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Il Bordello di Aleppo (dal libro Senza Patria)

23 gennaio 2017
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Nella parte medievale della città, in una zona malfamata e sporca, esisteva un quartiere ben isolato da una cinta di mura: il bordello di Aleppo. Per entrare dall’unico cancello bisognava esibire un documento di identità allo svogliato poliziotto di guardia: il requisito per accedervi era aver compiuto diciotto anni.foto balaban

Io e il mio compagno di classe Garbis eravamo molto interessati a provare quell’esperienza, avendo sentito in proposito delle storie fantastiche dai compagni più grandi. Garbis aveva appena compiuto sedici anni, era di qualche mese più anziano di me. Eravamo buoni amici da qualche anno; pur essendo anche lui armeno, era fisicamente diverso da me. Io avevo un fisico atletico, ma di statura piuttosto bassa, con carnagione e capelli scuri, mentre Garbis era biondo, magrissimo, alto e con le spalle strette.

Ero timoroso, ma Garbis si sentiva pronto per questa avventura: non solo perché era di sette mesi più anziano di me, ma principalmente perché aveva altri due fratelli maggiori. Li aveva sentiti parlare di questa importante avventura ed era piuttosto ben informato.

Era il marzo del 1966, quando durante l’intervallo Garbis si avvicinò e mi avvertì a bassa voce, ma con tono minaccioso:

«Andiamo oggi o mai più!».

«Perché proprio oggi?».

«Perché oggi, come tutti i martedì, usciamo un’ora prima». Detto questo, si guardò attorno per assicurarsi che nessuno lo vedesse ed estrasse dalla tasca dei pantaloni due carte di identità: erano quelle dei suoi fratelli maggiori!

«Ma sei matto! Hai rubato in casa, ai tuoi fratelli?».

«Non preoccuparti, il rischio è soltanto mio. Le ho prese in prestito, solo per questo pomeriggio; stasera le ripongo nella loro scrivania come prima. Ma noi due saremo già diventati dei “veri uomini”!».

«Ma le foto sono dei tuoi fratelli!».

«Figurati,» mi rispose Garbis con tono di sufficienza «al cancello ci sarà un poliziotto ebete, altrimenti non gli avrebbero dato l’incarico di guardiano del bordello!».

«Ma ci sai arrivare? Ho sentito dire che si trova in una zona pericolosa nella città vecchia».

«Sì, sono quasi sicuro di arrivarci, tuttavia possiamo chiedere informazioni strada facendo. Ma se hai paura, vorrà dire che non sei pronto per diventare un uomo!».

«No, no, cosa dici! Sono pronto e come! Ma sai, se ci vedesse qualche amico di famiglia, che figura faremmo con i nostri genitori?».

«Uno che ci vede lì? Vorrebbe dire che anche lui bazzica il bordello. Un adulto frequentatore di prostitute… Sarebbe uno scandalo per lui e non per noi! Fidati, se mai ci sarà, non dirà assolutamente niente».

«Va bene, ci sto, ma non hai paura di prendere qualche malattia venerea?».

«No,» affermò Garbis col tono sicuro di chi ha informazioni precise «il bordello è un istituto governativo, le prostitute sono periodicamente controllate dai medici: chi è malata viene esclusa dall’attività e curata».

Sistemammo le cartelle negli armadietti. La nostra scuola forniva a ogni studente un armadietto privato, ricavato nel muro lungo i corridoi, con un elegante sportello di legno che si chiudeva con un lucchetto. I libri e i quaderni rimanevano lì, si portava a casa solo il necessario per studiare giorno per giorno.

Quel pomeriggio stavamo per diventare dei veri uomini: certo non pensavamo di studiare proprio quella sera! Liberi dalle cartelle, ci avviammo verso il bordello. Eravamo molto tesi; tutto era angosciante, il quartiere, il poliziotto, i documenti falsi, ma la cosa più preoccupante era l’idea di avere un rapporto completo con una donna e per lo più professionista. Non eravamo più dei ragazzini, ma la nostra massima esperienza erano i flirt, anche se poco innocenti, con le ragazzine armene dell’oratorio. Il rapporto completo era impensabile ed era considerato, nei confronti di una ragazza armena, un atto violento.

Percorremmo tante vie, sempre più strette. Perdendo l’orientamento, passammo in una stessa via due volte! I muri di pietra delle case erano sporchi e neri, ancor più scuri gli angoli, da dove proveniva un forte odore di urina. Dopo un tempo interminabile, intravvedemmo il cancello di ingresso spalancato. Un poliziotto obeso era seduto su una sedia di legno con la paglia consumata.

Con voce titubante tentai di rinunciare per l’ultima volta, prima che fosse troppo tardi: «Garbis, pensaci bene, se il guardiano scopre i documenti falsi, ci può arrestare: chiameranno i nostri genitori! Preferisco morire, che subire un’umiliazione del genere!».

