Carnevale di Bagolino: 500 anni di tradizione!

Cominciamo a parlare della BELLEZZA del carnevale di Bagolino partendo proprio dal paese.

Bagolino è un comune bresciano situato tra le montagne della Valle del Caffaro, una valle che rientra a far parte del territorio della Valle Sabbia.

Il nome del paese si pensa che derivi dalla parola romana “Pagus” cioè villaggio. Al tempo, parliamo poco più di 2000 anni fa, il paese si pensava che fosse un alloggio, uno stabilimento per i viaggiatori, che i romani lo avessero costruito come stazione di scambio per i cavalli e che intorno si fosse costruito un piccolo villaggio. Partiamo da “piccolo villaggio”. Si pensa che l’insediamento fosse chiamato Pagolo o addirittura Pagolino. Da qui deriverebbe poi il nome odierno Bagolino.

Bisogna sapere che Bagolino è diviso in due distretti: Cävril (Caprile) e Ösná (Visna).

Un’altra BELLEZZA di questo carnevale? Pensate, quest’ anno sono ben 500 anni che si festeggia il Carnevale di Bagolino. I primi testi in cui si inizia a parlare della festa risalgono al 1518.

I personaggi principali del carnevale sono: I Balarì (Ballerini), i Mascher e infine i suonatori.

 

Scopriamo il ruolo e la suddivisione di questi personaggi.

I Balarì.

Questi personaggi sono un po’ l’anima della festa. Il ruolo è ricoperto solo da uomini e rappresentano sia lo

sposo (Capo) che la sposa (Figüra). Fino a qualche decennio fa i costumi delle due figure si distinguevano,

oggi invece si vestono entrambi con gli stessi vestiti. I Balarì ballano accompagnati da un “socio”. Sono guidati da due Capo Ballo (uno rappresentato in fotografia). Ballano il lunedì e il martedì grasso. Il lunedì il carnevale ha inizio con la messa dei Balerì alle ore 6:30 del mattino. Usciti dalla messa inizia subito la prima ballata. Si danza il lunedì nella zona di Cävril, partendo dalla zona alta fino ad arrivare in centro dove si trova Piazza Marconi, mentre il martedì si fa lo stesso ad Ösná, si parte dall’alto per arrivare poi in Piazza Marconi dove si conclude con l’ultima ballata che è l’Ariòṡa.

Tutti i Balarì portano una maschera bianca con mascherina nera.

Il vestito dei Balarì è composto da più elementi molto preziosi. Generalmente hanno tutti un vestito e una cravatta nera con scarpe basse di cuoio. Il vestito viene addobbato con alamari e coccarde. Hanno poi un velo-fazzoletto colorato con ricami generalmente floreali, una fascia sempre colorata e ricamata, un paio di pantaloni neri e delle calze bianche ad uncinetto fino al ginocchio. Infine, ma non meno importante, anzi, forse il più importante, il cappello.

I preparativi della festa iniziano subito dopo Natale, quando i Balarì vanno nelle case delle loro morose e donne della famiglia a cercare gli ori per ornare i loro cappelli. Infatti il cappello è ornato con monili d’oro e perle preziose. Viene “vestito” dalle donne che hanno prestato gli ori e la vestizione può durare anche due giorni. Oltre agli ori ci sono anche i nastri e il rivestimento di colore rosso alla base.

Le danze sono quindi guidate da due Capo Ballo, che insieme ai Balarì e ai suonatori fanno tappa sotto la casa delle donne dove ogni ballerino ha preso gli ori perché si dice che abbiano degli “obblighi” da sciogliere. Quindi le donne prestano e vestono il cappello, poi i ballerini offrono loro una o più danze.

Le ballate sono 25, una diversa dall’altra. Si ballano tutte su due file parallele tranne l’Ariòṡa che viene ballata in cerchio.

I Mascher, a differenza dei Balarì, non un programma da seguire. Si muovono generalmente in gruppi e rappresentano il Vecio (vecchio) e la Vecia (vecchia). Questi due personaggi non sono altro che una presa in giro ai malghesi. Sono rappresentati come persone maltenute, rumorose (infatti ai piedi portano degli scarponi chiodati per fare rumore) che non fanno altro che fare scherzi tutto il giorno.

Il loro costume è composto dall’abito tradizione utilizzato dai contadini fino agli anni ’50, quindi un abito molto povero.

Vecio: mutandoni, ceviöl (un paio di calzoni neri di fustagno), una patta apribile, camicia bianca ricamata, gilet, giacca di panno con ampie tasche, ghette fino al ginocchio e zoccoli chiodati.

Vecia: mutandoni chiusi da un bottone, sottoveste di lino bianca, sochèt (abito a maniche corte di cotone), gurnèl (abito a maniche lunghe invernale), grembiule a righe di colori scuri (di lana “Gèda”, di cotone “Bogröla”), scialle di lana nero o fiorito (Fasöl), calzettoni bianchi o rossi di lana e zoccoli chiodati.

La festa si chiude con l’Ariòṡa finale del martedì sera in Piazza Marconi. La chiamano anche la Ballata del pianto. È un momento molto sentito, molto energico. Qui si rivela al meglio la forza di questo carnevale, la condivisione. I Balarì si scambiano l’uno con l’altro, ci si fa i complimenti, si salta, si balla, si fa i pazzi.

Alla fine della ballata via le maschere, la gente entra in piazza e Balarì si scomprono.

Questa tradizione fa parte della BELLEZZA del nostro paese e come tutte le altre BELLEZZE bisognerebbe imparare a rispettarle e a conoscerle.

 

Alessio Di Franco

Alessio Di Franco – nato nel 1999 a Gardone Val Trompia. Partiamo con due domande, cos’è per me la fotografia? Quand’è che mi sento di scattare una fotografia? Per me la fotografia è pura emozione, ogni immagine racconta un luogo, una persona, un gesto attraverso le emozioni che provo. Tante volte quando fotografo mi piace ascoltare della musica. Solitamente musica classica oppure musica contemporanea minimalista. Quando ascolto la musica questa riesce a contemplare lo sguardo, a volte è la musica che comanda ciò che devo scattare, in base al tema musicale cerco un’immagine che lo racchiuda. Forse per me la “Bellezza” è ciò che immagino di vedere e di trovare in un luogo, in una persona, in un oggetto. La “Bellezza” è scoprire il paragone tra realtà ed’ immaginazione, se la realtà coincide con l’immaginazione, allora avrò ciò che cercavo e questa sensazione è per me ciò che rappresenta il “Bello”.

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *