere

Per tanto, il passaggio nodale è quello di caratterizzarle preventivamente, con specifiche analisi di laboratorio.

Questo passaggio diventa di fondamentale importanza qualora si debba intervenire su opere edili nelle quali è ipotizzabile la presenza di “FAV”.

Far lavorare, infatti, un Operatore in un cantiere in cui si producano “FAV” senza porre in atto le idonee misure di sicurezza espone tutte le Figure coinvolte (il Proprietario dell’immobile, il Datore di Lavoro, il Coordinatore della Sicurezza in Fase di Progettazione (CSP), il Coordinatore della Sicurezza in Fase di Esecuzione (CSE), il Direttore dei Lavori…) a pesantissime sanzioni!

Bonifica da FAV

Le modalità di gestione di un cantiere in cui si è malauguratamente riscontrata la presenza di “FAV” di “classe 2” (quindi cancerogene) sono molto simili (guarda caso…) a quelle da attuarsi in presenza di amianto, pur non essendo al momento comunque necessario essere iscritti alla Cat. 10 dell’Albo Nazionale Gestori Ambientale.

In particolare,nella gestione di questa tipologia di cantiere, deve essere posta particolare attenzione:

  • alla gestione della sicurezza nei luoghi di lavoro, per come prescritto dal D. Lgs. 81/2008;
  • alla gestione dei conseguenti rifiuti.

 

Per quanto attiene la gestione in sicurezza del cantiere in cui si esegue la rimozione di “FAV”, se esse sono state identificate “non cancerogene” (neppure come “sospette cancerogene”), resta eventualmente comunque il sospetto che possano risultare irritanti per la pelle. Andranno, quindi, rispettate le indicazioni riportate sulle “schede prodotto” dei materiali da rimuovere ed alle prescrizione sull’utilizzo degli idonei D.P.I. indicati ai sensi del D. Lgs. 81/2008. Orientativamente:

  • se si lavora in ambienti non ventilati o per operazioni che possono generare emissioni di polveri, occorre indossare una maschera protettiva “usa e getta”. Si raccomanda la sua conformità alla EN 149 FFP1;
  • occorre utilizzare guanti per prevenire pruriti in conformità alla EN 388;
  • indossare occhiali protettivi realizzati preferibilmente in accordo alla EN 166;
  • coprirsi con indumenti da lavoro;
  • sciacquarsi con acqua fredda prima di lavarsi.

Qualora si preveda, invece, la rimozione di FAV di “classe 2” (cancerogene), le misure di prevenzione debbono essere opportunamente studiate in funzione dell’operazione da effettuarsi.

Ad esempio, particolare attenzione dovrà essere posta nelle fasi di:

  • Delimitazione dell’area di lavoro (Zona di rispetto o zona B).

Nello specifico, il responsabile dei lavori dovrà predisporre una zona in cui verranno svolti i lavori di rimozione di manufatti in fibra minerale. La zona dovrà essere adeguatamente delimitata e segnalata, onde consentirne l’accesso ai soli addetti ai lavori. La superficie da delimitare dovrà comprendere, oltre alla zona di lavoro, anche il deposito temporaneo dei materiali da installare. Qualora siano presenti finestre nella zona delimitata, ad eccezione delle eventuali zone tenute in depressione (Zona A), è consigliabile tenerle aperte per facilitare il ricambio di aria. Tutte le aperture verso altri ambienti non interessati dal lavoro dovranno invece essere tenute chiuse.

  • Preparazione della zona di lavoro in ambienti confinati (Zona A)

La preparazione del luogo di lavoro consiste essenzialmente nella creazione di una zona sgombra da suppellettili o altri oggetti non necessari allo svolgimento del lavoro. Qualora non sia praticabile la rimozione degli arredi, questi dovranno essere debitamente rivestiti con teli di polietilene. Particolare attenzione dovrà essere rivolta al rivestimento di sedili rivestiti di stoffa, di moquettes per pavimenti, in quanto di difficile pulizia per contaminazioni accidentali. Scopo della prevenzione da contaminazione è quello di facilitare le operazioni di pulizia durante ed al termine del lavoro. Il cantiere di lavoro dovrà inoltre essere dotato di un aspiratore con filtro ad alta efficienza per eventuali necessità di rimozione di sfridi o pulizia.

  • Dispositivi di Protezione Individuale: dovranno essere scelti e graduati in base alla tipologia dei materiali in lavorazione. In tutti i casi dovrà essere tenuto in debito conto che le fibre minerali artificiali causano anche irritazioni cutanee e delle mucose. Stante la particolare natura di questa tipologia di fibre, quindi
  • le maschere respiratorie dovranno essere del tipo “a pieno facciale” o in alternativa, possono essere utilizzati facciali filtranti (FF) e occhiali a tenuta;
  • le tute monouso integrali sono preferibili in tyvek in quanto risulta essere il materiale più impermeabile e che meno ritiene le fibre; da evitare tute in tessuto di tipo cotone o altro;
  • i guanti sono da preferirsi in gomma o altro materiale impermeabile alle fibre.

Per quanto attiene, invece, la corretta gestione dei rifiuti prodotti in un cantiere in cui è stata effettuata la rimozione di “FAV”, occorre preventivamente attivare le adeguate procedure di caratterizzazione degli stessi, in quanto possono verificarsi più scenari, in funzione della natura delle FAV.

In questo caso, è molto utile attenersi all’allegato flowchart, ripreso dalla vigente normativa di settore:

Una volta definita la loro natura, si deve quindi comunque provvedere al loro trasporto e smaltimento, passaggi questi da gestire come previsto dalla vigente normativa di settore, pertanto tutti i passaggi debbono avvenire sempre con assicurata la “tracciabilità” del rifiuto (v. la redazione e conservazione dei necessari ”Formulari Identificativi del Rifiuto” [FIR] e/o “schede SISTRI”, qualora attive).

In tale ottica, si ritiene di evidenziare il fatto che:

  • se classificati quali “rifiuti speciali pericolosi”, deve preventivamente essere verificata la possibile classificazione “ADR” quali “merci, pericolose circolanti su strada”.
  • se il trasporto viene effettuato in “conto proprio”, la ditta deve avere iscritta all’Albo Nazionale Gestori Ambientali nella categoria 2-bis ed essere dotata di mezzi autorizzati al trasporto dello specifico codice CER;
  • se il trasporto viene effettuato da una ditta “terza”, la stessa deve essere iscritta all’Albo Nazionale Gestori Ambientali per la cat. 4 (Trasporto rifiuti speciali non pericolosi) e/o cat. 5 (Trasporto rifiuti speciali pericolosi).

Francesco Fascì

Ing. Francesco Fascì, libero professionista, operante da quasi un ventennio nel settore delle consulenze su tematiche prettamente ambientali, svolte su tutto il territorio nazionale, per conto sia di Attività Produttive che per Enti Pubblici. Tale background professionale ha portato all’ottenimento, nello scorso anno, della certificazione “Qing” – Ingegnere Certificato di 2° Livello (il più alto) per il Comparto AMBIENTE – certificazione delle competenze rilasciata dal Consiglio dell’Ordine degli Ingegneri di Milano con Delibera dell’Aprile 2015.

 

INFO-Amianto: Giornata mondiale delle vittime e della sicurezza sul lavoro

IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME DELL’AMIANTO E DELLA SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO

                                     #tuttiuniticontrolamianto

PROPOSTA DI PROGETTO GRATUITO PER I COMUNI D’ITALIA E LE SCUOLE PER NON DIMENTICARE – RICORDARE – RIFLETTERE E SENSIBILIZZARE LA POPOLAZIONE E LE ISTITUZIONI SULLA SICUREZZA DEL LAVORO, LA SALUTE, GLI EX ESPOSTI, I FAMILIARI, I CITTADINI E LE VITTIME

In occasione della “Giornata mondiale delle vittime dell’amianto e per la salute e la sicurezza sul lavoro”,

le associazioni Onlus AIEA e Medicina Democratica, tramite lo SPORTELLO AMIANTO NAZIONALE , con il patrocinio del Coordinamento Nazionale Amianto e la collaborazione di tutte le associazioni partecipanti che costituiscono il CNA, lanciano una campagna di sensibilizzazione sui temi della salute e della sicurezza invitando al “Cinema” il mondo delle scuole, dell’associazionismo, della politica, delle istituzioni e dell’attivismo dal basso per dedicare una giornata di riflessione nella settimana dal 23 al 29 aprile , per riflettere sulla fragilità del nostro pianeta e sull’importanza della tutela della vita , dalla salute e

dell’ambiente.

Salvatore Nania, Presidente Coordinamento

Per l’occasione vi proponiamo il progetto #tuttiuniticontrolamianto che consiste nell’organizzazione di

un’occasione di incontro, dibattito e confronto sui temi suddetti, preceduta dalla proiezione a titolo

completamente gratuito solo nella settimana dal 23 al 29 , presso le scuole , gli istituti , i comuni i teatri di

uno tra i due importanti Film Doc ultimamente realizzati con il contributo di AIEA e Medicina Democratica

che affrontano i temi della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro :

Fabrizio Protti, Presidente Sportello Amianto Nazionale

– Attenti al Treno ( durata 45 minuti)

– I Vajont ( durata 73 minuti)

Uno dei due documentari quindi potrà essere proiettato in occasione di un momento di incontro e confronto con la società civile, all’interno delle scuole, nella sala di un comune, di un cinema o di un teatro, nella sede di un’associazione o anche all’interno di un evento pubblico già pensato per celebrare questa giornata decidendo a Vostra scelta una data compresa tra il 23 e il 29 di Aprile 2017.

Oltre ai documentari Aiea, Md e le associazioni nazionali e del territorio che aderiscono all’iniziativa

metteranno a disposizione laddove possibile per alcune Regioni di Italia volontari, esperti e conoscitori della materia per intervenire durante l’incontro e informare e sensibilizzare la platea sui rischi dell’amianto e delle conseguenze della mancanza di tutela dei lavoratori nei loro ambiti operativi.

Aiutateci a diffondere un messaggio di educazione civica , di rispetto per la salute e la tutela del lavoro e dei lavoratori, in una importante occasione del ricordo come il 28 aprile giornata mondiale delle vittime dell’amianto , una fibra killer che gli uomini hanno voluto sfruttare per fare impresa, pur conoscendone i pesanti rischi per la salute, mettendo al primo posto gli interessi finanziari e i guadagni facili a discapito dell’ambiente , della salute e della vita dei propri simili. Un veleno che a tutt’ oggi non arresta la sua onda di morte con 100.000 decessi l’anno in tutto il pianeta.

La presente lettera è stata inviata al protocollo di tutti i Comuni e di tutte le Scuole d’ Italia, sicuri di

riscontrare la Vostra sensibilità e vedervi partecipanti.

Chi volesse aderire , è pregato di volerci informare in merito trasmettendoci i seguenti dati :

– eventuale giorno scelto per la proiezione

– il luogo ( Classe con lavagna luminosa, Teatro, cinema , sala comunale) e l’indirizzo di Proiezione e se per l’ eventuale dibattito è richiesta la presenza di volontari informati sulle tematiche ambientali e legate

all’amianto,scrivendo alla mail :

distribuzione.sociale@gmail.com

Vi daremo immediata conferma della data e provvederemo a inserire il nominativo del Comune e / o dell’

istituto nelle campagne di comunicazione Nazionale che precederanno e seguiranno l’ iniziativa.

#tuttiuniticontrolamianto

Le scuole e i comuni che aderiranno sono pregati di partecipare in maniera attiva, e di postare nella pagina

dell’evento che vi sarà comunicata, una foto della classe o un selfie da scattare dopo la proiezione ,

accompagnata da una frase che sia il frutto di una riflessione sul documentario visto o sul tema della salute

e della sicurezza insieme a l’hashtag #tuttiuniticontrolamianto .

Tre frasi saranno selezionate a sorteggio e gli autori saranno premiati con una targa nel corso di una giornata di incontro presso il Senato della Repubblica in una data da definirsi entro Giugno 2017, aperta agli insegnanti degli istituti partecipanti , agli alunni e ai Sindaci.

