Sport & Work n.56 – Adozioni internazionali, quante difficoltà! – intervista di Anna Marani Cortese

Per tutta una serie di circostanze, la stesura di questa intervista ha richiesto più tempo del previsto: parliamo con Laura dell’adozione di un figlio.
Laura è prossima ai cinquant’anni e la storia sua e di suo marito è simile a quella di molte coppie che hanno intrapreso il percorso adottivo, tra cui la coppia di cui io stessa costituisco una metà.
Laura e suo marito non hanno avuto accesso all’adozione internazionale, solo a quella nazionale, e nonostante un esito positivo sia alquanto improbabile, abbiamo scelto di imporre un nome di fantasia a questa donna che mette in gioco condividendo la sua storia.

È iniziato tutto qualche anno fa, racconta. Io e mio marito siamo coetanei, ci siamo conosciuti tardi, entrambi con delle storie di convivenze lunghe e stanche alle spalle. Stavamo bene anche come coppia di fatto, ma per adottare un bambino bisogna essere sposati, così abbiamo fatto il grande passo e colto l’occasione per fare una bella festa con i parenti e gli amici più intimi.

Io e mio marito abbiamo uno splendido rapporto, di amore e fiducia, e avendo molto in comune facciamo tante cose insieme soprattutto ci piace viaggiare… ma siamo abbastanza maturi da concederci spazi d’indipendenza, da dedicare ognuno ai propri hobby o alla frequentazione di amici diversi. Non abbiamo un rapporto simbiotico, non dipendiamo l’uno dall’altra ma ci integriamo e ci rispettiamo.

Prima di incontrarci, né io né lui avevamo sentito davvero il bisogno di avere dei figli, preferendo dedicarci alle rispettive carriere, poi però qualcosa è cambiato, forse proprio perché il rapporto tra noi è diverso dai precedenti: è più maturo e speciale.
All’inizio della nostra storia, infatti, abbiamo provato ad avere un bambino, poi un mio problema di salute lo ha reso impossibile.

Ci è dispiaciuto, certo, ma non ne abbiamo fatto un dramma: avendo una certa età, eravamo preparati all’eventualità di avere delle difficoltà. A tre anni precisi dalla data del nostro matrimonio (necessari per intraprendere il percorso adottivo ma integrabili con una convivenza certificata n.d.A.M.C.), abbiamo chiesto alla Ausl della nostra città di poter frequentare il corso che ci avrebbe preparati all’adozione. Dopotutto per noi non era così importante che nostro figlio fosse biologico, volevamo prenderci cura di un bambino, condividere affetto ed esperienze, farne il più possibile un buon essere umano, tutto qua.

Non funziona dappertutto nello stesso modo, in quanto non esiste una procedura standard nazionale: l’iter può essere diverso da Regione in Regione e persino da Comune in Comune, cosa che genera non poca confusione, specialmente in chi confida di potersi documentare tramite internet, dove il rischio è di imbattersi in nozioni confuse. Il percorso descritto da Laura è uno dei tanti.

Il corso – a cui abbiamo preso parte insieme a diverse altre coppie – era il primo passo da compiere e si articolava in quattro incontri di circa due ore, un incontro a settimana, alla presenza di un’assistente sociale, una psicologa e, talvolta, di genitori adottivi o di operatori di enti per le adozioni internazionali.

Ho trovato molto interessanti e motivanti le esperienze dei genitori; al contrario, sommarie e scoraggianti le informazioni ricevute dagli operatori dei servizi. Era come se ci tenessero a sottolineare quanto sia deludente e difficile il percorso adottivo: illustravano tutte le peggiori ipotesi, dall’affidamento di bambini con i problemi più complessi, maltrattati, abusati, gravemente handicappati o figli di tossicodipendenti o ladri, con tutto il bagaglio psicologico conseguente e mai neonati. Nemmeno una volta hanno dato una benché minima infarinatura a proposito di come comportarsi in determinate circostanze. Sottolineavano che il nostro amore non sarebbe bastato, che essere genitori biologici è difficile ma essere genitori adottivi è molto peggio, ma senza fornire un supporto tecnico. In compenso, hanno letto passi da libri autobiografici ottocenteschi, opera di scrittori a loro volta adottati, reduci da esperienze scioccanti ma facenti parte di una società e di un tempo molto distanti e diversi dal nostro.

Mi chiedo se Laura abbia avuto la possibilità di partecipare, di far scendere un po’ più nello specifico i suoi interlocutori. In fin dei conti, per ottenere delle risposte può essere sufficiente fare delle domande.