«Arad, non sei khaba-dayi». (un termine composito, di origine turca, che significa un insieme di: coraggioso, conviviale, sprezzante delle conseguenze. Un maschio che non è khaba-dayi, non vale niente!)

«Va bene, va bene, entriamo, al diavolo le preoccupazioni». Era ormai l’adrenalina che mi governava.

Quartiere vicino il Bordello di Aleppo.

Il poliziotto era obeso, ma non era ottuso: capì che eravamo due liceali minorenni. Guardò bene i due documenti, controllò le foto; tuttavia, con un sorriso di tacita connivenza fra maschi, dichiarò: «Entrate pure, ma dopo tornate presto ai vostri libri!».

Felici ed eccitati, noi due futuri uomini passeggiavamo nelle viuzze del quartiere chiuso. Ci trovavamo in un mondo nuovo e assurdo. Era imbarazzante camminare fingendo indifferenza, mentre le prostitute sedute sull’uscio delle case ci chiamavano: «Giovanotti, avanti, non abbiate paura!». Altre più volgari, prendendosi gioco di noi, facevano dei gesti plateali nel mostrare il seno o nel divaricare le gambe. C’erano donne avanti con l’età, forse cinquantenni, ma anche qualcuna giovane, comunque, più anziana di noi.

Garbis estrasse due pastiglie bianche dalla tasca, ne ingoiò una e allungò l’altra a me dicendo: «Tieni questo e mandalo giù!».

«Che cos’è?»

«È un sulfamidico: ci proteggerà da eventuali infezioni».

Pensai che la faccenda dei controlli medici era una bufala. Ma non dissi niente, non si poteva più tornare indietro; ingurgitai il farmaco con la poca saliva che avevo.

Si poteva accedere ai cortili delle case, anche perché quasi tutte le porte erano aperte e spesso c’era qualcuna che ci invitava con un gesto della mano a entrare. La disposizione di queste case di ringhiera era molto simile a quella dell’edificio del mio vecchio asilo armeno. Provai lo stesso imbarazzo del primo giorno d’asilo.

Qualche prostituta era fuori dalla porta, come quelle che si prendevano gioco di noi, ma la maggioranza era all’interno dei vari cortili: chi cuciva, chi chiacchierava e chi, con sguardo vuoto, guardava il nulla. Le prostitute ad Aleppo, per praticare la loro professione, dovevano vivere segregate all’interno del quartiere chiuso. Potevano uscire solo di giorno, dichiarando il motivo al guardiano, e dovevano rientrare prima del tramonto.

Quasi contemporaneamente io e Garbis notammo in un cortile una donna relativamente più giovane, sui trent’anni, che in un angolo stava pulendo dei fagiolini in un tegame di rame. Era magra, con capelli neri raccolti a coda di cavallo, vestita con un casto abito di colore indefinito, azzurrino grigio, con una cintura fatta della stessa stoffa.

«Andiamo con quella lì, quella che sta pulendo i fagiolini» mi suggerì Garbis.

«Ma sei sicuro che sia una prostituta?».

«Certo, altrimenti come mai si troverebbe qui?».

Una delle prostitute anziane seduta nel cortile, che aveva già intuito tutto, strillò: «Leila, lascia stare quei fagiolini, ci sono due clienti per te!».

La giovane “poco” prostituta alzò lo sguardo, ci fissò per un attimo e con un lieve cenno interrogativo della testa chiese “Sì?”, ma senza emettere alcun suono. Io abbassai lo sguardo per l’imbarazzo; non so cosa fece Garbis, ma di sicuro non aveva aperto bocca nemmeno lui. Il fatto è che lei capì: lasciò il tegame sulla sedia dove era seduta e si avviò verso il suo appartamentino al primo piano, imboccando la scala di ringhiera. Noi non potevamo fare altro che seguirla.

«Prego, giovanotti, sedetevi; beviamo un caffè?» furono le sue prime parole.

«No grazie» rispose Garbis, che voleva subito arrivare al dunque; mentre io per essere cortese dissi di sì. Era un mio tentativo per guadagnare tempo e attenuare il mio senso di colpa. Tutto sommato potevo essere lì soltanto per una visita di cortesia.

La mia mossa fu vincente: il caffè aveva tolto il secco-amaro della mia bocca e Leila mi guardava con sguardo amichevole parlando solo con me.