SCEGLIETE IL VOSTRO FILM DOC E CONTATTATECI PER ADESIONE :

Potete visionare i Trailer dei Film e scegliere la vostra proiezione collegandovi agli indirizzi :

https://www.youtube.com/watch?v=SS61V81T7gs

https://www.youtube.com/watch?v=iRf9qgB940Q

Ufficio organizzazione manifestazioni AIEA, Medicina Democratica In collaborazione con Sportello Amianto Nazionale e Coordinamento Nazionale Amianto

Sportello Amianto Nazionale

APS – Codice.Fisc. 97920950587

Corso Trieste 171, 00198 Roma (RM)

sportello.amianto.nazionale@pec.it

Tel +39 06 81153787

Tel +39 06 81153787

info@sportelloamianto.org

www.sportelloamianto.org

“SPORTELLO AMIANTO”

E’ L’EVOLUZIONE CONDIVISA DI UN SERVIZIO DI FORMAZIONE ED INFORMAZIONE EROGATO CON LO SCOPO DI AMPLIARE LA COLLABORAZIONE CON GLI ENTI LOCALI, I CITTADINI, LE IMPRESE E I LAVORATORI DEL TERRITORIO DA PARTE DEL “COORDINAMENTO NAZIONALE AMIANTO”, ORGANISMO ASSEMBLEARE UFFICIALE DEL MONDO ASSOCIATIVO IMPEGNATO NELLA LOTTA ALL’AMIANTO, RICONOSCIUTO IN SEDE ALLA CONFERENZA INTERGOVERNATIVA DI VENEZIA 2012, QUALE UNICO INTERLOCUTORE ACCREDITATO DALLA “PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI” AI RAPPORTI CON LE ISTITUZIONI CENTRALI IN MATERIA DI AMIANTO. IN UN’OTTICA DI AMPLIAMENTO E DI INTERLOCUZIONE FINALIZZATA ALL’ASSISTENZA ALLE AMMINISTRAZIONI LOCALI, SI E’ UNIFICATO L’IMPEGNO DI TUTTI ED E’ NATO IL PROGETTO “SPORTELLO AMIANTO” CHE SI PONE COME PARTNER DELL’AMMINISTRAZIONE E INTERLOCUTORE UNICO QUALIFICATO ALLA CITTADINANZA PER TUTTE LE QUESTIONI LEGATE ALL’AMIANTO.

 

    

Il significato del “luogo” per le produzioni di valore

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Cosimo III

Un importante anniversario ci ricorda l’importanza del profondo legame tra un territorio e i suoi prodotti facendo luce anche sul significato di “off” e “re” shoring.

Il 24 settembre 1716, ovvero trecento anni e qualche giorno fa, Cosimo III, penultimo granduca di Toscana, promulgava un provvedimento dal titolo Sopra la Dichiarazione de’ confini delle quattro regioni Chianti, Pomino, Carmignano e Valdarno Superiore che definiva con precisione gli ambiti territoriali entro i quali dovevano essere prodotti i vini per ottenere la denominazione corrispondente.

Si tratta a tutti gli effetti della prima Denominazione di Origine Controllata della storia. In terra italica, primi al mondo, si capì quale era l’importanza di una produzione, in questo caso quella vinicola, e il suo imprescindibile legame con il territorio (terra, aria, acqua, ma anche persone e cultura del luogo).

Un prodotto d’eccellenza emerge dai territori ed è ad essi intimamente legato, ne diventa la bandiera.

Un prodotto qualsiasi, una semplice merce (commodity), lo può fare chiunque e può esser fatto da qualsiasi parte; è anonimo, senza valore particolare, oltre al prezzo, e non rappresenta nessuno e nulla.

Questo legame “strategico” col territorio è stato nel tempo capito da tutti gli imprenditori che hanno creato ricchezza per davvero. FIAT sta (stava!) per Fabbrica Italiana Automobili TORINO, Alfa per Anonima LOMBARDA fabbrica automobili, BMW Bayerische Motoren Werke (Fabbrica di motori BAVARESE) se vogliamo limitarci ad esempi del settore auto. Molti hanno addirittura legato il proprio nome all’azienda e il territorio, come fossero piante che hanno messo lì radici e caratterizzano quel posto. Sarebbe stato possibile immaginare Enzo Ferrari in un luogo diverso dalla sua Maranello?

Fare dunque prodotti che vanno al di là di una funzione, che ispirano significati profondi ed evocano bellezza, significa nutrirsi di quanto di meglio offre un luogo: “spuntano” da esso. E’ questo anche il senso del fenomeno del “re-shoring”, il ritorno in patria delle produzioni dai luoghi dove erano state delocalizzate: non una melanconica nostalgia ma la scoperta del valore che il luogo fornisce all’attività di business.

Vadano dunque all’estero le multinazionali, anche nazionali, produttrici di merci, dalla carta igienica alle bottiglie di plastica fino alle automobili buone giusto per spostare i nostri deretani da un luogo all’altro. Nella nostra penisola si “coltivano” bellezze che spuntano in ogni dove nel magnifico e fertilissimo territorio dello stivale.

Lo sappiamo da trecento anni!

Luciano Martinoli

LucianoMartinoli, laureato in Scienze dell’Informazione ha ricoperto ruoli manageriali in importanti aziende IT internazionali: HP, Cap Gemini, SSA (oggi Infor). Si è poi occupato di start-up e apertura di filiali di aziende multinazionali in Italia: Arinso, Atlantic Sky. Successivamente ha ricoperto ruolo di vertice in Incubatori di Impresa del gruppo Moratti e partecipato a progetti di sviluppo aziendale. Dal 2009 in Crescendo mette a frutto queste esperienze organizzative e strategiche nell’ambito del framework scientifico-culturale messo a punto dall’azienda.
luciano.martinoli@gmail.com
l.martinoli@cse-crescendo.com

Sport & Work n.79 -16/2016- anno 3 Tutela ambientale, la vita di noi tutti! Nasce la start-up ” Scrum Italia”

Sabato 22 settembre u.s. si è svolto presso il Centro Socio Culturale di Trezzano sul Naviglio un interessante convegno sulla Tutela Ambientale.manifesto-22-settembre-rev2

L’evento è stato organizzato dalla Proloco in collaborazione con Soluzioni Magazine e Scrum Italia nel programma del 46° Autunno Trezzanese.

Dopo il saluto ai presenti, veramente pochi in questa occasione così importante, ci fa pensare che è più facile “parlare” di ambiente dietro un monitor e una tastiera che affrontare gli argomenti dal vivo, i moderatori, Giampaolo Santini e Andrea Pernarcic hanno presentato la nuova start-up, Scrum Italia, i suoi programmi, i suoi progetti. Tra questi ultimi una interessante proposta è stata fatta alla Proloco, carente attualmente nella comunicazione e negli sviluppi operativi della sua attività.dsc00008

Scrum Italia prepara per Proloco un sito web al fine di sviluppare tutte le informazioni sul territorio e fase più importante, ricerca 8-10 giovani dai 16 ai 30 anni per proiettarli in una fase lavorativa futura, in più se residenti nel territorio  possono essere utilizzati per tutte quelle manifestazioni di piazza dove è necessaria sempre una manodopera attiva.

Il tutto naturalmente a costo zero per l’Associazione che usufruirà inoltre anche della pubblicità sui giornali d’informazione del Gruppo per tutte le attività. Attualmente in parte già avviene con la pubblicazione delle locandine sul giornale Sport & Work.

Giampaolo Santini ha poi raccontato come nasce la storia di Soluzioni Magazine, grande contenitore e prima idea innovativa, poi sostituito da Scrum Italia dopo l’autorizzazione della società americana Agile a divulgare il metodo Scrum, in esclusiva per l’Italia in lingua italiana,  grazie al metodo Rinovazio, una rivoluzione applicativa di Andrea Pernarcic.foto-andreafoto-giampaolo

La storia racconta che l’incontro tra i due è avvenuto in modo occasionale, da una segnalazione pervenuta a Giampaolo da parte di Afol Monza (Agenzia di Formazione e Orientamento al Lavoro), merito dei rapporti intercorsi con la responsabile ai servizi alle Imprese, Daniela Pomari. In questo caso possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che i servizi pubblici funzionano se si coltivano seriamente e ottimali relazioni professionali.

Giampaolo e Andrea provengono da mondi diversi, il primo dal mondo industriale, direzione aziendale, personale, organizzazione, il secondo dal mondo creativo, giornalista, sociologo, esperto di marketing e informatica.

Incrociando tutte queste esperienze, in meno di 5 mesi, hanno cambiato le regole, fedeli ai famosi detti di:

Albert Einstein, “non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose”

Steve Jobs:“Creatività significa semplicemente collegare cose. Quando chiedi a persone creative come hanno fatto qualcosa, si sentono quasi in colpa perché non l’hanno fatto realmente, hanno solo visto qualcosa e, dopo un po’, tutto gli è sembrato chiaro. Questo perché sono stati capaci di collegare le esperienze vissute e sintetizzarle in nuove cose.

Con sacrificio, vacanze lavorative!, con il massimo impegno professionale, certo ci sono dietro anni di esperienza, utilizzando il know how di tutto il gruppo dei collaboratori e la loro cultura aziendale, molti di loro presenti al convegno.

L’evoluzione di una rete d’imprese Work & Management e l’unione di altri marchi già consolidati ha portato così alla costruzione di un progetto, che presentato a fine luglio a Capalbio, è stato immediatamente accettato da alcune federazioni nazionali di piccole imprese, arti e mestieri, ambiente e agriturismo.

Da quella data c’è stata una evoluzione giornaliera incredibile dell’attività, partiti con Soluzioni Magazine, come contenitore generale d’informazione specialmente sul lavoro (deve ancora partire e sembra già vecchio) arrivati al lancio di Scrum Italia!logo-scrum-italia-bianco

Nasce così Scrum Italia, imprenditori e professionisti qualificati, aziende selezionate a livello nazionale, specialisti in fondi europei, psicologo del lavoro, il cosiddetto counselor, per facilitare i rapporti tra padre e figlio, nella eterna lotta e criticità del ricambio generazionale, tantissimi giornalisti e scrittori.  manifesto-scum

Scrum Italia, grazie al metodo Rinovazio, una rivoluzionaria applicazione di Andrea Pernarcic.

Sarà tenuto proprio nella nuova sede in co-working il primo corso di Scrum Base – Ri-ordiniamo il Futuro, il giorno 8 ottobre, proprio a Trezzano.copertina-libro-scum-italia-base-page-001

Il 18 ottobre, presentazione ufficiale di Soluzioni Magazine e lancio di Scrum Italia, a Grosseto dove sarà organizzato il secondo workshop di formazione.

Subito dopo questa breve presentazione, è iniziato il convegno, presenti il Sindaco di Trezzano, Fabio Bottero, l’Assessore alle Politiche Ambientali, Cristina de Filippi. E’ stato scelto di coinvolgere l’Amministrazione Comunale per dare l’opportunità di fornire i dati tecnici sulla situazione del nostro territorio sui costi delle discariche abusive, centro di raccolta differenziata e sulla piattaforma ecologica.

Per la parte tecnica i collaboratori staff di Scrum Italia:

Ing. Francesco Fascì, libero professionista, operante da quasi un ventennio nel settore delle consulenze su tematiche prettamente ambientali, svolte su tutto il territorio nazionale, per conto sia di Attività Produttive che per Enti Pubblici con certificazione “Qing” – Ingegnere Certificato di 2° Livello (il più alto) per il Comparto AMBIENTE.

Ing. Mauro Massara, ingegnere elettronico, 20 anni in Montedison, attualmente consulente di direzione, presidente di Medical Impresa Service, che svolge servizi di Medicina del Lavoro, certificazioni ISO, sicurezza, privacy e formazione. Questa sera ci parlerà di: tutela, rischio ambiente e sanitario, legislazione e sanzioni.

Dopo una breve introduzione generale del Sindaco, prende la parola l’Assessore De Filippi che ha parlato sul tema discariche abusive e raccolta differenziata sul territorio. L’esposizione particolarmente dettagliata e precisa ci ha fatto provare un sentimento di delusione a causa della scarsa presenza di cittadini, sempre molto sensibili “da casa” ma anche sempre molto “vigliacchi” quando si tratta d’intervenire in prima persona, del resto il territorio è proprio del cittadino!

Veniamo così a conoscenza che nel 2015 il Comune ha speso circa € 76.000 per lo smaltimento dei rifiuti abbandonati e per bonifiche, rifiuti composti da lastre di amianto, macerie e cartongesso, rifiuti speciali e  microdiscariche in varie zone del paese.

Come spiegato dalla De Filippi, nel 2016 si è potuto abbattere quasi totalmente i costi, almeno fino ad ora,  visto l’attento monitoraggio costante, l’accordo in essere con la società Amsa ed il supporto delle Guardie Ecologiche Volontarie. Complessivamente il costo dello smaltimento è di circa € 3.000.000, a fronte di una introito di circa € 200.000, dovuti dalla vendita delle frazioni di raccolta differenziata (carta, vetro, plastica) che risulta stabilizzata sul 51%, (ndr: ancora piuttosto basso, si può fare meglio!).