Certo che ho chiesto. “Se mia figlia fosse stata abusata, che cosa dovrei fare, come potrei farla sentire al sicuro, a chi mi dovrei rivolgere se non volesse parlarne o, all’opposto, se assumesse atteggiamenti seduttivi con noi o con altri?”. “In che modo potrei far capire a mio figlio che rubare non è il modo giusto per ottenere ciò che si desidera?”. Ho chiesto, ma la risposta più esauriente e meno seccata che ho ottenuto è stata “Bisogna vedere, in quel caso ci si dovrà rivolgere a una figura professionale preparata”. Nel complesso, è stato tutto molto interessante ma, in concreto, non proprio preparatorio.

Terminato il corso, come spesso accade, il percorso ha avuto degli alti e bassi.

In seguito, abbiamo preso parte a una serie di incontri settimanali con l’assistente sociale e un’altra psicologa della Ausl (non la stessa che avevamo conosciuto al corso), alcuni di coppia, altri individuali.

L’indagine del servizi sociali si è concentrata particolarmente sulla famiglia e sull’infanzia mie e di mio marito, ci hanno chiesto dei nostri fratelli e sorelle, dei nostri nipoti, dei genitori e dei nonni, del rapporto con loro. Ci abbiamo speso quattro incontri su otto, raccontando dei tempi della scuola, dei giochi che facevamo da piccoli, degli amichetti eccetera eccetera.

Dopo di che si è parlato di noi due, del lavoro, del perché avessimo deciso di intraprendere il percorso adottivo in età avanzata, delle nostre precedenti relazioni, dell’attuale rapporto di coppia, a nostro avviso sano, tranquillo: andiamo molto d’accordo, è difficile che litighiamo perché ci intendiamo sulle questioni importanti e condividiamo gli stessi principi. Entrambe le nostre interlocutrici hanno poi dedicato un po’ di tempo solo a me, alla mia “mancata genitorialità biologica”, al lutto e al trauma conseguente, che ho negato di aver subito, così come ho precisato di non sentirmi affatto una “povera donna menomata” com’ero stata da loro definita, in modo deliberatamente provocatorio, a mio avviso.

Vedi, non mi sento incompleta o sbagliata solo per il fatto di non aver partorito. Ho un buon lavoro, che mi ha dato anche l’opportunità di viaggiare, e un compagno che amo e che ricambia i miei sentimenti. Economicamente stiamo benino, non possiamo concederci chissà quali stravizi ma, di questi tempi, stiamo meglio di tanti altri. Se faccio il bilancio della mia vita, è in attivo. Non ho mai subito traumi da gravidanze interrotte, non sino mai rimasta incinta e non ho mai perso un figlio com’è successo a molte altre donne.

Certo, avrei fatto un figlio se avessi potuto, ma anche l’adozione è una buona strada, e il pensiero di adottare un bimbo di sei, sette, dieci anni, che aspetta una famiglia da tanto, mi apriva il cuore, forse più del pensiero di una gravidanza.

In ogni modo, sembrava che, tutto sommato, con i servizi sociali le cose filassero per un verso abbastanza giusto, finché un giorno ci viene chiesta un’interruzione del percorso e di sottoporci a una terapia di coppia. La ragione? Andiamo troppo d’accordo.

Nella relazione redatta in seguito, risulta che l’assistenza sociale fosse giunta a un’alta conclusione, ma a noi fu detto proprio così, che andavamo troppo d’accordo.

Ci definirono una coppia ben assortita, equilibrata, di cuore, con “ottime probabilità di essere dichiarata idonea all’adozione” (ricordatelo, questo, per favore). Ma a che prezzo?, si chiedevano.

Insomma, il nostro rapporto rischiava, a parere loro, di risentire della presenza di un terzo incomodo. Il bambino avrebbe potuto rappresentare un elemento disturbante, un fattore di rischio per la nostra solidità.

“Dobbiamo salvaguardare principalmente le coppie, ci dicono. In particolare, devono salvaguardare le coppie come la nostra, quelle gli danno “la sensazione che ci sia qualcosa da lubrificare”. Parole loro.

Chiedo spiegazioni a non ne ricevo, così commetto un errore, il primo di tutta una serie, quello di chiedere se si usi affidare bambini alle coppie in crisi, dal momento che quelle che non hanno problemi le mandano in terapia… Aggiungo che sulla targa fuori dall’ufficio c’è scritto “ufficio minori”, non “ufficio coppie”.
Capiscimi, ho creduto che stessero scherzando e di poter scherzare anch’io… invece facevano sul serio. Non ci restava che far buon viso a cattivo gioco.