La casa era piccola, due stanze, il soggiorno dove stavamo bevendo il caffè e una camera da letto dove dovevamo ancora entrare; il tutto era troppo riscaldato. La saletta aveva due finestre che si aprivano sul cortile, oscurate da tende di un pesante tessuto rosso; un’ottomana coperta da un tappeto di lana, su cui eravamo seduti io e Garbis. C’era anche un tavolo con due sedie di paglia di Vienna, su una delle quali stava invece lei. Si informò con domande discrete circa la scuola che frequentavamo e il quartiere dove abitavamo. Finito il caffè la giovane signora si alzò e mi invitò a seguirla per primo in camera da letto.

In quella stanza, quel giorno, non intravidi niente. L’estrema trepidazione apprensiva aveva cancellato tutto il marginale. In quella camera subii una di quelle umiliazioni che devi tenere segrete per tutta la vita. Allora mi sembrò troppo imbarazzante, ma dopo qualche anno raccontai quell’esperienza ai miei amici: come la stragrande maggioranza dei ragazzi sedicenni di quel tempo, non avevo esperienza di rapporti sessuali completi, eppure sapevo come si faceva e con tutti i particolari. Ma come ogni nozione teorica peccava di un dettaglio che si evidenziava in tutta la sua rilevanza solo durante la pratica.

In quella stanza surriscaldata ero nudo e sudato; mi trovai sul corpo nudo ma non sudato di Leila. Eravamo nella posizione classica ed esclusiva del genere umano. Anche la penetrazione era completa e corretta, grazie alla potenza dei sedicenni; tuttavia, le mie nozioni teoriche, mi facevano pensare che si dovesse procedere usando esclusivamente la muscolatura dell’organo penetrante. Tale movimento è possibile, ma molto stancante anche per un giovane colmo di testosterone. Dopo un lasso di tempo che mi sembrò interminabile, ormai convinto di essere impotente o ancora peggio di non apprezzare l’atto sessuale completo con una donna, Leila mi sibilò in un orecchio: «Devi fare go and come, go and come». Chissà perché usò parole in inglese e non in arabo! Forse perché era un segreto? O forse, più banalmente, mi prendeva in giro: ero o non ero il liceale del rinomato collegio americano? Tuttavia grazie all’informazione fornita sul posto, l’esperienza si concluse molto bene.

Adesso nella stanza con Leila c’era il mio compagno, mentre io ero seduto da solo nel salotto, rilassato, felice. Sensazioni simili uno può averle quando supera a pieni voti un esame difficile. L’esultanza era ancora superiore in questo caso, perché era un test non ripetibile, senza conseguenze avvilenti.

Tornammo a casa, raggianti e appagati. Attraversammo i quartieri malfamati di Aleppo senza angoscia: eravamo diventati uomini. Provavo la sensazione di aver superato un ulteriore livello di maturità, molto simile a quella che avevo avuto dieci anni prima, quando ero riuscito a procurare la bottiglia di oghi a mio nonno Haigh.

Tornammo altre volte in quel quartiere, ma decidemmo di non stare tutti e due con la stessa prostituta. L’idea di promiscuità ci dava fastidio. Io rimasi “fedele” a Leila: non era la più carina, ma era l’unica “non prostituta” di aspetto e di atteggiamento. Si instaurò una certa confidenza amichevole tra di noi. Leila era minuta e sembrava più giovane, ma aveva quasi quarant’anni. Era una ragazza madre: a sedici anni aveva avuto un figlio da suo cugino che però aveva negato tutto. Scappò di casa con il figlio e subì violenze e fame: finì nel bordello. Aveva due punti di orgoglio: scegliersi i clienti e, cosa più importante per lei, permettere a suo figlio di studiare medicina in Germania con i soldi ricavati dalla sua professione, senza che nessuno sapesse che lui era figlio di una prostituta.

A diciannove anni non frequentavo più quel quartiere e nemmeno Leila. Tuttavia andai a salutare la garbata prostituta per l’ultima volta prima di lasciare per sempre Aleppo. Nonostante tutto era una gentildonna.
Cesar Balaban

 

Cesar Balaban, nativo di Aleppo(Siria) da una famiglia di origine armena sopravvissuta al genocidio del 1915. Cresciuto tra culture diverse, armena per la famiglia, araba per nascita e quella americana per la scuola frequentata, si è trasferito in Italia nel 1969 con l’intento di andare negli Stati Uniti. Decide di fermarsi e frequentare gli studi di medicina a Parma e Milano, diventando chirurgo, professione esercitata negli ospedali pubblici fino al 2009. Essendo sposato con una italiana, dopo questo lungo periodo di permanenza, considera l’Italia la sua quarta radice culturale. Dal 2014 collabora con il giornale Sport & Work.

 

 

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One Response to Il Bordello di Aleppo (dal libro Senza Patria)

  1. Luciana Brusa
    30 gennaio 2017 at 21:41

    Molto bello questo racconto, si sente che è vero e straordinario il rispetto che – nonostante la situazione – il protagonista ha verso la prostituta Leila! Luciana Brusa

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