Ci saranno novità importanti anche riguardo la piattaforma ecologica, nuova recinzione, nuova tettoia per rifiuti urbani pericolosi, impianto di pesatura, antincendio, videosorveglianza e l’importante controllo accessi

Siamo venuti a conoscenza inoltre che verrà predisposto un formulario nel quale dovranno essere segnalate le piccole ristrutturazioni.

Un’importante iniziativa riguarda la presenza di un Agente Accertatore, con finalità di controllo per la raccolta differenziata, il corretto conferimento di sacchi/contenitori compreso l’orario di esposizione, l’attento controllo sul decoro urbano, in particolare sulle deiezioni canine. L’assessore ha terminato il suo intervento parlando delle campagne di sensibilizzazione “Fai di Trezzano una città pulita” sull’abbandono delle “cicche” di sigarette e gli appositi contenitori.

Prende la parola Francesco Fascì con il difficile compito di spiegare i “Rifiuti Speciali” provenienti da attività produttive.

Fa storia l’articolo di legge 152/2006 che definisce cosa è un rifiuto, chi è il produttore del rifiuto, l’importante suddivisione tra rifiuto urbano e rifiuto speciale. La tematica di sicuro interesse ma particolarmente complessa è proseguita poi con la spiegazione dell’identificazione del rifiuto, classificazione di rifiuto speciale pericolo o non pericoloso tramite il codice CER.

Una dettagliata spiegazione è stata fornita su cosa s’intende per “deposito temporaneo” e la definizione dei tempi di smaltimento, il trasporto, la compilazione del “Formulario”, il registro di carico e scarico.

La parte “meno popolare” è stata lasciata a Mauro Massara che ha affrontato da perfetto charmante l’argomento “Rischi ambientali e sanitari, sistema sanzionatorio”.

Chiarisce che l’obiettivo primario è intervenire nel sistema produttivo per la riduzione di rifiuti, agevolare il riciclaggio, risorsa economica non indifferente, lo smaltimento in sicurezza.

La prevenzione come sinonimo di tutela ambientale, punto fermo di una buona gestione.

Il sistema sanzionatorio definisce “due protagonisti”:il datore di lavoro e il responsabile tecnico. Le sanzioni possono essere di diversa natura, amministrative e penali, fino ad arrivare alla pena detentiva. Termina l’intervento con le principali definizioni, FIR, documento identificazione rifiuto, MUD, modello  unico di dichiarazione delle quantità annue.

Qualche domanda del pubblico di chiarimento sugli argomenti trattati (ndr: confermiamo pubblico molto scarso visto il forte argomento, vuol dire che le Aziende, gli Imprenditori, i Cittadini sono tutti così bene informati da disertare il convegno? E’ stata persa una buonissima occasione!), termine così un bellissimo convegno. Un ringraziamento particolare a tutti i relatori.

Giampaolo Santini

 

 

Lombardia, 12^ edizione Fattorie Didattiche

Fattorie didattiche a porte aperte

foto-fattorie-didattiche

Aziende agricole e Agriturismi della Lombardia

Domenica 25 settembre, nelle aziende agricole e agriturismi aderenti all’iniziativa distribuiti in tutto il territorio di regione Lombardia, appuntamento con la dodicesima edizione

Torna l’evento Fattorie didattiche della Lombardia. L’appuntamento è per domenica 25 settembre 2016. Si tratta della dodicesima edizione della giornata “a porte aperte”, a cui partecipano 89 aziende agricole e agriturismi, distribuiti in tutto il territorio di regione Lombardia.

Scegliendo tra montagna, collina o pianura sarà possibile entrare nelle Fattorie e lasciarsi guidare dagli agricoltori per scoprire come si fa il burro, cosa nasce nei campi, come si allevano gli animali, cosa cresce negli orti e molto altro ancora. Un viaggio lungo la filiera alimentare per seguire come si trasforma il cibo che mangiamo ogni giorno.

Un percorso guidato per capire l’importanza del rispetto per la natura e per chi, ogni giorno, lavora per raccoglierne i frutti. Le attività, offerte durante la giornata “a porte aperte”, sono tante e molto diverse, ognuna legata al territorio e al tipo di produzione agricola dell’azienda: laboratori, visite alle stalle e agli orti, escursioni nei campi, degustazioni di prodotti, percorsi nella natura, giochi, visite ai musei agricoli e alle architetture rurali della nostra regione.

Per partecipare alle attività è importante prenotare prendendo contatto diretto con le Fattorie. Consultando la MAPPA, sarà più semplice la scelta delle attività e delle aziende dove passare la giornata. In versione cartacea si potrà trovare presso gli Spazi Regione di Regione Lombardia e presso le sedi regionali delle quattro Associazioni agrituristiche (Agriturist, Agrivacanze, Terranostra, Turismo Verde). Inoltre, sarà a disposizione del pubblico nei punti vendita lombardi della catena di negozi Città del Sole – Natura e…, e in occasione di numerose fiere e eventi locali.

Informazioni
Silvana Sicouri
tel. +39 02 6707.8281
email: turismoverdelombardia@cia.it

Ufficio Stampa
Paola Dall’Oglio
tel. +39 02 8708.8512
cell. 347.7539586
email: pdo@studiodo.it

Regione Lombardia
DG Agricoltura U.O. Sviluppo, innovazione e promozione delle produzioni e del territorio
Struttura Tutela e valorizzazione delle produzioni del territorio e diversificazione delle attività agricole
Marina Ragni
email: marina_ragni@regione.lombardia.it

 

Ambiente: Aree produttive dismesse, cambio di destinazione, leggi e procedure

Il cambio di destinazione d’uso delle aree produttive dismesse: ipotesi affascinante, ma occhio alla normativa ambientale…

Una delle operazioni più interessanti e (perché no!) anche meritorie che si possano immaginare, nel mondo dell’edilizia, è quella che punta alla riconversione di aree produttive dismesse e/o abbandonate, trasformandole, quindi, in residenziali.foto francesco

In quest’ottica, infatti, si riesce a conciliare al meglio la logica “capitalistica” dell’investimento finalizzato alla realizzazione di nuove unità abitative, con la meritevole riduzione del consumo del suolo e, nel contempo, con l’altrettanto positivo aspetto connesso all’eliminazione di veri e propri “cimiteri industriali”, brutture purtroppo presenti innumerevoli a deturpare il territorio.

Dal punto di vista ambientale, tutto ciò cosa implica?

In questo caso, quel che molti imprenditori (e purtroppo anche molti professionisti…) ignorano, è che prima di ipotizzare qualsivoglia “business plan” e/o ipotizzare quale procedimento autorizzativo sia più pertinente, bisogna porsi preliminarmente una fondamentale domanda: posso realmente ri-utilizzare, liberamente, l’area?

Il motivo che sta alla base di questa domanda, naturalmente, nasce dall’esame della normativa ambientale vigente: è utile ricordare, infatti, che già l’art. 242 del cosiddetto “Testo Unico Ambientale” (il D. Lgs. 152/2006).

Esso stabilisce chiaramente, al comma 1, che “Al verificarsi di un evento che sia potenzialmente in grado di contaminare il sito, il responsabile dell’inquinamento mette in opera entro ventiquattro ore le misure necessarie di prevenzione e ne dà immediata comunicazione ai sensi e con le modalità di cui all’articolo 304, comma 2. La medesima procedura si applica all’atto di individuazione di contaminazioni storiche che possano ancora comportare rischi di aggravamento della situazione di contaminazione”.

Il richiamo alle “contaminazioni storiche”, presente in questo passaggio, ha portato le Amministrazioni locali a recepire (giustamente!) tali indicazioni nei propri “Regolamenti Edilizi”, “Regolamenti d’Igiene”, “Norme Tecniche Attuative”, ecc… ecc…, con prescrizioni molto significative e cogenti.

Come spesso succede, è Milano ha fare “scuola” anche in questo caso: infatti, il Regolamento Edilizio vigente sul territorio meneghino testualmente recita:

Pur con necessari distinguo (a volte veramente minimi), quest’approccio è condiviso dalla quasi totalità delle amministrazioni locali, quanto meno lombarde.

Ma cosa implica ciò, praticamente?

Questo passaggio, spesso colpevolmente sottovalutato da imprenditori del settore (ed è triste dirlo, anche da colleghi progettisti…) può purtroppo avere un impatto devastante sull’operazione immobiliare ipotizzata!

In sostanza, l’Amministrazione Comunale competente per territorio vuole che sia accertato, tramite specifiche indagini,  che quanto meno nel sottostante terreno dell’area da “riconvertire” non siano presenti contaminanti  con concentrazioni superiori ai limiti tabellari stabiliti sempre dal “D.152/2006”: detti limiti, denominati “CSC” (acronimo di “Concentrazione Soglia di Contaminazione”) sono univocamente e tassativamente stabiliti dalla normativa.

Detto brutalmente: se anche un solo analita si presenta, in una sola aliquota del campione prelevato dal terreno, con una concentrazione superiore (foss’anche di una sola unità!) alle “CSC” cogenti, l’area  cos’ì come è non può essere immediatamente ri-utilizzata!

La conseguenza di ciò è che, prima di “pensare” a qualsivoglia intervento edilizio sulla stessa, si dovrà necessariamente provvedere gli obblighi stabiliti dalla normativa: si dovrà quindi progettare ed attuare un “Piano di caratterizzazione”, finalizzato poi verifica della necessità o meno di effettuare la bonifica dell’area!

Cosa ciò voglia dire in termini di aggravio pesantissimo sia in termini di ulteriori costi sull’imprenditore nonché sui tempi di realizzazione dell’opera in progetto, credo sia (dolorosamente…) intuibile.

Qual è l’approccio professionale alla tematica?

Qualora si abbia interesse a riconvertire un’area produttiva dismessa, sia che si debba necessariamente adempiere a prescrizioni previste dall’amministrazione comunale competente per territorio che per avere  preliminarmente tutte le informazioni sulla stessa (così da decidere se acquistarla o no, per esempio…), i passi da compiere sono standardizzabili.

Si tratta di elaborare e condurre, sull’intera area, un’ “Indagine Ambientale Preliminare” [IAP], verificando preliminarmente con l’Amministrazione Comunale competente per territorio se:

  • deve essere condotta in contraddittorio con ARPA (in questo caso, più correttamente si parla di “Piano di Indagine Ambientale preliminare” [PIAP]).

In questo senso, per esempio, Milano ha un approccio pre-definito: infatti è richiesto espressamente un PIAP qualora sull’area d’interesse:

  • insistevano industrie classificate come “insalubri di prima classe”;
  • nell’ambito della pianificazione attuativa e permessi di costruire convenzionati in caso di espressi accordi in tal senso con il Comune;
  • in casi ritenuti dal Settore Bonifiche meritori di particolari attenzioni, quali i cambi d’uso richiesti verso la funzione residenziale che ricadono in aree con precedente funzione produttiva, già riqualificate senza l’espletamento del procedimento di bonifica.
  • può essere condotto in totale autonomia dal Proponente l’intervento.

In questo caso, all’Amministrazione comunale  deve essere trasmessa una specifica relazione tecnica, al termine delle indagini, nella quale il Progettista, assumendosene la responsabilità, dichiara le motivazioni che hanno portato alle scelte fatte in termini di:

  • quantità dei punti campionati;
  • metodologia di indagine scelta;
  • panel di indagini effettuate;
  • risultanze ottenute;

in entrambi i casi, il tutto è  finalizzato ad asseverare l’area all’uso voluto dal Proponente.


Procedura operativa

In sostanza, quindi, sia che si tratti di [IAP] che di [PIAP], i passi da compiere, da parte del Professionista incaricato, si possono così qualitativamente “scalettare”:

  1. ricostruzione storica, sulla base sia della documentazione fornita dal Committente che da tutte le informazioni desumibili, per esempio, accedendo ad atti tecnico-amministrativi presenti in Enti che potessero essere stati coinvolti, in passato, con l’attività produttiva dismessa;
  2. identificazione dei dati catastali ed urbanistici interessanti l’area;
  3. acquisizione delle informazioni in merito alle ipotesi future di ri-uitilizzo dell’area, da parte del Proponente;
  4. accurati sopralluoghi dell’area stessa, finalizzata all’individuazione dei “punti critici”, vale a dire tutti quei punti per i quali è possibile ipotizzare che si siano potuti verificare eventi che abbiano potuto contaminare il suolo sottostante (ad esempio: presenza di serbatoi interrati, “pozzi neri” e/o vasche “Imhoff”, vasche di raccolta reflui, punti in cui erano posizionati macchinari complessi, ecc…);
  5. indagini finalizzate a verificare la presenza o meno di falde superficiali e, comunque, la piezometrica del luogo;
  6. tutte le informazioni così raccolte permettono quindi di elaborare:
    • una specifica relazione, contente, tra l’altro:
  7. l’identificazione delle quantità dei punti da campionare, all’interno dell’area;
  8. la metodologia scelta per campionare.