Tempo qualche consulto, troviamo un analista che ci ispira fiducia, tra l’altro con esperienza in fatto di adozioni e, più in generale, di bambini. Duemila euro, dodici sedute e, quasi tre mesi dopo, l’analista ritiene che, se mai ne abbiamo avuto, non abbiamo più bisogno di lui. Stila una relazione in cui dichiara solida la nostra coppia, che ritiene tra l’altro perfettamente in grado di occuparsi di uno o più figli naturali o adottati.
Ricontattiamo così la Asl per poter riaprire la nostra pratica (che abbiamo dovuto dichiarare di voler sospendere), e ci danno un appuntamento da lì a sei mesi, esattamente a un anno dall’inizio dell’avventura.

La relazione dell’analista vi dava sicurezza oppure temevate che i servizi sociali potessero giudicarla come una sorta di affronto, offrendo un giudizio differente da quello che avevano espresso loro?

Eravamo molto tranquilli, pensavamo che da quel momento il percorso sarebbe stato tutto in discesa, proprio perché eravamo stati valutati positivamente. Tra l’altro, nel frattempo, avevamo contattato diverse famiglie con figli di diverse età, provenienti per lo più dall’estero, e ci eravamo fatti raccontare le loro esperienze. Avevamo anche acquistato film e documentari a tema, in modo da farci un’idea, e ci eravamo procurati libri di testimonianze di figli e genitori, direi reciprocamente adottati, a cura di enti autorizzati.

Avevamo sentito anche un paio di enti per cominciare a farci un’idea di quale incaricare per seguire la pratica dell’adozione internazionale. È obbligatorio delegare questa fase a un ente autorizzato, in vista di un abbinamento con un bimbo straniero o, magari, due fratellini: la nostra casa e il nostro cuore sono abbastanza grandi da poter ospitare anche una modesta fratria: avevamo affrontato la questione anche con lo psicologo e l’idea, che all’inizio mi aveva un tantino spaventato soprattutto per una una questione di gestione dei tempi (lavoro mio e di mio marito, asilo, scuola e sport dei bambini, faccende domestiche e quant’altro) aveva cominciato a sorridermi. Mai e poi mai avremmo diviso dei fratelli, era davvero fuori discussione. Piuttosto avrei smesso di lavorare io, o mi sarei trovata un’attività meno impegnativa di quella che svolgo ora. C’era il modo di riorganizzare la vita secondo una nuova tabella di marcia. Eraclito diceva che “tutto scorre e niente rimane immobile”, no?

Insomma, ci sentivamo tranquilli, preparati, convinti di quello che stavamo facendo ancor più che un anno prima.
Assistente e psicologa si fecero raccontare della terapia di coppia, non commentarono affatto il responso, ci diedero appuntamento di lì a qualche (altro) mese per la visita domiciliare, quella che si sarebbe svolta a casa nostra, raccomandandosi di non preoccuparci dell’eventuale disordine.

In realtà, nell’attesa cercammo di essere un po’ più assidui nei lavori di casa. Essendo fuori quasi tutto il giorno, il nostro nido non è mai troppo sporco o caotico, ma è comunque il posto in cui trascorriamo le serate e riceviamo amici, non certo una casa-museo da fanatici dell’ordine! Tuttavia ci tenevamo a fare almeno una buona impressione.

Insomma arrivarono, apprezzarono l’appartamento – “la casa va benissimo”, dissero proprio – compresi i lavoretti fatti da noi, come la laccatura delle porte, il restauro del vecchio letto ereditato da una mia zia… Tra l’altro abbiamo anche un bel giardino, che già immaginavamo pieno di scivoli e altalene.

Eppure ce l’avevo, la sensazione che qualcosa stesse per andare irrimediabilmente storta…
Offrii un caffè o un tè, ma né la psicologa né l’assistente sociale presero niente, sembra che non accettino mai alcuna offerta di questo genere; in compenso se ne stettero per un po’ in silenzio, poi ci chiesero se per caso non ci fossimo di esserci “accaniti” (termine di cui non esiste traccia nella relazione poi stilata dalle stesse), se non fosse esagerato, da parte nostra, ostinarci nella ricerca di un figlio. Ci proposero poi di continuare a collaborare con loro. In alternativa, avremmo potuto produrre subito la documentazione necessaria, presentarla al Tribunale dei Minori e andare direttamente dal giudice, certi però che la loro relazione sarebbe stata negativa.

