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luciana elegante

Artemisia Gentileschi, antesignana del femminismo!

Artemisia Gentileschi pittrice

Perchè fino al ‘600 le donne non dipingevano ?

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autoritratto di Artemisia Gentileschi

La domanda è semplice e la risposta semplicissima: era assolutamente vietato alle donne intraprendere alcun tipo di apprendistato nelle botteghe d’arte frequentate dagli uomini.

Il loro senso artistico poteva manifestarsi soltanto al chiuso delle mura domestiche o di un convento, per cui si dedicavano alle cosiddette arti minori, come il ricamo, la tessitura, la miniatura.

Dall’antichità sono poche le donne ricordate come pittrici. Plinio il Vecchio cita Timarete, Calypso, Aristerete, Iaia, Olympas.

Evidentemente per far nascere una pianta, ci vogliono le condizioni necessarie.

Nel 1593 nacque a Roma Artemisia,  figlia del pittore Orazio Gentileschi e crebbe nella bottega frequentata da grandi artisti, fra i quali il Caravaggio, più vecchio di lei di ventidue anni, che spesso andava a rifornirsi di attrezzi dal suo amico Orazio. Artemisia si interessò prestissimo a come mescolare i colori, chiese spiegazioni, si appassionò, mentre i  suoi fratelli maschi non seguirono la strada della pittura.

Il padre rimase presto vedovo e  si dissero molte cose sull’affetto  morboso e l’ammirazione di Orazio per la figlia, che dimostrava genio e abilità nel dipingere con il limpido rigore del disegno proprio di Orazio e con l’aggiunta di una forte accentuazione drammatica ripresa dalle opere del Caravaggio.

I contrasti fra luci e ombre, i particolari drappeggi delle stoffe sono molto simili fra questi due pittori, ma i volti delle donne risultano molto più passionali nei quadri di Artemisia, che in ogni eroina biblica da lei raffigurata metteva qualcosa della sua personalità appassionata, e così anche nella somiglianza dei tratti somatici, come le labbra carnose e il mento volitivo.gentileschi_artemisia_judith_beheading_holofernes_naples

Fra i pittori che frequentavano la bottega di Orazio c’era Agostino Tassi, allora trentenne, pittore paesaggista che insegnava le tecniche della prospettiva alla giovanissima Artemisia e che, affascinato dalla sua femminilità, la corteggiava sfacciatamente. Vedendosi rifiutato dalla bella diciassettenne, con l’aiuto di una vicina di casa, si introdusse nella sua camera da letto e la violentò.

Le continue e ripetute violenze portarono ad un processo che lo stesso Orazio intentò al pittore amico davanti al Tribunale dell’Inquisizione, processo che purtroppo divenne uno scandalo che si riversò sulla ragazza, con torture indicibili sui polpastrelli e le dita per provare la veridicità delle accuse che Artemisia – con un coraggio non consueto all’epoca  – formulò chiaramente difronte a tutti: << Serrò la camera a chiave e dopo serrata si buttò sulla sponda del letto, dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle e alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mi le lasciò, havendo prima messo tutti doi li ginocchi fra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli et avanti che lo mettesse dentro, anco gli detti una stretta al membro che gli levai anco un pezzo di carne.>>

( Ricordiamo che questo stupratore era sposato e amante della cognata e che fu anche accusato di avere ucciso la moglie. )

Pensare che queste ardite descrizioni siano state pronunciate davanti ad un Tribunale dell’Inquisizione nel ‘600 da una ragazza ci fa capire che temperamento doveva avere questa pittrice indomita, che, anche nelle eroine che dipingeva, esprimeva con fierezza e determinazione la libertà di pensiero di una donna davanti alle violenze maschili.

Al di là delle conseguenze del processo e delle future decisioni di vita di Artemisia,( che abbandonò Roma,   sposando un pittore di modesto valore, Pierantonio Stiattesi,  e si trasferì a Firenze, dove, pur avendo ben quattro figli, continuò a dipingere ), restano i suoi quadri vigorosi che sembrano portare avanti la sua idea di vendetta e di indipendenza: Giuditta che taglia la testa a Oloferne, Susanna e i vecchioni, l’Allegoria della Pittura e molti altri.

Per questa sua forza venne vista dapprima come un’antesignana del femminismo, ma anche come una pittrice ammirata da  personaggi illustri e potenti politicamente e  di grande cultura, come Cosimo II de’ Medici e dalla Granduchessa madre, Cristina.gentileschi_judith1

Ebbe buoni rapporti con Galileo Galilei e con Michelangelo Buonarroti il giovane, entrò a far parte dell’Accademia dei Desiosi che  la celebrarono come “ Pincturae miraculum invidendum facilius quam imitandum”. Nelle sue peregrinazioni ebbe importanti conoscenze e commissioni, come con il Vicerè Duca d’Alcalà a Napoli, dove ebbe l’incarico di tre tele da esporre nella  Cattedrale di Pozzuoli.

Carlo I  la invitò alla corte di Londra con il padre Orazio ( che però morì in quel periodo, assistito amorevolmente da Artemisia ) per decorare un soffitto nella Casa delle Delizie a Greenwich e  nella sua collezione ebbe il dipinto allegorico “ Autoritratto in veste di Pittura “.

Questa Allegoria è molto originale nella postura, dove la pittrice è raffigurata di fianco, con il braccio destro sollevato nell’atto di dipingere una invisibile tela.

Roberto Longhi, storico dell’arte, a proposito del quadro” Giuditta che decapita Oloferne” ( Uffizi, Firenze ) scriveva: << Chi penserebbe che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato. Ma – vien voglia di dire – ma questa è una donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo? >>.

Da Artemisia in poi incontriamo più spesso altre donne pittrici, che  pian piano non furono obbligate a nascondere il loro talento, non dovettero svendere i loro quadri a uomini che figuravano come i creatori di lavori non propri, e delle cui opere anonime sono tuttora  pieni scantinati e sagrestie.
Luciana Brusa

 

Luciana Brusa, vive tra Milano e Casole d’Elsa ( Si ). Ha pubblicato studi filologici inerenti alle materie letterarie che insegnava; poesie, articoli su giornali in occasione di interviste a personaggi della cultura che presentava agli allievi. Ha partecipato all’Antologia ” Per un archivio della Piccola memoria” edito dal Comune di Milano. Settore Biblioteche ( 2004 ). Ha pubblicato tre romanzi: ” La Festa dell’UVA” ed. MEF Firenze ( 2005 ), ” Scherza coi Fanti ” con prefazione di Andrea G. Pinketts. ed. Albatros Il Filo ( 2010 ) e “Il peso nel ventre” con prefazione di Anna Marani Cortese ed. Sport & Work (2016). Dal 2013 collabora al giornale Sport & Work.

 

 

 

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