Normalmente, l’ARPA “gradisce” che si proceda tramite “assaggi” mediante bennate prodotte dai classici mezzi da cantiere (dai “miniescavatori”, per profondità di scavo intorno ai 2 metri dal “piano campagna”, fino alle “pale gommate” qualora si preveda di raggiungere una quota di “fondo scavo” superiore ai 3 mt dal “piano campagna”). Qualora ciò non sia possibile, e comunque a fronte di precise scelte effettuate dal Progettista, sui procede tramite macchine carotatrici.

foto 1

In ogni caso, deve essere comunque assicurata una ricostruzione lito-stratigrafica del suolo, fino alla profondità di scavo scelta.foto 2

  1. la quantità dei campioni da prelevarsi, le profondità di prelievo e le tecniche di campionamento da utilizzarsi;
  2. il panel delle indagini di laboratorio da effettuarsi sui campioni di terreno prelevati.

Per quanto attiene questo specifico punto, normalmente si procede distinguendo due tipologie di analisi da condursi:

  • sull’aliquota di campione di terreno prelevato “superficialmente” quindi fino ad un metro di profondità dal “piano campagna”.

In questo caso, attenendomi alle prescrizioni di cui al D.M.  05/04/2006 n° 186 (in G.U. 115 19/05/2006) ex DM 05/02/1998 (in S.O.  della G.U. n° 88 DEL 16/04/1998 – Allegato 3 normalmente io propongo un panel per come qui di seguito illustrato:

 

PARAMETRO ANALIZZATO U.M. METODO DI PROVA
Nitrati mg/L NO3 UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 +APAT CNR IRSA 4020 Man 29:2003
Fluoruri mg/L F UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 +APAT CNR IRSA 4020 Man 29:2003
Solfati mg/L SO4 UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 +APAT CNR IRSA 4020 Man 29:2003
Cloruri mg/L Cl UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 +APAT CNR IRSA 4020 Man 29:2003
Cianuri µg/L CN UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 +APAT CNR IRSA 4070 Man 29:2003
Bario mg/L Ba UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Rame mg/L Cu UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Zinco mg/L Zn UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Berillio µg/L Be UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Cobalto µg/L Co UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Nichel µg/L Ni UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Vanadio µg/L V UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Arsenico µg/L As UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Cadmio µg/L Cd UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Cromo totale µg/L Cr UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Piombo µg/L Pb UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004+ APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Selenio µg/L Se UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 +APAT CNR IRSA 3260 Man 29:2003
Mercurio µg/L Hg UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 +APAT CNR IRSA 3200 Man 29 2003
Richiesta chimica di ossigeno (COD) mg/L O2 UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 + ISO 15705:2002
Amianto mg/L UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 + DM 06/09/1994 GU n° 220 20/09/1994
pH unità di pH UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 +APAT CNR IRSA 2060 Man 29:2003
Conducibilità elettrica a 20°C µS/cm UNI 10802:2004+UNI EN 12457-2:2004 +APAT CNR IRSA 2030 Man 29 2003

 

  • Sulle aliquote di terreno prelevate a profondità maggiori.

In questo caso specifico, dovendo procedere per verificare la presenza di contaminazione nel terreno, ci si deve  necessariamente “muovere” all’interno di quanto previsto dalla Tabella 1 dell’Allegato 5 alla Parte IV del Titolo V del D. Lgs. 152/2006 (avendo naturalmente preventivamente verificato se occorre rispettare i limiti della colonna “A” [Siti ad uso verde pubblico e privato e residenziale], oppure della colonna “B” [Siti ad uso Commerciale e Industriale] presenti in detta tabella).

In merito alla scelta degli analiti da indagare, la normativa lascia al Progettista tale incombenza: chiaramente, non si può prescindere, nella scelta del panel delle indagini, da quanto emerso dalle informazioni acquisite, in quando occorre necessariamente “tararlo” in funzione delle possibilità o meno che si siano potuti produrre, sull’ara da indagare, elementi inquinanti.

A titolo puramente indicativo, riporto qui di seguito un panel di analisi di laboratorio da me proposto in una delle ultime “IAP” condotte:

 

PARAMETRO ANALIZZATO U.M. METODO DI PROVA
Sopra vaglio 2 mm % ss DM 13/09/1999 Met II.1 GU n° 248 21/10/1999 SO n° 185
Sotto vaglio 2 mm % ss DM 13/09/1999 Met II.1 GU n° 248 21/10/1999 SO n° 185
Residuo secco a 105 °C % CNR IRSA 2 Q 64 Vol 2 1984+ DM 13/09/1999 Met II.2 GU n° 248 21/10/1999 SO n° 185
Umidità % Calcolo
Idrocarburi    
Idrocarburi leggeri C ≤12 mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
Idrocarburi pesanti C >12 mg/Kg ss ISO 16703 2004
Alifatici clorurati cancerogeni    
Clorometano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
Diclorometano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
Triclorometano (Cloroformio) mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
Cloruro di Vinile monomero mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
1,2 Dicloroetano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
1,1 Dicloroetilene mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
Tricloroetilene (Trielina) mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
Tetracloroetilene (Percloroetilene) mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
Alifatici clorurati non cancerogeni  
1,1-Dicloroetano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
1,2-Dicloroetilene mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
1,2-Dicloropropano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
1,1,1-Tricloroetano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
1,1,2,2-Tetracloroetano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
1,1,2-Tricloroetano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
1,2,3-Tricloropropano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
Alifatici alogenati cancerogeni  
Dibromoclorometano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
Bromodiclorometano mg/Kg ss EPA 5021A 2003 + EPA 8260C 2006
Composti inorganici    
Arsenico (As) mg/Kg ss CNR IRSA 10 Q 64 Vol 3 1985 + APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Cadmio (Cd) mg/Kg ss CNR IRSA 10 Q 64 Vol 3 1985 + APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Cromo totale (Cr) mg/Kg ss CNR IRSA 10 Q 64 Vol 3 1985 + APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Cromo VI (Cr) mg/Kg ss CNR IRSA 16 Q 64 Vol 3 1986
Mercurio (Hg) mg/Kg ss CNR IRSA 10 Q 64 Vol 3 1985 + APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Nichel (Ni) mg/Kg ss CNR IRSA 10 Q 64 Vol 3 1985 + APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Piombo (Pb) mg/Kg ss CNR IRSA 10 Q 64 Vol 3 1985 + APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Rame (Cu) mg/Kg ss CNR IRSA 10 Q 64 Vol 3 1985 + APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Zinco (Zn) mg/Kg ss CNR IRSA 10 Q 64 Vol 3 1985 + APAT CNR IRSA 3020 Man 29 2003
Idrocarburi Aromatici Policiclici  
Naftalene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Acenaftilene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Acenaftene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Fluorene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Fenantrene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Pirene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Crisene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Dibenzo(a,e)pirene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Dibenzo(a,l)pirene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Dibenzo(a,i)pirene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Dibenzo(a,h)pirene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Benzo(a)antracene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Benzo(b)fluorantene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Benzo(k)fluorantene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Benzo(a)pirene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Indeno (1,2,3-cd)Pirene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Dibenzo(a,h)antracene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Benzo(g,h,i)perilene mg/Kg ss EPA 3550C 2007 + EPA 8270D 2007
Sommatoria policiclici aromatici mg/Kg ss Calcolo

 

  • Planimetria, in numero adeguato, nelle quali, sull’impronta dell’area indagata, posizionare i punti previsti per i campionamenti “pensati” per come sopra descritto.

 

A questo punto:

  • se ci si “muove” nell’ambito di un’IAP, si può praticamente procedere, attuando quanto previsto per come sopra descritto.

Una volta acquisita la refertazione da parte del laboratorio d’anali scelto dal Committente, la quale (auspicabilmente!!) attesta che in tutti i campioni indagati le concentrazioni degli elementi indagati si presentano con valori inferiori alla “CSC”, si presenta il tutto all’Amministrazione comunale competente per territorio, con l’asseverazione, da parte del Progettista dell’IAP, all’utilizzo dell’area conformemente a quanto previsto dalle relative norme urbanistiche;

 

  • se, invece, si tratta di un “PIAP”, quanto sopra esposto deve essere presentato all’Amministrazione comunale, la quale chiede all’ARPA di esprimere un parere sui contenuti del “PIAP” e, soprattutto, di presenziare alle fasi di campionamento.

I Tecnici dell’ARPA provvederanno a prelevare anch’essi delle aliquote di terreno, da sottoporre ad analisi presso i loro laboratori, sulla base comunque  dello stesso panel proposto nel PIAP.

Solamente dopo aver ricevuto i referti analitici prodotti dal laboratorio dell’ARPA, si potrà procedere a “chiudere” il procedimento con la stessa procedura di “asseverazione” sopra descritta.

 E se…

E se, malauguratamente, si riscontra ad esempio, la presenza di Piombo, in un campione, in concentrazione di 101 mg/kg, quando la corrispondente “CSC” è 100 mg/kg (in caso di destinazione d’uso, prevista, sia “Residenziale”)?

E’ un guaio, maledettamente serio…

Praticamente non si potrà “toccare” l’area se non prima si sia attuato, sulla stessa, un “Piano della Caratterizzazione”, il quale potrà avere come conseguenza due scenari:

  • dimostra che non è necessario provvedere alla bonifica del sito (scenario estremamente improbabile…);
  • risulta propedeutico al successivo “Piano di Bonifica” del sito

 

Francesco Fascì

Francesco Fascì, ingegnere civile, certificato nel comparto ambiente, specializzato in progettazione, gestione e pianificazione delle normative di legge. Si occupa di sicurezza nei luoghi di lavoro, consulente aziendale nel settore pulizie e sanificazione di impianti aeraulici in particolare sugli interventi di bonifica da “legionella”. Elabora “Piani di monitoraggio aria ambiente” per l’eventuale presenza di fibre di amianto aerodisperse per privati e Enti pubblici. Ha partecipato come relatore a convegni tematici di Fiere specifiche tra le quali Ecomondo di Rimini e Expo Sicurtech di Milano. Ha partecipato alla realizzazione in team del volune “ Eco-Logico, una guida ragionata agli acquisti e ai servizi “verdi” per i Comuni ed Imprese

 

Roma: le “sorprese” nella Riserva di Monte Mario

LA TRAVERSATA DI MONTE MARIO A ROMA.…O DELL’ELOGIO DELLA LENTEZZA
(18 giugno 2016)

Vedere le macchine bloccate in direzione di Ostia, sulla Cristoforo Colombo, causa la bella giornata. Ma si va grazie al cielo nella direzione opposta, verso l’Eur, per prendere la metropolitana sino alla fermata “Ottaviano”; raggiungendo infine piazza Maresciallo Giardino laddove poco distante è uno degli ingressi della Riserva di Monte Mario.

Ovviamente grazie alla Rete possono essere attinte tutte le notizie relative al passato geomorfico del rilievo ricoperto dal mare. Depongo qui com’è giusto il tono impersonale, mosso ieri mattina dalla forte curiosità di verificare un percorso già fatto a febbraio scorso in numerosa compagnia e alla mercè di una guida capace di un complicato andirivieni non sfuggito a chi scrive. Bene. foto riserva monte mario

Una volta entrato nella Riserva, son salito in direzione di Villa Mazzanti, degli inizi del secolo scorso e sede del Parco (naturalmente chiusa!); circondata da un bel giardino e in posizione panoramica, con la cupola di San Pietro in suggestiva evidenza.

Riprendendo il cammino, eccomi all’altezza di un cancello alla base del Museo Astronomico e Meteorologico con annesso quello Astronomico e Copernicano (che si può raggiungere dal lato opposto di via Trionfale, attraverso il viale del parco Mellini apprezzato a suo tempo da Goethe per gli squarci paesaggistici fino ai Colli Albani). Non ho visitato ieri il suddetto Museo, interessato come ho detto alla verifica della traversata del rilievo la cui sommità (metri 139) è punto geodetico del meridiano di Roma.

Oltrepassato detto cancello, mi sono finalmente trovato sul sentiero n.215 segmento della celebre via Francigena. Ben presto ho raggiunto la scuola elementare Giacomo Leopardi e costeggiandola per strada malmessa, ho toccato un altro punto superbamente panoramico (alle mie spalle Villa Stuart) per lo scenario dei monti e di gran parte della città; con ponte Milvio proprio di fronte e l’affascinante sinuosità del Tevere. Era sopportabile ieri il caldo, l’aria non afosa e dunque gambe in spalla! dal punto panoramico appena descritto, ho proseguito per stretto sentiero in direzione del Don Orione, raggiungendo ben presto uno slargo; da qui, piegando ad angolo retto a sinistra, una bella discesa all’ombra con tanto di invitante panchina mi ha suggerito la sosta per un frugale pranzo.

Ripreso il cammino, ho trovato un interessante pannello descrittivo del monte, molto frequentato subito dopo l’Editto di Milano del 313 d.c. nei periodi di pestilenza per implorare da parte della popolazione il perdono divino. Ebbene, tornando al presente, a questo punto della traversata mi è sembrato di trovarmi a cento chilometri da Roma, per il fitto lecceto cangiante al sughereto e il silenzio fattosi più profondo: il pendio scosceso ha fatto il resto, giustificando le mie pedule da trekking nonché i bastoncini.

Ritrovato un cartello indicatore del sentiero 215 al termine di questo tratto decisamente impegnativo, costeggiando una fabbrica dismessa, ho poi individuato un sentiero poco visibile che mi ha fatto raggiungere un delizioso punto ombreggiato con sabbia ai miei piedi, una piccola panchina, lo stadio Olimpico in basso non distante e, più in lontananza, protetto in parte dalla vegetazione, il profilo di Villa Madama, il cui progetto iniziale è di Raffaello (1518). Da tale luogo particolarmente piacevole un sentiero a sinistra conduce al Cimitero Monumentale dei Francesi (dove sono sepolti i caduti della Seconda Guerra Mondiale e da me visitato lo scorso febbraio); ieri chiuso per via dell’orario tardivo. Sicché ho proseguito verso destra per provare poco dopo un’emozione antica: la cupola di San Pietro improvvisamente in lontananza secondo un’inedita prospettiva; così come (mi è piaciuto immaginarlo) la vedeva forse un pellegrino della Francigena avvicinandosi a Roma.

Non mi stancherò di pensare al bene prezioso di camminare in mezzo alla natura e alla storia, riattivando un vissuto per l’appunto antico in chiave antropologica; un vissuto sinonimo in senso nobile della lentezza; all’interno del quale l’immaginazione torna ad esercitare la sua potestà rispetto al profluvio odierno delle immagini digitalizzate.

Tant’è che subito mi sono rifatto “contemporaneo”! un mio tweet così concepito diffondeva infatti la foto del Cupolone in lontananza sovrastante lo stadio Olimpico: “Marx redivivo, si sarebbe sinceramente chiesto quale l’oppio dei popoli al cospetto di tale panorama”.

Da questo punto del percorso fino al Ministero degli Esteri non c’è voluto molto… traversata completata quindi, in una di quelle giornate in cui, soli con se stessi, si è semplicemente umani.

…”Quando li piedi suoi lasciar la fretta,/ che l’onestade ad ogn’atto dismaga…”, PURGATORIO; III, 10-11
Andrea Mariotti

Andrea Mariotti è nato a Roma, città dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne presso la Sapienza con una tesi sullo Zibaldone di Giacomo Leopardi, è poeta e studioso nonché redattore della rivista letteraria I Fiori del Male. E’ raggiungibile sulla Rete all’indirizzo andreamariotti.it.

 

Sicurezza e responsabilità amministrativa, attenzione prioritaria nelle aziende

La nuova responsabilità amministrativa per Aziende ed Enti

per reati ambientali e/o attinenti alla sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

  1. La responsabilità amministrativa per “Soggetti giuridici”.

Com’ è ben noto, uno dei “principi cardine” del Diritto è che le responsabilità, di fronte alla Legge, sono personali.

Questo caposaldo della Giustizia, però, è stato troppo spesso truffaldinamente usato da personaggi senza scrupoli per manleare Società e/o Enti giuridici dall’essere chiamati a rispondere di reati commessi nel loro interesse.

Per intenderci, uno degli escamotage più usati, in quest’ambito, è ben noto: si affidavano ruoli apicali (Legale Rappresentante, Amministratore Unico, ecc…) a persone che, una volta eventualmente indagate, fossero facilmente sostituibili senza che ne venisse pregiudizio alcuno per l’attività svolta dall’Azienda!

A questa “criticità” del sistema giudiziario italiano è stato (giustamente!) posto rimedio, in effetti, già nel lontano 2001, quando è stato emanato un decreto legislativo ‘’rivoluzionario’’: con il D. Lgs. 231/01, infatti, per la prima volta si è estesa anche alle “persone giuridiche” (l’Azienda e/o l’Ente di qualsivoglia natura) la responsabilità amministrativa per reati commessi da persone fisiche che operavano per conto di tali Soggetti, sempre che, però, da tale fatto illecito ne sia conseguito, per l’Azienda /o per l’Ente, interesse e/o vantaggio!

Ma quali sono le ‘’Figure’’ Aziendali, i cui eventuali reati portano l’Azienda (o l’Ente…) a rischiare l’applicazione delle condanne di cui alla normativa in questione?

La risposta, per una volta, è semplice:

  • le Figure che rivestono funzioni di rappresentanza, Amministrazione, Direzione (anche di una unità organizzativa, comunque dotata di autonomia finanziaria e funzionale);
  • chi esercita di fatto poteri di gestione e controllo;
  • le persone comunque soggette a direzione e vigilanza.

 

In sostanza, chi ha “potere decisionale” ed “autonomia di spesa”.

 

  1. L’estensione ai “reati ambientali” e connessi alla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Nato inizialmente per colpire le Aziende riconosciute colpevoli di reati di natura sostanzialmente ‘’contabile/fiscale’’, visti i positivi effetti riscontrati “in campo”, nel 2011 si è pensato di estendere il range dei reati per i quali tale principio fosse applicabile: con l’emanazione del Decreto Legislativo 121/2011, quindi, le sanzioni previste dal D. Lgs. 231/01 possono adesso applicarsi ad Aziende e/o Enti, anche per:

  • reati conseguenti al mancato rispetto degli adempimenti connessi alla sicurezza nei luoghi di lavoro, nel caso che da ciò derivi la contestazione del reato di omicidio colposo e/o lesioni colpose gravi o gravissime;
  • reati di natura “ambientale”.

 

Ad inasprire ulteriormente lo scenario connesso alla violazione di reati “ambientali” in merito ai quali sanzionare Aziende e/o Enti come previsto dal D. Lgs. 231/01, è inoltre intervenuta anche la Legge 22 maggio 2015 n. 68, tramite la quale il legislatore ha (giustamente!) introdotto all’interno del codice penale un lungo nuovo elenco di reati ambientali (v. Titolo VI-bis intitolato “Dei delitti contro l’ambiente”): ebbene, molto di tali “nuovi” reati possono essere intesi presupposto atto a far scattare la responsabilità amministrativa dell’impresa, che quindi diventa sanzionabile come da “D. Lgs. 231”.

 

  1. La natura delle sanzioni.

Prima di approfondire gli scenari secondo i quali un “Soggetto giuridico” può trovarsi invischiato in tale problematica, un cenno lo merita l’articolato sistema che il legislatore ha pensato per punire ireati da 231”.

Esso, infatti, può prevedere tre tipi di sanzioni (che si possono anche sommare tra loro):

  • di natura pecuniaria: in questo caso vengono emesse sanzioni come multipli di “quote”, in funzione della gravità del reato.

Le “quote” stesse variano da un minimo di € 258,00 fino ad un massimo di € 1.549,00.

Sistema contorto e poco chiaro? Certamente…, ma basta farsi quattro conti, per intuire che si possano facilmente raggiungere cifre, connesse alla sanzione, molto “pesanti”!

 

  • di natura interdittiva.

Questo è lo scenario realmente innovativo, che caratterizza l’ambito “231”: in caso di accertata responsabilità di reati commessi da Figure apicali, adesso il Soggetto giuridico, oltre alla sanzione pecuniaria di cui sopra, può essere anche sanzionato con la sospensione o revoca di autorizzazioni/licenze/concessioni; mancata ammissione a gare di fornitura della P.A., ecc…

Si intuisce che la sospensione e/o la revoca, per esempio di autorizzazioni necessarie per operare nel settore dei rifiuti comporterebbe, virtualmente, la “morte economica” dell’Attività sanzionata…;

 

  • la confisca il profitto del reato ed imposto l’obbligo della pubblicazione della sentenza.

 

Attenzione: ricordo che le sanzioni sopra illustrate verrebbero eventualmente irrogate al Soggetto giuridico ritenuto colpevole, quindi all’Azienda e/o all’Ente. Restano, naturalmente, poi da quantificarsi a parte le sanzioni, penali e/o amministrative, per le “Persone fisiche” riconosciute responsabili del reato contestato!

  1. Gli scenari da “rischio 231”.

Come troppo spesso succede, soprattutto per tutto quello che interessa il mondo della legislazione ambientale, l’ambito in cui ci si muove non è di immediata ed univoca comprensione.

Se lo “scenario del rischio” di ricadere sotto la “scure” del D. Lgs. 121/2001, nel caso del reato connesso alla sicurezza nei luoghi di lavoro è relativamente chiaro, molto più articolato è quello connesso ai “reati ambientali”: questo quindi implica che ci si possa trovare impigliati anche senza una precisa volontà del voler delinquere, ma anche (purtroppo!) anche per mancato rispetto di normative spesso contorte e contraddittorie.

Per provare a stuzzicare la curiosità di chi legge, provo ad illustrare solamente alcuni dei possibili scenari contemplati dalla normativa, che possono far scattare, sul Soggetto giuridico, la tagliola delle “sanzioni da 231”:

  • Reato contestato: distruzione di “habitat all’interno di un sito protetto” (si intende qualsiasi habitat di specie per le quali una zona sia classificata come zona a tutela speciale a norma dell’articolo 4, paragrafi 1 o 2, della direttiva 2009/147/CE, o qualsiasi habitat naturale o un habitat di specie per cui un sito sia designato come zona speciale di conservazione a norma dell’art. 4, paragrafo 4, della direttiva 92/43/CE) o comunque lo deteriora compromettendone lo stato di conservazione.

Sanzione “231”: da un minimo di 150 ad un massimo di 250 quote

 (quindi, da un minimo di € 51.600,00 ad un massimo di € 387.250,00!)

 

  • Reato contestato: scarico non autorizzato di reflui industriali, in particolare nel suolo, negli strati superficiali del sottosuolo e nelle acque sotterranee.

Sanzione “231”: amministrative: da un minimo di 200 ad un massimo di 300 quote

(quindi, da un minimo di € 51.600,00 ad un massimo di € 464.700,00!);

interdittiva: da un minimo di 3 mesi ad un massimo di 6 mesi.

 

  • Reato contestato: Apertura e/o comunque effettuazione di nuovi scarichi di acque reflue industriali senza autorizzazione, oppure continuare ad effettuare o mantenere detti scarichi dopo che l’autorizzazione sia stata sospesa o revocata, nel caso che detti reflui contenengano le sostanze pericolose comprese nelle famiglie e nei gruppi di sostanze indicate nelle tabelle 5 e 3/A dell’All. 5 alla parte III del D. Lgs. 152/2006.

Sanzione “231”: amministrative: da un minimo di 200 ad un massimo di 300 quote

(quindi, da un minimo di € 51.600,00 ad un massimo di € 464.700,00!);

interdittiva: da un minimo di 3 mesi ad un massimo di 6 mesi.

 

  • Reato contestato: In relazione alle sostanze indicate nella tabella 5 dell’Allegato 5 alla Parte III del d. Lgs. 152/2006, effettuazione di carico di acque reflue industriali che superi i valori limite fissati nella Tab. 3 o, nel caso di scarico sul suolo, nella Tab. 4 dell’All. 5 alla Parte III del decreto, oppure i limiti più restrittivi fissati dalle regioni o dalle province autonome o dall’Autorità competente a norma dell’art. 107, comma 1. Superamento, anche, dei valori limite fissati per le sostanze contenute nella Tab. 3/A del medesimo All. 5.

Sanzione “231”: amministrative: da un minimo di 100 ad un massimo di 250 quote

(quindi, da un minimo di € 51.600,00 ad un massimo di € 387.250,00!);

 

  • Reato contestato: Raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione

Sanzione “231”: se trattasi di rifiuti speciali non pericolosi:

amministrative: da un minimo di 100 ad un massimo di 250 quote

(quindi, da un minimo di € 25.800,00 ad un massimo di € 387.250,00!);

 

se trattasi di rifiuti speciali pericolosi:

amministrative: da un minimo di 150 ad un massimo di 250 quote

(quindi, da un minimo di € 51.600,00 ad un massimo di € 387.250,00!).