Apriamo una parentesi per precisare che i servizi sociali, al termine del loro percorso di indagine in cui raccolgono informazioni e impressioni sulla coppia in questione, redigono una relazione che verrà inviata – previa lettura alla coppia stessa – al Tribunale dei Minori. Questi, Giudice Onorario, fisserà un’udienza alla presenza degli aspiranti genitori e di un altro psicologo, scriverà a sua volta un rapporto. Entrambi i documenti dovrebbero essere tenuti in considerazione durante la riunione del Collegio che deciderà se la coppia è da ritenersi o meno idonea a prendersi cura di un minore proveniente da un paese straniero. L’idoneità all’adozione nazionale, invece, viene concessa quasi di default ma lascia ben poche speranze alla coppia, in quanto – fortunatamente – in Italia sembrerebbero esserci moltissime coppie disponibili a fronte di un esiguo numero di bambini in stato di adottabilità.
In ogni modo, premesso che “accaniti” è un termine piuttosto forte, che denota una determinazione esasperata e ha quasi sempre una valenza negativa, vorrei capire in che modo sarebbe potuta proseguire una collaborazione, viste le premesse.

Non saprei, forse avremmo solo dovuto incontrarle qualche altra volta, e anche se qualcuno ha cercato di insinuarmi il dubbio che intendessero chiederci del denaro, non voglio e non posso assolutamente credere che sia così.
Fatto sta che mio marito, esasperato dal tempo e dal denaro che aveva l’impressione di aver soltanto perso, ha espresso l’intenzione di andare dal Giudice, indipendentemente dal contenuto della relazione. Altro errore da parte nostra, forse, ma dopo oltre un anno di nulla di fatto, viene da dirsi “o la va, o la spacca”…

…e non è andata.

No, non è andata.
La psicologa della Asl ci ha convocati dopo qualche mese per la lettura della relazione (all’incontro l’assistente sociale non si è presentata a causa di un precedente impegno). Ne è emerso che io sarei “piena di rabbia” a causa della mia mancata genitorialità biologica e che mio marito ha difficoltà a entrare in contatto con il suo “io” più profondo, di conseguenza non riuscirebbe a esprimerlo adeguatamente. Io non so se questa cosa possa impedire a un uomo di essere un buon padre, ma se conosceste mio marito sapreste che non è un chiacchierone, ma che non ha nessuna difficoltà a parlare di sé.

Certo, non è un accademico né un demagogo, ma fa l’impiegato mica il politico…! Ha avuto una vita durissima, si è fatto da solo e non ama mettere in piazza le proprie debolezze, ma nemmeno le nega. Sul lavoro lo stimano perché è onesto, disponibile e umano.

Quanto a me, credo che se fossi piena di rabbia per la mia mancata genitorialità biologica lo saprei… e non lo sono. Non mento a me stessa, di questo sono certa.
Per chiudere, abbiamo fatto la visita medica di routine presso un’altra Ausl all’altro capo della città, alla fine dei conti solo un mero questionario compilato da un medico che non ci ha neanche auscultato il cuore con lo stetoscopio; abbiamo poi prodotto tutti i documenti presenti nell’elenco fornito dai servizi sociali, dei quali almeno la metà non servivano nemmeno, in quanto quella lista è poi risultata obsoleta e avrebbe potuto risolversi con una serie di auto-certificazioni.
Infine, dopo qualche altro mese, il Giudice ci ha finalmente convocati, ci ha ascoltati quando abbiamo espresso le nostre ragioni e le perplessità sulla relazione dei servizi, poi ha compilato un altro questionario, facendoci una serie di domande a cui abbiamo dovuto rispondere al momento: bisognava barrare una casella con una crocetta per scegliere l’età del bambino che avremmo voluto. Non più di una casella: una casella sola. Ci ha chiesto quali handicap e malattie ci saremmo sentiti o saremmo stati economicamente in grado di affrontare, aggiungendo che bisogna essere realisti e “dove vorrebbe arrivare il cuore non è detto che arrivino anche il portafoglio e le competenze”.

Insomma, ci è sembrata una persona ragionevole, che ci ha messo molto a nostro agio.

Ancora un paio di mesi dopo, arriva per posta una busta verde con, all’interno, il biglietto di ritorno dal viaggio che ci eravamo fatti: avere un figlio, dargli affetto, educazione, istruzione, una vita migliore; avere un figlio e ricevere affetto, imparare da lui a riscoprire il mondo attraverso gli occhi di un bambino.