  1. Come si può difendere una Società e/o un Ente?

Purtroppo, occorre essere ben chiari subito: non esiste una procedura e/o norma comportamentale che possa tutelare appieno un’Azienda dal rischio di vedersi contestare ed applicare se sanzioni come previsto dal D. Lgs. 231/01, a fronte di reati connessi da sue Figure apicali.

Ad oggi, la migliore strategie possibile è quella suggerita nel corpo dello stesso Decreto Legislativo 231/2001: quella di dotarsi di un “Sistema organizzativo di gestione e controllo”.

In sostanza, si tratta produrre specifica documentazione, mediante la quale sia possibile dimostrare, tra l’altro, che l’Azienda ha provveduto ad:

  • analizzare, individuare e documentare tutti i possibili “scenari” che, partendo dal nomale layout produttivo della stessa, possano comportare il rischio di commettere un reato afferente all’area-231;
  • individuare ed identificare, in maniera documentale, le aree dell’Azienda che possono essere interessate dagli “scenari di rischio” di cui al punto precedente;
  • elaborare e porre in atto specifici protocolli di condotta in merito ai quali, sia possibile dimostrare che le Figure interessate sono state adeguatamente formate ed informate.

In abbinamento a questi passaggi, il Soggetto giuridico deve, inoltre, dimostrare di avere costituito il cosiddetto “Organismo di Vigilanza”, una Struttura di vitale importanza, in quest’ambito, in quanto è quella che può poi dimostrare che il “Sistema organizzativo e di controllo”, attuato per come sopra descritto, è stato effettivamente applicato all’interno dell’Azienda (e che, in poche parole, dimostra che l’eventuale fatto illecito contestato è imputabile solo ed esclusivamente alla Persona fisica che l’ha commesso, ma non era volontà dell’Azienda delinquere).

In tal senso, stante l’importanza di quanto sopra descritto, a parere dello scrivente sarebbe fondamentale, nell’interesse dell’Azienda, che:

  • il “Sistema organizzativo di gestione e controllo” sia “costruito” da Professionalità diverse (sicuramente un Legale, ed in funzione dei rischi possibili rischi, valutare se coinvolgere Consulenti del Lavoro, Commercialisti, Consulenti Ambientali, Medici del Lavoro, ecc…);
  • l’ “Organismo di Vigilanza” sia composto, oltre che dal Legale Rappresentante dell’Azienda, anche da Componenti esterni all’Azienda, possibilmente rientranti nelle categorie professionali sopra esposte.

Poiché sono convinto che a volte un’immagine sia più esaustiva di molte parole, qui di seguito viene visualizzata una mappa riepilogativa degli scenari illustrati.foto

Si ricorda, in ultimo, che comunque l’adozione di un “Sistema organizzativo di gestione e controllo”, costruito per come sopra illustrato, sta diventando sempre più un requisito cogente richiesto da molte Stazioni Appaltanti, imprescindibile quindi qualora si intenda partecipare a gare pubbliche!
Francesco Fascì

Francesco Fascì, ingegnere civile, certificato nel comparto ambiente, specializzato in progettazione, gestione e pianificazione delle normative di legge. Si occupa di sicurezza nei luoghi di lavoro, consulente aziendale nel settore pulizie e sanificazione di impianti aeraulici in particolare sugli interventi di bonifica da “legionella”. Elabora “Piani di monitoraggio aria ambiente” per l’eventuale presenza di fibre di amianto aerodisperse per privati e Enti pubblici. Ha partecipato come relatore a convegni tematici di Fiere specifiche tra le quali Ecomondo di Rimini e Expo Sicurtech di Milano

Ha partecipato alla realizzazione in team del volune “ Eco-Logico, una guida ragionata agli acquisti e ai servizi “verdi” per i Comuni ed Imprese

Ambiente: la legionella, un batterio “giovane”, una problematica seria

“Legionella”: dietro un termine gentile, quasi leggiadro, si nasconde purtroppo una famiglia di batteri, alcuni dei quali potenzialmente purtroppo letali per l’uomo, molto numerosa, la cui conoscenza è stata fatta, in modo tragico, non più di qualche decennio fa.

In effetti, nel termine generico di “Legionella” si raggruppano moltissime “famiglie” dello stesso batterio, per cui sarebbe più corretto, almeno formalmente, parlare di “Legionelle”. Ad oggi, infatti, sono state distinte circa 50 specie dello stesso batterio, riconducibili a oltre 70 sierotipi. Essendo presenti ubiquitariamente in natura (e quindi anche nelle nostre case…), è una fortuna che non tutti i sierotipi siano pericolosi per l’uomo! Le evidenze epidemiologiche ad oggi dimostrano che la quasi totalità degli eventi dannosi per l’uomo sono da attribuirsi alla presenza della cosiddetta “Legionella pneumophila”.

L’umanità fa la conoscenza con questo batterio, come detto, in epoca recente, come conseguenza di un tragico evento che colpì, nel 1976, i partecipanti ad un raduno di legionari americani che si teneva in un albergo di Filadelfia: degli oltre 4.000 ex legionari presenti, ben 221 di essi risultarono colpiti da un strana forma di polmonite, con febbre molto alta, che però risultava molto diversa da quelle fino ad allora conosciuta: purtroppo, ben 34 reduci morirono prima che si comprendesse che si trattava di un contagio dovuto ad un “nuovo” batterio: esso venne isolato successivamente all’interno dell’impianto di condizionamento dell’hotel: per questo si decise di dargli, in memoria dell’evento, il nome di “Legionella”.

Ma come ci si può contagiare con questo batterio?

Per fortuna, per quanto se ne sa ad oggi, esso può contagiare l’uomo solamente per via respiratoria, attraverso l’inalazione e/o aspirazione di aerosol (gocce microscopiche di vapor d’acqua) contaminato dal batterio: sembrerebbe anche dimostrata una correlazione precisa tra la probabilità di essere infettati e le dimensioni delle gocce di aerosol contaminato: più piccole sono le gocce di aerosol contaminate e maggiore è la probabilità di essere contagiati.

Purtroppo, ad oggi non è nota la “dose minima” di inalazione, ma le note positive ci sono: non è stata rilevata la trasmissione interumana (quindi si considera la malattia come non contagiosa) e non ci si contamina con il batterio della Legionella, ad esempio, bevendo acqua che lo contiene.

Quali sono le implicazioni per la salute umana?

Ad oggi, sono identificate sostanzialmente due tipologie di malattie, riconducibili a contagio da Legionella:

  • la “Febbre di Pontiac” – Può essere facilmente scambiata per una forma influenzale; presenta un periodo di incubazione, in funzione della caratteristiche della persona contagiata, che può andare dalle 5 fino anche ad oltre 60 ore dal contagio. Qualora affrontata in tempo, non richiede particolari protocolli medici per la guarigione;
  • laMalattia del Legionario” (più correttamente: “Legionellosi”) – Si presenta sottoforma di polmonite atipica (ossia dall’assenza di sintomi specifici). Presenta un periodo di incubazione ampio (si può arrivare anche a 10 giorni, ma normalmente ci si attesta intorno ai 5-6 giorni dal contagio al manifestarsi della malattia). Chiaramente, essa necessita di specifici protocolli antibiotici, con decorso, in condizioni ottimali e se affrontata per tempo, normalmente positivo.

Perché si parla sempre più di “rischio da legionella”?

Si comincia quindi ad intuire perché questo batterio, sostanzialmente sconosciuto fino  non più di qualche decennio fa, sia diventato oggi tristemente famoso: essendo normalmente presente negli ambienti acquatici naturali e artificiali (lo si trova facilmente in acque sorgive, comprese quelle termali, nei fiumi, nei laghi, ecc..), con lo sviluppo della società per come la conosciamo oggi è diventato sempre molto facile che, da questi ambienti, il batterio possa raggiungere le moderne reti di distribuzione, fino ad arrivare agli impianti idrici degli edifici: a questo punto, ogni punto interessato dalla rete di distribuzione (serbatoi, tubature, fontane, piscine, rubinetteria, soffioni delle docce, impianti di raffrescamento, ecc…) può diventare un “punto critico”, agendo come amplificatore e disseminatore del batterio.

Personalmente, ho avuto riscontro di presenza del batterio della Legionella (anche, purtroppo, “Pneumophila”) in campioni d’acqua prelevati da rubinetti di abitazioni, all’uscita di soffioni delle docce in aziende, in serbatoi per la raccolta di acqua in rotabili, ecc…

E’ importante sapere che il batterio della Legionella:

  • predilige la presenza di acque stagnanti;
  • è molto sensibile alla temperatura.

In particolare, pare ormai assodato che:

  • ad una temperatura inferiore ai 20 °C esso non prolifera, ma comunque sopravvive in condizioni di stasi;
  • l’intervallo di temperatura compreso tra i 20 ed i 50 °C rappresenta l’optimum per la sua proliferazione; raggiungendo il massimo delle condizioni ottimali di proliferazione nel range di temperatura compreso tra i 35 °C ed i 45 °C;
  • oltre i 50 °C il batterio comincia a “soffrire”, sopravvivendo solamente per un tempo limitato (non più di 6 ore nel caso di temperatura di 55 °C, circa mezzora ad una temperatura di 60 °C, scomparendo nell’arco di un paio di minuti se la temperatura, nel liquido in cui è presente, raggiunge i 65 °C);
  • portare la temperatura del liquido oltre i 70 °C può essere uno dei metodi per la cosiddetta “disinfezione termica” (soluzione molto semplice, ma purtroppo difficilmente applicabile in pratica: nei casi di cui mi sono occupato, per ovvi motivi tecnici, non è mai stato possibile innalzare la temperatura dell’acqua calda, prodotta dalla caldaia che alimentava il circuito idrico da bonificare, fino a tali limiti…).

L’importanza del monitoraggio preventivo.

E’ oggettivamente difficile standardizzare un modello metodologico per approcciare tutte le possibili sfumature connesse alla problematica legata alla presenza del batterio.

Tale difficoltà viene sancita dalla normativa di settore, che si limita a produrre “Linee Guida”, orientative ed indicative per macrocategorie di impianti.

Certo, l’ideale sarebbe poter monitorare periodicamente la rete idrica, alla ricerca del batterio della “Legionella”: ma se tale opzione, per un’abitazione civile, appare francamente difficile da attuare, in effetti essa diventa l’unica percorribile nel caso di Azienda, e le cose si complicano ancor di più per particolari situazioni quali le Strutture ricettive (Alberghi, Hotel, B&B, Ostelli….), le Case di Cura o di Riposo, ecc…, in sostanza, per tutte quelle realtà per le quali trova applicazione il rinomato D. Lgs. 81/2008!

Il cosiddetto “Testo Unico per la Sicurezza”, infatti, impone precisi adempimenti, in capo al Datore di Lavoro, che è responsabile tra l’altro anche della salubrità dei luoghi della sua azienda, oltre che per i Dipendenti, anche per gli Ospiti che con la stessa interagiscono!

In questi casi, aver elaborato un Documento di Valutazione dei Rischi che abbia puntualmente esaminato  tale tipologia di rischio e la possibilità di poter dimostrare di avere condotto un monitoraggio periodico dei “punti critici”, in caso di conclamato “contagio da Legionella” di Dipendente e/o di Ospite, può fare la differenza tra la sopravvivenza economica dell’Azienda o la sua scomparsa…

Naturalmente, è difficile standardizzare un approccio metodologico unitario alla tematica connessa alla “valutazione del rischio da Legionella”: ogni Struttura da esaminare presenterebbe comunque delle peculiarità intrinseche da esaminare e valutare caso per caso.

In tal senso, trovo molto utili le indicazioni che provengono dalle ultime  “Linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi”, approvate in Conferenza Stato-Regioni nella seduta del 7 maggio 2015.

Nello specifico, il  paragrafo 3.1 Introduzione del capitolo 3. Protocollo di controllo del rischio recita testualmente:

Il Protocollo di Controllo del Rischio legionellosi si divide in tre fasi sequenziali e correlate tra loro:

  • Valutazione del rischio: indagine che individua le specificità della struttura e degli impianti in essa esercitati, per le quali si possono realizzare condizioni che collegano la presenza effettiva o potenziale di Legionella negli impianti alla possibilità di contrarre l‟infezione. Le informazioni relative alla Valutazione del rischio ed al relativo Piano di Controllo devono essere comunicate dall‟incaricato della Valutazione al gestore della struttura o a un suo preposto che, a loro volta, dovranno informare tutte le persone che sono coinvolte nel controllo e nella prevenzione della legionellosi nella struttura.
  • Gestione del rischio: tutti gli interventi e le procedure volte a rimuovere definitivamente o a contenere costantemente le criticità individuate nella fase precedente. Qualsiasi intervento manutentivo o preventivo attuato deve essere il risultato di una strategia che preveda un gruppo di lavoro multidisciplinare, che consideri tutte le caratteristiche dell’impianto e le possibili interazioni nell’equilibrio del sistema.
  • Comunicazione del rischio: tutte le azioni finalizzate a informare, formare, sensibilizzare i soggetti interessati dal rischio potenziale (gestori degli impianti, personale addetto al controllo, esposti, ecc.). A tale scopo l’informazione e la formazione sono un elemento essenziale per garantire la corretta applicazione delle indicazioni per la prevenzione ed il controllo della legionellosi. Tale aspetto è valido nei riguardi di qualunque struttura nella quale siano esercitati impianti a rischio legionellosi.

È necessario che il Protocollo venga applicato in ogni struttura (sia civile sia industriale) nel quale siano presenti impianti potenzialmente a rischio legionellosi.”

 

Una volta definita la parte documentale, occorre però attuarla: si passa quindi al monitoraggio periodico dell’impianto idrico della struttura, da attuarsi due volte l’anno, mediante prelievo di campioni d’acqua da sottoporre ad analisi di laboratorio, finalizzate alla ricerca del batterio (normalmente io opero prevedendo analisi di laboratorio finalizzate, quanto meno, alla ricerca della “Legionella spp” e della “Legionella Pneumophila”).

Intervento di bonifica rete idrica.

Siamo al nodo cruciale: abbiamo trovato la “Legionella” nel campione d’acqua esaminato (oppure, peggio ancora: è stata l’ASL a trovare, in campioni prelevati, il batterio): è adesso, che fare?

Domanda semplice, ma la risposta non è immediata, né ci aiuta la normativa di settore…

A titolo puramente indicativo, la tabella qui di seguito allegata, tratta dalle “Linee Guida” sopra citate .

In essa vengono dettagliate le tipologie d’intervento da attuarsi, in funzione delle concentrazioni di “legionella” riscontrate (senza entrare nel merito di quale “famiglia” e/o sierotipo di tratti) per impianti esercitati in tutti i siti civili ed industriali, ad esclusione di impianti in strutture nosocomiali/sanitarie, a servizio di strutture che erogano acque termali ed impianti di umidificazione dell’aria che utilizzano acqua.

tabella 6

Come si evince da detta tabella, qualora malauguratamente vi sia riscontro di presenza di casi di “legionellosi” occorre, comunque, elaborare ed attuare  uno specifico “Piano di Bonifica”.

A titolo puramente indicativo, riporto la metodologia da me usata recentissimamente per affrontare una problematica simile.

Ad un dipendente di un’Azienda viene diagnosticata, appunto, la “Legionellosi”.

Il protocollo sanitario impone che la Struttura Sanitaria ne dia immediatamente notizia all’ASL competente per territorio.

In conseguenza della denuncia, i tecnici dell’Ente provvedono ad ispezionare sia l’abitazione della persona infettata che il luogo di lavoro abituale: i campioni d’acqua prelevati nei servizi igienici e nelle docce presenti sul luogo di lavoro confermano che in essi è presente il batterio della “Legionella”.

Immediatamente dopo viene emessa ordinanza al Datore di Lavoro, mediante la quale si impone l’elaborazione e l’attuazione di specifico “Piano di Bonifica”.

Dopo aver preso visione dei referti analitici prodotti dall’Ente e dello “stato di fatto” dei luoghi, ho presentato all’Ente un “Piano di Bonifica” che prevedeva:

  • l’indicazione, al Datore di Lavoro, nelle more dell’esecuzione dell’intervento progettato di:
  • limitare, per quanto possibile, l’uso della rete idrica con particolare riguardo nei punti contaminati;
  • qualora necessario l’uso, far scorrere comunque, preventivamente ed a lungo, l’acqua negli stessi;
  • provvedere a trattare con prodotti decalcificanti, di normale uso domestico, i soffioni e le parti rimovibili della rete idrica (rubinetteria, riduttori di flusso, ecc…).
  • l’effettuazione, preliminarmente a tutto, di un nuovo campionamento dai punti precedentemente indagati dai tecnici dell’Ente;
  • immediatamente dopo aver campionato, il distacco temporaneo della rete di alimentazione idrica del luogo di lavoro, dalla dorsale della rete dell’acquedotto che la alimentava;
  • inserimento, nel punto di distacco di cui sopra, di un serbatoio di adeguata capacità (1.000 litri), per alimentare temporaneamente, mediante specifica pompa sommersa, la rete idrica del luogo di lavoro. Esso conteneva una soluzione con concentrazione di “Cloro libero” mai inferiore a 20 mg/L e mai superiore a 50 mg/L (ciò si verificava in campo, attraverso un monitoraggio frequente di tale concentrazione con idonea strumentazione portatile);
  • fatto ciò, si è quindi alimentata l’intera rete interna della struttura con la soluzione di cui sopra, fino al riempimento completo della stessa, fino al punto distale;
  • verificato l’avvenuto riempimento della rete idrica, si è quindi provveduto a riattivare della caldaia che alimenta la rete dell’acqua sanitaria, verificando che anche nel punto distale la concentrazione del “Cloro libero” si mantenesse nel range voluto (Min: 20 – max: 50 mg/L);
  • una volta verificato che era alimentato anche il punto distale dell’impianto, che in esso il liquido in uscita presentava la soluzione di “Cloro libero” voluta e che la caldaia era attiva e produceva acqua riscaldata, si è quindi provveduto a chiudere la l’alimentazione alla rete interna: ciò affinché vi fesse un “tempo di contatto” tra la soluzione con “Cloro libero” e tutte le parti dell’impianto per oltre due ore e trenta;
  • terminate le operazioni sopra descritte, si è quindi provveduto a “staccare “ il serbatoio, riallacciare la rete interna alla dorsale pubblica ed a ri-alimentare la rete stessa.
  • si è quindi provveduto a prelevare, sempre dagli stessi punti, campioni d’acqua “post intervento”.

I referti analitici prodotti evidenziavano che le colonie del batterio, grazia all’azione biocida del Cloro, erano state debellate completamente.

risultati nanalitici

Purtroppo, quando si è avuto un caso di “legionellosi”, non è finita qui…

I protocolli sanitari impongono che, anche nel caso in cui si sia ottenuto un totale abbattimento delle colonie di “Legionella” mediante il Piano di Bonifica attuato, si debba comunque

  • provvedere a ricampionare, dopo 21 giorni dalla bonifica (nel caso specifico, sempre gli stessi punti e sempre lo stesso panel analitico, come logica impone): qualora i referti analitici confermino l’assenza di “Legionella”, dovrà essere effettuato un nuovo monitoraggio (chiaramente, esattamente come gli altri) a sei mesi dalla bonifica. Qualora anche questi referti confermassero l’assenza di colonie del batterio, si può passare allo standard del monitoraggio ogni due anni;
  • qualora, malauguratamente, si riscontrasse nuovamente la presenza di colonie di “Legionella” occorre elaborare ed attuare un nuovo “Piano di Bonifica” (questo punto prevedendo interventi di natura diversi, se tecnicamente possibili, quali la cosiddetta “Decalcificazione shock”), fino ad arrivare, nei casi più ardui, a dover inserire, nella rete idrica, un pompa d’insufflaggio periodico di soluzioni biocide specifiche, atte a debellare le colonie del batterio.

 

Un ultimo passaggio, ma di fondamentale importanza, è legato alle Strutture alle quali appoggiarsi per far attuare i “Piani di Bonifica” da “Legionella”.

Pur non essendoci particolari e specifici riferimenti normativi in tal senso, stante la delicatezza e l’importanza delle prestazioni professionali di cui trattasi, è parere dello scrivente che sia preferibile affidarsi a:

  • azienda che aderisca al protocollo internazionale “NADCA®”, e quindi possa dimostrare di avere in organico la Figura dell’ “A.S.C.S.” (“Air Systems Cleaning Specialist”) certificazione rilasciata, in tal senso, dalla citata “NADCA®” al riscontro del superamento di specifici corsi di formazione;
  • laboratori d’analisi in possesso dei requisiti di cui al dei requisiti stabiliti dalla Gazzetta Ufficiale n° 29 del 05/02/2005.

Francesco Fascì

Francesco Fascì, ingegnere civile, certificato nel comparto ambiente, specializzato in progettazione, gestione e pianificazione delle normative di legge. Si occupa di sicurezza nei luoghi di lavoro, consulente aziendale nel settore pulizie e sanificazione di impianti aeraulici in particolare sugli interventi di bonifica da “legionella”. Elabora “Piani di monitoraggio aria ambiente” per l’eventuale presenza di fibre di amianto aerodisperse per privati e Enti pubblici. Ha partecipato come relatore a convegni tematici di Fiere specifiche tra le quali Ecomondo di Rimini e Expo Sicurtech di Milano

Ha partecipato alla realizzazione in team del volune “ Eco-Logico, una guida ragionata agli acquisti e ai servizi “verdi” per i Comuni ed Imprese

 

Ambiente: MUD(Modello Unico di Dichiarazione ambientale), procedure e sanzioni

Aprile: come sempre un mese di importanti scadenze nel settore ambientale

E’ ormai noto che Aprile sia un mese in cui si concentrano importanti scadenze inerenti le tematiche ambientali: infatti, entro il 30 di questo mese (il fatto che sia un sabato è ininfluente, in quanto viene considerato comunque un giorno “non festivo”), bisogna adempiere, tra l’altro:

  • al pagamento del diritto annuale per l’iscrizione all’Albo Gestori Ambientali, in base a ciascuna categoria di appartenenza.

 

  • alla trasmissione del cosiddetto “MUD” (Modello Unico di Dichiarazione ambientale) per l’anno 2016 (relativo, quindi, ai rifiuti prodotti/gestiti nel 2015).

 

PAGAMENTO DIRITTO ANNUALE ALL’ALBO

Questo tributo, dovuto dall’Aziende iscritte all’Albo Nazionale Gestori Ambientali, è già quantificato dall’Ente stesso ed è visualizzabile dalla propria pagina dedicata, presente sul portale dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali, mediante quale è oltretutto possibile provvedere al saldo di quanto dovuto.

Si ricorda che il mancato pagamento del diritto annuale comporta l’immediata sospensione dell’iscrizione all’Albo stesso, che permarrà fino a quando non verrà effettuato il pagamento dell’importo dovuto (v. art. 24, c. 7, D Ministeriale 120/2014).

Occorre metter in conto il fatto che la sospensione dell’iscrizione all’Albo implica che l’Impresa non può svolgere alcuna attività relativamente alla categoria oggetto di sospensione: qualora ignorasse tale divieto, rischia la contestazione del reato di “gestione illecita di rifiuti”!

L’avviso dell’avvenuta sospensione dell’iscrizione viene comunicata, dall’Albo, all’Azienda tramite PEC (e decorre quindi dalla data in cui l’impresa riceve tale notifica) che, oltretutto viene pubblicata nell’elenco degli iscritti sul sito dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali.

Qualora l’Azienda non provvedesse a regolarizzare, entro un anno dalla notifica, la sua posizione,  verrà cancellata l’iscrizione all’Albo, senza ulteriori comunicazioni (v. art. 20, c. 1, lettera f, D. M. 120/2014).

 

IL MUD

Mentre il pagamento del diritto annuale per l’iscrizione all’Albo è una scadenza ormai “consolidata” per chi ne è tenuto, l’ “adempimento-MUD” non sempre viene immediatamente compreso dal Soggetto che deve rispettarlo.

Quel che purtroppo molte Aziende non hanno ben compreso è che tale (importante) adempimento non è riservato solamente a chi “ha a che fare con i rifiuti” per professione, ma può/deve riguardare anche l’Impresa che possa essere identificata come “PRODUTTORE” di rifiuti, nel caso in cui gli stessi sono codificati come “speciali”: tale errore può comportare, in capo al Legale Rappresentante dell’Azienda, pesantissime conseguenze, che possono sfociare anche nel penale!