La nostra richiesta di ottenimento dell’idoneità all’adozione internazionale è stata rigettata in quanto avremmo dimostrato di avere dei pregiudizi nei confronti dei neonati, dei portatori di gravi handicap o gravi malattie, inoltre io sarei piena di rabbia per la mancata genitorialità – ancora… – e mio marito eccetera eccetera, un copia-incolla dalla relazione dei servizi. Di nuovo, nemmeno una parola su quella del terapeuta di coppia.
Allora sì, sono crollata.

Se ci si chiede di barrare una casella sola, poi non ci si può dire che abbiamo dei pregiudizi nei confronti di bambini rispondenti alle caselle che non abbiamo barrato. A me piacerebbe avere un bimbo piccolo, ma abbiamo quasi cinquant’anni e in ogni caso non ci affiderebbero un neonato, quindi abbiamo barrato una casella che ci sembrava plausibile. E se ci si chiede di non accollarci situazioni che non saremmo economicamente in grado di gestire, come l’acquisto di costose protesi o interventi chirurgici molto importanti,non lo facciamo; non ci aspettiamo certo che poi ci si accusi di essere delle persone egoiste.

A questo punto, avrete fatto ricorso, visto che ci sono dieci giorni per cercare di opporsi alla sentenza.

Invece no. Perché dopo due anni di nulla di fatto siamo stanchi, evidentemente non abbastanza “accaniti”. Non ce la sentiamo di ricominciare a sperare per poi affrontare un altro eventuale rigetto.

C’è già abbastanza da fare con l’estensione della dichiarazione di disponibilità all’adozione nazionale nelle altre regioni italiane: ognuna ha le sue regole, alcuni Tribunali vogliono certi documenti, altri ne vogliono di diversi, per avere info ad alcuni devi scrivere, ad altri mandare una mail o telefonare, ma devi farlo entro certe risicatissime fasce orarie e la chiamata non può durare più di cinque minuti… A me sembra tutto assurdo, questo è un sistema che le buone intenzioni le fa a pezzi, tra burocrazia e incoerenze.

Mio marito, poi, a distanza di tempo si sente ancora deluso, triste, inadeguato. Quando qualcuno ci chiede come stia andando con l’adozione, è frustrante ammettere che non ce l’abbiamo fatta, che forse non avevamo le qualità per farcela. Per farmi capire, la sensazione è la stessa di quando ti imbatti nei vigili urbani e stai sulle spine anche se credi di non avere commesso nessuna infrazione.

Rende l’idea e non c’è molto da aggiungere. Tranne, forse, che Laura sono io. Che Laura è anche Antonella, Roberta, Monica e molte altre donne che ho conosciuto, che desideravano un figlio venuto da lontano. Tranne, anche, che molti figli lontani, magari non più proprio piccolissimi, stanno aspettando che qualcuno li porti via da un istituto dove ricevono più o meno affetto, ma pur sempre un istituto, non una famiglia.

Anna Marani Cortese

Anna Marani Cortese – Graphic designer e scrittrice, vive in provincia di Bologna. È presente con i suoi racconti su numerose riviste e antologie, autrice/coautrice di romanzi, tra cui il fantasy Malìa d’Eurasia, i noir Le donne di Frieder, Erode e la psicopatia dell’allenamento, L’Eroe, E3. Nel 2012, al libro di favole Storie dei Cinque Elementi è stato conferito il riconoscimento di Libro Verde, per meriti ambientali, nell’ambito del premio internazionale Un Bosco per Kyoto.

 

2 Commenti

  1. Luciana Brusa

    Questa bellissima intervista mi ha montato una rabbia crescente come quando vedo un film in cui LA SANTA INQUISIZIONE condanna un individuo – maschio o femmina …non ha importanza – alla pena capitale. Non è la stessa cosa, lo so, ma mi sembra che spesso questi fantomatici sapientoni psicologi possano fare a loro arbitrio cose spaventose.
    Non so che dire, sono d’accordo con la conclusione amara che due simpatici e umani GENITORI sono stati ingiustamente privati di poter dare una vita gioiosa e costruttiva ad uno o due bambini che stanno vivendo tristi e senza prospettive in paesi veramente poveri.

  2. marina

    Beh! Anche per me la prima reazione è di rabbia, ma poi sono stata molto felice che Anna abbia avuto il coraggio di raccontare tutta la loro dolorosa vicenda, vorrei tanto lo facessero tutte le persone che hanno vissuto esperienze analoghe, sicuramente potrebbe servire a migliorare questa gestione terribile delle adozioni che sembrano tutelerare interessi diversi da quelli dei bambini. Anna hai tutto il mio appoggio non fermarti!

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