Un esempio classico, molto utilizzato per cercare di far comprendere lo scenario in cui ci si muove, è quello della piccola azienda che effettua interventi di manutenzione (sia chiaro: di qualsivoglia natura) presso i Clienti: ebbene, al termine della giornata lavorativa, la stessa può ritrovarsi con sfridi di lavorazione, macerie, imballaggi di varia natura, parti sostituite, ecc… che deve quindi provvedere a portare via con un proprio automezzo: ebbene, questi sono “rifiuti speciali” (oltretutto, va definito prioritariamente se trattasi di “pericolosi” oppure di “non pericolosi”!) che per essere trasportati, dal Cliente all’impianto di conferimento (e da nessun’altra parte!!) obbligano l’impresa ad essere iscritta alla cat. 2-bis dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali per il “trasporto rifiuti in conto proprio”, ai sensi dell’art. 212 comma 8 del D. Lgs. 152/2006. Un automezzo che fosse fermato, ad un controllo su strada, carico di quanto sopra, senza che lo stesso fosse iscritto all’Albo, ipso facto sarebbe oggetto di confisca, oltretutto in capo al Legale Rappresentante dell’Azienda sarebbero irrogate pesanti sanzioni (anche di natura penale, se fosse riscontrata, a bordo dello stesso, la presenza di “rifiuti speciali pericolosi”!).

Partendo dal presupposto, quindi, che la tematica connessa alla corretta gestione dei rifiuti prodotti dalle attività lavorative è molto complessa e definibile univocamente solamente una volta “fotografato” il layout produttivo della stessa, proviamo qui di seguito ad esaminare la tematica connessa all’obbligo di presentazione del “MUD” per il 2016.

 

IL MUD – LE ORIGINI

Questo adempimento nasce, molto semplicemente, dalla volontà del legislatore di avere conoscenza dell’intera filiera del rifiuto, quindi delle quantità e delle tipologie dei rifiuti prodotti, gestiti, trasportati e del come gli stessi siano poi smaltiti, nel nostro Paese.

Nato, quindi, per finalità puramente statistiche, la normativa di settore però ha assegnato allo stesso una valenza predominante, tanto che ad oggi il mancato rispetto degli adempimenti prescritti (e gli eventuali errori nella compilazione…) sono pesantemente sanzionati, per come qui di seguito  meglio evidenziato nello specifico paragrafo.

 

IL MUD – CHI DEVE TRASMETTERLO

Ogni anno, nel mese di dicembre, vengono fornite le indicazioni relative ai Soggetti interessati ed alle modalità di compilazione e trasmissione della documentazione.

Quest’anno ciò è avvenuto con il D.P.C.M. del 21 dicembre 2015 (“Approvazione del modello unico di dichiarazione ambientale per l’anno 2016”), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 28 dicembre 2015: in sostanza, per quest’anno è stata confermata la validità del modello di dichiarazione previsto dal D.P.C.M. 17 dicembre 2014, ed in vigore nel 2015.

Come l’anno scorso, quindi, anche quest’anno il MUD è articolato in una serie di “Comunicazioni” che devono essere presentate, chiaramente, solamente dai Soggetti tenuti all’adempimento.

Si impone, preliminarmente, una considerazione: come qui di seguito esposto, uno dei criteri guida da utilizzare per verificare che un Soggetto sia o meno tenuto a tale adempimento, è legato al codice CER del rifiuto prodotto. Ebbene, com’è noto, il Catalogo Europeo dei Rifiuti (comunemente, sintetizzato nel termine “CER”) è stato modificato dalla Decisione 2014/955/UE (entrata in vigore nel nostro Paese, il 1 giugno 2015), che introduce, tra l’altro, tre nuovi codici e modifica la descrizione di un codice.

Conseguentemente, è consigliabile una preliminare verifica da effettuarsi a cura del Legale Rappresentante dell’Azienda per essere certi che un rifiuto che fino al mese di giugno fosse catalogato come “speciale non pericoloso”, dopo il 1 giugno 2015 non sia passato nella categoria degli “speciali pericolosi”!

Proviamo adesso sinteticamente ad esaminare singolarmente le “Comunicazioni” previste dal MUD 2016:

  1. Comunicazione Rifiuti speciali
  • Chiunque effettua a titolo professionale attività di raccolta e trasporto di rifiuti.

Soggetti questi facilmente identificabili: per operare debbono essere necessariamente iscritti all’Albo Nazionale Gestori Ambientali per le categorie:

  • 1 – Imprese e Enti che svolgono attività di raccolta e trasporto di rifiuti urbani ed assimilati;
  • 4 – Raccolta e Trasporto di rifiuti speciali non pericolosi
  • 5 – Raccolta e trasporto rifiuti speciali pericolosi.

 

  1. Commercianti ed intermediari di rifiuti senza detenzione

Soggetti anche questi facilmente identificabili: chi opera con l’iscrizione all’Albo in cat. 8 – Intermediazione e commercio di rifiuti senza detenzione degli stessi;

 

  • Imprese ed enti che effettuano operazioni di recupero e smaltimento dei rifiuti: anche in questo caso, Soggetti facilmente identificabili;

 

  1. Imprese ed enti produttori iniziali di rifiuti pericolosi

Qui occorre approfondire la disamina della tematica di cui trattasi.

In questa categoria rientrano qualsivoglia Ente (Comune, Consorzio, ecc…) e attività lavorativa struttura come “Impresa”, che nel 2015 sia risultata, per come indicato dai Formulari Identificativi del Rifiuto [FIR] presenti in Azienda, come “Produttore” di rifiuto pericoloso!

Si intuisce, quindi, come sia di fondamentale importanza, per un’Attività produttiva, verificare che nell’anno 2015:

  • abbia dovuto disfarsi di beni aziendali che siano stati identificati, dal Soggetto che è occupato del loro smaltimento, con un codice CER che li identifichi come “rifiuto pericoloso”;
  • abbia prodotto, in funzione della propria attività lavorativa, rifiuti anch’essi classificabili come “pericolosi” (anche in questo caso, si tratta di verificare quale codice CER sia stato posto sul FIR con il quale il rifiuto stesso è stato smaltito).

 

  1. Imprese ed enti produttori che hanno più di dieci dipendenti e sono produttori iniziali di rifiuti non pericolosi derivanti da lavorazioni industriali, da lavorazioni artigianali e da attività di recupero e smaltimento di rifiuti, fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento dei fumi (così come previsto dall’articolo 184 comma 3 lettere c), d) e g)).

Questi Soggetti sono quelli più difficili da identificare immediatamente, stante l’ampia casistica possibile e la genericità dell’indicazione “… produttori iniziali di rifiuti non pericolosi derivanti da lavorazioni industriali, da lavorazioni artigianali…”.

In questo caso, solamente un attenta ricostruzione del layout aziendale ed un’approfondita conoscenza dei codici ATECO del Soggetto può permettere di risolvere il quesito.

Una volta definito che l’attività produttiva rientra nella definizione data dalla norma, il passo successivo (purtroppo…) è immediato, non essendoci più la necessità di dover discerne se trattasi di produttore di rifiuto pericoloso o non pericoloso: si tratta di prendere tutti i FIR presenti in Azienda e/o i dati riportati nel “Registro di carico e scarico” dei rifiuti e trasferirli nel MUD.

 

  1. La Legge 28 dicembre 2015, n. 221 prevede che le imprese agricole di cui all’articolo 2135 del codice civile, nonché’ i soggetti esercenti attività ricadenti nell’ambito dei codici ATECO 96.02.01, 96.02.02 e 96.09.02 assolvono all’obbligo di presentazione del modello unico di dichiarazione ambientale, di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, attraverso la compilazione e conservazione, in ordine cronologico, dei formulari di trasporto.

Nel caso specifico, credo vi sia poco da specificare ulteriormente.

 

  1. Comunicazione Veicoli Fuori Uso
  • Soggetti che effettuano le attività di trattamento dei veicoli fuori uso e dei relativi componenti e materiali.

Soggetti, anche in questo caso, facilmente identificabili.

 

  1. Comunicazione Imballaggi

Adempimento, questo, articolati in effetti due sezioni, riservate però a Soggetti ben identificabili (CONAI o altri Consorzi di cui all’articolo 221, comma 3, lettere a) e c) ed Impianti autorizzati a svolgere operazioni di gestione di rifiuti di imballaggio.

 

  1. Comunicazione Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche

Anche in questo caso, i Soggetti interessati sono facilmente identificabili: sono quelli  coinvolti nel ciclo di gestione dei RAEE (acronimo di “Rifiuto da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) rientranti nel campo di applicazione del D. Lgs. 151/2005.

 

  1. Comunicazione Rifiuti Urbani, Assimilati e raccolti in convenzione

Questa Sezione è riservata ai Soggetti istituzionali responsabili del servizio di gestione integrata dei rifiuti urbani e assimilati.

 

  1. Comunicazione Produttori di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche

Quest’ultima sezione è riservata alle comunicazioni obbligatorie dovute dai produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche iscritti al Registro Nazionale e Sistemi Collettivi di Finanziamento.

 

IL MUD – COME ELABORARLO E TRASMETTERLO

Le modalità di compilazione delle comunicazioni sopra esposte, purtroppo, non sono “libere”: esse, infatti, debbono essere compilata tramite:

  • specifico software messo a disposizione da Unioncamere;
  • altri software che, a conclusione della compilazione, generino comunque un file organizzato secondo i “tracciati record” previsti dall’Allegato 4 al DPCM 17/12/2014.

 

Una volta completato con i contenuti richiesti, il Dichiarante deve inviare il MUD (contenente tutte le Comunicazioni dovute per le Unità Locale interessate) alla Camera di commercio competente per territorio esclusivamente per via telematica.

 

IL MUD – COMUNICAZIONE RIFIUTI SPECIALI SEMPLIFICATA E CARTACEA

Una importante semplificazione, nelle modalità di compilazione e trasmissione del MUD, anche quest’anno, è riservata ai  soli Soggetti che, nel 2015:

  • hanno prodotto non più di 7 rifiuti per i quali sono tenuti a presentare la dichiarazione;
  • per ogni rifiuto prodotto, abbiano utilizzano non più di 3 trasportatori e 3 destinatari finali.

 

Qualora le due condizioni sopra esposte sono entrambe verificate, tali Soggetti possono presentare il Modello Unico di Dichiarazione Ambientale (MUD), sempre alla Camera di commercio competente per territorio (quella in cui ha sede l’Unità Locale a cui la dichiarazione di riferisce), su supporto cartaceo.

Deve essere utilizzata, in questo caso, esclusivamente la “Comunicazione Rifiuti Semplificata” riportata in Allegato 2 al citato D.P.C.M.

Il tutto deve essere posto in un unico plico, sul frontespizio del quale devono essere riportati i dati identificativi della dichiarazione esattamente per come previsto dallo schema riportato nell’Allegato 6 del citato D.P.C.M.

Il plico deve contenere, inoltre, la relativa attestazione di versamento dei diritti di segreteria dovuti e deve essere, infine, inviato alla Camera di commercio mediante spedizione postale a mezzo di raccomandata senza avviso di ricevimento.

 

IL MUD – SANZIONI

Come indicato nell’incipit del presente Documento, il Legislatore ha assegnato agli adempimenti connessi all’elaborazione e trasmissione del MUD importanza significativa, tanto da stabilire pesanti sanzioni non solo nel caso in cui Soggetti tenuti non abbiano adempiuto a tale obbligo, ma anche (addirittura!) anche nel caso in cui gli stessi abbiano commesso degli errori nell’inserimento dei dati trasmessi (oltretutto, una volta inviato, il MUD non può più essere oggetto di revisione, modifiche e/o integrazioni…)!

Tra le sanzioni più significative, si ricorda:

  • presentazione del MUD effettuata dopo il termine previsto dalla normativa ma comunque entro 60 giorni dalla scadenza (intesi come naturali e consecutivi):
  • sanzione amministrativa pecuniaria da € 26,00 a € 160,00.

 

  • presentazione successiva ai 60 giorni dalla scadenza, omessa dichiarazione e/o dichiarazione incompleta o inesatta:
  • sanzione amministrativa pecuniaria da € 2.600,00 a € 15.500,00.

 

  • omessa comunicazione Veicoli Fuori Uso, comunicazione eseguita in modo incompleto e/o inesatto:
  • sanzione amministrativa pecuniaria da € 3.000 a € 18.000.

 

Francesco Fascì

Francesco Fascì, ingegnere civile, certificato nel comparto ambiente, specializzato in progettazione, gestione e pianificazione delle normative di legge. Si occupa di sicurezza nei luoghi di lavoro, consulente aziendale nel settore pulizie e sanificazione di impianti aeraulici in particolare sugli interventi di bonifica da “legionella”. Elabora “Piani di monitoraggio aria ambiente” per l’eventuale presenza di fibre di amianto aerodisperse per privati e Enti pubblici. Ha partecipato come relatore a convegni tematici di Fiere specifiche tra le quali Ecomondo di Rimini e Expo Sicurtech di Milano. Ha partecipato alla realizzazione in team del volune “ Eco-Logico, una guida ragionata agli acquisti e ai servizi “verdi” per i Comuni ed Imprese